QuiProQuo – piccola enciclopedia

QUIPROQUO

i nodi e la scrittura

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Nella remota antichità

governarono stringendo nodi,

in epoca successiva i santi

li sostituirono con la scrittura.

Lu Hsünda I Ching

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per la critica del senso comune nell’uso ideologico delle parole

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Presentazione

La piccola enciclopedia marxista qui presentata ha già superato i 220 lemmi per più di 160 “voci” (con diverse varianti). Ma, ovviamente, i termini trattati crescono in continuazione. Le pagine a questa collegate contengono i testi – naturalmente “in divenire” – dei Quiproquo pubblicati sulla rivista la Contraddizione, a partire dal no.34 del febbraio 1993, in una rubrica dall’omonimo titolo Quiproquo. Tale rubrica fu pensata per esprimersi, come esplicitamente scritto, “per la critica del senso comune contro l’uso ideologico delle parole” che viene perpetrato dal potere borghese e dall’ideologia dominante.

L’esigenza di questa rubrica è sorta per la richiesta di chiarimento sulle cattive interpretazioni messe in circolazione nel cosiddetto “senso comune”, sia su parole di uso generale, sia su termini derivati, spesso assai azzardatamente, dal marxismo. In effetti, l’attuale grave smarrimento della conoscenza di massa perfino dei più elementari fondamenti autonomi delle critica marxista caratterizza l’”asinistra” odierna (soprattutto quella che si vuole “politica”, essendo quella “teorica” tragicamente pressoché vuota). In questo desolante contesto, che attanaglia praticamente l’intera “sinistra”, sempre meno o per nulla “marxista”, si ritiene che la base formativa offerta dalla presente raccolta di voci enciclopediche meriti un’attenzione ben maggiore di quella riservatale, poiché cerca proprio di colmare quei vuoti attraverso uno studio approfondito delle varie tematiche d’attualità affrontate.

L’occasionalità della genesi bimestrale delle voci enciclopediche si rileva interamente dalla loro stesura: sia nella loro “scelta” perlopiù, appunto, necessitata, anche dal merito contingente di riferimenti d’attualità delle voci stesse, scelta né sistematica né esaustiva; sia nello stile assai difforme utilizzato per esporle, e dunque per niente omogeneo e non senza ripetizioni. Quindi, da un lato, si sarebbero potute individuare, per una loro corretta spiegazione, tante altre “parole” diverse; ma anche quelle testualmente “mancanti” si ritrovano comunque disseminate assai spesso in molte altre “voci”, o addirittura indicate come “sottotitoli” (tuttavia ci sarà di certo l’occasione specifica di trattarle direttamente, anzitutto sulle pagine della rivista, e, in séguito, per integrare eventualmente questa piccola enciclopedia). D’altro lato, anche le voci esposte si sarebbero potute scrivere in mille maniere differenti.

Ciò che rimane fermo, e accomuna tutte le voci, è l’intento basilare di rifarsi – pur nelle molte svariate maniere – al tipo di critica ispirata a Lu Hsün. Tutte le voci sono esposte seguendo questo medesimo criterio – di critica all’egemonia della scrittura e della comunicazione sul senso comune delle “nuove plebi” – sia nei casi di estensione più o meno originale delle voci, sia in quelli della “riscrittura” e della collazione dai testi classici (in primo luogo di Marx) o della quasi diretta riproposizione di essi.

Ovviamente, gli stessi testi, ma ognuno diversamente assortito con un altro paio di “voci” in media, si trovano anche in ciascun numero della rivista (dal no.34 in poi, come detto). Qui esse si ripresentano tutte insieme come “piccola enciclopedia marxista” (per le ragioni esposte) e in ordine alfabetico, come si conviene a ogni “enciclopedia”, grande o piccola, convenzionale o atipica, reale o virtuale che sia. Per maggiore comodità di reperimento “cartaceo”, è apposto dopo la \ il numero della rivista su cui originariamente ciascun lemma è apparso. Le “voci”, pur se esposte in maniera assai diversa tra loro, com’è facile riscontrare, presentano tuttavia al loro interno dei rinvii convenzionali di lettura – contrassegnati, come di consuetudine, dal simbolo di freccia a sinistra – spesse volte riferentisi ai “sottotitoli”. (Analogamente a quanto occorre per gli altri articoli pubblicati dalla rivista, sono possibili errori e sviste, soprattutto queste dovute alla conversione da altri programmi elettronici di scrittura: i lettori che eventualmente li rilevino, sono invitati a segnalarli).

Riteniamo che tutto questo garantisca sufficientemente quell’unità culturale critica che è ricercata nel presente libello virtuale. Diciamo virtuale poiché – al pari dei segnalibro – non essendoci, finora, alcun editore reale di “carta stampata” che abbia deciso di pubblicare questa “piccola enciclopedia”, rimaniamo in attesa di eventuali simili proposte. Nel frattempo, chiunque voglia fruirne, personalmente o per riferimenti parziali (del resto come per ogni altro scritto di queste pagine di rete) può farlo, menzionando solo le fonti, sia informatiche sia cartacee.

Nell’intera piccola enciclopedia, le iniziali di coloro che, direttamente o indirettamente, hanno fornito il materiale, necessario per la stesura completa dell’opera, corrispondono (in ordine alfabetico) ai nomi seguenti: (v.a.) = Vincenzo Accattatis — (t.a.) = Theodor W. Adorno — (al.b) = Alessandro Bartoloni — (b.b.) = Bertolt Brecht — (m.b.) = Maurizio Brignoli — (a.b.) = Antonio Brillanti — (r.b.) = Roberto Bugliani — (n.b) = Nikolaj Bukharin — (gf.c.) = Gianfranco Ciabatti — (a.c.) = Alfonso Ciuffini — (k.vc) = Karl von Clausewitz — (s. d’a) = Salvatore d’Albergo — (a.ds) = Antonio Di Simone — (m.d.) = Maurizio Donato — (f.e.) = Friedrich Engels — (c.f.) = Carla Filosa — (f.f.) = Franco Fortini — (pp.f.) = Pierpaolo Frassinelli — (l.g.) = Luciano Gallino — (n.g.) = Nevio Gàmbula — (m.g.) = Massimo Gattamelata — (v.g.) = Vladimiro Giacchè — (p.g.) = Pietro Grifone — (h.g.) = Henryk Grossmann — (g.w.f.h.) = Georg Wilhelm Friedrich Hegel — (j.h.) = John Hobson — (m.h.) Max Horkheimer — (i.k.) = Immanuel Kant — (a.l.) = Antonio Labriola — (o.l.) = Ottavio Latini — (v.l.) = Vladimir Lenin — (r.l.) = Rosa Luxemburg — (m.t.t) = Mao Tse-tung — (k.m.) = Karl Marx — (gf.p.) = Gianfranco Pala — (a.p.) = Anton Pannakœk — (f.s.) = Francesco Schettino — (n.s.) = Nicola Simoni — (s.t.) = Simona Tomassini — (a.v.) = Andrea Viani — (p.v.) = Pol Vice . Hanno collaborato anche Elena D’Agosto e Lorenzo Neretti.

Trattandosi di una serie di testi in forma di “dizionario” è più significativo poter cercare termini utilizzati all’interno di ciascuna voce; siccome il formato compresso *.zip non permette l’individuazione automatica tramite rete di parole contenute nei testi stessi, le “voci” in questo caso sono state messe in formato *.htm: Si è suddiviso per ora il “dizionarietto” in otto parti: a-cap; cen-cri; d-giu; gov-lot; m-n; o-q; r-soc; sol-z. Così si rende possibile, con un qualsiasi motore di ricerca di rete (come, a es, google), estendere la ricerca stessa ai termini che compaiono entro le diverse “voci”, permettendo una loro più agevole reperibilità. Come in altre pagine in rete nella nostra cartella, è riportata la lunghezza in kb dei “volumi” (si noti, tuttavia, che essa è puramente indicativa e non corrisponde al tradizionale numero di caratteri, poiché dipende notevolmente dalle forti differenze di programma elettronico usato). Successivamente, le nuove “voci” verranno via via inserite in ordine alfabetico secondo la lettera iniziale. Spesso il “sottotitolo” è illustrativo del carattere che assume la “voce” principale, per ciò stesso a volte reiterata, in quanto tale, in successive emissioni. Analogamente per i segnalibro I segni della contraddizione, la medesima cosa è fatta con il formato non compresso *htm dei segnalibro.htm – in tale maniera direttamente rintracciabili.

tutti i lemmi sono rintracciabili all’indirizzo http://www.contraddizione.it/quiproquo.htm

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di seguito, i lemmi pubblicati sull’ultimo volume (147):

Mercato mondiale # 3

(internazionalizzazione e stati nazionali)

“La lotta degli stati nazionali”, che non è altro se non la lotta dei rispettivi gruppi borghesi, non è appesa per aria. Non ci si può raffigurare questo scontro gigantesco come lo scontro di due corpi nello spazio vuoto, esso stesso al contrario è condizionato dal particolare ambiente nel quale vivono e si sviluppano gli “organismi economici nazionali”; è da gran tempo ormai che questi ultimi non sono più un complesso chiuso, ma costituiscono solo parti di una sfera più grande, dell’economia mondiale. Per questo la lotta delle attuali strutture economiche nazionali deve essere prima di tutto considerata come lotta delle varie parti concorrenti dell’economia mondiale; esiste una divisione del lavoro fra le economie “nazionali”, fra diversi paesi, una di visione del lavoro che supera i limiti dell’“economia nazionale”, una divisione internazionale del lavoro. Vi sono due tipi di premesse alla divisione internazionale del lavoro: in primo luogo delle premesse naturali che scaturiscono dalla eterogeneità dell’ambiente naturale nel quale vivono i diversi “organismi produttivi”; in secondo luogo delle premesse di carattere sociale che scaturiscono dalla disparità del livello culturale, della struttura economica, del grado di sviluppo delle forze produttive. Ma le differenze naturali delle condizioni produttive, per quanto importanti, passano sempre più in secondo piano in confronto alle differenze provocate dallo sviluppo ineguale delle forze produttive nei diversi paesi. Si delinea quindi chiaramente una peculiare distribuzione delle forze produttive del capitalismo mondiale. Le due maggiori sezioni del lavoro sociale sì suddividono in paesi di due tipi, e il lavoro sociale si trova suddiviso su scala internazionale. La divisione internazionale del lavoro trova la sua espressione nello scambio internazionale.

Il lavoro sociale mondiale complessivo è diviso tra i vari paesi; il lavoro di ogni singolo paese diventa parte di questo lavoro sociale complessivo per mezzo dello scambio su scala internazionale. Questa connessione dei paesi nel processo di scambio non ha affatto il carattere di una semplice casualità, ma è ormai una condizione necessaria dell’ulteriore sviluppo sociale: inoltre lo scambio internazionale si trasforma in un processo regolare della vita economico-sociale. In tal modo la divisione mondiale del lavoro e lo scambio internazionale presuppongono l’esistenza del mercato mondiale e dei prezzi mondiali. Sulla base dell’esempio del mercato delle merci noi vediamo che dietro ai rapporti dì mercato si nascondono i rapporti di produzione. Se la relazione nel processo di scambio non ha un carattere casuale noi abbiamo allora un sistema stabile di rapporti di produzione che forma una struttura economica della società dell’ampiezza corrispondente. Noi possiamo quindi definire l’economia mondiale come sistema dei rapporti di produzione e dei rapporti di scambio corrispondenti su scala mondiale. In complesso tutto il processo della vita economica mondiale contemporanea si riduce alla produzione del plusvalore e alla sua distribuzione tra diversi gruppi e sottogruppi della borghesia sulla base di una riproduzione allargata continua dei rapporti tra due classi: il proletariato mondiale da un lato e la borghesia mondiale dall’altro.

Se si esamina il problema in tutta la sua estensione e nel suo aspetto oggettivo dal punto di vista delle condizioni di funzionalità della società mo­derna, è qui evidente una crescente non conformità fra la base dell’eco­nomia sociale nella sua dimensione mondiale e una particolare struttura dì classe della società, dove la stessa classe dirigente (la borghesia) si scin­de in gruppi “nazionali” con interessi economici contraddittori, gruppi che, essendo contrapposti al proletariato mondiale, contemporaneamente sono in concorrenza gli uni con gli altri nel processo di spartizione del plusvalore effettuato su scala mondiale. La produzione ha un carattere sociale. La divisione internazionale del lavoro trasforma le economie “nazionali” particolari in parti del gigantesco processo lavorativo onnicomprensivo che abbraccia quasi tutta l’umanità. L’appropriazione assume il carattere dì appropriazione “nazionale” (statale), in cui il soggetto è rappresentato dalle colossali unioni statali della bor­ghesia finanziaria capitalistica. Questo processo in tutte le sue molteplici forme è un processo dì internazionalizzazione della vita economica, di av­vicinamento di singoli punti geografici dello sviluppo economico, di livellamento dei rapporti capitalistici, di crescente contrapposizione della pro­prietà concentrata della classe dei capitalisti al proletariato mondiale. Da ciò tuttavia non deriva che lo sviluppo sociale sia già entrato nello stadio di una coesistenza più o meno armonica degli stati “nazionali”. Poiché il processo di internazionalizzazione della vita economica non è affatto identico al processo di internazionalizzazione degli interessi capitalistici.

La oligarchia finanziaria che dirige la produzione, unita dalle banche in un tutto unico, è giunta al potere. Questo processo di organizzazione della produzione si è sviluppato dal basso dopo essersi consolidato nel quadro degli stati moderni che sono divenuti l’espressione precisa degli interessi del capitale finanziario. O gni economia sviluppata nel senso capitalistico della parola si è trasformata in un trust “nazionale”-statale sui generis. D’altro lato il processo di organizzazione delle parti economicamente avanzate dell’economia mon­diale si accompagna ad un incredibile acutizzarsi della loro concorrenza reciproca. Questi gruppi trovano l’e stremo argomento nella forza e nella potenza della organizzazione statale e, prima di tutto, dei propri eserciti e delle flotte. La potente autorità militare dello stato è l’ultima carta nella lotta fra le grandi potenze. La capacità di lotta sul mercato mondiale dipende in tal modo dalla forza e dalla compattezza della “nazione”, delle sue risorse finanziarie e militari. L’u­nità nazional-statale ed economica autosufficiente che allarga all’infinito la sua forza grandiosa fino all’impero mondiale: è questo l’ideale costruito dal capitale finanziario. Il processo di internazionalizzazione della vita economica può acuire e acuisce in alto grado la contraddizione fra gli interessi dei diversi gruppi “nazionali” della borghesia. In realtà lo sviluppo degli scambi può essere accompagnato dallo sviluppo della concorrenza più sfrenata e di una lotta mortale. Allo stesso modo si pone il problema per l’esportazione del capitale. Non è affatto vero che si crei sempre una “comunanza di interessi”, compartecipazione, ossia quando si costituisce una proprietà collettiva di capitalisti di vari paesi su uno stesso oggetto, grazie al possesso comune di titoli azionari. In tal caso si forma una vera e propria “Internazionale dell’Oro”, dove non c’è solo dell’affinità, ma addirittura una identità di interessi. qui si forma la loro unità. Ma parallelamente a questo processo, il corso dello sviluppo economico crea automaticamente anche la tendenza opposta, alla nazionalizzazione degli interessi capitalistici, e tutta la società umana, posta sotto il tallone pesante del capitale mondiale, tra sofferenze incredibili, sangue e fango, paga il suo tributo di inauditi tormenti, di sangue e di vergogna [→ mercato mondiale #2. quiproquo.82].

Una valutazione delle prospettive può essere data solo sulla base dell’a­nalisi di tutte le tendenze fondamentali del capitalismo. E se l’internazio­nalizzazione degli interessi capitalistici esprime solo un aspetto dell’in­ternazionalizzazione della vita economica, è necessario allora esaminare anche l’altro suo aspetto, quel processo di nazionalizzazione degli interessi capitalistici che esprime nel modo più evidente l’anarchia della concorrenza capitalistica nell’ambito dell’economia mondiale, porta ai più grandiosi sconvolgimenti e catastrofi, al più grandioso sperpero di energia umana e avanza con forza il problema dell’affermazione di forme nuove di vita sociale.

Il capitalismo mondiale, il sistema produttivo mondiale assume quindi, negli ultimi tempi, la seguente forma: alcuni corpi economici compatti e organizzati (le “grandi potenze civili”) e una periferia di paesi non sviluppati, con una struttura agraria o semiagraria. Il processo di organizzazione (che, fra l’altro, non è affatto lo scopo, o il movente dei signori capitalisti, come affermano i loro ideologi, ma solo il risultato oggettivo dei loro sforzi miranti a ottenere il massimo profitto) tende a uscire dai limiti del quadro “nazionale”, ma qui vi sono degli ostacoli molto più sostanziali. In primo luogo è molto più facile superare la concorrenza su scala “nazionale” che su scala mondiale (gli accordi internazionali di solito sorgono sulla base di monopoli “nazionali” già esistenti); in secondo luogo la differenza di strutture economiche, e di conseguenza di costi di produzione, che c’è, rende svantaggiosi gli accordi ai gruppi “nazionali” più avanzati; in terzo luogolo stesso collegamento con lo stato e i suoi confini rappresenta un monopolio di sempre maggiore importanza che assicura profitti supplementari. Cosi non vi è alcun dubbio che è presente una tendenza generale a circondare le “economie nazionali” con un alto muro di tariffe doganali. Con ciò non è per nulla in contraddizione il fatto che in qualche caso ci può essere diminuzione delle tariffe, concessioni reciproche negli accordi commerciali ecc.; non sono altro che eccezioni, arresti temporanei, armistizi in una guerra incessante. La tendenza generale non viene per nulla modificata da ciò, poiché essa non è un semplice fatto empirico, un fenomeno casuale che è inessenziale per i rapporti attuali; al contrario proprio la struttura del capitalismo contemporaneo porta con sé questa forma di politica economica, sorge con essa e cadrà con essa.

L’importante funzione economica che hanno attualmente le dogane porta con sé anche il carattere aggressivo della politica del “capitalismo contemporaneo”. Nella nostra epoca gli interessi del capitale finanziario esigono prima di tutto un accrescimento del proprio territorio statale, cioè dettano una politica di conquiste, di pressione militare diretta, di“usurpazione imperialistica”. Null’altro, al­l’infuori della formazione di un enorme territorio economicamente u­nito come mezzo monopolistico per la concorrenza, sottintendono anche tutti i discorsi sulla creazione dell’unio­ne doganale dell’Europa centrale. In effetti è questo il prodotto degli interessi e dell’ideologia del capitalismo finanziario il quale, penetrando in tutti i pori dell’economia mondiale, pro­duce contemporaneamente una fortissima tendenza alla chiusura dei corpi nazionali, alla “autarchia” economica come mezzo per rafforzare la sua posizione monopolistica. L’esportazione di capitale nelle sue attuali dimensioni e con la sua importanza attuale è provocata, come abbiamo visto, dalle particolarità dello sviluppo economico degli ultimi anni. Se la si esamina dal punto di vista della diffusione delle forme organizzate del capitalismo contemporaneo, non è altro che l’impadronirsi e la monopolizzazione di nuove sfere di impiego del capitale da parte delle aziende monopolistiche di una grande potenza o – se si prende il processo nel suo complesso – da parte dell’industria “nazionale” organizzata, del capitale finanziario “nazionale”. L’esportazione di capitale costituisce il metodo più comodo di politica economica dei gruppi finanziari, subordinando nel modo più facile nuovi settori. Ecco perché l’acu­tizzarsi della concorrenza fra i vari stati assume qui forme particolarmente vistose. Cosi l’internazionalizza­zione della vita economica anche qui porta con sé inevitabilmente che siano risolti col ferro e col fuoco i problemi sul tappeto.              [n.b.]

 

Razzismo

(mutamento storico)

Se ci si chiede il perché del riemergere del razzismo nei nostri giorni, (nelle leggi anti-immigrazione, negli stadi, nelle varie forme di xenofobia, ecc.) dobbiamo interrogare necessariamente la storia da cui è emerso. Condividerne motivi e comportamenti, significa invece accogliere l’inte­riorizzazione di obiettivi di potere, di cui ci si illude di far parte. Se infatti manca la capacità critica, la volontà rimane al servizio di fini estranei di cui non si percepisce né la natura né la potenziale distruttività nei confronti di un corpo sociale, reso perciò indifferente e/o invisibile. Bisogna continuare, allora, a sottrarre legittimità a quei “saperi assoggettati” di cui ha parlato Michel Foucault [cfr. Corsi al Collège de France nel 1976, in “Bisogna difendere la società”, Feltrinelli, Milano 2010], del quale si riporta in forma problematica un filone analitico sulla continuità e trasformazione del razzismo in sede storica.

“Il potere politico … ha il ruolo di riscrivere perpetuamente, attraverso una specie di guerra silenziosa, il rapporto di forze nelle istituzioni, nelle disuguaglianze economiche, nel linguaggio, fin nei corpi degli uni e degli altri”. È vero che “Essendo il corpo umano diventato, a partire dal xvii-xviii sec., essenzialmente forza produttiva, tutte le forme di dispendio irriducibili alla costituzione delle forze produttive, dunque rivelatesi perfettamente inutili, sono state bandite, escluse, represse”?

Nell’individuare uno stato di guerra “che non cessa di svolgersi dietro l’ordine e la pace” – almeno nel percorso storico delle società europee – Foucault ritiene di individuare “la guerra delle razze”. In seguito “alla conquista e all’asservimento di una razza da parte di un’altra”, dal xvii sec. in poi, si articoleranno tutte le forme della guerra sociale. A partire dalla rivoluzione francese e in particolare dai contributi storici di Augustin e Amédée Thierry nel xix secolo, si svilupperanno due filoni interpretativi: quello di una trascrizione biologica che darà luogo in tal senso alla teoria delle razze; e quello che si definirà come lotta di classe.

La messa a punto di un razzismo biologico-sociale avverrà all’interno di uno stesso corpo sociale, di cui costituirà in un certo senso lo sdoppiamento. “Diventerà il discorso di un combattimento da condurre non tra due razze, ma a partire da una razza posta come la vera e sola, quella che detiene il potere ed è titolare della norma, contro quelli che deviano rispetto a questa norma, contro quelli che costituiscono altrettanti pericoli per il patrimonio biologico La tematica razzista non apparirà più, a partire da quel momento, come strumento di lotta di un gruppo sociale contro un altro, ma servirà alla strategia globale dei conservatorismi sociali”.

A partire dalla fine del xix, e poi nel xx secolo, si definirà più precisamente “un razzismo di stato biologico e centralizzato.” La trasformazione nazista in forma regressiva, di uno stato incaricato di proteggere bioogicamente la razza, dovrà riutilizzare tutta una mitologia popolare, di tipo medievale, per assicurare il trionfo millenario della razza ariana. Ma proprio da qui emergerà, nella visibilità e chiarezza, la funzione ideologica del riutilizzo funzionale di lotte storiche, per il solo vantaggio del potere dominante. Già K. Marx aveva riconosciuto agli storici francesi e inglesi – Thierry, Guizot, J. Wade, ecc. – la paternità dell’esistenza delle clas­si nella società moderna, entro però le prime analisi di economia politica [cfr. Lettera a J. Weydemeyer, 5.3.­1852], rivendicando a sé solo l’indi­viduazione del loro legame con determinate fasi storiche di sviluppo della produzione, ecc.

La distinzione tra il concetto di classe e quello di razza si verrà quindi a determinare all’interno della critica dell’economia politica, dove i rapporti di produzione fissano alla loro funzionalità le classi, mentre le forme ideologiche dominanti che ne derivano useranno la confusione sociale della marginalizzazione razziale.

Nell’analisi dello stato nazista [cfr. Norbert Frei, Lo stato nazista, Laterza, Bari 1998] – che ha evidenziato questa differenziazione strutturale in modo emblematico – il controllo di tutti i cittadini, mediante schedatura, venne affidato alla Sicurezza quale “monopolio di tutti i compiti politici”. Si configurava in tal modo “una super-istituzione incentrata su principi ideologico-razziali e impegnata in un’opera permanente di risanamento e igiene sociale”. I focolai temuti di malattia del corpo sociale tedesco erano individuati in processi degenerativi contro i quali vennero organizzate le Polizie criminale e politica, i cui campi d’azione erano: “comunismo e altri gruppi marxisti; chiese, sètte, emigranti, ebrei, società segrete; reazione, opposizione, affari austriaci; detenzione cautelare e campi di concentramento; politica agraria, economica e sociale, associazioni d’interes­se; vigilanza sulle trasmissioni radiofoniche; affari del partito, delle sue sotto-organizzazioni e delle organizzazioni collegate; polizia politica estera; rapporti sullo stato della nazione; stampa; lotta all’omosessualità e all’aborto; controspionaggio” [Organigramma all’inizio del 1938].

“Mentre nel ″campo modello″ di Dachau continuarono a essere detenuti in prevalenza prigionieri politici, i nuovi Lager nazionali di Sachesenhausen e Buchenwald vennero riempiti in misura crescente da cosiddetti asociali (vagabondi, mendicanti, zingari, lenoni, ecc.) criminali abituali, omosessuali e testimoni di Geova, … socialmente indesiderati”. Rinchiusi a tempo indeterminato nei campi di concentramento furono perciò soprattutto detenuti politici in quanto “elementi nocivi alla nazione”.

Si iniziò così il “reclutamento forzato di manodopera per le prime fabbriche gestite dalle SS. Per questo scopo, esplicitato come “risanamento sociale del corpo del popolo tedesco”, le SS si dotarono di informatori infiltrati all’interno del partito, ottennero il controllo della Gestapo, formando un istituto segreto per gestire le “notizie dalla nazione”. L’abbattimento dell’opposizione politica veniva perciò effettuata attraverso lo scoraggiamento delle forme più generiche, ma soprattutto attraverso le condanne a morte di comunisti e socialdemocratici clandestini trascinati davanti alla Corte suprema di giustizia. “Al pari della Wehrmacht, anche la polizia agisce solo su ordine dei vertici dello stato, e non in obbedienza alle leggi. Al pari della Wehrmacht, i limiti del suo operato sono posti alla polizia dagli ordini dei vertici dello stato e dalla sua propria disciplina” [H.Himmler]. L’ideologia dell’aria­nesimo puntò alla creazione di uno spazio “libero dagli ebrei”. L’antise­mitismo radicale non venne però condiviso dalla maggioranza della popolazione, riducendosi perciò alla segretezza della “soluzione finale”. La pressione politica interna aumentò alle incertezze militari della “guerra lampo”, incrementando le “misure di risanamento” eugenetico-razziste del “corpo del popolo tedesco”. Alla “vittoria finale”, infatti, i tedeschi avrebbero conquistato il ruolo di popolo dominante razzialmente puro.

La realtà pesante dell’economia di guerra del 1939 però mise in luce l’o­biettivo, non più della progettata decurtazione dei salari (1938), ma del loro blocco, mettendo in atto imposte supplementari, riduzione di beni di consumo e razionamento, chiamando così allo sforzo bellico anche le ultime fasce di reddito. La repressione politica per mezzo della paura toccò i suoi picchi più alti nella seconda metà del conflitto, arrivando a decretazioni di morte per gli “ascoltatori pirata” di radio straniere.

La politica di disciplinamento sociale, attraverso criteri pensionistici e sanitari legati all’utilizzo della manodopera (peraltro mai attuati), conduceva a un piano di “livellamento delle differenze sociali e di classe da portare a compimento nell’ambito di una Volksgemeinschaft [nazione] definita da rigidi criteri razziali… Lo sterminio per gas di circa 70.000 malati fisici e mentali… fu solo l’inizio di un processo di ″purificazione″ social-biologica, avviato già in tempo di pace con le leggi sulla sterilizzazione e l’″igiene matrimoniale″, ma che poté essere realizzato in tutta la sua radicalità soltanto con l’entrata in guerra”. I non meritevoli di sopravvivere così dichiarati per via amministrativa, gli indesiderati politici o per razza, i soggetti inservibili – compreso il programma per l’eutanasia infantile – gli indigenti, ecc. vennero eliminati per via terapeutica mediante una giustificazione di necessità clinica, non sfiorati dal dubbio di compiere azioni dettate da manipolazioni politico-i­deologiche. Il “rinnovamento del popolo tedesco” era così operato attraverso una politica razziale, demografica e sanitaria quale presupposto per l’ottimizzazione dell’efficienza e della produttività.

Il programma di germanizzazione dell’est europeo (Ucraina compresa) prevedeva l’uso della manodopera coatta per queste “stirpi indesiderate”. Il nesso sfruttamento-sterminio fu massimamente raggiunto ad Auschwitz, dove la selezione per l’ido­neità al lavoro differiva lo sterminio immediato attraverso il gas da quello attraverso il lavoro. Circa un migliaio di altri campi accessori per la fornitura di manodopera a basso costo venne richiesto per l’incremento della produzione bellica, verso la fine del conflitto.

Oggi “la fine delle ideologie” ha sancito l’invisibilità sistematica di un’ideologia di sfruttamento da interiorizzare, mentre i governi “democratici” sanciscono ufficialmente l’e­guaglianza sociale, razziale , di genere, ecc.. Le carrette-del-Mediterraneo trasportano manodopera gratuita o a basso costo, soprattutto senza diritti. La diversità di razza, nazionalità o religione sta solo a indicare la potenzialità reale di uno sconfinato utilizzo di forza-lavoro, preventivamente umiliata e disposta a tutto pur di sopravvivere. La marginalizzazione sociale si è modernizzata. Non passa più tanto attraverso diversità razziali, etniche o culturali, quanto mediante il ricatto per la vita. L’impoverimento di territori ricchi di risorse naturali da depredare è il miglior contratto non scritto ma operativo, efficiente per ottenere una forza-lavoro in fuga dalla morte, disciplinabile a volontà.

Da non dimenticare: nel 1965 Malcom X (negli Usa) venne fatto uccidere quando mutò le sue predicazioni incentrate sulla discriminazione razziale, nella denuncia dell’emargina­zione di classe dei poveri, bianchi e neri, entro il sistema capitalistico. L’effetto guerra di questa ultima crisi intensifica la necessità di sfruttamento lavorativo, ma il razzismo che si riaffaccia ancora nella sacche della povertà culturale non ha il potere e l’efficacia dell’arma della fame e della paura della morte, per malattie o guerre costantemente presenti.

[c.f.]

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