29 Ott

Dal mese corrente, gli articoli via via pubblicati sul blog verranno resi disponibili periodicamente sul sito internet della rivista in formato Word. Sono già disponibili gli interventi pubblicati tra il mese di aprile e quello di giugno del 2015. Il link diretto alla pagina è:

http://www.contraddizione.it/Contraddizioneonline.htm

19 Apr
nella sezione “NO! x Blog” sono contenute notizie e commenti su tematiche correnti, ordinate – a partire dal 2015 – secondo lo stile proprio della rubrica del NO! del volume cartaceo; in “avvisi” verranno inserite indicazioni relative ad imminenti iniziative; la sezione “articoli” contiene note e articoli connessi alle tematiche via via trattate già pubblicati sulla rivista oppure altrove;  All’interno di “indici della rivista” è presente il collegamento all’archivio completo degli articoli della rivista dal 1987 ad oggi.

La cosiddetta questione ambientale

3 Dic

di Carla Filosa

Nella misura in cui l’interessamento generale ai problemi ambientali è diventato di moda, non si può fare a meno di affrontare l’argomento mentre si è stupiti, eufemisticamente, per le variegate forme ideologiche in cui questo viene isolato da ogni altro condizionamento storico, sociale, politico, economico, ecc. Per privilegiare gli aspetti di fondo del cambiamento climatico, e cosa si deve intendere per ambiente, si è costretti a dare per scontato, almeno parzialmente, l’innumerevole elenco delle modalità e degli effetti registrati ormai da tempo da questi scienziati di tutto il mondo. Non solo loro, infatti, in antitesi agli interessi dei negazionisti alla Trump o alla Bolsonaro, si preoccupano per l’equilibrio del pianeta a causa del riscaldamento climatico e lanciano un allarme ai paesi e alle classi più povere del pianeta, da sempre più esposti a disastri ambientali di ogni tipo (innalzamento dei mari, uragani, tsunami, ecc.). In questo breve excursus si dà credito quindi alle numerose analisi e relazioni degli scienziati del clima e dell’ambiente in generale, non tralasciando denunce di autorevoli politici o magistrati sui danni localizzati determinati da interessi oggettivamente criminali, mentre nel contempo si verifica che l’analisi scientifica marxiana è ancora la sola in grado di individuare le cause reali e complesse del degrado crescente degli assetti sociali e territoriali, estesi ormai a livello globale. La mistificante “autonomia” delle devastazioni presenti e future relative all’“ambiente”, da parte di un dominio economico che al contrario ne determina un progressivo accadimento in forme per lo più irreversibili, dev’essere pienamente smentita unitamente a tutte le legittimazioni e palliativi ideologici, escogitati per far fronte agli effetti senza intaccarne le cause, libere così di continuare a distruggere risorse naturali e esseri umani, inquinare aria, acqua e terreni.

In un’ottica di contrasto a tali manipolazioni, va innanzi tutto riaffermato che storicamente il cambiamento naturale si sviluppa unitamente a quello umano, la cui esistenza e riproduzione è possibile attraverso un intervento attivo su tutto ciò che lo circonda, in base ai propri fini. Da sempre l’operosità o successivamente il lavoro umano, indipendentemente da ogni specifica forma della sua organizzazione, ha tratto dalla natura i materiali necessari ai bisogni sociali del suo tempo. In tal senso si può anche dire che si è posto come soggetto (naturale, come lo è il genere umano proprio nelle sue forze attive) di fronte alla materialità della stessa natura. Ciò significa che la forza produttiva umana, nell’uso progressivo dei materiali e delle energie naturali, ha inevitabilmente modificato assetti naturali originari andando a costituire quello che poi generalmente consideriamo come ambiente. Non si può quindi prescindere da questo percorso storico in cui per ambiente deve considerarsi la trasformazione, attuata, di una natura in funzione di fini umani determinati da identificare, la cui omissione costituirebbe mistificazione rispetto ad un’analisi seria dei problemi, su cui tutti siamo chiamati ad informarci e ad intervenire nei modi possibili e opportuni. Trattare pertanto le questioni ambientali separatamente dal processo storico che le ha determinate, cioè indipendentemente dai mutamenti specifici delle finalità umane, non solo è deviante rispetto alla lettura degli effetti rilevabili, ma impedisce soprattutto l’individuazione delle azioni positive o contromisure da intraprendere,  per il ripristino, se si è ancora in tempo, di una naturalità planetaria oggi considerata come altamente compromessa.  La conoscenza della peculiarità del modo di produzione attuale diventa allora l’unica via di approccio corretto alla pluralità degli elementi da tenere presenti nell’analisi dei cosiddetti problemi ambientali.

Finché il processo produttivo umano ha usato la materia naturale per il proprio fabbisogno, anche in quantità eccedente, il ricambio organico con la riproduzione naturale non è stato intaccato in modo disastroso o irreversibile per le leggi del suo funzionamento, nonostante la mancanza di conoscenze o di mezzi per il procacciamento del cibo abbia potuto determinare, nel lontano passato, l’ uso di terreni o bestiame in forma localmente distruttiva. Con il modo di produzione soggetto al dominio del capitale, invece, il processo lavorativo umano viene a coincidere con il processo di valorizzazione, ovvero con la finalità umana volta non più al bisogno sociale – se non in forma strumentale – bensì all’aumento quanto più possibile di un valore lavorativo da appropriare privatamente. La prevalente esclusione sociale dalla ricchezza, quantunque socialmente prodotta, a favore della sua  accumulazione sempre più concentrata in poche mani, comporta quindi una diversa valutazione della natura, concepita ora come cava inesauribile di risorse da utilizzare al massimo possibile per l’incremento di profitti privati, quale forma predatoria dominante e necessaria al sistema. La mercificazione della forzalavoro umana, interna all’essenziale formazione di detti profitti, deve così tendere a una capacità produttiva sempre maggiore, analogamente all’appropriazione illimitata di risorse naturali ovunque localizzate per l’ampliamento intensificato del loro uso, quale progressiva compressione dei costi di produzione. La condizione soggettiva di fornitori di pluslavoro, in quanto salariati nella fase produttiva, si unisce quindi alla base materiale della natura per la produzione di valori d’uso. Pur essendo questi però realtà ineliminabile e permanente, sono considerati solo come veicolo di valore (tempo di lavoro socialmente necessario per la trasformazione lavorativa) e plusvalore (quota di lavoro gratuito appropriato).

Lo sviluppo storico di questo sistema ha ulteriormente portato alla monopolizzazione delle forze naturali, sulla base di un diritto consuetudinario avocato a sé dai detentori della proprietà privata. Tale diritto ha inavvertitamente determinato poi la separazione tra le condizioni naturali inorganiche del ricambio materiale essere umano-natura, per la gestione e controllo comunitario delle popolazioni, demandando per lo più a forme statali e/o sovranazionali l’amministrazione degli interessi proprietari dietro cui opportunamente restare celati. Lo stesso diritto quindi che porta all’accumulazione privata ha fatto sì che questa non apparisse più nella realtà scaturita dal lavoro sociale ma, separata da questo, fosse considerata come autonoma condizione proprietaria, cui spettassero le materie prime, gli strumenti di lavoro e i mezzi di sussistenza per mantenere i lavoratori durante la produzione, prima che fosse compiuta. Solo nel capitalismo dunque la natura non è più considerata come forza per sé, nel cui uso era compreso rispetto, ripristino od anche timore. Diventa un oggetto utile da subordinare ai bisogni umani asserviti da dilatare poi illimitatamente per incrementarne il consumo, che a sua volta si rovescia sul potenziamento continuo dello sviluppo delle forze produttive per  realizzare valori d’uso per altri, valori d’uso sociali. Nel loro interno deve celarsi sempre più valore e plusvalore quale scopo dominante, riducendo di conseguenza la materialità naturale a mero strumento indiscriminatamente modificabile. La subalternità oggettivata dei rapporti sociali di produzione in cui si inscrive la diseguaglianza di classe, come pure la tutela dell’ambiente estranea a tali fini, realizza così il divario tra diritto proprietario e giustizia sociale, nonostante il tentativo ideologico di riaffermarne l’unità nei tribunali o nei dibattiti politici.

È poi con la monopolizzazione delle forze naturali che il capitale riesce ad ottenere preziosi plusprofitti, incorporando sia una qualunque forza naturale (ad esempio una cascata d’acqua,), sia la forzalavoro destinata a trasformarla. La forza naturale costituisce un conveniente  risparmio di costi e un vantaggio concorrenziale rispetto ai capitali che non riescono a disporne, ma “non ha un valore, in quanto non rappresenta un lavoro oggettivato in essa e quindi nemmeno un prezzo che non è altro che una rendita capitalizzata.” (Gianfranco Pala, L’ombra senza corpo, La Città del Sole, Napoli). Tale proprietà consente perciò di impadronirsi di un profitto individuale maggiore del profitto medio, da capitalizzare ogni anno, e che appare quale prezzo della forza naturale stessa. Risulta evidente poi che siffatta proprietà, che non sia toccata in sorte da un destino favorevole, può essere conquistata con la forza militare, mediante corruzione, ricatto creditizio o politico, debito pubblico, ecc., determinando così la disgregazione sociale, politica e ambientale di paesi o territori che invece ne siano casualmente dotati. Tale ricchezza  terriera, idrica o mineraria diventa perciò come una maledizione per la popolazione autoctona, se il paese in questione si trova nella geografia già stabilizzata della dipendenza gerarchica dalle multinazionali o catene monopolistiche transnazionali. È il caso, ad esempio,  del coltan (columbo-tantalite),  che si trova solo in Australia e in Congo, ora sembra anche in Amazzonia, ed è utilizzato  per piccoli condensatori, cellulari, high tech, ecc. La sua estrazione in Congo è costata, nel 1998, un numero di vite umane contate in 4 o 11milioni di morti (a seconda dei rapporti internazionali), per la sua rarità e quindi per la contesa relativa alla sua appropriazione conflittuale con Ruanda, Uganda e Burundi. Le conseguenze di danni ambientali in riserve e parchi nazionali sono dovute alla privatizzazione delle concessioni – si fanno i nomi di Nokia, Eriksson, Sony –, che hanno praticamente distrutto anche la coesione sociale, introducendo di fatto la coercizione allo scavo per fame della popolazione anche infantile, definita “schiavitù volontaria”.  Questa è l’interpretazione pertinente e più attuale del concetto di lavoratore “libero” che il capitale ai suoi inizi aveva giuridicamente e apparentemente creato secoli fa.

Se la natura è quindi dominabile sul piano del suo uso, o ricambio organico o metabolismo per la sussistenza umana, non per questo le sue risorse sono illimitate o possono essere ottenute con mezzi distruttivi degli ecosistemi. Lo sviluppo scientifico che il capitale ha promosso, con maggiore rapidità e universalità rispetto ad ogni altra epoca storica, è un lato del progresso umano che sicuramente trascende la limitatezza di questo modo di produzione, pur restando sempre bruta necessità di rivoluzionare costantemente le sue forze produttive nel superamento della conflittualità interna al suo essere pluralità  e unità contraddittoria. In altri termini è proprio in questo sviluppo antitetico senza quartiere che si generano le crisi da sovrapproduzione, da cui la brama di innovazione tecnologica e contemporaneamente speculativa, se non anche le guerre per l’appropriazione energetica, di materiali necessari all’industria bellica più avanzata, di sostegno alle valute dominanti di riferimento, di controllo strategico di territori, ecc. La distruzione di capitali necessaria alla soluzione delle crisi strutturali, ricorrenti, cicliche di questo sistema comporta anche la distruzione umana e di risorse propria delle forme belliche, mentre in tempo di pace si avrà disoccupazione o blocco produttivo, inflazione, pauperizzazione delle fasce più deboli della popolazione, emarginazione, ecc. La correlazione tra distruttività sociale e naturale risulta pertanto strettamente saldata nel funzionamento di riproduzione delle condizioni di ripresa dell’accumulazione di plusvalore di questo sistema, strutturalmente nell’impossibilità di fuoriuscire dalle intrinseche contraddizioni: “Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo… si manifesta sempre più come una potenza sociale…estranea, indipendente che si contrappone alla società.. è la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono… quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica determinata viene lasciata cadere e cede il posto ad un’altra più elevata” (K. Marx, Il Capitale).

La coscienza ecologica nasce per lo più al di fuori della consapevolezza di tali concatenazioni necessitate dal permanere di un sistema da tempo definito putrescente. In passato sono stati ipotizzati processi economici da un punto di vista termodinamico (Podolinskij 1880), entropico (Georgescu-Roegen), della decrescita più o meno felice ed altre utopie che qui si tralasciano, per dare conto solo di qualche denuncia degli ultimi tempi innestata sulla paura dei “mutamenti” climatici potenzialmente catastrofici. Piccoli stati insulari dell’America Latina, oltre ad altri continentali che soffrono il dominio statunitense quasi fosse una calamità naturale, ne denunciano la mancata volontà di frenare il riscaldamento globale in termini di ecoterrorismo. La voce che accusa di terrorismo ambientale è quella di Edgar Isch Lopez, ex ministro dell’ambiente in Ecuador, secondo cui “chi non salvaguarda l’ambiente come patrimonio di tutti in tempo di pace, lo salvaguarda molto meno in tempo di guerra”. Tra gli “atti deliberati per garantire il proprio vantaggio a detrimento di quello degli altri” si può forse includere allora il recente incendio appiccato, per conto del presidente brasiliano Bolsonaro, pupillo usamericano,  alla foresta amazzonica apertamente dichiarata di sua proprietà. Il terrorismo ambientale – di cui parla ancora Lopez – quale strumento addizionale alla guerra ingaggiata contro i paesi riluttanti al dominio Usa, ovvero alle sue imprese o strutture finanziarie, prende corpo con la devastazione perpetrata dalla Texaco nella regione ecuadoriana di Sucumbios, per l’estrazione petrolifera. Più in generale si tratta di una nuova strategia di dominio in cui i disastri naturali sarebbero come un’arma atta a determinare danni superiori a quelli dei conflitti a bassa intensità, per l’uso di tecnologie di ultima generazione. Nel 1974 il Pentagono ha rivelato gli sforzi per indurre piogge impreviste su Vietnam e Cambogia, per rendere impossibili gli spostamenti alle truppe di liberazione. Nel 1978 il Progetto Satellite a energia solare (SPSP) utilizza dei laser per fini militari. Il Progetto di Ricerca Aurora Attiva Alta Frequenza (HAARP) a Gokoma (Alaska) con lo sfruttamento della ionosfera altera regimi meteorologici, intercetta comunicazioni e radar nemici. Michael Chossudovsky della Global Research (Canada) dichiara alla Commissione Europea di non avere giurisdizione per intervenire nei “vincoli tra ambiente e difesa”. I cosiddetti “danni collaterali”, che ovviamente non riguardano la  morte di esseri umani – per sua natura irreversibile – ma per distruzioni di città, edifici, fabbriche, ecc. diventano profitti da incamerare per la ricostruzione già accordata alla preminenza bellica. Alla desertificazione da napalm, diossina, diserbante arancione, ecc. in Vietnam, e all’inquinamento da fosforo bianco, uranio impoverito, ecc. in Iraq, è seguito il Progetto di Bonifica ONU (PNUMA) di circa 40 milioni di dollari – essendo il dollaro ancora moneta di riferimento internazionale. Le leggi, ovunque, non possono essere di impedimento agli interessi. Questi le invocano solo in quanto garantiscono loro la “sicurezza giuridica” per mantenere l’esercizio del loro arbitrio.    

Il Protocollo di Kyoto (11.12,1997) cui aderirono più di 180 Paesi, nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sul riscaldamento climatico (UNFCCC) entrò in vigore solo il 16.02.2005 con la ratifica della Russia. Nel 2013 i Paesi aderenti erano diventati 192. Siccome l’accordo di ridurre le emissioni di gas  al 7% risultò troppo costoso per le industrie Usa, le cui emissioni  erano di circa il 14% ridotte di poco nel 2002, il loro governo non lo firmò. Il 40% delle imprese europee si comportarono un po’ diversamente, ma sostanzialmente in modo analogo. In un rapporto di Greenpeace viene dimostrato che il 98% dei finanziamenti della Banca Mondiale sono destinati a progetti industriali che incrementano il riscaldamento del pianeta. La riduzione, infatti, potrebbe automaticamente determinare il trasferimento delle industrie inquinanti da alcuni Paesi negli altri che al contrario si mantengono come “paradisi” delle emissioni. Continuamente avvengono le cosiddette “delocalizzazioni” (ignorando così il significato del termine che indica una dismissione dell’attività, un non-luogo definitivo, al posto di “dislocazioni” che invece lascia intendere il solo mutamento di luogo)  perseguite o per vantaggi fiscali, o per dumping lavorativo, o per “libertà” d’inquinamento o per un ottimale mix di tutti questi fattori, in piena sicurezza d’impunità giuridica eventuale.

L’ alterazione del clima “non è un problema di ambiente ma di sviluppo, che comporta un aumento di povertà, fame, malattie, incrina la sicurezza nazionale, regionale e internazionale”. A dirlo è un esperto Usa, Robert Watson che non teme di affermare che i principali responsabili delle emissioni di gas a effetto serra (CO2 in primo luogo) sono i Paesi più industrializzati mentre quelli “in via di sviluppo” – o dominati – sono i più colpiti. “Sviluppo” non è sinonimo di “crescita economica”, ma di lucro privato. Ogni anno sparisce l’1% delle foreste tropicali e il riscaldamento globale promuove il commercio illegale di specie, mentre diminuisce il 2% delle differenze genetiche nelle coltivazioni per l’imposizione del transgenico quale convenienza delle imprese transnazionali. A causa della pesca eccessiva – ad esempio – sono in pericolo le specie ittiche del Mediterraneo, del Mare del Nord, delle Galapagos e altri. Un altro genere di degrado ambientale proviene dalla necessità di ottenere gas e petrolio, per un vantaggioso ribasso dei costi, mediante la “fratturazione idraulica” delle rocce di scisto. Si attua una perforazione del terreno a 3.000 metri di profondità rivestendo poi il canale di cemento dentro cui si fanno passare cariche esplosive, da cui si producono fori che lasciano passare gas o liquidi; in una seconda fase si pompano fino a 16.000 litri di liquidi sotto pressione, più agenti chimici, sabbia, ghiaia o terra. Dalla frattura delle rocce si libera il gas o petrolio che risale lungo il canale di cemento, che poi viene raccolto e portato alle raffinerie. L’hydrofracking viene praticato per lo più in Usa e Canada, ma anche in Polonia, Germania, ecc. Oltre l’enorme spreco di acqua, le sostanze chimiche iniettate nel terreno, che per il 20% circa rimane sotto, possono contaminare falde acquifere con benzene, piombo, diesel, formaldeide, acido solforico, ecc. potenzialmente cancerogeni, oppure con isotopi radioattivi di antimonio, cobalto, zirconio, krypton, e altri. In seguito a questo trattamento sono state rilevate anche scosse telluriche (in Oklahoma nel 2011), sebbene per ora di scarsa entità.

Il “fascino discreto”  di tanti teorici dell’aggiustamento del sistema di capitale senza intaccarlo, in alcuni casi chiamato anche “green economy” per la sua vocazione al “rispetto ambientale” dichiarato, non può riguardare chi sceglie di guardare in faccia la realtà. Alcuni nomi: Jean Paul Fitoussi, Francis Fukuyama, André Gorz, Serge Latouche, Antonio Negri, Jeremy Rifkin e molti altri hanno in vario modo  alimentato l’interesse e le discussioni impegnate di tanti intellettuali e politici anche “disinistra”, nello sforzo di mantenere nell’ombra le strategie di sopravvivenza del capitale. Nessuna nostalgia per la sinistra che fu, e neppure ormai aspirazione a questa identità poco attraente con cui essere erroneamente scambiati; o si inseguono le trasformazioni di questo sistema nel suo permanere sostanziale, per contrastarlo sul terreno delle sue contraddizioni individuate, o meglio nuotare come sardine.  Gli ultimi tentativi di inquadrare i problemi ambientali si ritrovano sotto un titolo apparentemente cólto: Antropocene, molto presente nel dibattito internazionale. In questa parola si rintraccia l’intento di caratterizzare l’epoca in cui si attua il predominio  dell’azione umana sul pianeta, assumendo l’umanità come totalità omogenea. Per chi ha ancora di fronte l’aumento delle “disuguaglianze sociali” lette in un’ottica di classe, cioè funzioni di un sistema economico specifico, tanta genericità inconsapevole, o proprio rozzezza teorica,  non riesce a convincere. Più interessante risulta invece Jason Moore che risponde con un libro intitolato “Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria”, per riferirsi alle trasformazioni inscritte nei rapporti di potere capitalistici. Il termine antropocene – scrive Moore – “diviene problematico… se si impone, come è accaduto, come un significante vuoto, una parola alla moda che nega ‘la disuguaglianza e la violenza multi-specie del capitalismo’,…  ponendo sullo stesso piano sfruttati e sfruttatori, colonizzati e colonizzatori, bombardati e bombardieri, subalterni e dominatori, espropriati ed espropriatori”.

Senza poterci soffermare sulle articolazioni particolareggiate di queste teorizzazioni, per ovvi motivi di spazio, si lascia agli interessati la segnalazione dell’ultimo grido della battaglia delle idee, con un ultimo sguardo alla cruda realtà emblematica di Taranto sotto i nostri occhi. Ѐ un ultimo aspetto del degrado che riunisce pertanto la natura agli umani nel loro comune squallido uso, non all’attenzione come il riscaldamento climatico ma tuttavia efficace nel mostrare il nesso che salda il lato distruttivo del progresso capitalistico ai suoi miserabili fini. Produzione al massimo dello sfruttamento lavorativo e risparmio dei costi proprietari, massimizzazione dei profitti e inquinamento mortale allargato alla popolazione inizialmente ignara del rischio. Tutta la zona è ormai invasa dalle polveri sottili del “minerale” che entra nei polmoni nella costrizione a dover continuare a morire per vivere un po’. La violenza del profitto sembra invisibile quando non è armata con le armi convenzionali, quando si maschera dietro l’indifferenza per la morte altrui, dietro il silenzio del pericolo per l’altro, dietro uno scudo legale, ecc. Anche se gli operai dell’Arcelor-Mittal non conosceranno le teorie di bonifica di questo sistema, ora hanno ben chiaro che la bonifica del loro habitat confligge con gli scopi proprietari. Questi nomi sono sui loro muri.

Sul MES

3 Dic

Un punto di vista di classe sul MES.
Intervista pubblicata da Radio onda d’urto

AUDIO DELL’INTERVISTA

monete

“CHI HA PAURA DEL”… TOTALITARISMO?

22 Ott

di Carla Filosa

Per chi ha incontrato nella propria infanzia i fumetti dei tre porcellini (anni ’50), era consuetudine leggere ripetutamente la loro rassicurante canzoncina “chi ha paura del lupo?”, riferito a Ezechiele Lupo, il cattivo minaccioso attentatore alla vita dei porcellini perpetuamente destinato a soffrire la fame, nel finale buonista. Il potere di oggi di molti governi mondiali ha bisogno di rinnovare aggravate le vecchie paure, di fronte al rigurgito fascistoide diffuso unito al pericolo di ribellione di masse sempre più espropriate perfino dei territori su cui vivere, avendo però l’accortezza di sostituire al “lupo”- metafora, il non-concetto di “totalitarismo”. Sotto questo ombrello infatti, oltre alla genericità sempre ambigua, si annida ancora il concetto invece di lotta di classe, – sebbene mascherato –  da esorcizzare definitivamente. Il riferimento qui è alla non nuova risoluzione del Parlamento Europeo del 19.09.20019, che ha approvato la “valutazione… riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista” (art.5). Questa richiede ora una riflessione meno semplicistica sull’equiparazione di nazismo e comunismo ivi di fatto contenuta, e una presa di posizione di fronte alla storia passata, ferma perché consapevole. La domanda su “chi ha paura del totalitarismo” non solo è pertanto lecita ma soprattutto doverosa, perché riguarda la definizione e la tenuta delle nostre cosiddette democrazie, dove la virulenza dell’imperialismo mondiale viene invece sottaciuta e distolta mentre si innalzano muri e si armano guerre itineranti dall’apparenza locali. Il finale buonista, per questo imperialismo sempre più famelico, non è per niente scontato.

Accomunare comunismo e nazismo forse va fatto risalire ai tragici anni ’30 del secolo scorso, come scrive lo storico Eric J. Hobsbawm in Il secolo breve: “Si può inoltre sostenere che, senza il trionfo hitleriano in Germania, l’idea del fascismo come di un movimento universale, una sorta di equivalente di destra del comunismo internazionale avente in Berlino la sua Mosca, non si sarebbe sviluppata. Quest’idea non produsse un movimento consistente, ma diede soltanto motivazione ideologica alla schiera dei collaboratori dei tedeschi nei paesi europei sotto l’occupazione germanica[1]”. Da allora ai nostri giorni molteplici sono stati i tentativi di replicare la fantastica idea di equiparare, e cioè cancellare, l’antitesi reale, alterando con cura il diritto di primogenitura storica proprio della rivoluzione d’ottobre, quasi si fosse verificata contemporaneamente una casuale inessenziale compresenza di opposti. Il nazismo, infatti, avrebbe dovuto – successivamente e ad opera dell’imperialismo euro-atlantico – costituire l’argine armato alla estensione rivoluzionaria europea. Ancora ai nostri giorni, purtroppo, non risulta chiaro che il fascismo, nel suo fallimento storico, non è sopravvissuto alla sconfitta, non solo bellica, dovuto alla scomparsa della crisi internazionale da cui ha avuto facile origine. In seguito infatti, il fascismo non ha avuto nulla da offrire alle popolazioni sottomesse dalla guerra, quella sì totale (il massacro non ha riguardato solo i combattenti ma soprattutto la popolazione civile col proposito terroristico). Queste furono infatti costrette a pagare il sostegno alle istituzioni e alle procedure dei vincitori, da questi introdotte per esercitare un controllo imperituro a vantaggio dei propri interessi, dato che il fascismo non ebbe mai un programma o un progetto politico universale men che meno teorico.

L’analogia comunismo-nazismo, sorta come possibile libidine ideologica del liberismo, è tornata poi alla ribalta non a caso proprio negli anni ’50 (l’immediato dopoguerra da pacificare, nella esclusione di ogni conflittualità sociale proveniente dal mondo del lavoro!), per cui sarebbe interessante individuare la specifica opportunità politica che attualmente si ripropone alla sua sempreverde riesumazione. Se infatti la continua condanna del nazismo – solo dopo la sua fine, però! – ha avuto l’inestimabile merito di nascondere connivenze e simpatie non solo di Usa, GB e Francia con questo regime (analogie con aggressioni coloniali e non, orrori umani imbevuti di razzismo, lager, ecc.), dietro la facciata di una “democrazia” falsata nel suo stesso uso terminologico, la esecrazione del comunismo ha richiesto un’attenzione ulteriore. La condanna prontamente espressa ma insufficiente sul solo piano morale e religioso, da parte della Chiesa d’“Occidente”, (altra categoria, quella di occidente, coniata all’occultamento di ogni differenza economica, sociale e politica reale) doveva essere rafforzata col trasferire quel “comunismo”- preventivamente e riduttivamente incollato al regime staliniano dell’Unione sovietica, prontamente identificato con le purghe politiche, con i gulag, con i carri armati inviati in Ungheria, la cosiddetta “cortina di ferro”, ecc. – nel “totalitarismo”. Questo termine  avrebbe così sintetizzato nella dittatura tout court ogni negazione di libertà individuale – l’unica che conta per i laissez faire – lasciando nell’invisibilità la sola libertà di sfruttamento garantito quale appannaggio dei capitali. I campioni diventavano così “il mondo libero” contro “le dittature”, la “democrazia” contro  gli “stati totalitari”. Del comunismo come conquista possibile della gestione e del controllo razionale comune ed egualitario della vita umana e delle risorse naturali del pianeta, non se ne sarebbe più dovuto nemmeno sentir parlare.

Per questo liberismo europeo dei nostri giorni lo “spettro” comunista continua quindi ad aggirarsi minaccioso nei confronti delle stabilità politiche precarie, tanto da richiedere una revisione non più solo ideologica ma istituzionale della storia ad aiutare la manipolazione continua della realtà, data l’aggressività crescente del summenzionato imperialismo mondiale, che si alimenta solo di pauperizzazione, guerre, destabilizzazione e migrazione dell’impoverimento già realizzato, continua rapina delle risorse umane e naturali altrui, chiaramente insostenibili per la sopravvivenza riservata solo all’esigua minoranza dominante. Che i fascisti poi siano stati “i rivoluzionari della controrivoluzione…perfino nel loro deliberato adattamento di simboli e di nomi propri dei  Partito nazionalsocialista dei lavoratori, nella scelta della bandiera rossa modificata e nell’istituzione immediata, avvenuta nel 1933, del Primo Maggio (che era una festa rossa per definizione) come giorno di vacanza ufficialmente riconosciuto”[2], poteva esser sottaciuto e abbandonato all’oblio rassicurante della memoria  massificata. Ma anche il comunismo doveva incontrare la sua esecrazione convincente per non esercitare un potere attrattivo per le masse da diseredare del proprio sostentamento. Accantonate le positività del regime staliniano ed esaltate le sole caratteristiche che più si sono discostate dalla realizzazione del comunismo prospettato da Lenin, dimenticata la necessaria e provvida alleanza nell’esito bellico contro la Germania hitleriana, il comunismo è stato trasformato nella propaganda dei capitali monopolistici “l’Impero del Male”. Creato il nemico da criminalizzare, è bastato evitare ogni distinzione tra concetto, obiettivi comunisti e indebita realizzazione storica (in un solo paese!), per definizione altra dalla sua progettazione possibile. Il connubio o  parallelo tra comunismo e fascismo è stato così facilitato dal martellamento ideologico sostenuto da dollari e progresso tecnologico delle comunicazioni, immediatamente finalizzati  non solo alla mistificazione storica ma anche alla falsificazione teorica. Ormai queste ultime sono diventate necessità costante di qualunque potere, la cui durata è legata alla cancellazione dei presupposti e delle finalità conflittuali delle classi antitetiche, quali figure storiche protagoniste dello sfruttamento del lavoro umano coatto. La ricchezza prodotta può così continuare ad essere in massima parte sottratta ai produttori da parte degli accaparratori, in virtù dell’arbitrio naturalizzato come legale, come capitale di nuovo pronto ad accrescersi.

Infine, la retorica di regime della “rivoluzione” fascista doveva – come anche ora quella di equidistanza tra destra e sinistra, ambedue cestinate nell’insignificanza – cancellare nelle masse il sospetto di sostenere gli interessi delle vecchie classi dirigenti. Il capitale monopolistico trovò in quel regime l’esecutore dei propri interessi, tanto quanto nel New Deal roosveltiano, nel laburismo britannico, come pure nella Repubblica di Weimar, la cui inconsistenza insieme alla Grande crisi lasciò poi le consegne al nazismo. L’attuale concentrazione e centralizzazione dei capitali è progredita ancora fino al punto di sapersi rapidamente spostare su ambigui politici destro-sinistri o sinistro-destrorsi di scarso rilievo purché proni alle esigenze della crisi attuale, banali esecutori delle holding transnazionali indifferenti ai colori delle monete nazionali, in quanto concretizzazioni materiali della forma Denaro. Come ha mostrato allora la fine dei dittatori fuori controllo – Hitler, Mussolini, Hirohito, solo deposto per mantenere l’unità nazionale giapponese – e recentemente quella di Saddam Hussein e Gheddafi, chi non risponde più alle esigenze momentanee del dominio del denaro viene abbandonato e se occorre eliminato.

Il totalitarismo è quindi la sintesi priva di significato del nostro recente passato, e per l’oggi raduna tutte le paure necessarie a realizzare l’affidamento fideistico in chi ipoteticamente rappresenta la nazione (confusa con lo Stato), al parlamento europeo, per cui l’ideologia anticomunista può essere veicolata senza tèma di incontrare contrasti. Esecrare e demonizzare il comunismo non basta mai, soprattutto nei nostri tempi in cui l’imperialismo è costretto a svelare maggiormente il suo volto criminale. L’opposizione a questa fase più avanzata del sistema di capitale diventa allora una possibilità concreta dato l’esproprio  del “diritto alla vita” di vaste masse di popolazioni, “il diritto del bisogno estremo” di hegeliana memoria, che legittima il diritto materiale alla rivoluzione.

Dato che analisi storiche già effettuate non occorrono al sistema di potere che deliberatamente le ignora, è inutile ribadirne l’importanza laddove la memoria del passato è interessata solo a cancellarne il senso. Queste servono unicamente alle masse impossibilitate ad accedere ai fatti storici, perché escluse o per i limiti culturali loro imposti, per facilitare una comprensione del presente. Fondamentale a questo punto è fornire, sempre alle stesse, il significato ambiguo di “totalitario” che non sia lo spauracchio voluto dai mistificatori, né tantomeno la confusione ideologica per fini politici solo apparentemente imperscrutabili. L’analisi complessiva di questo termine e del suo uso è stata già effettuata in un libro pubblicato una decina d’anni fa dal titolo La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea.[3] A questo studio ci si rivolge qui, data la ricchezza di elementi su cui è importante riflettere e di cui non basta mai essere informati. L’occhiello con cui si inizia il capitolo riservato alla “triste storia…” del totalitarismo riporta un discorso di George W. Bush su La strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America:  “La grande battaglia del XX secolo tra la libertà e il totalitarismo si è conclusa con una vittoria decisiva delle forze per la libertà – e un unico modello possibile per il successo di una nazione: libertà, democrazia e libera impresa”.

Il termine totalitario è stato attribuito a individui (perfino a Gramsci!) o in disparate situazioni quale insulto, rifiuto o vera e propria esecrazione, nell’indicazione del nemico messo a gogna imperitura perché contrastante gli interessi dell’“Occidente”. L’identificazione di nazismo e stalinismo è stata costruita sulla tendenza di questi regimi al “dominio totale” sulle persone, e su quello “globale” a livello planetario[4]. L’ideologia, il “terrore” e il partito unico diventano così il modello politico di una esteriorità atta a cancellare ogni differenziazione reale, che la storia ha invece sancito come opposti. La superficiale tesi della Arendt  (una prima edizione del suo Le origini del totalitarismo risale al 1951) giunse a controbilanciare la barbarie nazista con un’altra – la stalinista – catalogata come della stessa portata, ignorando così le specificità dei fatti considerati soltanto in quanto risultati, nell’evasione delle cause che li avevano generati. Un regime politico non è che l’apparenza di un potere economico che ne plasma le caratteristiche e la funzionalità, fino a quando questa mantiene il proprio ruolo utile. A questo proposito anche gli individui sono soggetti a tale destino, ma non per la stessa autrice che travisò anche la stupefacente personalità di Eichmann ridotto alla “banalità del male”, quale assenza cioè di un pensiero consapevole in cui non emergeva invece il suo convincimento al nazismo. I gerarchi nazisti e i loro aiutanti, perduta la loro carica al servizio di profitti che si proponevano di dominare il mondo, furono abbandonati alla casualità della sconfitta che ne fece affiorare solo l’oggettività criminale delle azioni. Il nazismo non sarebbe mai sorto senza i Krupp, Siemens, I.G. Farben, Dresdner Bank, ecc., mentre l’armata rossa di Stalin non sarebbe mai entrata a Berlino senza la rivoluzione d’ottobre.  La continuità economica già menzionata con le cosiddette democrazie occidentali, il cui razzismo si è sempre presentato come necessità coloniale, conferma il regime hitleriano quale emanazione autoritaria del capitale, contro la cui forma imperialistica  l’Unione Sovietica ha invece dovuto lottare anche oltre la fine di tutte e due le guerre mondiali, sebbene in forme diverse.

Ancora Carl J. Friedrick e Zbigniew Brzezinski usarono in Dittatura totalitaria e autocrazia (1956) l’inclusione della Russia post-staliniana, della Cina comunista e di tutti i paesi dell’est europeo, come focalizzazione sul vero nemico comunista per esprimere la condanna della negazione della “libertà”. Una libertà usualmente privata d’ogni contenuto, puro suono articolato appropriato al proprio pulpito. Sebbene il “totalitarismo comunista“ dell’Urss sia crollato nell’89 insieme al muro di Berlino e senza terrore per alcuno, il termine da spendere ideologicamente persiste indelebile nell’attesa di un suo nuovo impiego a difesa del liberismo, magari sotto l’ombrello capace del post-moderno. “Sembra un giorno di festa” dirà la canzone di Cochi e Renato, “basta avere l’ombrela che ti para la testa…”. E’ così che nel 2005 appare al Consiglio d’Europa una risoluzione sulla “Necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo” definito “totalitario”, per richiedere infine anche “la revisione dei manuali scolastici… a tutela dei diritti dell’uomo”. Le democrazie dell’Occidente, impantanate nella crisi di sovrapproduzione ormai irresolubile, hanno cioè rispolverato i vecchi arnesi dell’irrazionalismo, del razzismo e della xenofobia per difendere i propri confini dall’ingresso di migliaia di immiseriti, proprio dalla rapina di risorse nei loro paesi  ad opera del capitale. Nel 2006 il Parlamento Europeo approverà un’altra risoluzione secondo cui: “la comunità democratica  deve respingere inequivocabilmente l’ideologia comunista repressiva e antidemocratica”. Sparito il regime sovietico cosiddetto comunista insieme ai suoi crimini, sparisce il referente oggettuale del totalitarismo ma non il ritorno possibile del suo spettro persistente nella dimensione immateriale dell’ideologia. Rimane – scrive Giacché – “…l’incubo del  dominio totale… del potere inostacolato, della violenza selvaggia ma organizzata, del linguaggio asservito al potere che stravolge e rovescia la realtà, cancellando ogni distinzione tra vero e falso”.

Il rovesciamento del significato dei termini e dei valori, proprio dei nazisti, entra ora nel linguaggio “democratico” costituendo un muro di gomma ideologico costituito dal Male assoluto del nemico anche immateriale come il “terrorismo”, il “bipensiero” nella denominazione pacifista di azioni belliche, la “mutabilità del passato” nello sconfessare rapidamente alleanze pregresse, “immaginarie congiure mondiali” come strumento per mobilitazioni e consenso (si pensi solo alla guerra all’Iraq motivata dal possesso di “armi di distruzione di massa”!), ecc. La creazione di un mondo fittizio è oggi facilitato anche dalla tecnologia atta alla comunicazione in tempo reale, mirando ad essere capillarmente pervasivo per mantenere il controllo mondiale nell’occultamento delle proprie centrali. Non è poi così difficile per chi ha avuto accesso all’analisi dell’imperialismo individuare nelle forme del capitale transnazionale – e non più nella forma Stato – la matrice “totalitaria”, se così più chiara appare la denominazione, che allontana da sé ogni sospetto di dominio mondiale incontrastato, indicando nel Nemico le caratteristiche da esecrare. Il capitale finanziario, già denunciato nell’analisi leniniana, le holding o corporation in continua evoluzione procedono velocemente ad incrementare lo sfruttamento del lavoro mondiale, eliminando ogni ostacolo all’esazione dei loro profitti. Chi ha paura del totalitarismo appare dunque questa classe mondiale tecnologicamente più avanzata di chi ancora aveva bisogno di lavoro forzato con i lager o i prigionieri di guerra, sostituiti adesso con una “oggettiva” precarizzazione della vita in tutto il mondo. I nuovi schiavi affrontano volontariamente il rischio della morte pur di essere sfruttati per riuscire a vivere, oppure accettano ogni condizione lavorativa pressati dal ricatto. Si veda l’aumento dei morti sul lavoro e di quelli in fuga da guerre, torture, fame e malattie! Che non abbiano a unificare le loro forze però!

[1] Eric J. Hobsbawm, “Il secolo breve” , 1995, Rizzoli, Milano. P. 143.

[2] Ivi, p.144, 145.

[3] Vladimiro Giacché, “La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea. Derive Approdi, Roma, 2008. P. 102 e sgg.

[4] Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo”, Sugarco, Milano, 1985.

Sul Salario minimo

31 Mag
{di seguito un breve intervento di Carla Filosa sulle ipotesi di Salario minimo. La questione è stata affrontata con Carla nella trasmissione domenicale di Radio onda rossa 87.9 a Roma – http://www.ondarossa.info – proprio al ridosso della sua iniziale pubblicazione su La Città Futura. Qui il podcast: http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/05/vengo-anchio-26-maggio}

di Carla Filosa*

Per leggere anche i disegni di legge sul salario minimo (PD: n. 310 ; 5Stelle: ddl n. 658; LEU: ddl n. 862) non è sufficiente conoscere il significato comune o apparente delle parole ivi contenute: è necessario riconoscerne il significato, sempre sottinteso se non ignorato, per comprenderne il contenuto reale o scientificamente concreto. Per la corretta individuazione di quest’ultimo si accolgono qui le categorie dell’analisi marxiana della critica dell’economia politica, alla luce della quale soltanto è possibile cogliere la forma attuale, ma celata, di questo sistema di uso profittevole del lavoro, inconsapevolmente destinato, lui, all’immiserimento progressivo. Per forma è da intendere la sostanza, l’organizzazione, l’edificio interno ed esterno entro il quale prende vita e si racchiude di necessità ogni relazione sociale, nelle sue modalità altrimenti inconoscibili perché queste non evidenziano la natura, le cause reali del loro apparire, come fossero sufficienti a sé stesse, senza rinvio ad altro che non sia l’essere così come sembrano. Comprendere la concretezza dei rapporti sociali, delle cose e delle parole è possibile allora solo conoscendo in quale forma storica e logica essi si presentano e vengono usati. Ad esempio il lavoro salariato è la forma specifica in cui bisogna comprendere cosa sia il lavoro in questo sistema capitalistico, in cui si presenta libero e separato dai mezzi di produzione. L’accesso al salario è qui finalizzato alla produzione di un valore (tempo di lavoro erogato) eccedente (che non viene pagato) il necessario (pagato) per vivere. Il salario insomma  non ripaga tutto il lavoro contrattato ma solo una parte e questa viene continuamente ristretta, compressa. Il lavoratore oggi incarna una forma di proprietà privata nel senso che questa lo esclude, lo priva del prodotto del suo lavoro come della maggior parte della ricchezza sociale appropriata da una minoranza di espropriatori.

 

All’esame del disegno del PD si evidenzia immediatamente, nelle finalità della proposta, l’ambiguo obiettivo di fornire al lavoratore “una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente….”,  richiamando l’art. 36 della Costituzione. Qui, infatti, per assicurare “un’esistenza libera e dignitosa”, cui seguono la consacrazione del diritto di sciopero e la libertà sindacale, implicitamente si ammette che solo attraverso una lotta è possibile il conseguimento di quell’obiettivo, comunque non garantito dalla Costituzione. La realtà di una lotta di classe, che di volta in volta rimette in discussione quel minimo dignitoso della retribuzione, occhieggia dietro questo e altri articoli costituzionali, in cui la genericità e l’assenza di ogni efficacia normativa rinviano a un’ideologia borghese vòlta a cancellare la divisione sociale del lavoro, per evidenziarne solo quella tecnica e passare all’armonizzazione sociale continuamente auspicata.

La definizione di “salario minimo orario”, nel ddl ora in esame, si monetizza in non meno di “9 euro al netto dei contributi previdenziali e assistenziali”, incrementabili il “1° gennaio di ogni anno…”, senza altra necessaria connotazione di tipo concettuale o storico. Il sospetto che si eviti di precisare cosa sia il salario per il datore di lavoro – e cioè un investimento produttivo per l’acquisto della forza-lavoro – e cosa sia invece una volta diventato reddito per il lavoratore – ossia denaro improduttivo che scompare nell’acquisto di mezzi di sussistenza – si collega a quell’anodi­no “minimo” concepito quale diga all’affondamento normalizzato delle retribuzioni sotto ogni soglia, negatrice di ogni “dignità” dell’esistenza. Che poi il salario in questo sistema sia ancora un’entità sociale, reale e relativa (cioè non solo individuale come busta paga, equivalente alla quantità di merci effettivamente scambiabili, infine da commisurare al guadagno, profitto del capitalista, al cui confronto la capacità d’acquisto può risultare diminuita pur restando immutato il suo valore reale), significa che deve risultare sempre “minimo” entro i limiti delle sue oscillazioni, per l’intera classe lavoratrice cui si riferisce.

Nelle norme di attuazione si prevede l’accordo con i sindacati “più rappresentativi”, secondo l’indicazione dell’articolo 19, dopo il più famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si ipotizza che l’esclusione prevista per i sindacati minori, pur esistenti e legittimi, sia più funzionale al controllo istituzionale degli obiettivi di conciliazione sociale favorevole alla riproduzione di questo sistema. Infine la deroga alla contrattazione stipulata prevede la nullità contrattuale o l’esclusione dai benefici erogabili da una parte, e sanzioni amministrative per i datori di lavoro (benefattori, come indica la parola, quali fornitori di posti di lavoro per altri ma mai riconoscibili come profittevoli personificazioni di capitali).

 

Il ddl dei 5Stelle ricalca nelle finalità più o meno quelle già espresse, facendo riferimento anche all’articolo 2094 del codice civile (“È prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore”). La retribu­zione deve essere proporzionata “alla quantità e qualità del lavoro prestato” … “comunque non inferiore a 9 euro all’ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali”.  Il riferimento principale è ai contratti collettivi  nazionali, in funzione antidumping e a favore della concorrenza tra imprese. Si citano anche le cooperative con trattamenti economici anche molto differenziati, talvolta anche in modo ingiustificato. Si riconosce l’inesistenza di strumenti vòlti a dare certezza del diritto per contrastare efficacemente la competizione salariale al ribasso o che garantisca la correttezza concorrenziale tra imprese. Anche qui l’art. 36 della Costituzione, comma 1; e art. 39 comma 2,3,4 costituiscono le linee guida.

 

Nella proposta di LEU, iniziativa del deputato Pastorino, si parla di “salario minimo orario e equo” dietro la cosiddetta equità di un “compenso” pagato per difetto, e a una frammentazione lavorativa costretta ad autodefinirsi “autonoma” per il lato formale, mentre per quello pratico, concreto, risulta nei fatti dipendente. L’equo formale, quindi, stabilito per contratto, accordo, commessa o incarico una tantum non ripaga mai tutto il valore lavorativo erogato. Il cosiddetto salario remunera solo una quota di lavoro effettivamente svolto, quella necessaria o relativa al tempo storico in cui si calcola il fabbisogno per riprodurre al minimo quella forza-lavoro, il cui uso invece, preventi­vato come iniquo, deve produrre gratuitamente – e quindi nascostamente – più valore di quello prefissato, un’altra quota di guadagno da riservare al solo committente.

L’“autonomia” del lavoratore consente inoltre di nascondere forme raffinate di cottimo  (previsto come autosfrutta­mento “volontario” del lavoratore per ottemperare al rendimento preordinato), come pure a non pagare, da parte del­l’offerta di posti di lavoro, i dovuti contributi previdenziali che perciò ricadono a carico dell’“autonomo”. Questa  presupposta autonomia viene poi attribuita anche ai cosiddetti riders, per lo più privi di qualsivoglia assicurazione, abbandonati tra i “senza diritti” nell’ultima atomizzazione del mercato del lavoro. Forti di un’attività lavorativa perché “fuori della sede fisica dell’impresa”, i committenti risparmiano anche i dispositivi non aziendali (bici, motorini, smartphone, tablets, ecc.) e impongono ai loro fattorini una lotta giuridica per il riconoscimento di documentabile “lavoro dipendente”, in cui tempi ed esiti prolungati portano intanto tassi di sfruttamento tendenti comunque ad abbassare i livelli dei salari sociali. Tutti gli articoli (11) presentati sono rivolti a “riequilibrare un divario di potere fra committente e prestatore d’opera”. Divario, in questo sistema, riducibile ma non eliminabile, in quanto basato proprio sul comando e sulla coercizione del lavoro altrui.

Il salario minimo orario viene proposto per l’attuazione di una vita “dignitosa”, “mantenendo una concorrenza leale” tra lavoratori, “al fine di promuovere la coesione sociale del Paese e favorire la redistribuzione del reddito”. Innanzitutto la dignità a cui si fa riferimento  è strettamente legata alla possibilità di decisione sulle condizioni oggettive del lavoro che, se gestite da altri e quindi sottratte al controllo del lavoratore, o alla volontà individuale o della classe, lasciano questi ultimi alla mercè dell’espulsione lavorativa sempre in agguato. Nata come incentivo morale all’impegno per il lavoro, la dignità del vivere è stata introiettata per lo più dai poveri (labouring poors) come qualità personale meritevole del rispetto sociale, mentre ne è stata ignorata e resa invisibile la realtà materiale di dipendenza da fattori esterni. Quanto poi alla “concorrenza leale” tra lavoratori, oltre a forgiare nei fatti la falsa coscienza ideologica di una supposta solidarietà sempre vanificata dal ricatto sulle condizioni oggettive del lavoro, è stata artatamente sostituita con la lotta tra poveri per la sopravvivenza, esposti perciò al ricorso all’illegalità, al mobbing, al lavoro nero, ecc., e non certo al rispetto delle regole della buona educazione borghese. Il fine della “coesione sociale” è quindi un altro inganno ideolo­gico in cui ci si finge una <comunità sociale senza conflitto> per imporre invece un’impotenza rivendicativa al solo mondo del lavoro, funzionale al mantenimento assicurato dei rapporti di forza esistenti. Parlare infine di “redistribu­zione del reddito” senza menzionare la precedente produzione del valore (cioè tempo di lavoro effettuato) di cui il “reddito” è solo una parte percepita postuma, sempre poi erodibile nelle forme dirette, indirette e differite, significa ignorare lo sfruttamento (lavoro erogato e non pagato) normalizzato, il cardine della natura dei profitti e del loro necessario incremento nel produrre come effetto la progressione della povertà sociale.

Si rinvia ad un successivo decreto l’entità da stabilire del minimo “in relazione alla retribuzione media regionale, alla produttività e al tasso di occupazione regionale”. Si fa riferimento alla produttività senza spiegare che invece si tratta esclusivamente di <intensificare> e <condensare> l’orario (aumento dell’attività lavorativa – quota di lavoro necessario destinato a ricostituire i mezzi di sussistenza), per aumentare la quota di lavoro superfluo che produce il valore eccedente o plusvalore, destinato al solo profitto imprenditoriale. Aumento della “produttività”, nel linguaggio corrente (o confindustriale), indicherebbe un aumento della capacità di creare maggiori beni o valori d’uso nello stesso orario lavorativo o anche con un orario più lungo o più corto. In realtà si tratta solo di quella parte di pluslavoro che andrà a incrementare i profitti, aumentando peraltro il divario relativo ai salari, stazionari alla produttività precedente e pertanto relativamente diminuiti.

Si invoca la “crisi economica” per giustificare l’aumento della popolazione caduta ben al di sotto della soglia di povertà. Non si precisa che la crisi è dovuta al funzionamento strutturale di questo sistema di capitale, cioè sempre ricorrente e sempre pronto a riversarsi in crisi di lavoro, ovvero con licenziamenti – altrimenti definiti come la “messa in libertà”, “esuberi” o con altri mistificanti eufemismi – precarizzazione, flessibilità, intermittenza lavorativa, abbassamento salariale, dislocazioni produttive, ecc. In altri termini i lavoratori scontano, con l’impoverimento programmato, l’incapacità produttiva del sistema capitalistico determinata dalla saturazione di domanda pagante delle merci prodotte, per cui la produzione dev’essere interrotta o comunque ridotta. La ricerca dell’abbassamento dei costi – di cui la forza-lavoro costituisce la parte più rilevante – coinvolge così tutta una popolazione sostenuta dal solo reddito residuo dei lavoratori superstiti, cui si accolla tutto il peso della disoccupazione disseminata in tutti i settori produttivi e improduttivi, il mantenimento dei giovani, il sostegno di servizi sociali (scuola, sanità, trasporti, ecc.) da cui lo stato si ritrae, diminuendo così anche la parte indiretta dei salari.

“L’esistenza libera” e “la dignità professionale” cadono pertanto sotto il maglio del funzionamento ottimale di un sistema che in tutti i settori produce al massimo delle forze produttive esistenti fino a intasare i mercati. La società nel suo complesso viene privata della maggior parte della ricchezza prodotta e conseguentemente deve ridurre i propri bisogni per sopravvivere come può, abbandonando sogni o ideali di dignità, mai posseduta nelle condizioni materiali della sua esistenza.

Concludendo, la fissazione di un “termine di salario minimo orario”  può anche essere uno strumento per contenere i tassi di sfruttamento lavorativo astutamente messi in atto da questo sistema. Inutile però fissare sanzioni all’elusione già prevista della normativa, se non si accompagna ad un sistema di controllo capillare della stessa. Il ricatto sempre in voga di comprare una forza-lavoro, purché al di fuori delle norme vigenti, non può essere scoraggiato dalla sola istituzione delle multe alla loro evasione. Non si può nemmeno più pensare ad un ruolo sindacale di controllo o di difesa della forza-lavoro, essendo stati questi sindacati storici, promossi a unici interlocutori, risucchiati entro un comparto istituzionale neo-corporativo di assenza conflittuale sociale. Se a questo limite al ribasso non emerge una coscienza sociale di tutte le motivazioni che hanno condotto a questo ripiegamento – invece di chiedere un aumento del valore della forza-lavoro e cioè un incremento salariale come sarebbe necessario in un rovesciamento dei rapporti di forza – non si potrà formare una capacità efficace di lotta collettiva allo sfruttamento del salario e alla marginalizzazione sociale che ne consegue. L’abbassamento della qualità della vita – per definizione privata della gestione della propria dignità economica – come pure delle soglie di povertà praticamente in ogni Paese, può considerarsi come la condizione materiale già realizzata per il riscatto di popola­zioni sempre più allo stremo. Un innalzamento della coscienza sociale di classe, che cioè prenda atto di questi meccanismi di subor­dinazione costante e generalizzata, potrebbe sicuramente incrinare l’“ideologizzazione individualistica” con cui sono state imbri­gliate le forze ancora capaci di lottare contro questa strisciante nuova schiavitù. Una coscienza critica, dunque, che ponga la necessità vitale dell’emancipazione sociale dall’asservimento sempre più disumanante di questo sistema, potrebbe evitare rivol­te inefficaci o tattiche politiche perdenti, e condurre verso strategie in grado di riconoscere alla maggioranza reale della popolazione l’ineluttabile forza di conquista di una governabilità razionale a favore della collettività, tuttora co­stretta a non riconoscersi nelle proprie potenzialità concretizzabili.

Marxismo e cambiamento climatico

18 Mar

di Carla Filosa

A chi si spende per esporre e condividere – divulgare forse sarebbe pretendere troppo date le forze limitate – l’analisi di Marx in quanto tuttora l’unica in grado di far emergere una realtà continuamente operante, ma nascosta all’evidenza di ciò che appare, giunge immancabile la richiesta del “che fare”. L’urgenza di agire in qualche modo viene espressa soprattutto da parte di coloro che intendono la teoria come una ricettina immediata della pratica, e non la sua premessa propedeutica su una realtà sociale collettiva, di cui individualmente si è sempre parte, ma la cui gestione efficace per i fini propostisi dipende da un insieme di fattori storici, che inevitabilmente sfuggono anche alla migliore volontà dei singoli.  Oggi l’unico movimento veramente internazionale che sta scuotendo – almeno si spera – le politiche mondiali è quello dei giovani e giovanissimi per il ripristino degli ecosistemi, gravemente minacciati dal cambiamento climatico in atto. A un primo sguardo sembrerebbe che quest’aggregazione immediata e spontanea non abbia niente a che fare con “Il Capitale” e le sue leggi, con l’interesse per la sua conoscenza ostracizzata e denigrata sin dai tempi della sua stesura in quanto ostacolo teorico al potere costituito, che temeva soprattutto la sua efficacia pratica potenziale al tranquillo e contraddittorio avanzare del modo di produzione capitalistico. Attualmente c’è chi sostiene ancora che quell’analisi della storia, tuttora presente, sia stata scavalcata da altre (generiche, non si sa bene quali!) dinamiche, e soprattutto che la realtà sociale sia mossa prioritariamente dai gravi, quasi indipendenti problemi ecologici.

Per sostenere quindi che una difesa della natura e dell’ambiente, creato dalla società umana che nella progressività produttiva dominante determina parallelamente la contraddittoria distruzione sociale e ambientale, non può prescindere dalla conoscenza del modo di produzione capitalistico e dalle forze sociali accumulate per superare questo sistema, proviamo a mostrarne alcuni meccanismi fissati del suo funzionamento. Qui non serve citare gli ultimi report sul disastro ambientale, evidenziati da ogni organo d’informazione disponibile sui dati preoccupanti divulgati dagli scienziati, in quanto si ritiene che la conoscenza di questo presente si può trovare con facilità, ma che non può accontentarsi di cifre e date, pur utilissime, che prevedono il collasso del nostro pianeta. Tutto ciò che Marx aveva scritto sulla natura diventa infatti la base per capire che solo il sistema di capitale ha trasformato la concezione della natura da forza in sé, indipendente e includente gli esseri umani, in un oggetto utile da sfruttare senza limiti. Gli unici limiti riconoscibili, infatti, sono quelli imposti da questo modo di produzione, finalizzato alla produzione di valore e plusvalore, ovvero allo sfruttamento illimitato dell’attività lavorativa umana parzialmente obbligata alla erogazione di lavoro gratuito per sopravvivere, così come delle risorse naturali da accaparrare in forma privatizzata, con la violenza quando necessario. La utilizzazione delle risorse naturali nel sistema di capitale non prevede ripristino delle stesse in quanto rientrerebbe nel calcolo di un costo da evitare, così come non è prevista l’eliminazione o la riduzione nell’u­so di sostanze differentemente inquinanti – in aria, acqua, terreni – se queste risultano funzionali al processo produttivo meno caro da far procedere a oltranza, finché possibile. I vari problemi emersi, eufemisticamente denominati “criticità” sempre non si sa a danno di chi o da chi causati in ogni parte del mondo – dall’eccidio di Bhopal (casuale riferimento indietro nel tempo, come testimonianza della continuità dei fini dominanti) agli ultimi cicloni, tsunami, tempeste tropicali, smottamenti, inquinamenti d’ogni genere e in ogni dove, ecc. – sono continuamente indicati come calamità o naturali o comunque senza conseguenze civili o penali se riconosciuti di natura sociale quali cause e responsabili ad opera del sistema.

Per amor di concretezza è bene rammentare o far conoscere, proprio ai più giovani, la succitata strage perpetrata a Bhopal, in India, a 720 km a sud di New Dheli, il 3.12.1984 ad opera della Union Carbide, Usa, colosso del mercato chimico mondiale, i cui dirigenti non entrarono mai in nessun tribunale. Lo stoccaggio della fornitura dei pesticidi fu soggetto a un abbassamento del livello di sicurezza – come da risparmio di costi di capitale – e tragicamente fuoriuscirono nell’ambiente 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC) altamente tossico, sì da causare 3700 morti immediatamente e 16.000 nelle settimane successive. L’antiparassitario sparse mercurio, piombo, diclorobenzene sul suolo e nelle falde acquifere, determinando danni permanenti anche ai nati nelle generazioni successive, dovuti a contaminazioni, oltre che dell’acqua potabile, di madri che ebbero così i propri figli rovinati da labioschisi, paralisi cerebrali infantili, problemi respiratori, ecc. Solo dopo ripetute insistenze legali le vittime immediate furono risarcite con soli 400$ ciascuna, a quelle successive non fu dato nulla. Inoltre, la Global Environmental Outlook ha calcolato che un ¼ di morti nel mondo è causato da distruzione di ecosistemi, da inquinamento atmosferico e dell’acqua potabile, da coltivazioni intensive e deforestazioni.

Passando per brevità in Italia, possiamo scegliere tra le incalcolabili vittime da mesotelioma pleurico e il relativo inquinamento ambientale presente e futuro dovuto all’amianto, determinate sin dal 1907 dalla ditta Eternit di Casale Monferrato in Piemonte. I dirigenti di questa azienda pur sapendo della pericolosità del materiale, lo nascosero ai lavoratori che poi ne morirono, e quelli che avrebbero potuto evitarlo rimasero al riparo da ogni responsabilità giuridica. Altre produzioni ed estensioni dell’uso dell’asbesto sono state riscontrate poi in tutta la penisola, per lo più ancora da scoprire di volta in volta (si pensi solo alla sua sorprendente individuazione nel ponte Morandi recentemente crollato a Genova!), mantenendo ovunque l’immunità da ogni conseguenza penale o da risarcimento materiale alle popolazioni colpite. Senza dimenticare le vittime causate dall’Ilva di Cornigliano (Genova) per il funzionamento della cokeria e dell’altoforno, cui hanno fatto seguito da parte di dirigenti frodi processuali e tentata violenza privata contro dipendenti, la messa a fuoco su quelle di Taranto, in particolare del quartiere Tamburi e vicinanze, risulta maggiormente evidenziare la indifferenza naturale dell’economia capitalistica circa la distruzione ambientale e umana. Inizialmente proprietà ex Italsider con una produzione di 3 milioni di tonnellate annue di acciaio, l’Ilva di Taranto è passata in circa 15 anni sotto la proprietà privatizzata del gruppo Riva a 11,5 milioni di tonnellate, intorno al 1975. Siffatto aumento produttivo naturalmente privo di cure per la nocività degli impianti, in quanto costo da detrarre ai profitti, ha determinato “disastro ambientale doloso e colpevole, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento di beni pubblici, sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico”, come si legge dalle denunce ufficializzate. Passata dal 2017 alla proprietà Arcelor Mittal Italy Holding (51%), Arcelor Mittal SA (31%), Marcegaglia Carbon Steel Spa (15%), non si è ancora fatto nulla per ridurre l’impatto ambientale e sanitario, come pure non è prevista la messa a norma degli impianti delle emissioni diffuse e fuggitive, con l’acquisto di filtri ibridi (non gli efficienti e più cari Meros della Siemens utilizzati in Austria) meno costosi e praticamente inefficaci al taglio delle polveri. L’incremento produttivo ulteriormente programmato nell’immediato futuro aumenterebbe sicuramente in tali condizioni il danno ambientale, ma l’indennità penale assicurata ai dirigenti al passaggio di proprietà sembra consentire il varo degli obiettivi della multinazionale.

Il movimento per “salvare il pianeta” è sicuramente importantissimo anche per mostrare alle masse, per lo più sconfitte o inermi, che contrastare le tendenze politiche è una possibilità concreta per una gestione razionale della vita di tutti. La difficoltà mostrata però nell’individuare contenuti praticabili uniti alla forza per sostenerli e renderli applicabili, rende presumibilmente fragile la speranza di un ascolto effettivo da parte di una politica, espressione solo degli interessi proprietari dominanti a livello mondiale. L’arroganza di questo sistema arriva al punto di fregiarsi, come un fiore all’occhiello, dei contrasti che lo rendono più “democratico” se mostra di tollerarli mentre li svuota di contenuto. Il pianeta non potrà essere salvato se non individuando nel modo di produzione capitalistico la causa del suo degrado progressivo, negato, considerato comunque secondario al fine unico dell’estorsione della ricchezza mondiale, di cui si è esclusivi destinatari per diritto proprietario. È importante che ora le manifestazioni, ideologicamente definite non violente e con un fine universale, aggreghino i giovani verso una consapevolezza sociale, che sicuramente riuscirà ad azzerare l’individualismo e l’isolamento che finora il capitale ha sparso come sua invisibile coercizione comportamentale. È altrettanto importante che questi giovani possano crescere (più rapidamente che si può) acquisendo i contenuti relativi alle cause reali dello sfruttamento naturale e lavorativo – inglobato e reso invisibile nelle sue apparenze produttive normalizzate e che invece minaccia la vita di tutti – per renderli obiettivo prioritario e non solo ecologico contro cui lottare. Si può sperare che la forma internazionale che ora ha coagulato migliaia di forze giovani può forse considerarsi un’umanità che si riconosce assoggettata a un destino di distruzione contro cui si ribella, si fa classe mondiale contro il capitale, comprendendo che il possibile disgelo dei ghiacci non è una calamità naturale inevitabile, bensì dovuto all’uso predatorio e selvaggio di questa superabile “civiltà” assolutamente non “eterna”.

Tempo di lavoro e salario

24 Gen

di Carla Filosa

Forza-lavoro al tempo del salario

Il concetto di salario è stato deliberatamente rimosso attraverso la stessa rarefazione del termine. Molti giovani del III millennio non ne hanno mai sentito parlare, e ricevono, per loro semplicemente, “denaro” – ovvero una “paga” (wage) – in cambio di  lavoro, meglio “lavoretto” o “job” (posto di lavoro, incarico, compito) normalizzato, anche senza neppure un contratto, senza mansionario o orario, senza assunzione, senza neppure percepire, né sospettare di dover conoscere, quanto altro tempo di vita viene loro richiesto per ottenere quel compenso magari nemmeno pattuito, ma solo forzosamente accettato. Altri, giovani e non, sono costretti a erogare lavoro gratuito nella speranza di ottenerne uno retribuito in una prospettiva non definibile, ma ignorano di costituire, in diverse fasi, quella quota oscillante dell’“esercito di riserva” di cui Marx analizzò, già quasi due secoli fa, la necessità vitale per il sistema di capitale. Altri ancora, formalmente calcolati come occupati e per lo più stranieri, sono soggetti ai sistemi di caporalato con lavori stagionali, saltuari, intermittenti o a tempo parziale, se non proprio scomparsi dalle statistiche nel lavoro “in nero”, in base a cui la remunerazione dovuta evapora tra le mani dei mediatori e l’arbitrio padronale – insindacabile e quasi mai controllabile nella consueta elusione delle legislazioni vigenti – nel conteggio delle ore lavorate e nella quantità del denaro spettante. Il furto di lavoro, nella civiltà degli eguali su carta, riporta tutti nel passato della storia ove la disuguaglianza tra le classi era la norma e il lavoro era egualmente disprezzato nella forma svilita della schiavitù o della servitù. Se il capitale, cioè, non ha inventato lo sfruttamento lavorativo o pluslavoro, – ma solo il plusvalore poiché esso implica il valore – continua però a servirsene in quest’ultima forma, nella dicotomia salariata tra uso complementare sotterraneo a quello legalizzato e sua negazione giuridica e ideologica.

Scientificamente rispondente all’aumento della composizione organica del capitale, e risparmio di capitale variabile, la persistenza nei nostri tempi di questa realtà mondiale ha avuto la possibilità di sviluppare, ormai senza ostacoli, un assoluto comando sul lavoro nella procurata disgregazione, atomizzazione e perdita coscienziale di chi è sempre costretto a vivere nella dipendenza di datori di lavoro casuali o transitori. L’incremento della cosiddetta disoccupazione, legata anche al lavoro umano sempre più subordinato o affiancato all’uso di macchine o robot (dalla parola slava robota = lavoro pesante, o rabota = servo)  richiede, o comunque legittima, uno sforzo di chiarificazione in direzione di un’analisi relativa ai meccanismi di questo sistema. Il salario, infatti, è di questo una parte fondante e non può essere schiacciato su un presente insignificante nella sua apparente empiria, ma deve essere riconoscibile alla luce di categorie teoriche tratte dal reale. I nostri tempi sono inoltre caratterizzati da un lungo periodo di crisi irresolubile, da parte di questo sistema in fuga continua dalle proprie ineliminabili contraddizioni, il cui risultato è la combinazione sociale dell’accumulazione in recessione da un lato e la perdita progressiva dei diritti civili dall’altro. Se infatti alle contraddizioni si corre al riparo con i soliti mezzi di contrasto (espulsione di lavoro vivo, riduzione e conversione produttiva, accordi commerciali favorevoli o “bilaterali”, protezionismo (qualora permanga il formale multilateralismo), guerre per interposta persona, ecc.), alla eliminazione programmatica dei diritti collettivi concorre favorevolmente l’attuale e non proprio casuale migrazione mondiale, sulla cui apparente accidentalità e fondata importanza si dirà più avanti.

Occorre a questo proposito tornare all’analisi di Marx nel Capitale. Per necessità saranno presupposti alcuni concetti basilari al fine di articolare convenientemente quelli qui in questione, con la premessa che si inizierà con l’astrazione delle forme di questo sistema nonché con l’individuazione dei relativi contenuti specifici, e infine con la sua temporalità storica passata o presente. L’unità dialettica capitale-lavoro si coglie entro l’altra unità dialettica di produzione e circolazione, “il processo ciclico del capitale è dunque unità di produzione e circolazione, esso include ambedue”[1]. Ciò significa che la realtà che contiene in sé la dualità consta di determinazioni distinte poste, cioè non immediate, ma che si mediano l’un l’altra acquistando così il senso della vera propria funzionalità: l’una non sussiste indipendentemente dall’altra. “Il movimento mediatore scompare nel proprio risultato senza lasciar traccia”[2], ed è ciò che farà dire a Marx, rispetto alla forma del lavoro <alienato> (pur attraverso le sue mutazioni), che può continuare a sottomettere transitoriamente la potenzialità del pluslavoro universale. Per questa ragione “il capitale come posizione del pluslavoro è altresì e nello stesso momento un porre e un non porre il lavoro necessario; esso è solo in quanto questo è e nello stesso tempo non è[3]… “ L’unico valore d’uso che può formare un’antitesi e un’integrazione al denaro come capitale è il lavoro, e questo esiste nella capacità di lavoro come soggetto. Il denaro esiste come capitale soltanto in riferimento al non-capitale, alla negazione del capitale, in relazione alla quale soltanto esso è capitale. Il reale noncapitale è il lavoro stesso[4].  La circolazione, quindi,  è e non è il luogo della realizzazione del plusvalore in quanto specifica del capitale e veicolo del valore già prodotto; la si vede apparire come ultima fase nella formula D – M – D’, in cui il denaro D (o capitale monetario, ancora potenziale rispetto alla sua trasformazione in capitale) acquista merci M per rivenderle secondo un vantaggio tale per cui D’> D. “Il nostro possessore di denaro, che ancora esiste come bruco di capitalista, deve comperare le merci al loro valore, eppure alla fine del processo deve trarne più valore di quanto ve ne abbia immesso. Il suo evolversi in farfalla deve avvenire entro la sfera della circolazione e non deve avvenire entro la sfera della circolazione…. Hic Rhodus, hic salta![5]

Se D’non fosse maggiore di D si tratterebbe di “un assurdo” – affermerà Marx – in quanto non ci sarebbe ragione nella compravendita, con i rischi che comporta l’affidamento alla circolazione del denaro investito, e potrebbe al più trattarsi di un semplice baratto!  Il processo di scambio di denaro contro merce è finalizzato a realizzare quel solo D’, non più denaro perché ormai metamorfosato in capitale, quale unico fine intrinseco del processo, consistente proprio in quella che viene chiamata autovalorizzazione, o investimento produttivo. Antitetica a quest’analisi – quale esempio di famose teorie liberali postume – la considerazione di J.M. Keynes secondo cui, riprendendo dall’oscuro economista americano Harlan McCracken e dall’altrettanto oscuro capitano maggiore dei corpi ausiliari dell’aeronautica britannica Clifford Hugh Douglas, si afferma che “al contrario di Marx, vittima del plusvalore, D’- D sia a volte positivo e a volte negativo, ma in media nullo”. “Marx fece una pregnante osservazione: la tendenza degli affari è il caso D-M-D’. Ma il susseguente uso che ne fece fu altamente illogico. L’eccedenza di D’ su D è l’origine del plusvalore, per Marx e per coloro che credono nel carattere necessario dello sfruttamento per il sistema capitalistico. Mentre coloro che credono nella sua interna tendenza alla deflazione e alla sottoccupazione sostengono l’inevitabile eccedenza di D”[6]. La verità intermedia, per Keynes, è che il continuo eccesso di D’ sarebbe interrotto da periodi durante i quali, presumibilmente, D deve essere in eccesso. Keynes stesso ritiene allora che la sua eclettica argomentazione serva a una “riconciliazione” tra le due tendenze:  quella di Marx da un lato e quella di Douglas dall’altro!

Per vedere chiaro su ciò che sembra essere un mistero (“arcano” lo definirà Marx) sulla vera natura del profitto, bisogna scomporre innanzi tutto le due fasi dell’acquisto (D–M) e della vendita (M-D’), oltre a individuare le necessarie componenti di M in Pm (o materie prime e mezzi di produzione) e L (forza-lavoro). Chi possiede denaro per un investimento produttivo acquista, e quindi possiede, mezzi di produzione che potranno aumentare l’investimento iniziale mediante la loro attivazione e trasformazione da parte di una forza-lavoro, comprata sullo specifico mercato del lavoro e al pari di qualsiasi altra merce, da utilizzare nel modo più vantaggioso.  L’attenzione alla differenza qualitativa e quantitativa di Pm e L qui interessa soprattutto per il mercato ove L viene comprata, mercato costituito da soggetti liberi (nel senso sia da mezzi di produzione, sia da mezzi di sostentamento) giuridicamente e formalmente di vendere l’unica merce posseduta, la propria forza-lavoro pagabile nella forma di salario. Questa merce infatti acquista valore solo se venduta, secondo però le condizioni salariali imposte dal compratore, nella finzione dell’uguaglianza giuridica della compravendita, che prevede volontà libere e paritarie nella stipula dei contratti. L’avvenuta separazione di questa forza-lavoro dai mezzi di produzione e dalla propria sussistenza è stata determinata da processi storici qui ovviamente presupposti, dai quali il sistema di capitale non avrebbe mai potuto prescindere per la sua affermazione storica.

Il salario nasce quindi come quota predisposta, o “quantità determinata di lavoro oggettivato (morto) quindi una grandezza di valore costante” da un certo capitale (si intenda non solo come singolo, ma soprattutto come pluralità al suo interno in costante movimento di attrazione e repulsione) per remunerare una certa quantità di forza-lavoro da acquistare, alla condizione però che quest’ultima realizzi una produzione di valore eccedente quella necessaria al suo fabbisogno. Tale eccedenza, o plusvalore realizzato da lavoro erogato e non pagato, è infatti la condizione in mancanza della quale non si  accede al salario, che rappresenta quindi solo la quantità necessaria alla riproduzione della propria vita, sottratta a tutto il valore realizzato. Ciò significa che la forza-lavoro non possiede mai le condizioni oggettive per vivere, sopravvivere o conservarsi quella dignità, peraltro sempre rivendicata da tutti i lavoratori, consistente nel poter mantenere sé stessi e i propri familiari. Una volta comprata come valore di scambio, ad un prezzo così prefissato, la forza-lavoro deve poi sottostare al comando del capitale che detiene il diritto di avvalersene in quanto valore d’uso, cioè secondo una modalità variabile e a discrezione, in ragione di un costo sempre inferiore al valore e plusvalore realizzato nel processo lavorativo, che, nel capitale, coincide col processo di valorizzazione. “Al lavoro morto subentra lavoro vivente, a una grandezza statica subentra una grandezza in movimento, al posto di una costante subentra una variabile”. Ogni intervento, pertanto, sull’organizzazione del lavoro in termini di intensificazione di ritmi, condensazione delle pause, eliminazione delle porosità dei tempi lavorativi, o sull’introduzione di innovazioni tecnologiche (macchine, robot, ecc.), è volto ad allungare la giornata lavorativa – anche nella formale ma apparente riduzione dell’orario di lavoro – per aumentare la quota di pluslavoro e conseguente restrizione di quella destinata al lavoro necessario, quota che i lavoratori scambieranno con merci per il consumo. Ė per questo che Marx definirà il salario “produttivo” (di plusvalore, o valore gratuito) per il capitalista, e “improduttivo” per il lavoratore, che determina invece la fuoriuscita dalla circolazione del proprio denaro perduto nello scambio per la sussistenza. Infine, nell’aumento del costo delle merci deputate alla riproduzione della forza-lavoro, la cosiddetta inflazione, più o meno pilotata nelle varie fasi del sistema nascosto dietro decreti o leggi governative, comporta che il salario reale diminuisca ancora in capacità d’acquisto, pur mantenendo l’apparenza dello stesso valore nominale.

Il plusvalore inconsapevolmente estorto alla forza-lavoro è pertanto “l’arcano” svelato della natura di quel D’ (appropriato dal capitale), che rimarrà potenziale nella fase di produzione e realizzabile solo successivamente nel processo di circolazione (M-D’), se i mercati in cui M sarà venduta saranno ancora insaturi, permettendo così alla produzione successiva di reiterarsi con capitale aumentato per incrementare ancora altro plusvalore, e così via per tutti i cicli produttivi in avvenire. Il “valore-capitale dalla sua forma di denaro alla sua forma produttiva, o, più brevemente, trasformazione di capitale monetario in capitale produttivo[7] è solo capitale anticipato, in quanto il pagamento effettivo alla forza-lavoro viene fornito solo dopo che questa abbia operato. L’importanza di conoscere l’iter e l’obiettivo della trasformazione del denaro in capitale, nonché del passaggio dalla potenza all’atto nella realizzazione di plusvalore entro l’unità contraddittoria di produzione e circolazione, è data proprio dalla forma salario già presupposta dal lavoratore nella vendita della propria forza-lavoro (L-D) (=M-D), nella forma opposta a quella propria del capitalista che compra con denaro la forza-lavoro mercificata (D-M) (=D-L) per ottenerne capitale. Come in un qualunque scambio relativo alla circolazione semplice (M-D-M), in cui il denaro risulta essere soltanto un mediatore di merci scambiabili, il lavoratore scambierà il suo salario ottenuto dalla vendita della propria forza-lavoro (L-D) (=M-D) con un consumo finale di merci, secondo i bisogni del suo tempo storico (D-M). In altri termini il salario materiale, che in media rappresenta una determinata quantità di mezzi dati di sussistenza, si commisura con ogni aumento di plusvalore estorto dal capitale rispetto ai suoi costi, rendendo così relativo il suo potere d’acquisto. La diminuita capacità sociale di accedere alle merci necessarie allarga in tal modo la forbice con i profitti, che possono lasciare anche immutato il valore del salario reale, o addirittura aumentato, mentre quello relativo è ridotto. Il “prezzo del lavoro” vivo, immediato, si abbassa in rapporto al “prezzo del lavoro” morto, accumulato, o capitale.

La permanenza delle costanti rotazioni di capitale (D-M-D’) si basa quindi sulla utilizzazione della forza-lavoro salariata che permette una “etero-valorizzazione”. La rapina nascosta di pluslavoro,  è la causa quindi materiale, oggettiva dell’antagonismo di classe: all’aumento di D’ corrisponde una diminuzione del salario necessario, o un incremento del carico lavorativo o un’eliminazione di lavoratori dall’accesso al salario. Il plusvalore prodotto in quanto grandezza proporzionale è in rapporto alla sola quantità di capitale variabile stanziato,  esprimibile nella formula  p (plusvalore)/v (capitale variabile) = tasso di plusvalore  altrimenti definibile come tasso di sfruttamento. Infatti il capitale variabile v vale quanto la forza-lavoro acquistata, e dato che questa “determina la parte necessaria della giornata lavorativa, e il plusvalore è determinato a sua volta dalla parte eccedente della giornata lavorativa, ne segue che il plusvalore sta al capitale variabile nello stesso rapporto che il pluslavoro sta al lavoro necessario; cioè il tasso del plusvalore è: p/v = pluslavoro/lavoro necessario. I due rapporti esprimono la stessa relazione in forma differente, l’uno nella forma del lavoro oggettivato, l’altro nella forma del lavoro in movimento.”[8] Questa quantità prodotta, se poi verrà realizzata, andrà a formare il profitto proveniente da quel D’, il cui saggio è però calcolato su tutto il capitale investito, costante e variabile, e che costituisce il fine produttivo entro la continua riproduzione del sistema, di cui i capitalisti sono gli agenti mentre i lavoratori costituiscono il “non-capitale”, nella condizione di subordinazione e dipendenza. Il salario dunque, o come lo si voglia chiamare mantenendone però fermo il concetto capitalistico, è mistificazione di “giusta retribuzione”, analogamente al sostegno ideologico che, nella pacatezza ieratica di una religione collusa, veniva raccomandato come la “giusta mercede” da corrispondere ai lavoratori di un tempo. Nel suo concetto innovato e universalizzato dal capitale dunque, il salario è nella sostanza soprattutto rapporto coatto di dipendenza sociale, essendosi  trovata e riprodotta a dismisura la forza-lavoro “libera”, cioè privata di tutto o povera.

Migrazione privata

Quest’ultima condizione di privazione aumenta progressivamente, in ragione del continuo sviluppo storico e tecnologico asservito al capitale, in termini di impoverimento sociale assoluto e relativo, che oggi va  analizzato non più sul piano di geografie asimmetriche o nazional-statuali, bensì su scala mondiale e soprattutto secondo marginalità differenziate all’interno di ogni Paese. La produzione di miseria, parallela alla produzione di ricchezza privatamente appropriata, non solo non è più contenibile all’interno del fenomeno urbano mondiale denominato, da parte di Ruth Glass nel 1964, “gentrification”, ma soprattutto è deflagrata sotto gli occhi di tutti  come irrefrenabile migrazione in atto di impoveriti, sia in termini di individui sia di quasi intere popolazioni. Varie letture, o vere e proprie teorie di questo fatto, ne hanno tentato lo studio su motivazioni ed effetti, restando però all’analisi di aspetti peculiari, ancorché corretti, ma limitanti per una comprensione della complessità articolata del contesto “globalizzato” in cui queste si verificano. Per brevità di spazio se ne fa cenno solo a qualcuna a mo’ d’esempio. Quella del “migrante razionale”[9] propugna l’esistenza di “una spontanea tendenza della «mano invisibile» del mercato ad allocare le risorse in maniera ottimale, spostandole verso aree del globo dove possono essere meglio valorizzate”. In altre parole laddove i salari sono più alti si attrarrebbe forza-lavoro e si esporterebbero capitali monetari, da prestito, da investimento o speculativi, e al contrario l’esportazione di manodopera avverrebbe dai paesi a bassi salari interessati invece ad attrarre capitali. L’ottica essenzialmente individualistica di siffatto approccio non dà conto, come cause, dei fattori determinanti quali possano essere le influenze delle comunità originarie o intermedie nei processi decisionali, oppure le incertezze esistenziali dovute a molteplici ragioni (guerre, fame, spoliazioni, malattie, ecc.) cui i migranti tentano di sfuggire. La speranza di vita che anima questi trasferimenti pericolosi potrebbe esprimersi come nei versi rimati del 1593 o 1597:  “subdola… adulatrice parassita/ che fa la morte indietreggiar, la morte/ che scioglierebbe dolcemente i lacci/ dell’esistenza, senza la speranza/ falsa che ne prolunga l’agonia”.[10]  Non a caso è invece proprio sul comune materialistico istinto di sopravvivenza, da millenni trasferito nell’astrazione dei cieli di una  provvida virtù teologale, che il capitale punta per succhiare il “suo” lavoro gratuito entro la domanda di un lavoro purchessia – come il vampiro, dirà Marx – cui forse ne seguirà uno meglio retribuito, non si sa mai quale, né come né per quanto tempo. Infine, per capire quanto la poesia o il sentimento, in quanto espressioni umane, non riguardino affatto la realtà del capitale che va conosciuta per non dolersi continuamente delle sue crudeltà o indifferenze anaffettive, sempre lamentate dai lavoratori di ogni settore produttivo o meno, ancora una volta la chiarezza concettuale è fornita dalle parole di Marx: “Tu mi paghi la forza-lavoro di un giorno, mentre consumi quella di tre giorni. Questo è contro il nostro contratto e contro la legge dello scambio delle merci. Io esigo quindi una giornata lavorativa di lunghezza normale, e lo esigo senza fare appello al tuo cuore, perché in questioni di denaro non si tratta più di sentimento. Tu puoi essere un cittadino modello, forse membro della Lega per l’abolizione della crudeltà verso gli animali, per giunta puoi anche essere in odore di santità, ma la cosa che tu rappresenti di fronte a me non ha cuore che le batta in petto. Quel che sembra che vi palpiti, è il battito del mio proprio cuore[11].

Oltre a fattori di tipo soggettivo o semplicemente meccanicistico, nei flussi migratori studiati non vengono inoltre alla luce processi relativi a un passato anche recente o attuale, oppure che lascino intravvedere prospettive future. I costanti interventi imperialistici sono volti infatti a rendere funzionale, ai mercati finanziari dominanti, una produzione sempre più orientata ad integrazione delle proprie risorse, indispensabili per innovazioni per lo più tecnologiche in corso, o comunque per incrementare l’accaparramento mondiale concorrente per l’egemonia mondiale. Tali interventi sono infatti per lo più responsabili di una vera e propria “espulsione” di individui, da sistemi economici resi inadeguati o alla sussistenza materiale dei propri abitanti, o perché dilaniati da conflitti insanabili fino al conseguimento degli obiettivi imposti. Un’altra analisi sulla migrazione[12], offerta dalla Commissione Europea, sottolinea che “l’ammissione e il soggiorno nell’Unione Europea sono subordinati alla circostanza che essa (forza-lavoro) sia «occupabile». L’ingresso e il soggiorno in UE di extra-comunitari, qualificati o meno, si lega così a domande di lavoro che veicolino il diritto di risiedere, ma che siano utili anche, se non proprio richieste perché vantaggiose, a datori di lavoro autoctoni. La distinzione “legale” istituita, che separa gli aventi diritto dai “clandestini”, fornisce in tal modo una forza-lavoro particolarmente appetibile perché ricattabile – pena infatti l’espulsione forzosa – sulla necessità di accettare qualunque condizione lavorativa, per definizione vulnerabile per il bisogno di sostentamento, lo scardinamento familiare e comunitario, l’isolamento culturale, linguistico, politico, ecc. Una condizione cioè particolarmente utile per i capitali d’ogni dimensione nell’arrivo già predisposto di un esercito di riserva non più solo complementare ai lavoratori nazionali, ma assolutamente concorrenziale al proprio interno per effetto della crisi già  riversata sul lavoro. L’ostilità nei confronti degli stranieri, non solo dettata da paure ancestrali da parte dei lavoratori nazionali, ma anche politicamente pilotata perché profittevole, ha la sua spiegazione oggettiva nella violazione senza conseguenze dei contratti sia individuali sia collettivi stipulati, oltre alla sostituzione lavorativa discrezionalmente gestita, e favorita dalla procurata assenza di diritti da rivendicare. “La disponibilità di forza lavoro a basso costo rende possibile la compressione dei costi in misura tale da garantire la sopravvivenza degli attuali modelli di specializzazione produttiva”[13]. Esplicito quindi il riferimento al cosiddetto lavoro nero, riconosciuto come elemento strutturale degli assetti economici, in cui lo “sfruttamento” o pluslavoro dei lavoratori è “la montatura che incastona la gemma”[14] preziosa – o plusvalore – del capitale, tra l’eternizzata pratica del caporalato e l’apporto giuridico dell’inferiorizzazione civile congiunta all’esternalizzazione legittimata. L’obiettivo di sempre, da parte del capitale, soprattutto nelle sempre più ravvicinate fasi di crisi da sovrapproduzione, è di porre i lavoratori in concorrenza tra di loro: occupati contro disoccupati, impiegati contro operai, uomini contro donne, nazionali contro stranieri, ecc., al fine di scongiurarne l’unità di classe, sempre in agguato nel caso in cui se ne sviluppasse l’esasperazione o la coscienza, difficili se non impossibili da controllare.

La creazione di una sovrappopolazione relativa  alle necessità del ciclo produttivo del capitale è completamente visibile – se si è liberi da stereotipi “politichesi” – nel fenomeno migratorio in qualunque periodo delle varie fasi capitalistiche dei secoli precedenti, ma soprattutto in quello attuale. La crisi di accumulazione che si perpetua pone infatti la necessità spasmodica di trovare forza-lavoro disponibile al momento, o da espellere con analoga facilità senza contrasti (si ricordino, in Italia, le miserabili metafore dei “lacci e lacciuoli” rimproverati ai sindacati, o all’abolizione ultima dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori!), cui ricorrere nell’abbassamento continuo dei costi di produzione, consentito su scala planetaria da una migrazione spontaneamente coatta a implorare il proprio illimitato sfruttamento a sostituzione del diritto alla sopravvivenza. L’indifferenza della maggior parte degli stati – non solo europei – per le sofferenze e le morti di tanti reietti, grandi e piccoli, o ancora nemmeno nati, è infatti il volto coerente di un sistema in grado di “ap-prezzare” unicamente una forza-lavoro venduta (unica merce non prodotta dal capitale), laddove l’involucro umano che la produce può essere gettato nei rifiuti, data la sua innumerevole sostituibilità in un mercato di scarti più che saturo. I sentimenti umani di fraternità o solidarietà, che dettano l’aiuto al mantenimento della vita, ove possibile, non hanno infatti cittadinanza nelle leggi del capitale che ne dispongono la vanificazione, ove possibile[15]. Si consideri, per l’appunto, l’attuale e nostrano Decreto Minniti sulla sicurezza delle città, e il Decreto Minniti-Orlando sulla sicurezza internazionale e sul contrasto all’immigrazione illegale.  In nome della “sicurezza” proclamata come “diritto” di tutti, la cui necessità viene rafforzata dalle ambigue quanto reali minacce terroristiche,  viene a perdersi la priorità concettuale del rapporto economico tra chi si arricchisce e chi si impoverisce. Non deve quindi convincere la formale eguaglianza giuridica dello scambio, ma la materialità vivente ed esperita relazione storica e sociale in cui risiede l’antitesi tra salario e capitale, la conflittualità strutturale di classe, emergente solo alla coscienza scientifica. La “sicurezza” della borghesia negli ultimi trent’anni del secolo scorso è consistita nel riproporre come dominante il “comando sul lavoro”, in parte smarrito nelle conquiste sindacali degli anni ’68-’70. La stessa borghesia, rinnovata nel III millennio nei suoi agenti attuali, proclama la “sicurezza pubblica”, o polizia, legge della società civile concepita questa come il limite tra le libertà uguali e isolate dei suoi individui, tradizionalmente considerati hommes égoistes dalle filosofie liberali e così trasferiti nelle economie liberiste. La “sicurezza” dunque è la riduzione del concetto di società a conservazione della proprietà privata e di individui la cui libertà incontra il proprio limite nella libertà altrui, secondo le ben note teorizzazioni filosofiche e politiche settecentesche, agli albori del sistema di capitale. Ancora una volta la società, invece di essere il luogo di sviluppo e crescita degli uomini sociali, è contraddittoriamente rappresentazione ideale dell’armonizzazione di una convivenza fittizia, regolata da leggi che limitano le libertà individuali nell’esercizio pratico della divisione in classi, i cui materiali interessi antitetici devono essere mascherati per non inficiarne l’illusione.

Lo spazio dedicato al fenomeno migratorio sembra necessario non solo per l’attualità politica cogente variamente sviluppata sulla tematica lavorativa, ma perché gli aspetti pro o contro umanitari, buonisti o fautori del respingimento che recentemente hanno colonizzato l’opinione pubblica mediatizzata, ne sviano l’attenzione dalla necessità di leggervi un imperialismo in crisi che aumenta illimitatamente l’abuso della forza-lavoro mondiale. Il concetto di salario è pertanto la forma di classe su cui si impernia indirettamente il numero dei circa 5.000 morti nel Mediterraneo, e direttamente l’incremento dei morti sul lavoro[16] e degli infortuni, a fronte del calo dei controlli ispettivi, evidenziando che i dispositivi di sicurezza non riguardano la quota sociale dei salariati. Il rischio della vita che il salario implicitamente di fatto comporta – il numero stimato in Italia tra  le morti dichiarate e non è di circa 2 o 3 al giorno –  ed è dovuto al risparmio dei costi, alle leggi che impongono una vita lavorativa più lunga, alla mancanza di rispetto delle normative esistenti, al consumo indiscriminato della forza-lavoro oltre la resistenza individuale, ecc., ovvero nella generalità dei casi all’incremento del pluslavoro. L’esposizione ai condizionamenti ideologici di questo sistema irretisce l’autonomia della formazione culturale e coscienziale dei lavoratori, che ancora rimangono imbrigliati nelle fanfare borghesi sulla partecipazione produttiva o agli utili d’impresa sostenuta dall’imprenditoria predatoria organizzata.

Neo-corporazione

I precedenti storici si possono rintracciare nel concetto di “corporativismo” istituzionalizzato nel periodo fascista in Italia (1925), ripreso ultimamente nelle forme nuoviste della “share economy” o economia partecipativa, in cui imprenditori e operai “collaborano” in quanto egualmente produttivi alla formazione del Pil, e pertanto hanno diritto alla riduzione fiscale a favore delle aziende, identificate con lo stato-nazione. L’incorporazione materiale della forza-lavoro viene effettivamente realizzata, nel processo produttivo, all’interno della sua trasformazione in capitale fisso, quella ideologica o sindacal-politica, però, viene conquistata entro la mistificazione dello scambio. Quest’ultima è quindi l’artefice della sparizione altrimenti oggettiva e strutturale dell’antagonismo di classe, lasciando campo libero ai corifei del capitale – generalmente economisti e sociologi – non solo di gestire in piena libertà e senza ostacoli le condizioni lavorative dei salariati, ma anche di ottenerne la subordinazione e il consenso. Ulteriore conseguenza di tale sparizione sarà la via libera alla criminalizzazione di ogni forma di protesta, nelle ben note forme della riduzione a mantenimento dell’ordine pubblico contro “ogni” violenza, sempre da contrastare come unilaterale dal basso, mentre la persuasività, ormai ampiamente mediatizzata, viene sparsa attraverso l’esecrazione del dissenso solo da “percepire” come “odio” o “invidia”, ovviamente da combattere sul piano morale, spesso soccorso da quello religioso. Vanificata così, in termini di conoscenza, la necessità storica e logica del conflitto di classe unicamente fondato sull’interesse antagonistico tra profitti e salari, si sottrae così legittimazione alla lotta della parte dipendente e più debole, lasciando alla cosiddetta governabilità di chi detiene direttamente il potere attraverso lo stato, di continuare la sua lotta di classe mediante il controllo – sebbene non sempre efficiente – parlamentare (con le leggi), della magistratura (con processi e sentenze) e naturalmente nella gestione dell’esecutivo (decreti, ecc.).

La sperimentata concertazione delle “relazioni industriali” anni ’70-’80 ha realizzato l’agognata armonizzazione preventiva delle classi principali, destinatarie di capitali e salari, sul confronto continuo della tematica lavorativa, sulla necessità della flessibilità, della modifica previdenziale, della riorganizzazione del mercato del lavoro, ecc., dando l’impressione della partecipazione alle decisioni politiche nella forma triangolare tra governo, organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Questa forma sicuramente più moderna, che da anni chiamiamo ormai neocorporativismo, ha avuto il pregio di occultare la forma del cottimo, o salario a rendimento, oltre alla generalizzazione di un tempo di lavoro dilatabile a piacimento e a volte proprio non quantificabile anche in base alla tecnologia più avanzata, in cui la massa di lavoro erogato e quindi il valore prodotto non permettono più nessun calcolo per un salario tendente a scendere al di sotto del minimo. Indipendentemente dalla differenza qualitativa che separa ogni lavoro concreto dall’altro, è proprio il salario quello che il lavoratore produce per sé, cioè quel denaro destinato ad essere scambiato con mezzi di sussistenza immediati o differiti, qualora una quota di quel denaro venisse “risparmiata” per acquisti futuri o più onerosi.  L’ambiguità con cui l’inganno “partecipativo” si veicola è data dalle trovate di “azionariato popolare”, “proprietà diffusa” o addirittura “fine della proprietà”, creando confusione tra chi detiene comunque un potere decisionale e chi è interpellato solo per ammorbidire, col dialogo generoso, la rigidità preminente della proprietà occultata. L’ideologia partecipativa si estende fino a realizzare il cottimo generalizzato, in cui la riduzione salariale è assicurata attraverso una busta-paga “tagliata unicamente sul rendimento personalizzato del lavoratore o della «squadra di lavoro» di cui lui fa parte (e non proprio liberamente)”[17], per raggiungere il livello salariale precedente. Il cottimo infatti risulta ancora il più efficace aumento di pluslavoro – sempre autonomamente regolato e rifluito nella moderna organizzazione lavorativa di gruppo realizzata nell’interdipendenza dei vari componenti tesi a fornire il massimo risultato ma nelle modalità falsamente solidaristiche in vista di obiettivi “qualitativi” preventivati – adeguatosi alla forma corporativa rinnovata. Campione indiscusso di questa cottimizzazione forzata è stata l’azienda Toyota negli anni ’80 del secolo scorso, dove fu introdotto il metodo del “miglioramento continuo” (kaizen) nella incessante ricerca di miglioramenti più produttivi, laddove produttività aumentata significava sempre intensificazione lavorativa e condensazione delle pause. Sotto la direzione di Taichi Ohno la fabbrica a 6 zeri (0 stock, 0 difetti, 0 conflitti, 0 tempi morti, 0 tempo d’attesa per il cliente, 0 burocrazia) realizzava così per sé l’agognato risparmio dei costi, con il just in time e con l’autoattivazione o “automazione con un tocco di sensibilità umana”. In questa poi si voleva trasferito alla macchina il controllo automatico non come normale perfezionamento di una macchina, ma come esproprio del lavoro umano di progettazione della stessa, proponendo così la possibilità di una intelligenza artificiale autonoma. Il problema aperto di un processo produttivo che avrebbe esonerato gran parte o totalmente il lavoro salariato, sostituito da macchine “intelligenti”, poneva la prospettiva, oggi all’ordine del giorno nelle politiche sul lavoro, della “fine del lavoro” e pertanto della fase terminale del rapporto dialettico capitale-lavoro.

 Risulta chiaro che quest’ultimo tema richiederebbe ben altro spazio e valutazioni, ma averlo accennato ha lo specifico scopo di attrarre un’attenzione informata capace di critica approfondita nei confronti della pervasiva supremazia ideologica. Ancor oggi, e non si sa fino a quando, si è all’interno dell’unità dialettica capitale-lavoro, e pertanto della non autonomia onnisciente del primo, dotato solo di un enorme aumento della composizione organica per l’incorporazione del lavoro scientifico come capitale fisso al pari delle macchine dotate di autocontrollo o robot di ultima generazione. Impossibilitato a non sviluppare le forze produttive, il capitale sta sfiorando senza soluzione la sua massima contraddizione dalla quale potrebbe andare incontro alla distruzione e suo superamento come modalità produttiva: la progressiva eliminazione dei salariati, cioè il risparmio sempre inseguito del capitale variabile, tendenzialmente minimizza la quota di plusvalore estraibile, che, nella necessaria ripartizione tra capitali, renderebbe inevitabile guerre per l’egemonia assoluta, pertanto il dispotismo, o la trasformazione del sistema in modalità imprevedibili. Per ora si riesce solo a intravvedere tale tendenza, non solo nel perdurare della crisi di capitale, ma anche nelle politiche che tentano di introdurre “redditi di base”, di “cittadinanza”, di “dignità”, ecc., scorporando pertanto la disponibilità di mezzi di sussistenza dal rapporto lavorativo, sebbene se ne mantengano possibili forme di lavoro accessorio, secondo un corredo assistenzialistico o elemosiniere. Il salario rappresenta ancora la relazionalità principale della socialità da cui il reddito, così elargito, resterebbe escluso. Erogato a individui, o gruppi di essi, espropriati della loro connotazione sociale in quanto solo bisognosi, o “sfortunati”, il reddito statale proverrebbe dal gettito fiscale ancora una volta ripartito su una salarizzazione già preordinata, cui accollare anche i costi della disoccupazione familiare e sociale in genere, mentre i capitali non sottrarrebbero neanche un centesimo al loro plusvalore.

 

[1] K. Marx, Il Capitale, II, !, p 64, E.R. 1970

[2] K. Marx, Il Capitale, I,II,p. 107, E.R. 1970

[3] K. Marx, LF, Q. 4-F. 15, Firenze, La Nuova Italia, 1970.

[4] K. Marx, Urtext, B”. 17, International – Savona, 1977.

[5] K. Marx, Il Capitale, I,I, 4, p. 183, E.R. 1970

[6] Collected Writings, Mcmillan, London 1971-79. Cambidge University Press Collected works, vol. XXIX, pp81-83.

[7] K. Marx, Il Capitale, II,I,1, p.34, E.R. 1970

[8] K. Marx, Il Capitale, I,III,7, p.237, E.R. 1970

[9]  S. D’Acunto – F. Schettino, “Per qualche dollaro in più?” in: In cammino tra aspettative e diritti, a cura di S.    D’Acunto, a. De Siano, V. Nuzzo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2017.

[10] W. Shakespeare, La tragedia di Re Riccardo II, Milano, Treves 1924, p. 64.

[11] K. Marx, Il Capitale, I, 8, 1.

[12]  V. Pinto,“Migrazioni economiche e rapporti di lavoro”, ivi, p. 246.

[13] Ivi, p. 260.

[14] W.  Shakespeare, La tragedia di Re Riccardo II, Milano, Treves 1924, p. 34.

[15] L’espresso, 15.4.17: Si fa riferimento alle varie elusioni del problema della politica europea oltre ad alcuni tentativi, in questi ultimi anni, di gettare discredito sulle Ong europee (MOAS, Jugend Rettet, Stichting Bootvluctring, Medici senza Frontiere, Save the Children, Proactiva Open Arms, Sea Watch, Sea-Eye, Life Boat) per i salvataggi nel Mediterraneo. Accusate da Frontex, al fine di rafforzare il controllo delle frontiere, di collusione con mafie e scafisti per traghettare clandestini in Europa dietro compensi in denaro, a mo’ di “taxi dei migranti”,.

Avvenire: 16.4.’18. Dissequestro per decisione della Procura distrettuale di Catania il 27.3.’18 della nave spagnola Proactiva Open Arms, ormeggiata dal 18.3.’18 a Pozzallo, per il rifiuto di consegnare 218 profughi salvati a una motovedetta libica.

Huffpost, il Blog di G. Cosentino, 20.4.18: Incriminazioni fino a 5 anni di carcere e 30.000 euro di ammenda a una guida alpina di Chamonix per aver accolto un migrante (salvandogli la vita) che aveva sfidato la route alpine. per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nel passaggio in Francia sulle Alpi. Il reato è definito délit de solidarité seguito dal Disegno di Legge del ministro dell’Interno G. Collomb (autore anche dello sgombero della tendopoli di Calais) riassumibile nella formula “moins de réfugés, plus d’expulsés”, che dà concretezza all’ “humanisme réaliste” di Macron, in attesa del “Prix Nobel de gentillesse sociale” dato il suo “Bienvenus dans le Pays des Droits de l’homme”. Durante la presidenza Macron sono state respinte 85.000 richieste d’asilo su 100.000 presentate all’Office franςais de protection des réfugés et apatrides (Ofpra).

[16] Articolo 21, 30.4.2018 riporta l’aumento del 10% di morti, rispetto ai primi mesi del 2017, soprattutto nel settore edile, oltre all’aumento di infortuni. Ravvisa, nell’elusione dell’articolo 41 della Costituzione che richiede di “non recare danno a sicurezza, libertà, dignità umana”,  la necessità di introdurre il “delitto di omicidio”.

[17] Cfr. Gianfranco Pala, Propriamente Salario Sociale di Classe, Napoli, 2018, p. 77.

Tiremm’ innanz!

25 Nov

Gf. P.

Ci pare che una stronzata come molti nemici, molto onore! sia stata propalata più di un secolo fa, analogamente a menefrego, razza bianca, radici cristiane, prima gli italiani [ma di recente quest’altra sbronzata sia stata propagandata diffusamente anche dal minus habens usamerikano disturbato mentale, ladro di voti].

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Invece molto tempo prima – più di un secolo e mezzo fa – Amatore Sciesa, un patriota italiano, tappezziere, entrò in contatto con alcuni gruppi clandestini repubblicani che lottavano contro il dominio austriaco sul lombardoveneto. Nel periodo delle famose “cinque giornate” il governatore <col-chiodo-in-testa-sull’elmetto> generale Radetzky, con una politica brutalmente repressiva, non lasciava scampo ai patrioti lombardi: o condanna a morte o spionaggio e delazione per tradimento dei compagni della lotta clandestina. Anche Sciesa vi partecipò e diffuse manifesti rivoluzionari contro austriaci e spioni “austriacanti”, motivo per cui venne fermato e arrestato con l’accusa di averne affisso alcune copie. Tra le due alternative, dopo essere stato esortato a rivelare i nomi di altri rivoluzionari in cambio del rilascio, decise immediatamente per la condanna a morte: con un processo sommario Sciesa doveva essere condotto alla forca. Avrebbe risposto in dialetto milanese: Tiremm’ innanz! (Andiamo avanti!). Senonché, ironia della malasorte, il boia era morto alcuni giorni prima, perciò anziché essere impiccato venne fucilato — quanto era buono Radetzky!

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Ora sappiamo bene che il fascismo di un secolo fa non ritorna così com’era – del resto già il vichiano <ritorno storico> va inteso entro la dinamica dialettica dei <mutamenti della storia> – quando il <cameratescco> ruspista Salvini, ruspante, volgarmente sfrontato e ignorante (ché a Pontida nel 2009 cantava, si fa per dire …, “Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani. Son colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati“). Comunque anche lui dice “prima gli italiani”, scimmiottando lo yankee delirante e fuori controllo, il cui slogan primario è “America first” [dove si sottintende che Honduras, Guatemala, El Salvador ecc., non stanno in America, la cui appartenenza spetta soltanto agli Usa — per cui se un … alleato della Nato dovesse essere attaccato, c’è una clausola di <mutua cooperazione> del trattato che prevede che gli altri “paesi-dell’alleanza-atlantica” corrano in suo soccorso]. Ma ora Salvini dorma tranquillo, Radetzky non c’è più, anche il fascismo storico è passato da un secolo e a lui nessuno lo impicca e nemmeno lo fucila. Quindi può fare proprie tutte le minchiate che vuole.

Quindi è opportuno aggiungere ancora un piccolo promemoria che metta in guardia per un datato intervento che risale al riconoscimento del Kosovo una decina di anni fa (in questo <blog> e nella rivista cartacea la Contraddizione più volte rammentato). La persona in questione, tal dr. Bernard Koushner – un ex sessantottino francese – dal pcf e da <medici senza frontiere (msf)> … e senza vergogna, era entrato a far parte dalla kfor dell’onu per la gestione <civile> (… e politico\militare) del Kosovo separatista (e fascista con l’učk, ovvero esercito di liberazione, kla in inglese), era poi passato ai socialisti per finire con Sarkozy): non c’è che dire: una bella carriera!

Ma ora questa vacillante memoria deve servire a interpretare con perplessità le posizioni prese dal procuratore di Catania, della direzione distrettuale antimafia, Carmelo Zuccaro, con la fissazione per le ong: senonché non è proprio un chiodo fisso se si guarda con attenzione diversa a quanto appena rammentato sul ruolo avuto dalle ong, nel caso specifico proprio anche una del rilievo di msf. Zuccaro, infatti, almeno da tre anni indaga per dimostrare l’esistenza di legami criminali tra le organizzazioni impegnate nel soccorso in mare e i trafficanti libici, accuse finora mai tradottesi in provvedimenti; tranne la sua richiesta di archiviazione per Salvini sul caso Diciotti. Perciò, fatto salvo il diritto marittimo internazionale sull’aiuto ai naufraghi – con il quale Salvini e i morti di fame che addita come “palestrati, con Porsche, piscine, telefonini, vitto e alloggio e pieni di euro, per i quali la <pacchia è finita>” non c’entra una beneamata minchia e non ha voce in merito – non resta che augurargli non l’arresto, il carcere e la fucilazione, ma semplicemente di tira’ innanz! per godere lui di tale pacchia — così forse potrebbe imparare qualcosa

Ipocrisie di stato

15 Ott

di Carla Filosa

Il caso Cucchi ha regalato ultimamente lo spettacolo di una doppia ipocrisia istituzionale: prima nell’occultamento omertoso di un omicidio da proteggere mediante uno “spirito di corpo”, poi, dopo ben nove anni di dolore costretto a negarsi nell’uso del tempo dovuto alla lotta per la verità dell’accaduto, nella parata dello “spirito di corpo” che spalanca le sue porte a scuse formali e a millantate rigidità etiche, frettolosamente approntate per le sole “mele marce”. Non le istituzioni democratiche, ma solo se altri individueranno gli “alcuni appartenenti dello Stato… irresponsabili” – parole del comandante Giovanni Nistri (la Presse, 13.10.’18) – “l’Arma prenderà le decisioni che le competono,… ma non si tratta di una violenza dello Stato ma di alcuni appartenenti dello Stato: lo Stato non può essere chiamato come responsabile della responsabilità di qualcuno”. Il condimento all’espressione della “solidarietà e vicinanza umana” alla famiglia non poteva mancare.

Anche il premier Conte ha sostenuto l’ipocrisia nel non dover coinvolgere “l’intero corpo dei carabinieri e delle forze dell’ordine in generale, che tutti i giorni si impegnano per tutelare le nostre vite, la nostra incolumità, la nostra sicurezza”. La concezione di uno Stato paternalista, uno Stato provvidenza, o come se esistesse “la partecipazione di tutti a tutti gli affari” (G.W.F. Hegel, Enciclopedia, §542) riemerge a negare invece “la produzione della massima ineguaglianza concreta degli individui nella realtà”, laddove “la libertà è rassodata come sicurezza della proprietà” (ivi, §539), aggiungiamo privata. Già due secoli fa, quindi, era chiaro il funzionamento dello Stato moderno ancora non invaso dalla manipolazione a tappeto determinata dall’attuale tecnologia e sviluppo neocorporativo.

La diversa cultura ha però costretto Conte a incastrarsi in una contraddizione più elevata: “chi ha sbagliato dovrà pagare perché ovviamente indossava la divisa dello Stato e rappresentava lo Stato, quindi la cosa è anche più grave”. O lo Stato, materializzato in quelle divise – come in tutti i suoi funzionari – era presente in quella necessaria individualizzazione in cui solo può esistere, e quindi assume tutta la responsabilità determinata nella concretezza di questa rappresentazione – ancorché indegna – o lo Stato è un ente privo di esistenza reale e pertanto irresponsabile giuridicamente, politicamente, ecc., la cui Arma è solo un’altra astrazione, senza alcuna verità, che quindi nemmeno tutela gli individui concreti che cascano nelle sue mani. Lo schema di uno Stato responsabile solo se viene smascherato, pronto a smarcarsi dalle responsabilità da abbandonare sulla testa delle sue manovalanze, per lo più inconsapevoli della loro precaria copertura – una volta che l’omertà venga incrinata – sull’arbitrio e sulla violenza loro concessa se non inculcata, questo schema si ripete stantio e fissato come un eterno ritorno, un reiterarsi della sua finitezza senza fine, un’evidenza del suo limite ingannevole, per chi sa vedere.

Lo Stato non è solo l’arma dei carabinieri. La magistratura è uno dei poteri dello Stato, e quindi avvocati e giudici hanno avuto un ruolo diretto in questo caso quando c’è stata l’assoluzione di tutti gli indiziati. La verità di quelle foto terribili del pestaggio a morte avrebbe dovuto far sorgere se non altro il sospetto che qualcosa fosse rimasto nell’ombra. Lo Stato dei tutti non c’è stato. Al contrario, lo Stato di parte ha mostrato la sua falsità democratica come in tutti gli altri casi analoghi: Aldrovandi, Genova o scuola Diaz, tutte le stragi a partire dal dicembre del 1969 alla Banca dell’Agricoltura a Milano, alla stazione di Bologna, a Brescia, a Ustica, a Sigonella, ecc., per citare infine le ultime. Non a caso in Italia manca ancora il reato di tortura. I casi di pestaggi, umiliazioni nelle carceri, sevizie e crimini commessi da parte delle forze dell’ordine sono sempre rimasti inevasi, sempre sotterrati e isolati.

La “sicurezza” di cui si parla con sempre maggiore enfasi non riguarda chi non ha potere o proprietà da difendere, la vita che conta, la cui incolumità viene salvaguardata è solo quella di chi gestisce lo Stato e di chi se ne è appropriato circondandosi di corpi di polizia, non a caso sempre più riforniti di strumenti antisommossa. Il caso Cucchi è il primo in cui il muro omertoso si è sfaldato dall’interno. La pressione esterna è stata evidentemente troppo salda e persistente, troppo umana. È bastata una sola coscienza emersa alla conquista della propria dignità umana, all’abbandono forzato della solidificata ipocrisia di Stato, perché quest’ultimo si affannasse immediatamente a ricercarne subito un’altra, di discolpa, di chi si chiama fuori e lascia sbranare i cani.

Quest’ultima ipocrisia però è ormai sotto gli occhi di tutti nella sua inconsistente, insolubile contraddittorietà: i vertici non sono mai responsabili, alla base della piramide di chi comanda la democratica licenza di uccidere accordata simula un potere che non si ha, gratifica una magra remunerazione e la divisa apparentemente dona il potere di potersi sentire chi non si sa e non si è.

ipocrisie di stato caso cucchi

10 anni dopo Lehmann Bros.

17 Set

Un intervento su Radio onda d’Urto sui dieci anni dal fallimento controllato di Lehmann Brothers

http://www.radiondadurto.org/2018/09/15/2008-10-anni-dalla-crisi-tra-passato-e-futuro-di-una-fase-mai-finita-lintervista-a-francesco-schettino/

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Falsità e retorica dei “cento giorni”

13 Set

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Era il primo semestre del 2014 – più di cinque anni fa – quando in Italia imperversava l’imitazione arrogante che il bischero provincialotto di Rignano sull’Arno ambiva “smisuratamente”, con l’avverbio che usò lui stesso, fare del duce originale, ben oltre a quella meschina e affaristica portata avanti dal nanetto di Arkore. Oggi la retorica dei primi <cento giorni> di un governo ha trovato un nuovo vigore (si fa per dire) in un nuovo (sa fa sempre per dire) tipo di personaggi che via via balzano sul proscenio del teatrino socio-politico: andando dai friniti e bercianti stridii dei <grilli>, alle grossolane esibizioni di <tombini-di-ghisa>, <ruspe> e ruspanti rutti con presunzioni di giustezza per tutto ciò che è del <popolo sovrano>: la costituzione italiana precisa nell’art.1 che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”: appunto <limiti> indicati dall’intero contesto costituzionale, cui finora è chiesto ai politici eletti di giurare fedeltà: e non inculcati dall’ultimo <salvifico> sovranista di turno, che peraltro ne millanta la rappresentanza, pur non essendo sua propria e perdippiù di minoranza. Ma tutto ciò basta a capire perché sulla questione dei <primi-cento-giorni> è stato alzato il polverone che continua.

La limitatezza conoscitiva, che i <primi-cento-giorni> di un governo debbano segnare una tappa luminosa del problema non è solo storica, e non invece la <fine di un incubo> bollato da una irrimediabile sconfitta, come fu per Napoleone Bonaparte i, da tenere in considerazione per il significato autentico dei malintesi “cento giorni” formulati per la definitiva disfatta napoleonica: altro che giorni di trionfo! Pertanto si rammenti sempre l’insegnamento della storia: per primo la formula dei <cento giorni> la tirò fuori il prefetto di Parigi, conte di Chabrol, fedele realista dei Borboni di Francia, quando l’8 luglio 1815 nel suo discorso per la restaurazione monarchica e del crollo definitivo di Napoleone, che avvenne 20 giorni dopo la disfatta del­l’imperator d’Ajaccio a Waterloo [18 giugno 1815]; il <conte di allora>, dichiarò con quel riferimento la fine dei <cento giorni di Napoleone> — quindi a lui per concludere il suo <trionfo> con la disfatta di Waterloo sono bastati 80 giorni (cominciati appunto il 20 marzo, con il di lui ritorno, momentaneamente trionfale, dall’Elba a Parigi). All’i­nizio della sua costrizione all’Elba, in Francia sembrava che nessun Napoleone fosse mai esistito e lui si chiuse in sé. Ma deciso alla fuga dall’Elba, quando si imbarcò, in patria non lo filava ancora nessuno: la popolazione era propensa alla restaurazione del regno dei Borboni di Francia.

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