29 Ott

Dal mese corrente, gli articoli via via pubblicati sul blog verranno resi disponibili periodicamente sul sito internet della rivista in formato Word. Sono già disponibili gli interventi pubblicati tra il mese di aprile e quello di giugno del 2015. Il link diretto alla pagina è:

http://www.contraddizione.it/Contraddizioneonline.htm

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19 Apr
nella sezione “NO! x Blog” sono contenute notizie e commenti su tematiche correnti, ordinate – a partire dal 2015 – secondo lo stile proprio della rubrica del NO! del volume cartaceo; in “avvisi” verranno inserite indicazioni relative ad imminenti iniziative; la sezione “articoli” contiene note e articoli connessi alle tematiche via via trattate già pubblicati sulla rivista oppure altrove;  All’interno di “indici della rivista” è presente il collegamento all’archivio completo degli articoli della rivista dal 1987 ad oggi.

10 anni dopo Lehmann Bros.

17 Set

Un intervento su Radio onda d’Urto sui dieci anni dal fallimento controllato di Lehmann Brothers

http://www.radiondadurto.org/2018/09/15/2008-10-anni-dalla-crisi-tra-passato-e-futuro-di-una-fase-mai-finita-lintervista-a-francesco-schettino/

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Falsità e retorica dei “cento giorni”

13 Set

falsita

Era il primo semestre del 2014 – più di cinque anni fa – quando in Italia imperversava l’imitazione arrogante che il bischero provincialotto di Rignano sull’Arno ambiva “smisuratamente”, con l’avverbio che usò lui stesso, fare del duce originale, ben oltre a quella meschina e affaristica portata avanti dal nanetto di Arkore. Oggi la retorica dei primi <cento giorni> di un governo ha trovato un nuovo vigore (si fa per dire) in un nuovo (sa fa sempre per dire) tipo di personaggi che via via balzano sul proscenio del teatrino socio-politico: andando dai friniti e bercianti stridii dei <grilli>, alle grossolane esibizioni di <tombini-di-ghisa>, <ruspe> e ruspanti rutti con presunzioni di giustezza per tutto ciò che è del <popolo sovrano>: la costituzione italiana precisa nell’art.1 che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”: appunto <limiti> indicati dall’intero contesto costituzionale, cui finora è chiesto ai politici eletti di giurare fedeltà: e non inculcati dall’ultimo <salvifico> sovranista di turno, che peraltro ne millanta la rappresentanza, pur non essendo sua propria e perdippiù di minoranza. Ma tutto ciò basta a capire perché sulla questione dei <primi-cento-giorni> è stato alzato il polverone che continua.

La limitatezza conoscitiva, che i <primi-cento-giorni> di un governo debbano segnare una tappa luminosa del problema non è solo storica, e non invece la <fine di un incubo> bollato da una irrimediabile sconfitta, come fu per Napoleone Bonaparte i, da tenere in considerazione per il significato autentico dei malintesi “cento giorni” formulati per la definitiva disfatta napoleonica: altro che giorni di trionfo! Pertanto si rammenti sempre l’insegnamento della storia: per primo la formula dei <cento giorni> la tirò fuori il prefetto di Parigi, conte di Chabrol, fedele realista dei Borboni di Francia, quando l’8 luglio 1815 nel suo discorso per la restaurazione monarchica e del crollo definitivo di Napoleone, che avvenne 20 giorni dopo la disfatta del­l’imperator d’Ajaccio a Waterloo [18 giugno 1815]; il <conte di allora>, dichiarò con quel riferimento la fine dei <cento giorni di Napoleone> — quindi a lui per concludere il suo <trionfo> con la disfatta di Waterloo sono bastati 80 giorni (cominciati appunto il 20 marzo, con il di lui ritorno, momentaneamente trionfale, dall’Elba a Parigi). All’i­nizio della sua costrizione all’Elba, in Francia sembrava che nessun Napoleone fosse mai esistito e lui si chiuse in sé. Ma deciso alla fuga dall’Elba, quando si imbarcò, in patria non lo filava ancora nessuno: la popolazione era propensa alla restaurazione del regno dei Borboni di Francia.

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I nuovi “amici del popolo”

30 Ago

di Carla Filosa

“Tempi bui” aveva definito i suoi tempi – anni ’30-’40 del secolo scorso – B. Brecht. Questi nostri tempi potrebbero forse chiamarsi nebbiosi o meglio opachi, tempi in cui il potere, sostenuto da protesi tecnologiche di assoluta pervasività nelle coscienze, è riuscito a disorientarle su tutte le tipologie dei fatti sociali lasciando la scientificità solo sotto suo esclusivo uso e controllo. La comunicazione ha sostituito l’informazione e questa può continuamente essere deformata in base a convenienze economiche e politiche. La visione delle cose reali ne risulta incerta, insicura, si procede a tentoni nel più ampio spreco di empiria, deprivati di criteri razionali perché criminalizzati come “ideologia” divisiva, senza più intravedere le conseguenze di premesse determinate. I governi vengono scelti perché ancora non sono stati provati, poi si vedrà.

Il “restiamo umani” è diventato un obiettivo difficile testimoniato dalla necessità del suo appello; non si conosce il percorso per non essere ciò che già si è, intellettualmente colonizzati alla rinuncia, all’impotenza, alla rassegnazione della sconfitta o della pacificazione imposta. Il dogma dell’utile individuale continua a regolare le relazioni tra cose all’insaputa di persone rese ormai pure apparenze, la cui dignità sognata e non posseduta può essere esternalizzata da un decreto fasullo, che approda dopo che ne è stato strappato il senso legato alla lotta per l’esistenza. Quest’ultima però, non più solo naturale ma soprattutto sociale, scorre quasi normalizzata nei rivoli della xenofobia alimentata, del razzismo ritrovato, di un’ipotetica legittima difesa da legalizzare, di un’impunità da carpire, nell’anonimato di una rabbia sadica sfogata contro il diverso, ecc.

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Tirannimachia

3 Mag

delle lotte esiziali contro i padroni

contradd

Scriveva Alessandro Mazzone [cfr. Autogoverno e tirannide, la Contraddizione, no. 73 ago.1999 — si suggerisce di leggere, per una analisi dettagliata e approfondita della questione, l’articolo citato] ben 19 anni fa, in situazioni storiche e politiche molto differenti dalle attuali, che però risultano assai utili ancora oggi, quanto – molto molto sommariamente – è qui riferito: le sue erano osservazioni in <punta di penna>, assai teoriche e astratte. Era chiaro – già in quei tempi, anche perfino ai <neoliberali> – che il loro attacco a ogni “forma di socialismo” era ormai, e sostanzialmente, un attacco alla democrazia tout court. Il capitalismo transnazionale – scriveva – tende fra l’altro ad abbattere quel poco o tanto di democrazia, “risultato delle lotte dei lavoratori durante quattro generazioni”. Sì da chiedersi se nel mondo attuale sia <pensabile la democrazia> come autogoverno di una “comunità umana”; ossia di come i fini possano essere comuni <a molti, o a tutti>: si tratta insomma “dell’autogoverno di una comunità umana in quanto tale, e del suo rapporto con la natura (cioè con la non-libertà, non-società, non-storia), cosicché si debba essere <tutti, moderni o postmoderni, “individui” nel senso borghese. Si vede allora che la questione della democrazia è molto più ampia di quella delle istituzioni, e dell’esercizio e dei limiti di un potere di comando”. È questo il problema della politica!

Pertanto il dilemma “governo e autogoverno (o libertà, o comunismo) resta parziale, e non può che significare gestione razionale e libera di sfere sempre più ampie della <riproduzione sociale degli uomini nella natura>. Ora: il procedere e globalizzarsi dell’interazione, in cui tale riproduzione sociale complessiva ha luogo è il modo di produzione capitalistico”. E il problema dell’”autogoverno della comunità”, allora, diventa problema del “rapporto tra lei medesima e ciò che è ormai diventato la sua <materia> per la realizzazione di fini umani (ma non, invece, del cosiddetto singolo individuo: non si nasce singoli se non in quanto esseri biologici, e si diventa singoli nella vita sociale: tanto più se ne fa propria, attivamente, e tanto più ci si “singolarizza”” [notava Bertolt Brecht, nelle <tesi> del suo, Breviario di estetica teatrale, che le cose si fanno – “si dialoga, si discute, si sviluppa “la contraddizione” solo se si sta insieme con gli altri: poiché “la più piccola unità sociale non è l’uomo, ma due uomini“. Nella vita ci costruiamo a vicenda”]. Senonché Mazzone, seguendo Hegel, dice che “la società civile è incapace di autoregolazione, produce gli estremi della ricchezza e del pauperismo – la “plebe” – che è privata della sussistenza” e di tutto il resto. Con l’“esplorazione delle contraddizioni attuali, cioè poi effettive, del processo di riproduzione complessiva, in forma non solo di modo di produzione in generale, ma di corpi particolari di stati e sottostati capitalistici, si arriverà anche a determinare luoghi possibili di opposizione alla “tirannide“”, e di lotte esiziali. anche violente, contro i tiranni.

Secondo Mazzone, di tirannide si deve parlare, “per i seguenti vari motivi”, anche se oggi essa sembra tendenzialmente costituire un tema superato su scala mondiale:

– la produzione è sovrabbondante (ma non la domanda solvente di merci!)

– l’attuale “borghesia transnazionale” non può essere anche solo paragonata alle borghesie storiche in quanto universalizzazione relativa; essa è dominante, ma non può chiamarsi “dirigente”, poiché si tratta di criteri storici, non meramente sociologico-politici, cioè criteri di egemonia.

– la declassificazione degli stati nazionali si accompagna a uno “smantellamento della <cittadinanza>, tanto per il lato istituzionale, quanto per quello della coscienza (manipolazione)”.

– la “produzione immediata degli umani (<riproduzione, crescita, istruzione, cura ecc. sia familiare che formativa) diventa elemento della valorizzazione del capitale” (come merci, ma anche nella forma detta di <produzione immateriale>; contemporaneamente <tendono a diventare superflue masse di potenze sociali (cultura, lingua nazionale, coscienza nelle forme storicamente progressive): la valorizzazione mercantile richiede non <cittadini medi>; peraltro “oltre alla cittadinanza politica, si demolisce così pure quella socioculturale; la <plebe> in senso hegeliano viene riprodotta in massa e secondo finalità precise inerenti a questa figura di riproduzione sociale complessiva” .

– la “frammentazione della classe lavoratrice non ha luogo soltanto nella dimensione geografica e territoriale, ma anche nelle forme del neocorporativismo, con corrispondenti forme di regressione della coscienza (etnicismo, razzismo, fascismo, qualunquismo ecc.)”.

– lo “squilibrio tra cittadinanza politica <svuotata> (manipolazione delle notizie propinate alla popolazione senza contesto e nesso con i processi, come <eventi> per cui essa <è informata di tutto, e non sa nulla>; ossia, <abolizione del popolo>, sostituito dal termine indefinito <gente>, cioè in realtà <neoplebe>)” e soltanto <percezione possibile> dei fenomeni del processo complessivo, e di frammenti sconnessi dalla <parvenza scandalosa, sensazionale, emozionante ecc.); questo squilibrio è sistematicamente promosso e imposto, non solo nella comunicazione di massa, ma <nelle istituzioni della società (sindacati, partiti, associazioni), nella cultura (cinema, ecc.), nell’insegnamento (riforme funzionali alla “religione della vita quotidiana e del mercato” (Marx), nella scuola e nelle università, ecc.).

 

Questa concettualizzazione astratta tende per sua natura a estrapolare il fenomeno dal moto processuale: così come “tecnica e uso capitalistico della tecnica son due cose diverse; anche la tecnica del <dominio tirannico> può e deve essere studiata e intesa. La <tirannide del capitale globale> non può riprodurre borghesie <organiche> né nelle metropoli, né nei paesi della periferia, o in quelli in cui è stato abbattuto il <protosocialismo-reale>. Le forme del dominio – dalla manipolazione alla violenza bellica – possono perpetuare il dominio, bloccare la vita associata, forzarla alla decadenza anche prolungata”. Il cómpito, per noi, “pare essere piuttosto quello di riprodurre, all’altezza del tempo attuale, l’analisi dell’intero spettro della riproduzione sociale complessiva, e delle forme di egemonia. Dobbiamo indagare come è fatta la catena prima di poter forse individuare un’altra volta, se c’è, un qualche anello su cui far presa davvero, al di là di ogni pur giustificata denuncia e deprecazione”. La tirannia moderna può dominare, manipolare, bombardare, sterminare. Ma non può “risolvere praticamente” il problema (posto da Rousseau, diversamente risolto da Hegel e poi da Marx) divenuto nel frattempo tanto più maturo nelle cose: l’”autogoverno razionale della comunità umana”. Per questo tutto quel che è “ragione”, “dignità umana”, “cultura”, e (ovviamente) “democrazia”, è oggi sotto attacco, e si trova obiettivamente di fronte al problema stesso della tirannide e della lotta degli oppressi contro i “tiranni”, e tra di loro medesimi.

Alla somiglianza per <paronomasia>, cioè, solo formale delle parole [come in “dalle stelle alle stalle”], ora occorre passare alla faccenda più sostanziale. Dalla sapienza culturale – si è appena visto – di chi sa come affrontare astrattamente i fondamenti teorici dei problemi considerati, si è costretti a precipitare figurativamente nelle <macerie morali> in cui sguazzano i “tiranni”, soprattutto i <moderni>; dato che sono anche fuori tempo massimo, rispetto alle epoche antiche e medievali — come accade per l’imperialismo che, alla fine del xix secolo, è stato determinato oggettivamente dal modo di produzione capitalistico. dopo le epoche degli <imperi>, fino al feudalesimo e al razzismo recenti. Giacché il letame che serve come giaciglio stallatico agli attuali dominatori arbitrari, arroganti e dispotici, oltreché rozzi e ignoranti – che pretendono di figurare come l’<uomo solo al comando> (quasi mai la <donna>, se non eccezionalmente per virtù ereditarie o di pregressa appartenenza alla cosca). Si godano la loro <solitudine>! Del resto la parola “tirannia” non ha un senso preciso. Se molto genericamente indica un qualunque “abuso del potere pubblico”, il problema è capire quando si possa parlare di tirannia, e che cosa sia necessario affinché l’esplicazione dell’autorità non consista in una pratica e profonda concretizzazione dell’<autorevolezza> – con un uso regolare del potere pubblico per la comunità – ma degeneri in tirannia.

La sua determinazione in rapporto ad altre forme di governo è suscettibile di variegati giudizi in base alla coscienza dei popoli: nell’antichità, più o meno dopo il secolo vi a.c., la parola ha assunto un senso nuovo: in opposizione ai <tiranni>, i <democratici> per le loro polemiche presero di mira la tirannia, intendendola come <potere arbitrario> sia per l’origine sia per l’attuazione: in quanto sintesi del <malgoverno>: in conseguenza si proclamò la necessità della difesa dello stato contro di essa (l’ostracismo del tiranno), ma si sostennero coloro che per la libertà non esitarono a <uccidere il tiranno>. Fatti che indussero alcune signorie a consolidarsi e trasformarsi in principati, mentre al polo opposto crebbe anche il <tirannicidio>. Le moderne dittature – facendo appello al popolo, per costituirsi attraverso i plebisciti i titoli di legittimità del potere – riescono così anche a suffragare il consenso nazionale per ogni loro attività, e mostrandosi poggiati sulle masse più che le cosiddette <democrazie>. Insomma i fenomeni e le teorie accennate a proposito della tirannia assumono significato con riferimento a piccole società politiche e non agli enormi aggregati statali odierni. Oggi i problemi della legalità e della giustizia nello stato sono troppo complessi per acquistar senso nell’antitesi più morale che giuridica di <democrazia e tirannia>.

 

Ma ora si è dovuti scendere, in conclusione, fino agli abissi della cloaca attuale dove è ammucchiato tutto lo strame (di paglia mischiata a merda, per farne letame) adatto per l’oscuro giaciglio dei <nuovi> tiranni: e per individuarli non c’è che l’imbarazzo della scelta, ché tanto il mondo ne è pieno. Da grandi <presidenti> e monarchi – <ufficialmente> ritenuti estranei alla tirannia, ma invece tali nella presunta loro “grandezza”, come Donald Trump o Elisabetta ii Windsor o Benjamin Nethanyhau – a quelli riconosciuti dalla “gente-comune” al contrario come <dittatori>, grandi o piccoli, “vivi”, come Vladimir Putin, Bashar al-Assad, Kim Jong-un, Recep Tayyip Erdoğan, Robert Mugabe, Nicolas Maduro, o “morti-di-giornata”, come Saddam Hussein, Muhammar Gheddafi e, ad dishonorem per demeriti pregressi, Augusto Pinochet e i militari argentini, e uno stuolo di tantissimi altri satrapi (in più di 80 stati nel mondo e riguardanti poco meno della metà della popolazione mondiale), quasi sconosciuti ai più di cui è pure inutile elencarne i nomi, ma parimenti massacratori: come quegli <storici> da Hitler a Mussolini, ecc.

Nella meschinità italiota, il riferimento a un centinaio di anni fa basta per risalire al fascismo di Benedetto “Benito” Mussolini, ricollegandovi sia quello del bischero cialtrone di appena ieri – l’illusionista oggi mascherato da vampiro, con gli incisivi appuntiti per succhiare il sangue delle sue vittime e per nascondere sotto il mantello nero le sue malefatte, soprattutto ai suoi fans\fanatici sostenitori leccaculo – Matteo Rœnzi de’ <conti> Viendallarno, come avrebbe detto Paolo Villaggio. Con addosso il cattivo odore <zombie> di morto vivente [non per caso, ma per scaramanzia: dopo essersi dimesso da segretario del Pd – promessa fatta ripetute volte (“vado a casa e penso ai figli, ora sono libero”) ma mai mantenuta – e seguitando a restare <da solo al comando>] ha ora detto che non vuole che il <suo> partito “muoia per sempre”: ma che significa, dato che il <tiranno assassino> è lui, se non che è lui stesso che vuole resuscitare da sotto terra come uno zombie!? E già ci sta riprovando per l’ennesima volta. Pure, in chiave di reiterazione recente, ormai di uno smandibolato “morto che cammina” ancora, c’è di nuovo Silvio Berlusconi: entrambi avendo in testa le gesta del duce di allora a partire dal 1924 [con buona pace dell’ignorantissima di storia politica, la<neo-almirantiana> (“neo” poi! sic), ora pentaselluta Roberta Lombardi – cfr. il blog del 16.3.18 – i rompicoglioni dei parafascisti]; e, per buona ventura, a passata s\memoria del primo <simil\ducetto> in preparazione della ii repubblica, Benedetto “Bettino” Craxi. Perciò, in questa miseria mentale e politica è sembrato superfluo riferirsi alla datata matrice pre\post-moderna di tutto ciò, ossia all’epoca di fatto <tirannica>, in quanto decadente e corrotta, di Napoleone iii Bonaparte [per un’illustrazione appena sufficiente cfr. il blog del 14.4.18 – attenti ai pagliacci!].

Dunque, in sintesi, tornando alle sconcezze attuali, i cosiddetti <innovatori> – il “movimento delle stelle” (ex m5s) e la “lega con salvini” (ex lega nord\padania) – fanno a gara a ripetere entrambi, pur con storie diverse, che non ci sono più differenze <tra-destra-e-sinistra>, tanto da far impallidire, non avendola loro neppure capita: se avessero invece almeno guardato in tv le mani e lo sguardo sconvolto di Antonio Albanese! E in fondo tra fascismo e antifascismo (si è visto, come sempre più spesso negli ultimi anni, per la ricorrenza del 25 aprile sulla resistenza), posti sullo sesso piano; come, in una totale indifferente equivalenza, tra fascismo e comunismo (per non parlare del “marxismo”: ma che è?!?). Incuranti dei risultati delle elezioni politiche nazionali del 2018, l’<ammucchiata-nera> detta del centrodestra, in quanto tale se <globalmente> è arrivata di poco avanti al <movimento delle stelle>, quanto ai singoli partiti – norma che ancora conta per la costituzione vigente, nonostante il fallito tentativo renziano di affossarla – (lega e fi) sono decisamente terzo e quarto, lasciando, dopo il primo ovviamente al <m-s>, addirittura il secondo posto al miseramente naufragato <pd> a cui il “<tiranno>-solo-al-comando” Rœnzi ha fatto perdere alcuni milioni di voti: altro che il vantato 40,8% alle elezioni europee!, che nonostante le chiacchiere del bischero (dato che il <denominatore italiano> per quelle europee era molto inferiore alla precedente ultima votazione nazionale, addirittura di Veltroni, che ne faceva innalzare smisuratamente la percentuale con cui Rœnzi illudeva i gonzi). Quindi, anche le attuali rivendicazioni con cui la destra (da Berlusconi bruciato in volata da Salvini, e certamente da Salvini stesso, oltre alle <forsennate berluschine> Gelmini, Bernini, l’invasata “ruby-mubarakiana” Casellati) chiede <per Salvini> la guida del governo con le scusante frottola di essere arrivati primi, non sta né in cielo né soprattutto in terra. Ma per quale motivo questo semplice dato di fatto non glielo dice esplicitamente nessuno? Si tengano il terzo e quarto posto come partiti e la smettano di rompere; ringrazino la proterva arroganza di Matteo i e la stupida ingenuità delle <stelle-di-giggimo>, con il ritornello che <uno-vale-uno>, perché per diverse irragionevoli pretese entrambi non sanno quello che fanno.

Sulle Filiere — alcuni appunti

20 Apr

In tali condizioni, proprio demistificando postfordismo e dintorni (ovverosia, deindustrializzazione, fine del proletariato e amenità varie), la comprensione corretta delle forme, e soprattutto delle cause, del processo di ristrutturazione della produzione mondiale, fornisce ulteriori elementi per analizzare le <catene transnazionali> (“filiere” ecc.) in tutte le accezioni indicate. Si va dal significato più ristretto (quello relativo a un solo particolarissimo prodotto, come è stato esemplificato con la cosiddetta <filiera dello yogurt>, che tale non è, essendo soltanto un <ciclo di produzione>), sù sù attraverso interi comparti produttivi in cui, invero, andrebbe preso in considerazione il peso relativo dell’effettivo contributo – in misura via via preponderante – di altri settori industriali all’attività di cui si vuole ricostruire la “filiera” propriamente detta. Dal punto di vista formale tali misure sono date dai cosiddetti coefficienti di attivazione: nel caso economico questi si basano sull’analisi detta delle “interdipendenze strutturali”, nota anche come input-output analysis, {<entrata→usci­ta>} con cui si rilevano le relazioni di scambio intercorrenti tra i diversi settori per comprare gli “elementi diretti” che servono al settore industriale oggetto dell’analisi per effettuare la sua produzione (come quanto acciaio, quanta gomma, quanto vetro, quanta tela, ecc, e di che tipo, occorrano per fare una determinata automobile; o quanta farina ecc. occorra per fare il pane ma non quanti mattoni e calce per fare il forno, che pur serve; ma questi ultimi non entrano negli acquisti <diretti> del fornaio perché riguardano un’impresa edile, come si dirà tra poco; l’insieme dei <coefficienti diretti>, una sorta di “ricetta” per produrre un determinato oggetto, ha un significato economico che va però rovesciato rispetto a quello degli elementi che rappresentano i <coefficienti di fabbisogno totale>, detti appunto <coefficienti di attivazione>, appunto, che definiscono <correttamente> la categoria di “filiera”.

Senza entrare qui in dettagli <formali algebrici> [non è questo il luogo adatto a esporre in forma compiuta la teoria, che richiede conoscenze di base e sarebbe lunga perché esaustiva — anche troppo, giacché i dati delle quantità di elementi occorrenti <indirettamente> sono moltissimi, pure se fossero in misura minima o irrilevante], l’algoritmo per questo calcolo – con cui si rappresenta di quanto debba aumentare la produzione del <settore fornitore> dell’elemento indiretto per fornire quanto necessita alla produzione dell’industria in esame (nel caso precedente quanti mattoni e calce servono … per fare una pagnotta) – comporta il fare una operazione che consiste nel calcolare, pertanto, la <matrice inversa> {si dice così} degli <elementi diretti di input→output> ossia, si parte dal risultato atteso per risalire, <all’inverso>, al fabbisogno complessivo, diretto + indiretto, degli elementi che fanno ottenere quel risultato atteso. Nella pratica, pertanto, coloro i quali vogliono stimare che, come e quanto si possa ascrivere a una <filiera> propriamente detta, per evitare che l’esaustività teorica sia <anche troppo> ingombrante, e quindi ingestibile e inutile anche in pratica, ci si limita a considerare empiricamente soltanto come imprese da includere nella filiera quelle che rientrano nell’interrelazione di scambio – da un apporto minimo in su (spesso di fissa un 5%) – con l’impresa in esame per “attivarla”. Analogamente si può introdurre la connessione indiretta con il lavoro, per risalire a quanto lavoro venga “attivato” dall’industria in esame per l’effetto <filiera> (oltre al fornaio, … quali e quanti altri lavoratori: edili, metalmeccanici, elettricisti ecc, sono mobilitati?) [per vedere un generico accenno a ciò, qui cfr. 011]. In un senso molto più ampio (poco o per niente seguito dalla tassonomia borghese), questi concetti servono in concreto a molte altre analisi, fino alle strutture decisionali strategiche dei grandi gruppi del capitale monopolistico finanziario (holding), articolate in tutte le loro funzioni, anche <improduttive> di pluvalore (assicurazione, credito, commercio, marketing, ecc.). Il proletariato è là, in tutte codeste articolazioni, nel mondo intero, anche negli stati dominanti; ma incuranti di ciò è anche “asinistra” quanti possano dire pentiti e falsi puristi, fanatici <operailatri>, comunque contrari a qualsiasi altro lavoratore che non sia <produttivo> (anche quando tale quesito è fuori luogo). Dunque, è nel senso generale descritto che il principio di qualità totale si espande e trapassa in quello di quantità totale: tanto è vero ciò, che ormai l’estensione delle nuove forme di <organizzazione del lavoro> è fatta a sola imitazione ed emulazione di quanto avviene nei luoghi tecnologicamente più avanzati. Qualsiasi posto di lavoro, fabbrica o ufficio (proprio come nel taylorismo classico), va ugualmente bene per applicare codesta forma di relazioni sociali, senza che occorra immediatamente una ristrutturazione tecnologica. La cosiddetta qualità totale diventa così surrettiziamente quantità totale per il plusvalore del capitale. Questo è il contesto storico sociale, nella fase di crisi economica dell’accumulazione di capitale su scala mondiale, nel quale è perciò possibile indicare come la base materiale dell’attuale trasformazione sociale possa trovare la sua collocazione ideale nel processo di ristrutturazione di lavoro e macchine.

Sugli algoritmi

28 Mar

Un algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi elementari in un tempo ragionevole [dal nome del matematico persiano al-Khuwarizmi vissuto nel ix secolo dell’era mderna, considerato uno dei primi autori ad aver studiato questo concetto nel libro Regole di ripristino e riduzione. L’algoritmo è un concetto matematico fondamentale – ripreso con vigore con l’informatica in cui il termine “algoritmo” ha iniziato a diffondersi – alla base della nozione <teorica> formale del calcolo: un problema si considera <calcolabile> quando è risolvibile mediante un “algoritmo”, che pertanto diviene un concetto cardine della fase di programmazione dello sviluppo di un programma elettronico [software] reso come problema da <automatizzare>. La programmazione dunque costituisce essenzialmente la <traduzione o codifica di un algoritmo per tale problema in programma>, che possa essere quindi effettivamente eseguito da un calcolatore rappresentandone la logica di elaborazione.

La cosiddetta “macchina di Turing” (1936-39) è una rappresentazione essenziale del funzionamento di un generico computer <astratto>: per tale motivo basilare potrebbe sembrare una questione semplice [diceva Brecht, nel 1933, del comunismo che “è ragionevole, chiunque lo capisce. è facile, lo puoi intendere, va bene per te, informatene; gli idioti lo chiamano idiota, ma è contro l’idiozia. Non è follia ma invece fine della follia. È la semplicità che è difficile a farsi”]. Se perfino il <comunismo> è da Brecht stesso considerato “semplice” da capire, ma talmente “difficile” da fare – e si sa quanto sia vera tanto l’affermazione di simile possibile conoscenza, “coscienza”, quanto la constatazione della sua realizzazione di là da venire – si pensi che cosa possa voler dire trovarsi di fronte alla definizione scientifica di algoritmo per la duplice illusoria <semplicità> della escogitazione di Turing al cospetto della sua enorme <difficoltà> a comprenderla e renderla logicamente <funzionante>. Quindi nonostante che una definizione del <concetto di algoritmo> sia formale e non tecnica, pur con una profondissima conoscenza di una matematica complicata come quella di Turing, e molto avanzata (anche senza dover essere geniali come lui), nessun matematico è riuscito finora a darne un dimostrazione compiuta {figurarsi se l’abuso fattone da gentuccia come Renzi o Grillo e tanti altri pseudo <esperti> che ci si sciacquano la bocca senza capirne una beneamata minchia, e perfino i Casaleggio, padre e figlio, che sugli <algoritmi> intesi però come “marchingegni” hanno fondato le loro mosse, il primo oniricamente e il secondo, senza immaginazione, sbagliandone pure l’uso per l’impiego tentato, … in omaggio a Rousseau messo su una <piattaforma> come su un altare (mentre Grillo portava i fiori alla statua dell’illuminista ginevrino)}.

Pertanto noi con i poveri mortali dobbiamo necessariamente contentarci di una formulazione intuitiva di <algoritmo> enciclopedicamente definita come: “una sequenza ordinata e finita di passi (operazioni o istruzioni) elementari che conduce a un ben determinato risultato in un tempo finito”. Soltanto; tutto qui!? Occorre perciò lasciare al computer astratto della macchina di Turing la formale semplicità … “facilmente” descritta in termini matematici. La macchina di Von Neumann, che è il modello sottostante a tutti i <computer> attuali, è equivalente, in termini di potere di calcolo, alla macchina pensata da Turing. In altre parole, è stato dimostrato che un certo problema può essere risolto da un <computer> (opportunamente programmato) se e solo se esso può essere risolto logicamente anche da una macchina di Turing. Dalla precedente definizione di algoritmo si evincono alcune proprietà necessarie, senza le quali un algoritmo non può essere definito tale:

– i passi costituenti devono essere “elementari”, ovvero non ulteriormente scomponibili;

– i passi costituenti devono essere interpretabili in modo diretto e univoco (senza ambiguità) dall’esecutore, sia esso umano o artificiale;

– l’algoritmo deve essere composto da un numero “finito” di passi e richiedere una quantità finita di dati in ingresso;

– l’esecuzione deve avere <termine> dopo un tempo “finito”;

– l’esecuzione deve portare a un <risultato> univoco, effettivo.

Così, con un esempio da enciclopedia, “rompere le uova” può essere considerato legittimamente un passo elementare di un “algoritmo per la cucina” (ricetta), ma invece non potrebbe esserlo anche “aggiungere sale <quanto basta>” dato che l’espressione <quanto basta> è ambigua, e non indica con precisione quali passaggi servano per determinare la quantità necessaria [come le promesse <algoritmiche> di Renzi, la cui precisione sta nella casa del diavolo]. Così pure un passo come “preparare un pentolino di crema pasticcera” non può considerarsi legittimo perché ulteriormente scomponibile in sotto-operazioni (accendere il fuoco, regolare la fiamma, mettere il pentolino sul fornello, ecc.) e anche perché contenente ambiguità (non specifica quanto grande deve essere il pentolino, quanto deve essere riempito di crema e così via) [si pensi al cosiddetto job act, alle sue <illegittimità> logiche, alle <sotto-operazioni> (decreti di attuazione) necessarie, oltre alle <ambiguità> volute (come la specificazione delle quantità e delle caratteristiche dei dati, sulla occupazione occultando le diversità assolute tra tempo determinato e indeterminato)]. Al contrario, “continuare a mescolare a fuoco vivo fino a quando il composto non assume colore bruno” è un’istruzione accettabile di tipo iterativo, che comporta un numero finito di operazioni (le rimestate) sebbene tale numero non sia conoscibile a priori, perché dipendente da ciò che è chiamato input (il grado di umidità della farina nel composto, il vigore della fiamma, ecc.). All’istruzione non elementare di preparazione della crema potrebbe, però, essere associato a un opportuno rimando a un’altra sezione del ricettario, che fornisca un <sotto-algoritmo> apposito per questa specifica operazione. Questo suggerisce che, per comodità di realizzazione, gli algoritmi possano essere modulari, ovvero orientati a risolvere anche specifici sotto-problemi (o sotto-operazioni), e gerarchicamente organizzati. Inoltre, una ricetta che preveda la cottura a microonde non può essere preparata da un esecutore sprovvisto dell’apposito elettrodomestico; questo rimanda al problema della realizzabilità degli algoritmi, ovvero della loro compatibilità con le risorse materiali e temporali a disposizione. Infine, possono darsi <più algoritmi validi> per risolvere uno stesso problema, ma ognuno con un diverso grado di efficienza. Il caso culinario, in forma ancora più alla portata di tutti, può essere usato popolarmente come pseudo spiegazione di un <algoritmo elementare>, didatticamente istruttivo. Se prendete 500 gr. di farina, 50 gr. di zucchero, 50 gr. di burro, 3 uova, 1 bicchiere di vino bianco secco, un pizzico (?) di sale e un pizzico di vaniglia, 15 gr. di lievito, 50 gr. di miele, 50 gr. di zucchero a velo e mezzo litro olio, avete la <ricetta> per le cosiddette frappe o “bugìe di carnevale”, ma se buttate tutti gli ingredienti nell’olio bollente, certamente non farete le frappe ma otterrete una sbroscia immangiabile e vomitosa, anche se quegli ingredienti presi uno a uno siano stati i migliori. E se la “prova della torta” è nel mangiarla, secondo il proverbio inglese amato da Engels, una tal prova sarebbe qui fallimentare: prima di mangiarla, qualsiasi torta bisogna saperla fare, conoscere beni i <passi costituenti> in maniera  chiara e inequivocabile affinché un algoritmo possa essere definito tale; o almeno conoscere qualcuno che la sappia fare. Gli ingredienti messi alla rinfusa non fanno mai la torta: occorre saperli elaborare, e amalgamare l’un l’altro a “regola d’arte”. Solo un lavoro “ben fatto”, come dicono i marinai, può dirsi un lavoro. La somma delle parti non coincide mai con la loro totalità, se ora dalla metafora gastronomica si vuol passare alla <cucina hegeliana>. Un programma politico non è ben fatto – non è proprio un programma – se si limita a elencare obiettivi, anche singolarmente giusti. Senza al contempo indicare come amalgamarli, realmente e praticamente, per trasmutarli in qualcosa di coeso e coerente, capace di tenuta da tutti i suoi versanti, e per giunta credibile e appetibile per le masse chiamate a lottare per quegli obiettivi, in tal caso sì si sfornano bugìe, menzogne nel senso originale del termine, e non programmi. E affinché una siffatta totalità sia coerente, e non risulti ora bella e impossibile come un’utopia insensata, ora eclettica e sincretica come vuole la praticaccia bell’e pronta senza principî, si richiede un rigore di analisi capace di fondare la lotta di classe, come sostiene Engels, concludendo la Questione delle abitazioni, occorre una “corretta e completa conoscenza del modo di produzione capitalistico in tutti i suoi aspetti”.

L’algoritmo viene generalmente descritto come “procedimento di risoluzione di un problema”. In questo contesto, i “problemi” che si considerano sono quasi sempre caratterizzati da dati di ingresso (gli <input>) variabili, su cui l’algoritmo stesso opererà per giungere fino alla soluzione. A es., il calcolo del massimo comune divisore fra due numeri è un esempio di “problema”, e i suoi dati di ingresso, variabili di volta in volta, sono i due numeri in questione. Se per ottenere un certo risultato (risolvere un certo problema) esiste un procedimento infallibile, che può essere descritto in modo non ambiguo fino ai dettagli, e conduce sempre all’obiettivo desiderato in un tempo finito, allora esistono le condizioni per affidare questo compito a un <computer>, semplicemente introducendo l’algoritmo in questione in un programma scritto in un opportuno linguaggio comprensibile alla macchina. Nella fase di programmazione l’algoritmo così scritto verrà tradotto in linguaggio di programmazione a opera di un programmatore sotto forma di codice sorgente dando vita al programma che sarà eseguito dal calcolatore, eventualmente dopo un’ulteriore traduzione in linguaggio macchina. Lo studio di un algoritmo viene suddiviso in due fasi:

– sintesi (o progetto): dato un problema, costruire un algoritmo per risolvere il problema;

– analisi: dato un algoritmo e un problema, dimostrare che l’algoritmo risolve correttamente il problema e valutare la quantità di risorse usate dall’algoritmo complessivo.

Un’ampia porzione della teoria degli algoritmi è lo studio della complessità, computazionale e spaziale. Si vuole sapere, al crescere della complessità del problema, in che modo cresce il tempo necessario a eseguire l’algoritmo e lo spazio di memoria occupato in un calcolatore.

Mente umana b. Demenza artificiale = 2 – 0

21 Mar

monete

Un paio di brevi note: si legge su un quotidiano di oggi 20 marzo 2018 che “un algoritmo” ha deciso alcune cose da fare: tempo fa si era conferita un’anodina <personalità> ai “mercati”, come se fossero essi a poter stabilire che cosa andava fatto. Ma i cosiddetti <mercati> erano comunque concretamente esistenti, pur senza alcuna particolare loro autonomia decisionale: ma faceva comodo ai padroni farlo “credere” ai babbei. Ora nel sistema della <rete mondiale>, con la falsa astrazione dominante – pur essendo altrettanto concreta, ma non tangibile, in una formula matematica come quelle studiate dal grande scienziato arabo del ix secolo. al-Khuwarizmi – quella astrazione può diventare di fatto ancor più evanescente e adeguata al suo aspetto.

 

  1. La più rilevante nota da fare è quella relativa al crollo dell’indecente giovane miliardario ebreo Usa, Mark Zuckerberg, la cui <invenzione> del sito “facebook” gli è costata in poche ore nella mattinata odierna qualche decina di miliardi di dollari (un crollo del 7% della quotazione del suo titolo in borsa): e a lui personalmente 5\6 mrd $. Era ora: meglio tardi che mai! C’è da sperare che i suoi farfalleggianti <fans> svendano presto tutti quei titoli provocandone il giusto fallimento. Chissà se costoro riescano adesso a capire a quale uso servivano le loro schede e i loro profili e dati — 50 milioni di profili di utenti fatti girare abusivamente tra gli elettori Usa, altri milioni in Gran Bretagna e moltissimi altri in oriente accompagnati da provocazioni gestite da Cambridge analytica, una società di ricerche di mercato e pubblicità, mascherate da analisi psicologiche a fini scientifici, che dice di poter danneggiare esponenti politici incastrandoli in situazioni compromettenti con mazzette e prostitute ucraine, assunte allo scopo di incastrarli. Ovviamente tutto era fatto secondo le leggi e perfettamente in regola con le norme stabilite: soltanto che le <norme di facebook> sono state stabilite dallo stesso … Zuckerberg!

Profili degli utenti, schede e informazioni date in pasto a milioni di estranei dagli spioni & co. al servizio di Zuckerberg: le società conoscevano l’utilizzo illecito dei dati, senza però avvisare gli utenti della violazione. Tali informazioni erano state commissionate e raccolte in Usa tramite Cambridge analytica da Steve Bannon – il fasci-razzista [con il cappuccio del kukluxklan ficcato in testa] – vicepresidente della stessa Cambridge analytica; nello stesso periodo Bannon era capo della propaganda e consulente di Trump, per gestire la sua campagna elettorale e sputtanare i suoi avversari politici (Hilary Rodham Clinton per prima). Un amico di Bannon, finanziere miliardario dell’ultradestra fascista repubblicana, tale Robert Mercer, presidente di Cambridge analytica, completò il lavoro per Trump con Zuckerberg. Analogo ruolo fu svolto da <facebook> con <Cambridge analytica> a favore dei sostenitori della “Brexit” che avevano truccato il referendum; e chissà quanti altri fasci-razzisti in Europa e altrove nel mondo (dalla Nigeria al Kenya, dalla Repubblica Ceca all’India, all’Argentina) sono stati così sostenuti da <facebook> alla totale insaputa degli utenti di quest’ultima vera e propria gang.

Se si guarda una foto di Zuckerberg si può disprezzare l’inesistente espressione della sua<faccia-di-tolla> e della sua <testa-di-cu\oio,oio,ohio!>, che lombrosianamente può denotarne alcune caratteristiche inquietanti. Piuttosto che la figurina della mano con il pollice volto verso l’alto in segno di approvazione sarebbe più consona la mano con il dito medio alzato!

 

  1. La seconda è più incidentale (testualmente) e riguarda l’incidente stradale con una donna che stava spingendo una bicicletta carica di fagotti, che è stata investita e uccisa (in Usa). Il fatto non è ancora usuale, giacché è inerente a procedure elettroniche [… folgoranti!] della supposta <“intelligenza” artificiale>: che sembra però piuttosto essere una “demenza”. In effetti riguarda un’automobile di Uber, con guida autonoma senza autista (che era presente ma non guidava e stava solo per controllare l’esperimento: fallito! Uber ha comunque sospeso i <test>). Ma si è premunito con il verbale preliminare della polizia che ha scritto che la donna era probabilmente una stracciona senzatetto … ma è sbucata all’improvviso come un lampo (eh, la madonna! manco fosse la primatista del record dell’ora), fuori delle strisce pedonali per l’attraversamento (ah beh! allora …) e poi poi, era pur una stracciona: è mancato solo che fosse negra. Quindi che ti frega! Senonché a parte tutte queste scuse riprovevoli rimane il fatto fondamentale che la <demenza artificiale> deve fare ancora una strada lunghissima, che forse verosimilmente non finisce mai, giacché la <mente umana> è irraggiungibile, perché comunque dietro a ogni calcolo, a ogni algoritmo, ci deve essere sempre un umano che ragiona e progetta.

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Rompicoglioni Parafascisti

20 Mar

altan1 0. Senza parlare dei sovran\nazi\fascisti Salvini e Meloni e, per giunta, dei loro camerati Casapound e Forzanuova; ci era già bastato e avanzato Berlusconi, logorato nel suo personale ventennio, fino all’ormai rincoglionimento, attraversato da perdita di ricordi e biascichio di parole, compensati da cagnolini, coniglietti e animali vari, tanto che adesso neanche i comici riescono più a trovare nuovi spunti per le loro satire); in altra direzione, va però aggiunto il <convertito> “pierino” Di Maio – che bacia la reliquia di san Gennaro – e smaneggia, guastandola come ha detto don Pizzarro\CorradoGuzzanti, la macchina assai delicata inventata per “fare il miracolo” di sciogliere il sangue di Gennaro. Prodezza che fa bene il paio con il vangelo e il rosario di Salvini, quello che nove anni fa stonava il coretto razzista “senti che puzza, scappano anche i cani: sono arrivati i napoletani”: rosario fatto da una <donna di strada>, datogli da un prete, e con tanta <sincera> fede nella chiesa, il <ruspista di ghisa>, con l’altra mano (… non si sa come faccia ad avere due mani di “destra”) sper\giura di rispettare e applicare tutti i principi della costituzione. Ma non aveva votato al referendum per il cambiamento di essa? Non si tema, poiché ce n’è per molti, quasi tutti postisi nella scia della classe borghese dominante: se c’è un <reggente> (Maurizio Martina – detto “findus“) vuol dire che nel devastato Pd, ormai da anni, c’era anche un <rege>: re Matteo i (re travicello), granduca di Rignano sull’Arno, che detiene le chiavi del congelatore; a dispetto della sua autorottamazione alla Tafazi, ha sbandierato ancora che “non molla”. L’altro attore del Pd è un tal Matteo Orfini (che punta a essere il ii; ma su questa numerazione c’è una disputa con Matteo Salvini che ne rivendica il ruolo), il quale Orfini quindi può essere al <minimo> ii e ½, in quanto chiamato come <autoreggente> … con tanto di balza siliconata a presiedere per tenere sù le peggiori nefandezze di quel partito (… e siccome “Matteo” sembra essere un nome di moda, nel Pd si affollano Richetti, Ricci, c’è pure un Cardini di Spoleto, e chissà quanti altri). Ma si torni al “carroccio del leghista” vincitore che è il più legittimato al titolo di Matteo ii; sull’altro <carrettino dei vincitori> non c’è nessun “Matteo” ma si trova “giggino\pierino” Di Maio che, a parte la grammatica, non conosce (come molti suoi che <vedono le stelle>) nemmeno la <storia e la politica come scienze>.

 

  1. Si pensi a anzitutto a Roberta Lombardi che <<sa>> {ovvero non sa una beneamata minchia} che <il fascismo, come “regime” dittatoriale violento criminale assassino si è affermato solo dopo il 1925>: e prima che era? ammazzavano con un lurido “menefrego” politici e sindacalisti comunisti, e perfino liberali, operai, braccianti, ecc.: lo facevano forse per gioco come una goliardata? Roberta Lombardi, al suo esordio pseudo\politico di gennaio 2013, nel suo blog personale rivalutava [tutte parole sue autentiche!!] “il fascismo <buono> e l’ideologia di Mussolini <prima che degenerassero>” [sic!! – alla faccia del caciocavallo e del bicarbonato di sodio, diceva Totò]. Oggi [riferito a Casapound & giovani camerati] sempre rispetto a quello da costei definito <fascismo buono e ideologia di Mussolini> “ha conservato solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola; ma aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia” [ma l’istituto nazionale per la previdenza sociale (inps) era della fine del xix secolo, quando Mussolini aveva 15 anni, e a quell’ente solo mezzo secolo dopo il duce ci appiccicò il merdoso aggettivo <fascista>, tanto per appropriarsi di un’altra cosa non sua] {estiqaatasi, coniò in séguito genericamente questa esclamazione il <grande capo Greg>}; voleva “l’abolizione dei sindacati, che hanno esaurito una missione nel momento in cui si sono trasformati in <grumi> di potere che mercanteggiano soldi, cariche, proprietà con quelli che dovrebbero essere i loro interlocutori dall’altra parte della barricata ma che sono diventati i loro complici di inciuci alle spalle dei lavoratori”. Dopo tanto zelo <<almirantiano>> (come ha dichiarato lei stessa in una intervista, a proposito delle metifiche propensioni politiche respirate in famiglia e da lei condivise appieno) oggi la candidatura della parafascista a presidente della regione Lazio è stata presentata dal <mov\delle\stelle> gettando al macero l’antifascismo di lotta e costituzionale.

Allora è bene non scordare neppure per un attimo – in un utile promemoria per le vicende ora in corso – con che feccia di parafascista si ha oggi a che fare. Il suo nel Lazio è stato un … <grande successo> della serie “folcloristica, razzista e sprangaiola” che non deve essere piaciuto neppure a molti dei suoi <compari-delle-stelle> [ex m5s], se in questa regione è riuscita a perdere non solo di fronte al candidato Pd ma è arrivata terza\su\quattro dopo anche Parisi, candidato di Forza Italia (in quella che è stata pure una disfatta nazionale di essa), il quale era stato già sconfitto a Milano – dall’incriminato Sala, per l’Expo – e quindi con … perfetta conoscenza del territorio catapultato a Roma. Qui Lombardi ha fatto il miracoloso capolavoro, più unico che raro, di far sì che Nicola Zingaretti fosse l’unico in tutta Italia a portare <a vincere il Pd>: il più disastrato di tutti i partiti, come detto, anziché seguire il trionfo – nel centro-sud, meno che nel Lazio, a parte il parallelo successo, nel nord, di Matteo Salvini anti\Berlusconi – del suo <movimento-delle-stelle>. Lombardi non si può nemmeno lontanamente confrontare con il fascista\frondista Bottai, e con i neo <repubblichini di Salò> che a quel capo della fronda fascista si riferivano ma che, dopo la ii guerra mondiale fecero i conti con una realtà completamente mutata (in piccolissima parte Bottai stesso) — come fu per diversi soggetti di seconda e terza generazione di fronte alle <lotte antifasciste> di liberazione (come il teatrante Dario Fo, molto molto meno per l’attore Giorgio Albertazzi) o considerando la profonda <critica radicale> e soprattutto logico-scientifica (come è stata per il grande matematico di fama mondiale ignorato in Italia, Bruno de Finetti); ma non come nel 1936 l’imperialista\razzista-per-la-conquista-dell’Etiopia Amintore Fanfani, il quale, come tanti altri suoi amici-camerati, si nascose nel dopoguerra, e ci rimase fino alla morte, tra le file democristiane. Tanto meno, per restare nella tematica tanto cara a Roberta Lombardi, basta riferirsi al già richiamato Giorgio Almirante, detto “fucilatore degli italiani”, proprio per l’indefessa attività del suo fanatismo fascista: e questo è il certificato genealogico con cui Lombardi si è schierata, ed è sta prescelta, dal <capo-comico del m5s>.

Questo tuffo nel passato 2013 di Lombardi evoca un preciso ricordo – grottesco e drammatico – che si è riprodotto a contrario [J.S.Bach avrebbe detto per contrapunctus inversus – il grottesco è un rimasuglio insaputo dovuto a Lombardi], allorché Bersani <vinse le elezioni senza vincerle>, cioè per la <porcata> delle legge elettorale maggioritaria [detta porcellum] per cui non ottenne i numeri necessari per formare il governo. Fu allora che avvenne l’incontro in streaming tv tra Bersani (Pd) e la delegazione del m5s – chi volesse se non lo rammenta potrebbe vederne la registrazione se Beppe Grillo non l’ha cancellata (ma proprio la tv l’ha recentemente rievocata, per la capovolta affinità con il presente) – per garantire la formazione di un governo di minoranza, con una maggioranza relativa; alle proposte di Bersani (che aveva vinto le primarie del suo partito contro Renzi) i capigruppo del m5s [per il senato il tremulo sbiadito Vito Crimi, per la camera l’aggressiva mefitica almirantiana Roberta Lombardi – la cui determinazione di tacitare Crimi il “catatonico che ha sempre la faccia di uno che s’è alzato prima di svegliarsi”, due facili oggetti del ripetuto sarcasmo della critica dei comici, a cominciare da Crozza che di lui ha detto anche che “non è vero che passa tutto il tempo a dire cazzate, almeno la metà del tempo lo passa a chiedere scusa per le cazzate che ha detto”, la quale Lombardi ogni volta che Crimi provava ad aprire bocca interveniva per zittirlo], precettati per l’incontro tv con Bersani, neppure rispondevano per <ciurlare nel manico>: la qualcosa voleva dire che, ritenendo inadeguate le questioni poste, non intendevano (o non avevano ordini in contrario dal loro capo-comico-vaffan’) accollarsi impegni che sapevano di non mantenere, per non fare accordi senza volerli-poterli-saperli rispettare. Il buffo, se non fosse drammatico, è che oggi – con il permesso di Lombardi per il suo “fascismo buono e l’ideologia di Mussolini prima che degenerassero … conservando solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola … con una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia … l’abolizione dei sindacati” – oggi, si diceva, sono loro che per <inversus> chiedono di essere sostenuti per un loro governo di minoranza al quale difettano i numeri sufficienti.

 

  1. Il fatto è che Bersani 5 anni fa – né poi mai – voleva fare un <governo di larghe e losche intese> con Berlusconi; lasciò farlo a Enrico Letta (… il nipote dello zio) il quale fu presto “serenamente” defenestrato dallo scout democristo bischero di Rignano sull’Arno – che la <pseudo-sinistra-interna-expc-del-pd> (si scusino le parolacce che la frase comporta) tra prima e dopo, dal 2010 ancora fino a oggi (… ma ancora non finisce qui), oltre ai 1000 giorni del suo governo diretto, segreteria e interminabili magheggi illusionistici compresi se lo sono accollato con gravissime responsabilità non inferiori a quelle parafasciste del bischero (1924-2014). Dalle buffonate della stazione del granduca di Toscana Leopoldo ii alla sue vanterie sull’insensato declamato trionfo con il 40,8% dei voti alle elezioni europee: senonché è bene che tutti rammentino che perfino il suo <padrino-ignobile> Walter Veltroni ebbe in assoluto più voti di lui (nell’ordine del milione) circa sei anni prima, alle elezioni politiche italiane (dove peraltro Veltroni si presentò personalmente come candidato, mentre Renzi no; neppure lì). Ma dato che la platea elettorale europea è molto ridotta rispetto a quella nazionale, lui ha potuto gabbare tutti i bocconi o gli accondiscendenti, europei compresi, con la <panzana-del 40,8%> giocando sulle percentuali:giacché il <denominatore più basso> ha alzato di molto la percentuale che è relativa. La notizia <bufala> è stata diffusa ad arte da tutta la comunicazione, perfino confindustriale, per prendere i creduloni con l’anello al naso i quali hanno continuato a ripeterla per anni, dal 2014 ancora fino a oggi e oltre; così il bischero fece le <sòle delle scarpe> a Bersani, Prodi e al <#serenoenrico> Letta jr, e in quanto usurpatore della segreteria del partito divenne anche nuovo <presidente-del-consiglio-non-eletto-da-nessuno>. Lo stesso tipo di <bufala> sui numeri è stata poi ripetuta con i <bonus>, il job act, l’occupazione dichiarata tornata ai livelli precedenti alla crisi senza sottolineare (anche i numeri parlano chiaro, e qua e là è stato fatto notare) che si è finto di ignorare che è essenziale la circostanza che l’80% dei posti siano precari a tempo determinato: ma che fa? La <gente> ha abboccato e ha continuato a “credere” alla menzogna. Ecco allora il ruolo giocato a favore di Renzi e ai danni di Bersani – che ha cominciato a vedere mucche e bufale nel corridoio, e a gridare “ohé, ragassi!”, senza prendere decisioni – dall’<almirantiana> Lombardi nel 2013, con uno sporco lavoro fatto come era previsto, in contrappunto con oggi al 2018!

L’ignavia colposa, con dolo eventuale per la consapevolezza del rischio ulteriore che l’atto comportava smaccatamente senza l’ombra del dubbio – da parte dell’<asinistra> tutta che albergava nel Pd e paraggi – è pertanto del pari imperdonabile. Allora è qui che appare in tutta la sua oscura portata la <disfatta del Pd di Renzi>, nel mentre l’insopportabile Matteo ii ½ Orfini, porta-ordini di Matteo i, non ha perso colpo: da quello orchestrato per fregare il loro stesso sindaco Pd – non voluto, anomalo e indesiderato, come un <bambino-nato-per-sbaglio>, da soffocare nella culla – Ignazio Marino, per incastrarlo dal … notaio; fino a oggi con la martellante campagna contro la sindaca-m5s-Virginia-Raggi, additata come responsabile anche dalla siccità (lago di Bracciano, problema di vecchissima data), della neve, delle buche stradali, questioni anche queste che risalgono negli anni: basterebbe chiederlo ai precedenti sindaci – se ne sono scordati di Alemanno, Rutelli ecc.: e se Raggi non è stata brillantissima, quegli altri oltre ai danni che hanno <disfatto> per lasciare un simile eredità? Così lo sputtanamento della gestione romana, per cui Matteo ii ½, già presidente nazionale del Pd, è stato nominato, commissario straordinario per Roma, per <azzerare il partito romano> (già ai due <Mattei> era scappata di mano la sindaca, quindi i e ii ½, sono intervenuti <durissimi>, constatando che <è una vicenda agghiacciante: a Roma il partito è da rifondare>; e il ducetto\bischero ha detto la sua, mostrando una profonda capacità politica di analisi: “il quadro che emerge a Roma è sconvolgente: neofascisti, delinquenti della Magliana, mancano solo Jack lo Squartatore e il mostro di Loch Ness e poi ci sono tutti …”. Ma c’è lui: e non gli basta uno sprcchio?!

Quanto alla “sinistra” postasi all’esterno del Pd renziano, è troppo presto perché ancora va visto se cresce e come opera effettivamente nella classe lavoratrice (fisica e mentale) e specificamente tra i proletari. Negli anni passati – almeno tra il 1969 e il 1972, con i consigli di fabbrica e di zona, e i tentativi più o meno fallimentari di organizzazione comunista delle lotte di classe – chi c’era ha potuto vedere, purtroppo, di che cosa fossero <lastricate le vie dell’inferno>. Ora ci si riprova. Con l’assicurazione da parte dei più sinceri interessati alle <sorti della classe operaia>, di non permettere ai residuati raffazzonati della sinistra che fu di inquinare ciò che vuole rappresentare rinnovati entusiasmi [da leu e suoi costituenti, a potere al popolo e alle rimanenze di singole <vecchie cariatidi> che si attaccano ai nuovi sperando per esse stesse nel cambiamento di nome, per cercare di riciclarsi (sappiamo chi sono)]. Ma che altro c’è da fare, se non stare molto attenti ai possibili raggiri e alle troppe trappole che sicuramente saranno tese? Solo provare e sperare!

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Potere al Popolo e Programma minimo

4 Mar

 

 

Una possibile articolazione del progetto e dei compiti dei comunisti.

di Enzo Gamba

Sulla scena politico-elettorale italiana, in vista delle prossime elezioni, nel “campo di sinistra”, è comparso un nuovo soggetto politico: “Potere al Popolo”.

L’iniziativa, lanciata da Je so’ pazzo di Napoli, ha suscitato subito un notevole entusiasmo ed ha coinvolto una quantità di soggetti che, pur essendo da tempo attivi nei conflitti sociali territoriali e protagonisti di lotte significative, finora non hanno potuto o saputo creare un coordinamento a livello nazionale. Lo stesso interesse ha toccato numerosi compagni che spesso militano in organizzazioni comuniste, o che quanto meno proprio al comunismo fanno riferimento. Stante le numerose assemblee e iniziative che stanno partendo in numerose città, con il risultato di aver creato minimi, seppur significativi, contatti, sinergie e livelli organizzativi, vi sono motivi per sperare che questo fermento non vada perduto dopo le elezioni, anche in caso negativo, e che il coordinamento rimanga attivo ed operante in riferimento agli obiettivi politici esplicitati nel manifesto elettorale. Non è impossibile che Potere al Popolo possa costituire un embrione di movimento politico organizzato con obiettivi di difesa del proletariato e delle masse subalterne e dunque necessariamente anticapitalistici.

Certo, il fatto che Potere al Popolo sia sorto in relazione ad un obiettivo primariamente elettorale costituisce, per molti, motivo di sospetto e di scetticismo. A ragione, si potrebbe dire, viste le passate esperienze negative, rivelatesi distruttive per i residui di resistenza di classe e ancor più per i residui comunisti. Esperienze elettorali che andavano dalla pura riproposizione di se in quanto organizzazione/partito ideologico (che valeva per loro come “certificato di esistenza in vita”) a pateracchi elettoralistici inventati nel tentativo di sopravvivere mediaticamente, col risultato di aggravare pesantemente lo sfacelo dell’organizzazione e della coscienza di classe.

Scetticismo e perplessità sono presenti anche in molti comunisti e non si tratta solo dell’annosa questione della partecipazione o del boicottaggio delle elezioni dei parlamenti borghesi e neppure delle scarse probabilità di successo sul piano elettorale. Sono dubbi e perplessità che riguardano l’ipotesi politica complessiva di Potere al Popolo: ci si chiede perché sostenere tale iniziativa, giacché il manifesto elettorale esplicita un orizzonte politico che nulla ha a che fare con il “Comunismo”, la soppressione dei rapporti sociali di produzione capitalistici e con una immediata prospettiva di transizione socialista. Molti, giustamente, fanno notare come i concetti sottesi al programma sono interni ad una logica riformista. Lo stesso utilizzo del termine “popolo” potrebbe portare, qualora non fosse articolato in relazione alla discriminante del rapporto sociale capitalistico (l’unico in grado, nella nostra società, di “definire” materialisticamente le classi) e alla dinamica della lotta di classe, a posizioni politiche che spesso nella storia sono sfociate nei populismi neocorporativi, nazionalisti e “antipopolari”. Ci si chiede altresì cosa ha a che vedere Potere al Popolo con “la progettualità comunista”, dato che il problema principale in questa fase è la sopravvivenza dei comunisti stessi a partire dal loro minoritarismo al limite della scomparsa e della residua frammentazione in numerosi micro soggetti al limite del ridicolo. Soprattutto ci si chiede cosa abbia a che vedere Potere al Popolo con un percorso di ricostruzione del “partito” e di unità dei comunisti. Tutte queste domande e perplessità devono inoltre fare i conti realisticamente con un’altra questione, questa si fondamentale: quale deve essere la posizione dei comunisti quando, in assenza di un “partito” che possa dirsi tale, (così come lo/i abbiamo conosciuto/i nel secolo scorso, con una effettiva base sociale di classe, ovvero radicato nel proletariato), si trovano di fronte a una aggregazione politica che, pur non essendo “comunista”, si pone in opposizione alle politiche ultra liberiste correnti con obiettivi di difesa delle classi subalterne e di resistenza contro le politiche repressive e la negazione-riduzione dei diritti e degli spazi democratici? La più grande crisi capitalistica sta accelerando ogni processo sociale e politico  travolgendo l’attuale scenario politico sociale, obbligandoci a fare i conti, prima ancora che con la mancanza del partito, con la mancata sistematizzazione e focalizzazione di una teoria e di una politica che risulti adeguata ad interagire con gli sconvolgimenti sociali derivanti dalla pauperizzazione delle masse e con i movimenti spontanei che ne derivano.

Dando per scontato l’indiscusso apprezzamento verso quei compagni che, dall’implosione dell’esperienza del “Brancaccio”, hanno coraggiosamente (è proprio il caso di dirlo) lanciato la “sfida” è proprio interrogandoci sul progetto politico dei comunisti in questa fase che potremo cogliere gli aspetti di positività e novità che sono insiti nella proposta di Potere al Popolo e nel contempo, sempre dalla “prospettiva comunista”, di verificarne eventuali limiti, contraddittorietà ed errori.

E’ evidente che materialisticamente l’unità dei comunisti non potrà essere risolto in tempi brevi, ciò per problemi e ostacoli di natura sia a) teorica: inerenti allo stato e ai limiti del nostro patrimonio teorico conoscitivo (il marxismo quale teoria del socialismo scientifico così come ci è storicamente pervenuto nella seconda metà del secolo scorso); sia b) ideologico-politica: inerenti ai limiti di sviluppo e utilizzo del patrimonio ideologico conoscitivo di trasformazione sociale della nostra classe e delle sue avanguardie; sia c) storico sociale: che si riferiscono alle condizioni sociali e materiali della classe e delle masse popolari quale effetto della vittoria storica epocale della classe dominante, ossia del successo ottenuto dal grande capitale imperialistico transnazionale nella restaurazione e nel perfezionamento di rapporti di classe di tipo “neocorporativo”, la cui efficacia in termini di controllo politico e di intensificazione dello sfruttamento del proletariato, già testata fra le due guerre, è stata ulteriormente sviluppata dalla fine degli anni ’70 in concomitanza con il processo di trasformazione della crisi economica da crisi del capitale in crisi del lavoro e dei lavoratori.

Il progetto politico dei comunisti, in una fase non rivoluzionaria come questa, che tale è, al di là della sua potenzialità storica, per i motivi sopraddetti, deve rapportarsi alle modalità con le quali sia possibile il superamento di tali limiti. Diventa fondamentale attuare una tattica che consenta di accumulare le forze, riconquistando la maggioranza della classe al progetto di cambiamento sociale e stabilire alleanze sociali e politiche con settori popolari in crisi non immediatamente riconducibili al proletariato, al lavoro salariato e al lavoro subordinato al capitale in genere (si pensi per esempio al cosi detto“popolo delle partite IVA”), ma che, in forza dei processi di oppressione sociale, espropriazione economica e subalternità al comando capitalistico connaturate alla fase attuale dell’imperialismo finanziario transnazionale, possono rendersi disponibili ad una lotta per il cambiamento (tali processi di proletarizzazione e di pauperizzazione, se non ricondotti all’interno del nostro progetto di cambiamento sociale, purtroppo diventano facilmente terreno di coltura per derive populiste, fasciste e razziste).

In questo contesto non rivoluzionario, che esclude a priori la praticabilità di obiettivi di transizione socialista, si pone la necessità di ricostruire l’unità della classe e le sue alleanze attorno ad un “programma minimo” che (in riferimento strategico ad una prima fase di transizione dopo la rottura rivoluzionaria) deve assumere in questa fase un carattere popolare, democratico e di resistenza sociale di massa; un programma che sia capace, agendo sugli elementi di crisi del capitale e sulle contraddizioni e divisioni del fronte avversario, non solo di ricompattare il potenziale blocco sociale anticapitalistico, ma anche di strappare quegli obiettivi che di volta in volta si rendano praticabili in base ai reali rapporti di forza.

E’ sulla scorta di questa impostazione tattica (che trova i suoi riferimenti in quella che fu denominata di Fronte Unico e di Fronte Unito) che possiamo delineare le forme e le discriminanti che, sul piano politico della lotta di classe, assumono il “fronte”, la sua struttura, e il suo programma: quello di un movimento politico organizzato (e non quella di un partito ideologicamente comunista che tra l’altro non c’è e non potrà esserci per molto, come abbiamo visto), un soggetto politico unitario connotato politicamente (dalle discriminanti anticapitaliste, antiliberiste, democratiche ecc.), “largo”, espressione diretta della classe e delle sue “avanguardie”, un organismo di “fronte” che sappia essere coagulo e organizzazione dal basso dei diversi movimenti e lotte che, appunto sulla base del programma minimo e della sua articolazione, devono sorgere nel paese ai vari livelli, da quello economico sindacale (fondamentale), a quello politico e democratico, fino a quello culturale e strutturarsi come organismi di massa e di base (come provarono a essere per un certo periodo oltre ai consigli di fabbrica anche i consigli di zona). Quindi un movimento politico organizzato e centralizzato su un progetto di cambiamento politico, che si dovrà dotare di strutture consiliari, territoriali, democratiche (una testa un voto), fino ad essere un soggetto politico unitario che agisce anche sul piano istituzionale e elettorale ( con un nome e un simbolo che ne evidenzi i caratteri di “fronte unitario proletario e popolare” nella prospettiva socialista). Strutture/comitati che possano esercitare minimi rapporti di forza e di controllo popolare in contrapposizione all’avversario di classe, la grande borghesia sovranazionale e i suoi subalterni alleati, al suo stato, al suo governo e alle sue politiche liberiste, antipopolari e antidemocratiche.

I comunisti, quelli che siano, devono porsi il problema di far crescere questo “movimento politico organizzato”, strutturato su organismi di base che potremmo definire di “unità popolare”, che come discriminante politica (quindi non ideologica) ha il “programma minimo” e devono porsi il compito di sostanziarlo in termini di analisi, di indicazioni politiche, di obiettivi e di lotte, di presenza di compagni che ai vari livelli il movimento selezionerà come quadri dirigenti.

In questa fase l’obiettivo della costruzione di un “movimento politico organizzato” rappresenta l’obiettivo e l’ambito in cui i comunisti operano politicamente in prima persona fin da subito, misurandosi con i reali problemi politici di un processo di alternativa sociale, affrontando i problemi teorici sottesi alla formulazione del “programma minimo”, ristabilendo il rapporto con le avanguardie di classe e innescando un generale processo di crescita politico-sociale che le sappia centralizzare. Questo è il “progetto politico” dei comunisti in questa fase. (si veda anche: Enzo Gamba – Gianfranco Pala IL PROGRAMMA MINIMO per la classe e i comunisti in una fase non rivoluzionaria Ed. La città del sole 2015; Enzo Gamba Partito, movimento politico organizzato, programma minimo. Sul progetto politico dei comunisti. https://rivistacontraddizione.wordpress.com 2016)

 

In riferimento agli elementi fondanti di questo “progetto politico” (un movimento politico organizzato imperniato attorno ad un programma minimo e strutturato su organismi di base che potremmo chiamare di ”unità popolare”) siamo ora in grado di apprezzare alcuni elementi della proposta politica e elettorale di Potere al Popolo.

Innanzitutto c’è da rilevare come Potere al Popolo parta con una giusta impostazione rispetto a precedenti ed anche recenti tentativi politico elettorali che hanno caratterizzato le forze alla sinistra del PD (si veda l’esito del “Brancaccio”): non è una operazione verticistica ai limiti del settarismo, di “fusione a freddo” delle diverse forze politiche di sinistra (più o meno progressiste o comuniste) e dei loro rispettivi gruppi dirigenti (e in taluni casi parlamentari). Inoltre la strutturazione che sta acquisendo, sulla base di numerose assemblee territoriali dove spesso si intercettano momenti di antagonismo politico sociale, lo fanno connotare come un movimento autorganizzato, non “calato dall’alto”, dove è possibile trovare momenti di unitarietà politica attorno ad obiettivi condivisi da praticare nella realtà locale e non solo.

Diventa chiaro a questo punto come Potere al Popolo rappresenti in questa fase una concreta ipotesi politica che oggettivamente può far parte del nostro progetto politico e che l’articolazione e il dibattito sul programma diventa fondamentale tanto quanto quella sulle strutture di base su cui si articolerà il movimento di Potere al Popolo.

Proprio sul programma si scontano i primi oggettivi problemi. Il fatto che a fronte di un programma iniziale vi sia la necessità/possibilità, non solo di procedere nella discussione e nell’approfondimento, ma di porre obiettivi che provengono dalle realtà locali implica che vi sia il concreto pericolo di divergenza e contraddittorietà tra i vari obiettivi. Il rimarcare che un programma minimo, di fase, debba avere come discriminante il “punto di vista di classe”, come intento la ricomposizione e l’unità di tutto il mondo dei lavoratori subordinati al capitale, come obiettivo fondante la difesa della democrazia e delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, è l’unica strada che ci possa permettere di appianare le divergenze e giungere ad una “sintesi” condivisa.

Inoltre sul programma incombe, e questo avviene da sempre, il pericolo “massimalista” di scambiare un programma politico di fase, tattico, (che permetta al nostro “popolo” di riacquisire le condizioni di forza e di esperienza diretta per andare oltre il perimetro borghese anche a livello istituzionale e statuale), con un programma “massimo”, strategico, di transizione ad una società socialista. Tale “ottusità dogmatica” sarebbe il meno,  peggio sarebbe scambiare il “Programma minimo” con un programma che altro non è che un libro dei sogni, un programma dove si può trovare “di tutto e di più”, dove accanto a semplici obiettivi rivendicativi, si trovano obiettivi per le cui realizzazioni necessiterebbe il controllo politico popolare dell’economia (quantomeno dei settori finanziari e industriali/primari fondamentali) e dello Stato e delle sue articolazioni. Correlati a questi aspetti c’è ne un altro che ne è una conseguenza. Se Potere al Popolo non è e non deve essere un “partito”, il nuovo “partito comunista” sotto mentite spoglie, ma potenzialmente un movimento politico basato su un programma minimo, sarebbe assurdo, se non deleterio, richiedere ad esso discriminanti programmatiche che esulino appunto dal quadro politico del programma minimo. E’ come se ai tempi dei fronti popolari antifascisti la discriminante per potervi aderire fosse quella di essere per una “repubblica popolare socialista”!

Correlato alla questione del programma, c’è anche quella del “programma elettorale”.

Un primo aspetto vale la pena di chiarire e accantonare. Sulla scena elettorale nazionale assistiamo all’onda degli indignati piagnistei di tutti coloro  che “responsabilmente” si chiedono “quanto costano le promesse elettorali dei partiti”. Ebbene, va riaffermato che, ovviamente, anche per il programma elettorale, come per il programma minimo in genere, vale il discorso che quello che la borghesia sarà costretta a concedere noi lo consideriamo, come diceva F. Engels, un “acconto” su ciò che ci poniamo come obiettivo generale, e che non ci accolliamo nessuna compatibilità con un bilancio che si basa sulla espropriazione di classe attuata dalla grande borghesia e che proprio la riappropriazione di quella ricchezza sta alla base della praticabilità di riforme per migliori condizioni di vita, cioè di tutto ciò che si sostanzia nel nostro salario sociale globale di classe(e ciò al di là di una socialdemocratica logica di “redistribuzione del reddito”).

Un secondo ed ultimo aspetto (anche se meno importante) è quello riferito alla forma del programma elettorale. Un programma elettorale, ancor più di quello politico, o è sintetico o semplicemente non è. Il problema è che, a maggior ragione che rispetto al programma in genere, c’è una oggettiva difficoltà a coniugare, senza un dibattito organizzato e centralizzato, la sinteticità con una generalità che non sia genericità, a scriverlo “…..in modo succinto e chiaro per le masse”, sempre per dirla con Engels.

In ultimo vale la pena accennare, in merito alla questione delle strutture di base, ad un aspetto importante. Se Potere al Popolo dovrà costruirsi, quale espressione di strutture territoriali, anche a livello nazionale come movimento organizzato, come soggetto politico che agisce sulla scena politica della lotta di classe italiana e non solo, i comitati/consigli di Potere al Popolo dovranno avere due caratteristiche fondamentali. La prima quella di essere, a livello di dibattito, organizzazione e operatività, delle strutture democratiche dove, per dirla con una formula da taluni fin troppo abusata, “uno vale uno”, “una testa un voto”. In pratica strutture che non dovranno essere degli “intergruppi” (o partiti che siano), ma strutture dove i compagni militano e lavorano al di là della loro appartenenza organizzata ai propri partiti/organizzazioni comuniste. Legata a questa è l’altra caratteristica fondamentale. Appunto perché strutturate democraticamente i comitati/consigli di base di Potere al Popolo potranno e dovranno essere strutture di autoorganizzazione politica del “popolo” (o come era uso dire una volta delle “masse”), dove per diretta esperienza di lotta si potrà porre il problema del ”potere” e del “controllo” del “popolo”. Il corretto funzionamento delle strutture di base è poi l’unica garanzia per cui anche le strutture intermedie e nazionali, lungi dal diventare momenti di separazione e opportunismo, possano essere espressione del reale livello dello scontro politico di classe nel nostro paese.

 

Enzo Gamba

Sulle prossime elezioni

26 Feb

“Capire quando un partito, che neppure se darà il meglio di sé, potrà andare al potere. Se il proletariato andasse al potere, non adotterebbe misure realmente proletarie ma piccolo-borghesi. Il nostro partito potrà andare al governo soltanto quando i rapporti reali permetteranno di realizzare le sue concezioni. Quando si arriva troppo presto al potere, i proletari non andrebbero da soli al potere ma insieme ai contadini e ai piccoli borghesi, e sarebbero costretti a realizzare non le proprie misure ma le loro. Non c’è bisogno di essere al governo per realizzare qualcosa” – questo dissero, inascoltati, Marx e Engels alla <Lega dei Comunisti> nel 1850.

Adesso parafrasando per tutti i non-comunisti – quei due e molti altri che neppure si fingono “disinistra”, come il carcame di  Berlusconi che, ormai ansimando affannosamente, al novello servitor Fabio Fazio farfuglia masticando le parole: “il fascismo è morto e sepolto, mentre invece c’è l’antifascismo che è pericoloso e ha un programma di iniziative inaccettabile”. Noi sappiamo, e sappiamo anche perché, che i proletari non andranno al governo per una infinità numerabile di giorni, mesi e anni, ma <insieme ai piccoli borghesi>, o senz’altro <identificati> con essi, ci andranno i <para\democratici menzogneri> o pure i <cittadini onesti> per realizzare le  stesse loro misure senza alcun bisogno di esserne “costretti”.