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LAPSUS E “RAZZA BIANCA” — xeno\islamo\fobia razzista

8 Giu

riproponiamo questa nota già pubblicata nel 2018 che mostra come già allora fosse chiara la natura del Fontana governatore della Lombardia

 

lapsus

Con il sedicente jobs act (in cui la conclamata crescita dell’occupazione è dato che per l’85% essa comporta contratti di lavoro a tempo , e anche il restante 15% può essere anche a tempo o pure , ecc., comunque precario, la spregevolezza si prolunga fino alla xeno\islamo\fobia razzista dell’”America first” trumpista, goffamente scimmiottata da Salvini con , il cui obiettivo comune è ovunque la disuguglianza fra lavoratori differenti. Questa è esattamente la negazione dell’art.3 della costituzione italiana del 1948 che dichiara tutti “uguali davanti alla legge, “senza distinzione” di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” [i cui temi dell’uguaglianza trovarono una generalizzazione nella Dichiarazione universale dei diritti umani (sottoscritta dall’Onu sempre nel 1948, dove si afferma nell’art.2 che “tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, “senza distinzione” alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”]. Con buona pace del di Varese Attilio Fontana il quale ha concionato dicendo che la “razza bianca (sic!) va difesa dall’arrivo degli immigrati” ricevendo il pieno appoggio del suo segretario politico Matteo Salvini: “al governo normeremo ogni presenza islamica nel paese, siamo sotto attacco; sono a rischio la nostra cultura, società, tradizioni, modo di vivere: è in corso un’invasione” e l’approvazione del , il resuscitato Berlusconi. Ma da un’orgia di fasci\razzisti, sia nostalgici sia anche neofiti, non ci può aspettare altro.

Piuttosto vale pena soffermarsi un minuto, a conferma generale della fetente feccia di cui è composto il vomito verbale di simile gentaccia, ignorante anche dell’uso della lingua: non sa che dire “lapsus” dopo quel che ha proferito il leghista non ha neppure un senso appropriato. Senza più entrare nel merito sociale e politico della questione – ormai sepolto sotto una valanga nera d’immondizia e specificato una volta per tutte che la parola “razza” non implica né la sostanza né la conseguenza logica letterale di “razzismo”; anzi, avendo un significato del tutto diverso – sarebbe bastato un po’ di italiano per sapere quali siano gli usi sintatticamente corretti di codesta parola. Intanto che la circostanza, in molti soggetti, tale fenomeno si manifesti improvvisamente e con frequenza quasi casuale e involontaria, allorché una specifica parola viene confusa o dimenticata (e figurarsi se sia stato il caso di Fontana!); né merita tirare in ballo la psicoanalisi che considera i lapsus come conseguenze di “atti mancati”, in quanto forme di espressione indiretta dell’inconscio: e per i leghisti\razzisti più che un inconscio si tratta piuttosto di un . Secondo Freud solo apparentemente è casuale, ma sarebbe la manifestazione di un desiderio inconscio attraverso il quale trovano sfogo pensieri censurabili nella vita quotidiana e, in generale – manco a dirlo – di natura sessuale [chissà se Freud lo attribuirebbe pure a Fontana o Salvini]: secondo i canoni “scientifici” basta considerare i lapsus linguæ (errore della lingua, nel pronunciare una parola diversa da quella che si è cercato di dire), lapsus calami (errore nello scrivere una parola diversa da quella che si è cercato di scrivere), lapsus memoriæ (per un vuoto temporaneo di memoria se non si ricorda una certa parola ma che si ha l’impressione di averla in punta-di-lingua), fino ai lapsus manus: (incapacità di compiere un gesto della mano, facendone uno diverso da quello che si cercava di fare), ecc.

Neppure queste classificazioni tassonomiche sono calzanti per i leghisti, perché non si tratta delle diverse

attribuibili al “lapsus” ma al sostantivo in genere, che significa tutt’altro. Sia la “dichiarazione universale” Onu sia la “costituzione italiana” sottolineano che le norme vanno applicate “senza distinzione” alcuna “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita, di condizioni personali e sociali o di altra condizione”, ma non di “specie”: ossia soltanto l’unica e comune specie umana è presa in considerazione. Dunque tutto ciò allora vuol dire che <razze, lingue, religioni, sessi, ricchezze, circostanze di nascita, nazionali, opinioni politiche e altre> sono diverse ed esistono realmente; e in concreto i vari “-ismi” da tutto ciò fatti inopinatamente derivare – e che purtroppo anch’essi , ma solo come epifenomeni, sia pure – vanno combattuti fino in fondo e demoliti perché illogici e irrazionali — tranne che e finché codeste mostruose abbiano il sopravvento. Le conseguenze sociali di tali mostruosità sono sotto gli occhi di tutti, anche di coloro che non vedono. Altrimenti per quale motivo si sarebbero ineguaglianze tra le condizioni di lavoro e di salario per le donne, perché ci sarebbero persecuzioni tra religioni diverse (a turno tra cristiani, ebrei, musulmani, panteisti e animisti), discriminazioni rispetto a popoli ed etnìe diverse: provate a far cantare un blues o ballare un boogie a un negro [così si chiamano fra di loro e non “nero”, che è un’ipocrisia borghese] di origini africane e confrontate se ci sono differenze con un umano di origini asiatiche, coreano o giapponese; o chiedetevi perché la condizione femminile è di norma sempre sovrastata da quella maschile, in tutte le circostanze, a partire dai lavori [differenze di opportunità, avanzamento professionale, norme contrattuali, remunerazione (recenti dati Onu documentano che internazionale, quindi con punte locali molto maggiori, le donne sono pagate il 23% meno degli uomini)] non soltanto ovviamente tra borghesi e proletarie, ma anche entro ciascuna classe sociale; e perché oggi sono cresciuti a dismisura gli assassinii delle donne da parte dei maschi (insieme alla loro visibilità), ecc. Insomma, che fine ha fatto la proclamata del “senza distinzione”, se è evidente che l’inferno (se ci fosse) avrebbe una rete stradale lastricata al meglio!

 

Messaggio oltre la “pandemia”

7 Apr

Al posto dell’occhiello, la citazione di una parte finale della poesia di B. Brecht, intitolata “Messaggio” viene qui riportata all’inizio di queste brevi osservazioni sull’andamento della pandemia in atto, data la stretta attinenza ai problemi che ognuno di noi sta vivendo, quotidianamente assillati da informazioni contrastanti, in un disorientamento forse non voluto e comunque di impianto istituzionale assolutamente nuovo.

III “Messaggio a medici e infermieri”

«Ora a voi, medici e infermieri. Pensiamo
che anche fra di voi ci debba essere qualcuno,
pochi forse, ma qualcuno sì, che
si rammenti dei doveri verso quelli
che hanno, come loro, apparenza umana. Invitiamo
costoro a sostenere i nostri ammalati
nella loro lotta contro le Mutue e le consuetudini ospedaliere
che riguardano la classe oppressa.

Impegnarvi in lotta con altri, con gli strumenti compiacenti
dello sfruttamento e dell’inganno. Vi chiediamo che questi
voi li consideriate come nemici vostri. Facendo questo
voi combattete solo la vostra propria battaglia contro i vostri sfruttatori
che ora vi minacciano di quella medesima fame
che ha fatto cadere il nostro compagno.
Lottate con noi!»

Il «compagno» della poesia riguardava un comunista ammalato di tubercolosi, abbandonato alla fame e all’umidità, cui giunge l’esortazione a lottare sia contro la malattia sia contro l’oppressione, che l’«hanno fatto ammalare». Oggi la tubercolosi, flagello durato fino al secondo dopoguerra, è stata confinata e quasi debellata nei Paesi sviluppati, mentre è ancora una delle prime cause di morte nei paesi più poveri dell’Africa e dell’Asia con circa 2 milioni di morti l’anno. Ora è invece in pieno corso non più il bacillo di Koch, ma un coronavirus altrettanto se non più pernicioso e meno riconoscibile del mycobacterium ormai individuato, nuovo esito anch’esso della continua guerra di classe, non più necessariamente ovunque sempre armata, ma agita tramite patogeni. L’eccezionale diffusione di questo virus è dovuta proprio all’interconnessione dei profitti confliggenti e indifferenti ai pericoli reali dell’economia integrata, all’inquinamento planetario, all’impoverimento – e quindi alla maggiore vulnerabilità – della maggior parte della popolazione mondiale, quali concause ancorché indirette ma compresenti. Le migliaia di morti in tutto il mondo, con certezza stimate per difetto, quelle dei contagiati e il rischio per la popolazione restante fanno correre ai ripari i rispettivi governi nell’applicazione di misure restrittive e di chiusure nazionali parziali, con risultati differenziati per zone territoriali. Il generoso tentativo di virologi e scienziati di tutto il mondo per diminuire almeno «di un millimetro cubo» l’attuale ignoranza (nonostante alcune previsioni da parte anche di scienziati!) che vela il comportamento di questo virus, non ha per ora fornito risultati definitivi e si brancola tra prove sperimentali di terapie da adattare. In tale situazione di incertezza l’escamotage di distogliere l’attenzione dalla realtà di effettiva minaccia generale, si avvale di due elementi distorsivi principali: a) inoculare paure legandole alla cosiddetta “emergenza”, peraltro leit-motiv di ogni crisi, ed b) esaltare retoricamente il già bistrattato personale sanitario , decurtato di 8.000 medici e 13.000 infermieri soprattutto nel sud italiano, dato il taglio di ben 37 miliardi di euro tra il 2010 e 1l 1019 ( da Berlusconi a Monti di 25 miliardi, e di 12 miliardi da Letta, Renzi, Gentiloni, Conte). Le paure si sversano ora nel contenitore dell’obbedienza coatta alle restrizioni sociali, e i sanitari vengono celebrati come eroi in prima linea. Lo stato di guerra poi è così materialmente e forzatamente rivolto contro il virus, mentre non si fa menzione di quella precedente condotta contro la sanità e per l’impoverimento della popolazione, ridotta nelle condizioni di degrado sociale e ambientale dall’esazione forsennata dei profitti in preda alla loro crisi, ormai da decenni sì pandemica. L’esorbitante numero dei morti nel nord Italia avrebbe potuto essere molto inferiore, ma tanto ormai non se ne tiene neppure più il conto nemmeno nei necrologi per non dare consapevolezza dell’entità del disastro umanitario, controproducente realismo a smentita dell’immagine di una edulcorata pace sociale..

L’attualità drammatica di questo poetico appello brechtiano ce lo fornisce casualmente una lettera di un’infermiera diretta al presidente Conte e pubblicata da Il Fatto Quotidiano (22.03.2020). Per chi non l’avesse letta se ne riporta una sintesi sostanziale. La lettera si inizia con il rifiuto dei 100 euro premio stanziato per i lavoratori sanitari, in quanto – si dice nella conclusione – il lavoro svolto da tutti vale infinitamente di più e condotto in condizioni personali gravosissime, di cui negli spalti del potere si ignora tranquillamente ogni dettaglio. Il rifiuto poi, riguarda sia l’apprezzamento sia l’elemosina riservati a questi lavoratori, implicitamente motivato dalla necessità di sottrarsi a forme ipocrite di copertura di ciò che da anni è stato realizzato nella sanità, finora considerata un “bancomat dei governi”. La condizione di “PAURA” del contagio cui sono stati inoltre abbandonati, è data dalla carenza di dispositivi di protezione che dovrebbero essere d’obbligo, sia da un punto di vista specifico del settore sia da quello genericamente umano.
Lo stato di sofferenza individuale, poi, cui questi lavoratori sono sottoposti, non avendo prezzo – si può aggiungere qui, – non viene contabilizzato da un governo prono ai comandi della lucrabilità privata, che dovrebbe invece – riprende la lettera – rimettere mano al contratto di tutti quei lavoratori del settore che sono stati dirottati in convenzione, a partite Iva, a tempo determinato, a chiamata, all’estero, senza specializzazione, ecc. economica.

L’appello alla lotta di Brecht – per chi lo vuole e lo sa leggere – è come recepito internamente a ogni riga di questa lettera scritta a ben 81 anni di distanza, appassionata e drammatica, forse anche inconsapevole di essere stata preceduta negli stessi contenuti. Vengono denunciati infatti tanto «gli strumenti compiacenti dello sfruttamento» ideologici e pratici, quali i ringraziamenti – non della gente comune più che confortanti e graditi invece! – e la definizione “eroica” della dedizione profusa, quanto la miseria di quel centinaio di euro, rispetto ai milioni annui sottratti e sottaciuti. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” sosteneva il Galilei brechtiano a fronte della costrizione all’abiura! E gli eroi sono sempre quelli negati o mandati a morire e che inaspettatamente sono riusciti a sopravvivere, salvando anche altri. E sventurati siamo anche noi
che, data la carenza di forze per combattere in tempo il depredamento del settore sanitario nazionale, siamo stati costretti a riversare la nostra mancanza collettiva su quella esigua parte di noi che deve così rischiare vita, affetti, energie, equilibrio psicofisico, ecc., perché condannata alla precarizzazione estrema che, grazie solo ad un virus micidiale, emerge in tutta la sua distruttività sociale ora sotto gli occhi di tutti. Questa precarizzazione sanitaria poi è la stessa che porta i contagiati ai loro ospedali, dove non solo le fasce più deboli della popolazione cedono all’infezione, ma anche – forse soprattutto – quelle impoverite e perciò obbligate a lavorare in qualunque condizione di ricatto, affinché si perpetui il dominio dei profitti. Quella «medesima fame», che condanna ad ammalarsi, è quindi il motore ricorrente della necessità di una lotta comune ancora sempre più attuale, contro sfruttatori e ingannatori per «combattere la propria battaglia» in modo unitario, così solo potenzialmente efficace.

Non è allora lo “spirito di sacrificio” che il sistema premia con i centesimi e loda con lusinghiere parole, ma è l’accoglimento forzato – e per lo più inconsapevole – di questa sorta di destino liberista etero-pilotato dai signori delle cliniche private e delle privatizzazioni ed esternalizzazioni -finché-si-può, che rende la professione un martirio e l’etica sociale una pratica straordinaria. I governanti – anch’essi inconsapevoli delle ripercussioni di questa crisi – stanno esponendo intanto alla visibilità generale l’esistenza di un valore d’uso coincidente con la serietà professionale tutt’uno con la com/passione e solidarietà umana, insospettabile per i mercanti del plusvalore dannati invece a inseguire il valore di scambio spazzato via dai monsoni della crisi. Bando alla retorica dell’eroismo, la capacità concreta di svolgere il proprio lavoro di sanitario è indistinguibile dal sentirsi membro di una umanità sofferente cui ci si prodiga come unica identità possibile. L’essere umani, di cui i mistificatori dell’eroismo si meravigliano, comporta il possedere un’etica che impone la cura della vita, l’uso della propria competenza finalizzata a salvare la vita altrui quale specchio di sé stessi. E’ un uso sconosciuto a chi rincorre la valorizzazione appropriabile del lavoro eseguito nella normale mortificazione di chi lo ha effettuato, come è sconosciuto a chi usa la professione per ricavarne denaro come unico fine. I rapporti materiali dominanti, rispecchiati nelle forme politiche e giuridiche che ci governano e che hanno depredato la sanità pubblica – quale ocus specifico in questo frangente –, fanno apparire le relazioni umane non come immediatamente sociali fra persone all’interno dei loro lavori concreti, ma come rapporti sociali tra cose che si scambiano. Per questo sistema la sanità – e quindi tutti i suoi operatori – non produce salute o salvezza di vite umane, ma profitti e compromesso sociale per il mantenimento dei capitali sovraordinati. Questa apparente dicotomia, frutto della coincidenza del dominio transitorio e di questo modo di produzione reale, fa emergere oggi la superiorità oggettiva dell’abnegazione di lavoratori che hanno rimesso al loro posto i valori materiali ed essenziali della vita in genere, come primato assoluto del proprio lavoro il cui uso precipuo è ricerca, solidarietà, aiuto reciproco tra umani che si riconoscono come specie naturale e come società reale nella storia. L’alienazione capitalistica del modo di produzione di questa epoca storica non cancella l’oggettivazione concreta delle sue innovazioni, conquiste sociali e coscienziali, valori umani e civili, ecc. La loro distorsione non ne implica necessariamente la distruzione materiale.
La sanità pubblica residua, peraltro una delle voci del salario indiretto, risulta così inadeguata a fronteggiare la pandemia che non solo scoperchia il bottino della inestinguibile guerra di classe perpetrata, ma fa risuonare l’allarme dell’effetto guerra dirottato sul solo virus. Dalle accuse piovute facilmente a pioggia, il sistema prova a difendersi nascondendo il numero dei morti, dei necrologi, dei contagiati, dei lavoratori obbligati al lavoro causa di contagi incontrollabili, evitando i tamponi, ecc.
Il bollettino soltanto indicativo di questa guerra ormai da aggiornare: il 73% delle aziende medio-grandi della bergamasca hanno continuato a lavorare coinvolgendo 500.000 lavoratori su 2.500.000, ripartiti tra tessile, metalmeccanico, chimico, gomma, contoterzisti per la Germania. In una fabbrica di ingranaggi sono stati considerati malati solo quelli cui viene fatto il tampone, gli altri non vengono contati. Le aziende non sono messe in quarantena se non hanno contagi interni. Chiusura dopo 20 giorni di prosecuzione del lavoro. Alcuni lavoratori si dichiarano malati per avere diritto alla quarantena. Il 27% ha chiuso l’attività. I morti sono 5 o 6 volte superiori alle stime ufficiali. Anche col moltiplicatore fino a 10. Formigoni ha chiuso 28 ospedali. Dirottamento sui privati con un livello qualitativo inferiore al pubblico. Chiusi ospedali nella Val Brembana. Il S. Giovanni Bianco è stato dichiarato antieconomico. Il business ha riguardato anche le residenze degli anziani, ora le più colpite. Siccome le strutture sono state ridotte, si muore a casa. La terapia intensiva non rende, quindi la riforma sanitaria ha privatizzato i cronici ma non per tutte le patologie. Analisi più rapide. L’inefficienza pubblica è stata così pilotata, rendendo anche “necessario” l’accorpamento dell’intramoenia. I morti sono in casa, in ogni famiglia.

Molti si chiedono quale sarà l’esito di questa sconvolgente esperienza, cosa cambierà e cosa rimarrà nelle nostre istituzioni, nella nostra società, nelle nostre coscienze, abitudini, ecc. Al momento non ci sono risposte, solo possibili ipotesi, tranne quella che ormai tutti sanno: l’uscita dall’incubo sarà la messa a punto del vaccino da estendere universalmente. Se il sistema di capitale sopravvivrà al covid 19 – come è purtroppo presumibile – se ne rafforzerà anzi la gestione anche di questa ricerca, che sarà appropriata da qualche laboratorio della Big Pharma o da qualche altro colosso farmaceutico traducendolo in benefici profitti. La ossessiva conta dei morti quotidianamente avviata, si concluderà con dei numeri così alti da costituire una necessità inderogabile ad acquistare l’agognato vaccino, riconquistando così gli stati più deboli da indebitare ulteriormente, o ricattando quelli cosiddetti alleati o concorrenti con “accordi bilaterali” o scambi vantaggiosi.
La scienza, va rammentato, è solo una branca di questo modo di produzione e il suo uso politico diventa un’arma a disposizione di chi ne gestisce il dominio. Sulle popolazioni decimate, non importa se da guerre, fame, inquinamenti, malattie, ecc. , si può sempre contare che siano accondiscendenti se non addirittura grate di esser sopravvissute e poi curate. La guerra di classe contro le popolazioni continua anche sotto queste insospettabili forme, addebitando alla “natura” sfuggita al controllo il disastro umanitario e avocando al proprio magnifico e munifico potere la scoperta del vaccino anelato. La condizione degli scienziati potrà anche essere migliorata con qualche briciola in più di reddito, ma la loro subalternità e dipendenza specialistica rimarrà intatta al servizio del capitale, libero di sfruttarli apparentemente per il bene della “comunità” umana, da cui intascare i miliardi dovuti.
La poesia che B.Brecht ci ha lasciato in eredità non è solo una poesia, è un’analisi del funzionamento di questo sistema finché non sarà superato da un altro. E’ soprattutto un’analisi di quello che deve e può essere il contributo a questo superamento da parte di chi ne rimane subalterno o vittima, anche quali loro sostituti e successori. Riconquistare la priorità del valore d’uso, della materiale concretezza del nostro lavoro e del nostro ruolo sociale, non lasciandocelo capovolgere o ipocritamente glorificare, significa non solo prendere coscienza di una realtà finalmente visibile, ma anche sviluppare da questa la capacità di lotta necessaria a che la spoliazione della maggior parte della popolazione mondiale abbia termine. Accumulare forze e lottare contro questo sistema tendenzialmente sempre più distruttivo ha come corollario lottare anche contro questo e i prossimi virus che si abbatteranno sulle vite di tutti, secondo previsioni scientifiche già effettuate.
Tassare per ora i capitali a favore della sanità mondiale: questo il nostro obiettivo, cerchiamo insieme le forme politiche minime, ma concrete, con cui realizzarlo.

Crisi economica e crisi sanitaria

6 Mar

Una intervista su Radio onda d’urto sulla crisi e il Coronavirus

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Presentazione – l’Imperialismo di Lenin

26 Feb

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La cosiddetta questione ambientale

3 Dic

di Carla Filosa

Nella misura in cui l’interessamento generale ai problemi ambientali è diventato di moda, non si può fare a meno di affrontare l’argomento mentre si è stupiti, eufemisticamente, per le variegate forme ideologiche in cui questo viene isolato da ogni altro condizionamento storico, sociale, politico, economico, ecc. Per privilegiare gli aspetti di fondo del cambiamento climatico, e cosa si deve intendere per ambiente, si è costretti a dare per scontato, almeno parzialmente, l’innumerevole elenco delle modalità e degli effetti registrati ormai da tempo da questi scienziati di tutto il mondo. Non solo loro, infatti, in antitesi agli interessi dei negazionisti alla Trump o alla Bolsonaro, si preoccupano per l’equilibrio del pianeta a causa del riscaldamento climatico e lanciano un allarme ai paesi e alle classi più povere del pianeta, da sempre più esposti a disastri ambientali di ogni tipo (innalzamento dei mari, uragani, tsunami, ecc.). In questo breve excursus si dà credito quindi alle numerose analisi e relazioni degli scienziati del clima e dell’ambiente in generale, non tralasciando denunce di autorevoli politici o magistrati sui danni localizzati determinati da interessi oggettivamente criminali, mentre nel contempo si verifica che l’analisi scientifica marxiana è ancora la sola in grado di individuare le cause reali e complesse del degrado crescente degli assetti sociali e territoriali, estesi ormai a livello globale. La mistificante “autonomia” delle devastazioni presenti e future relative all’“ambiente”, da parte di un dominio economico che al contrario ne determina un progressivo accadimento in forme per lo più irreversibili, dev’essere pienamente smentita unitamente a tutte le legittimazioni e palliativi ideologici, escogitati per far fronte agli effetti senza intaccarne le cause, libere così di continuare a distruggere risorse naturali e esseri umani, inquinare aria, acqua e terreni.

In un’ottica di contrasto a tali manipolazioni, va innanzi tutto riaffermato che storicamente il cambiamento naturale si sviluppa unitamente a quello umano, la cui esistenza e riproduzione è possibile attraverso un intervento attivo su tutto ciò che lo circonda, in base ai propri fini. Da sempre l’operosità o successivamente il lavoro umano, indipendentemente da ogni specifica forma della sua organizzazione, ha tratto dalla natura i materiali necessari ai bisogni sociali del suo tempo. In tal senso si può anche dire che si è posto come soggetto (naturale, come lo è il genere umano proprio nelle sue forze attive) di fronte alla materialità della stessa natura. Ciò significa che la forza produttiva umana, nell’uso progressivo dei materiali e delle energie naturali, ha inevitabilmente modificato assetti naturali originari andando a costituire quello che poi generalmente consideriamo come ambiente. Non si può quindi prescindere da questo percorso storico in cui per ambiente deve considerarsi la trasformazione, attuata, di una natura in funzione di fini umani determinati da identificare, la cui omissione costituirebbe mistificazione rispetto ad un’analisi seria dei problemi, su cui tutti siamo chiamati ad informarci e ad intervenire nei modi possibili e opportuni. Trattare pertanto le questioni ambientali separatamente dal processo storico che le ha determinate, cioè indipendentemente dai mutamenti specifici delle finalità umane, non solo è deviante rispetto alla lettura degli effetti rilevabili, ma impedisce soprattutto l’individuazione delle azioni positive o contromisure da intraprendere,  per il ripristino, se si è ancora in tempo, di una naturalità planetaria oggi considerata come altamente compromessa.  La conoscenza della peculiarità del modo di produzione attuale diventa allora l’unica via di approccio corretto alla pluralità degli elementi da tenere presenti nell’analisi dei cosiddetti problemi ambientali.

Finché il processo produttivo umano ha usato la materia naturale per il proprio fabbisogno, anche in quantità eccedente, il ricambio organico con la riproduzione naturale non è stato intaccato in modo disastroso o irreversibile per le leggi del suo funzionamento, nonostante la mancanza di conoscenze o di mezzi per il procacciamento del cibo abbia potuto determinare, nel lontano passato, l’ uso di terreni o bestiame in forma localmente distruttiva. Con il modo di produzione soggetto al dominio del capitale, invece, il processo lavorativo umano viene a coincidere con il processo di valorizzazione, ovvero con la finalità umana volta non più al bisogno sociale – se non in forma strumentale – bensì all’aumento quanto più possibile di un valore lavorativo da appropriare privatamente. La prevalente esclusione sociale dalla ricchezza, quantunque socialmente prodotta, a favore della sua  accumulazione sempre più concentrata in poche mani, comporta quindi una diversa valutazione della natura, concepita ora come cava inesauribile di risorse da utilizzare al massimo possibile per l’incremento di profitti privati, quale forma predatoria dominante e necessaria al sistema. La mercificazione della forzalavoro umana, interna all’essenziale formazione di detti profitti, deve così tendere a una capacità produttiva sempre maggiore, analogamente all’appropriazione illimitata di risorse naturali ovunque localizzate per l’ampliamento intensificato del loro uso, quale progressiva compressione dei costi di produzione. La condizione soggettiva di fornitori di pluslavoro, in quanto salariati nella fase produttiva, si unisce quindi alla base materiale della natura per la produzione di valori d’uso. Pur essendo questi però realtà ineliminabile e permanente, sono considerati solo come veicolo di valore (tempo di lavoro socialmente necessario per la trasformazione lavorativa) e plusvalore (quota di lavoro gratuito appropriato).

Lo sviluppo storico di questo sistema ha ulteriormente portato alla monopolizzazione delle forze naturali, sulla base di un diritto consuetudinario avocato a sé dai detentori della proprietà privata. Tale diritto ha inavvertitamente determinato poi la separazione tra le condizioni naturali inorganiche del ricambio materiale essere umano-natura, per la gestione e controllo comunitario delle popolazioni, demandando per lo più a forme statali e/o sovranazionali l’amministrazione degli interessi proprietari dietro cui opportunamente restare celati. Lo stesso diritto quindi che porta all’accumulazione privata ha fatto sì che questa non apparisse più nella realtà scaturita dal lavoro sociale ma, separata da questo, fosse considerata come autonoma condizione proprietaria, cui spettassero le materie prime, gli strumenti di lavoro e i mezzi di sussistenza per mantenere i lavoratori durante la produzione, prima che fosse compiuta. Solo nel capitalismo dunque la natura non è più considerata come forza per sé, nel cui uso era compreso rispetto, ripristino od anche timore. Diventa un oggetto utile da subordinare ai bisogni umani asserviti da dilatare poi illimitatamente per incrementarne il consumo, che a sua volta si rovescia sul potenziamento continuo dello sviluppo delle forze produttive per  realizzare valori d’uso per altri, valori d’uso sociali. Nel loro interno deve celarsi sempre più valore e plusvalore quale scopo dominante, riducendo di conseguenza la materialità naturale a mero strumento indiscriminatamente modificabile. La subalternità oggettivata dei rapporti sociali di produzione in cui si inscrive la diseguaglianza di classe, come pure la tutela dell’ambiente estranea a tali fini, realizza così il divario tra diritto proprietario e giustizia sociale, nonostante il tentativo ideologico di riaffermarne l’unità nei tribunali o nei dibattiti politici.

È poi con la monopolizzazione delle forze naturali che il capitale riesce ad ottenere preziosi plusprofitti, incorporando sia una qualunque forza naturale (ad esempio una cascata d’acqua,), sia la forzalavoro destinata a trasformarla. La forza naturale costituisce un conveniente  risparmio di costi e un vantaggio concorrenziale rispetto ai capitali che non riescono a disporne, ma “non ha un valore, in quanto non rappresenta un lavoro oggettivato in essa e quindi nemmeno un prezzo che non è altro che una rendita capitalizzata.” (Gianfranco Pala, L’ombra senza corpo, La Città del Sole, Napoli). Tale proprietà consente perciò di impadronirsi di un profitto individuale maggiore del profitto medio, da capitalizzare ogni anno, e che appare quale prezzo della forza naturale stessa. Risulta evidente poi che siffatta proprietà, che non sia toccata in sorte da un destino favorevole, può essere conquistata con la forza militare, mediante corruzione, ricatto creditizio o politico, debito pubblico, ecc., determinando così la disgregazione sociale, politica e ambientale di paesi o territori che invece ne siano casualmente dotati. Tale ricchezza  terriera, idrica o mineraria diventa perciò come una maledizione per la popolazione autoctona, se il paese in questione si trova nella geografia già stabilizzata della dipendenza gerarchica dalle multinazionali o catene monopolistiche transnazionali. È il caso, ad esempio,  del coltan (columbo-tantalite),  che si trova solo in Australia e in Congo, ora sembra anche in Amazzonia, ed è utilizzato  per piccoli condensatori, cellulari, high tech, ecc. La sua estrazione in Congo è costata, nel 1998, un numero di vite umane contate in 4 o 11milioni di morti (a seconda dei rapporti internazionali), per la sua rarità e quindi per la contesa relativa alla sua appropriazione conflittuale con Ruanda, Uganda e Burundi. Le conseguenze di danni ambientali in riserve e parchi nazionali sono dovute alla privatizzazione delle concessioni – si fanno i nomi di Nokia, Eriksson, Sony –, che hanno praticamente distrutto anche la coesione sociale, introducendo di fatto la coercizione allo scavo per fame della popolazione anche infantile, definita “schiavitù volontaria”.  Questa è l’interpretazione pertinente e più attuale del concetto di lavoratore “libero” che il capitale ai suoi inizi aveva giuridicamente e apparentemente creato secoli fa.

Se la natura è quindi dominabile sul piano del suo uso, o ricambio organico o metabolismo per la sussistenza umana, non per questo le sue risorse sono illimitate o possono essere ottenute con mezzi distruttivi degli ecosistemi. Lo sviluppo scientifico che il capitale ha promosso, con maggiore rapidità e universalità rispetto ad ogni altra epoca storica, è un lato del progresso umano che sicuramente trascende la limitatezza di questo modo di produzione, pur restando sempre bruta necessità di rivoluzionare costantemente le sue forze produttive nel superamento della conflittualità interna al suo essere pluralità  e unità contraddittoria. In altri termini è proprio in questo sviluppo antitetico senza quartiere che si generano le crisi da sovrapproduzione, da cui la brama di innovazione tecnologica e contemporaneamente speculativa, se non anche le guerre per l’appropriazione energetica, di materiali necessari all’industria bellica più avanzata, di sostegno alle valute dominanti di riferimento, di controllo strategico di territori, ecc. La distruzione di capitali necessaria alla soluzione delle crisi strutturali, ricorrenti, cicliche di questo sistema comporta anche la distruzione umana e di risorse propria delle forme belliche, mentre in tempo di pace si avrà disoccupazione o blocco produttivo, inflazione, pauperizzazione delle fasce più deboli della popolazione, emarginazione, ecc. La correlazione tra distruttività sociale e naturale risulta pertanto strettamente saldata nel funzionamento di riproduzione delle condizioni di ripresa dell’accumulazione di plusvalore di questo sistema, strutturalmente nell’impossibilità di fuoriuscire dalle intrinseche contraddizioni: “Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo… si manifesta sempre più come una potenza sociale…estranea, indipendente che si contrappone alla società.. è la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono… quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica determinata viene lasciata cadere e cede il posto ad un’altra più elevata” (K. Marx, Il Capitale).

La coscienza ecologica nasce per lo più al di fuori della consapevolezza di tali concatenazioni necessitate dal permanere di un sistema da tempo definito putrescente. In passato sono stati ipotizzati processi economici da un punto di vista termodinamico (Podolinskij 1880), entropico (Georgescu-Roegen), della decrescita più o meno felice ed altre utopie che qui si tralasciano, per dare conto solo di qualche denuncia degli ultimi tempi innestata sulla paura dei “mutamenti” climatici potenzialmente catastrofici. Piccoli stati insulari dell’America Latina, oltre ad altri continentali che soffrono il dominio statunitense quasi fosse una calamità naturale, ne denunciano la mancata volontà di frenare il riscaldamento globale in termini di ecoterrorismo. La voce che accusa di terrorismo ambientale è quella di Edgar Isch Lopez, ex ministro dell’ambiente in Ecuador, secondo cui “chi non salvaguarda l’ambiente come patrimonio di tutti in tempo di pace, lo salvaguarda molto meno in tempo di guerra”. Tra gli “atti deliberati per garantire il proprio vantaggio a detrimento di quello degli altri” si può forse includere allora il recente incendio appiccato, per conto del presidente brasiliano Bolsonaro, pupillo usamericano,  alla foresta amazzonica apertamente dichiarata di sua proprietà. Il terrorismo ambientale – di cui parla ancora Lopez – quale strumento addizionale alla guerra ingaggiata contro i paesi riluttanti al dominio Usa, ovvero alle sue imprese o strutture finanziarie, prende corpo con la devastazione perpetrata dalla Texaco nella regione ecuadoriana di Sucumbios, per l’estrazione petrolifera. Più in generale si tratta di una nuova strategia di dominio in cui i disastri naturali sarebbero come un’arma atta a determinare danni superiori a quelli dei conflitti a bassa intensità, per l’uso di tecnologie di ultima generazione. Nel 1974 il Pentagono ha rivelato gli sforzi per indurre piogge impreviste su Vietnam e Cambogia, per rendere impossibili gli spostamenti alle truppe di liberazione. Nel 1978 il Progetto Satellite a energia solare (SPSP) utilizza dei laser per fini militari. Il Progetto di Ricerca Aurora Attiva Alta Frequenza (HAARP) a Gokoma (Alaska) con lo sfruttamento della ionosfera altera regimi meteorologici, intercetta comunicazioni e radar nemici. Michael Chossudovsky della Global Research (Canada) dichiara alla Commissione Europea di non avere giurisdizione per intervenire nei “vincoli tra ambiente e difesa”. I cosiddetti “danni collaterali”, che ovviamente non riguardano la  morte di esseri umani – per sua natura irreversibile – ma per distruzioni di città, edifici, fabbriche, ecc. diventano profitti da incamerare per la ricostruzione già accordata alla preminenza bellica. Alla desertificazione da napalm, diossina, diserbante arancione, ecc. in Vietnam, e all’inquinamento da fosforo bianco, uranio impoverito, ecc. in Iraq, è seguito il Progetto di Bonifica ONU (PNUMA) di circa 40 milioni di dollari – essendo il dollaro ancora moneta di riferimento internazionale. Le leggi, ovunque, non possono essere di impedimento agli interessi. Questi le invocano solo in quanto garantiscono loro la “sicurezza giuridica” per mantenere l’esercizio del loro arbitrio.    

Il Protocollo di Kyoto (11.12,1997) cui aderirono più di 180 Paesi, nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sul riscaldamento climatico (UNFCCC) entrò in vigore solo il 16.02.2005 con la ratifica della Russia. Nel 2013 i Paesi aderenti erano diventati 192. Siccome l’accordo di ridurre le emissioni di gas  al 7% risultò troppo costoso per le industrie Usa, le cui emissioni  erano di circa il 14% ridotte di poco nel 2002, il loro governo non lo firmò. Il 40% delle imprese europee si comportarono un po’ diversamente, ma sostanzialmente in modo analogo. In un rapporto di Greenpeace viene dimostrato che il 98% dei finanziamenti della Banca Mondiale sono destinati a progetti industriali che incrementano il riscaldamento del pianeta. La riduzione, infatti, potrebbe automaticamente determinare il trasferimento delle industrie inquinanti da alcuni Paesi negli altri che al contrario si mantengono come “paradisi” delle emissioni. Continuamente avvengono le cosiddette “delocalizzazioni” (ignorando così il significato del termine che indica una dismissione dell’attività, un non-luogo definitivo, al posto di “dislocazioni” che invece lascia intendere il solo mutamento di luogo)  perseguite o per vantaggi fiscali, o per dumping lavorativo, o per “libertà” d’inquinamento o per un ottimale mix di tutti questi fattori, in piena sicurezza d’impunità giuridica eventuale.

L’ alterazione del clima “non è un problema di ambiente ma di sviluppo, che comporta un aumento di povertà, fame, malattie, incrina la sicurezza nazionale, regionale e internazionale”. A dirlo è un esperto Usa, Robert Watson che non teme di affermare che i principali responsabili delle emissioni di gas a effetto serra (CO2 in primo luogo) sono i Paesi più industrializzati mentre quelli “in via di sviluppo” – o dominati – sono i più colpiti. “Sviluppo” non è sinonimo di “crescita economica”, ma di lucro privato. Ogni anno sparisce l’1% delle foreste tropicali e il riscaldamento globale promuove il commercio illegale di specie, mentre diminuisce il 2% delle differenze genetiche nelle coltivazioni per l’imposizione del transgenico quale convenienza delle imprese transnazionali. A causa della pesca eccessiva – ad esempio – sono in pericolo le specie ittiche del Mediterraneo, del Mare del Nord, delle Galapagos e altri. Un altro genere di degrado ambientale proviene dalla necessità di ottenere gas e petrolio, per un vantaggioso ribasso dei costi, mediante la “fratturazione idraulica” delle rocce di scisto. Si attua una perforazione del terreno a 3.000 metri di profondità rivestendo poi il canale di cemento dentro cui si fanno passare cariche esplosive, da cui si producono fori che lasciano passare gas o liquidi; in una seconda fase si pompano fino a 16.000 litri di liquidi sotto pressione, più agenti chimici, sabbia, ghiaia o terra. Dalla frattura delle rocce si libera il gas o petrolio che risale lungo il canale di cemento, che poi viene raccolto e portato alle raffinerie. L’hydrofracking viene praticato per lo più in Usa e Canada, ma anche in Polonia, Germania, ecc. Oltre l’enorme spreco di acqua, le sostanze chimiche iniettate nel terreno, che per il 20% circa rimane sotto, possono contaminare falde acquifere con benzene, piombo, diesel, formaldeide, acido solforico, ecc. potenzialmente cancerogeni, oppure con isotopi radioattivi di antimonio, cobalto, zirconio, krypton, e altri. In seguito a questo trattamento sono state rilevate anche scosse telluriche (in Oklahoma nel 2011), sebbene per ora di scarsa entità.

Il “fascino discreto”  di tanti teorici dell’aggiustamento del sistema di capitale senza intaccarlo, in alcuni casi chiamato anche “green economy” per la sua vocazione al “rispetto ambientale” dichiarato, non può riguardare chi sceglie di guardare in faccia la realtà. Alcuni nomi: Jean Paul Fitoussi, Francis Fukuyama, André Gorz, Serge Latouche, Antonio Negri, Jeremy Rifkin e molti altri hanno in vario modo  alimentato l’interesse e le discussioni impegnate di tanti intellettuali e politici anche “disinistra”, nello sforzo di mantenere nell’ombra le strategie di sopravvivenza del capitale. Nessuna nostalgia per la sinistra che fu, e neppure ormai aspirazione a questa identità poco attraente con cui essere erroneamente scambiati; o si inseguono le trasformazioni di questo sistema nel suo permanere sostanziale, per contrastarlo sul terreno delle sue contraddizioni individuate, o meglio nuotare come sardine.  Gli ultimi tentativi di inquadrare i problemi ambientali si ritrovano sotto un titolo apparentemente cólto: Antropocene, molto presente nel dibattito internazionale. In questa parola si rintraccia l’intento di caratterizzare l’epoca in cui si attua il predominio  dell’azione umana sul pianeta, assumendo l’umanità come totalità omogenea. Per chi ha ancora di fronte l’aumento delle “disuguaglianze sociali” lette in un’ottica di classe, cioè funzioni di un sistema economico specifico, tanta genericità inconsapevole, o proprio rozzezza teorica,  non riesce a convincere. Più interessante risulta invece Jason Moore che risponde con un libro intitolato “Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria”, per riferirsi alle trasformazioni inscritte nei rapporti di potere capitalistici. Il termine antropocene – scrive Moore – “diviene problematico… se si impone, come è accaduto, come un significante vuoto, una parola alla moda che nega ‘la disuguaglianza e la violenza multi-specie del capitalismo’,…  ponendo sullo stesso piano sfruttati e sfruttatori, colonizzati e colonizzatori, bombardati e bombardieri, subalterni e dominatori, espropriati ed espropriatori”.

Senza poterci soffermare sulle articolazioni particolareggiate di queste teorizzazioni, per ovvi motivi di spazio, si lascia agli interessati la segnalazione dell’ultimo grido della battaglia delle idee, con un ultimo sguardo alla cruda realtà emblematica di Taranto sotto i nostri occhi. Ѐ un ultimo aspetto del degrado che riunisce pertanto la natura agli umani nel loro comune squallido uso, non all’attenzione come il riscaldamento climatico ma tuttavia efficace nel mostrare il nesso che salda il lato distruttivo del progresso capitalistico ai suoi miserabili fini. Produzione al massimo dello sfruttamento lavorativo e risparmio dei costi proprietari, massimizzazione dei profitti e inquinamento mortale allargato alla popolazione inizialmente ignara del rischio. Tutta la zona è ormai invasa dalle polveri sottili del “minerale” che entra nei polmoni nella costrizione a dover continuare a morire per vivere un po’. La violenza del profitto sembra invisibile quando non è armata con le armi convenzionali, quando si maschera dietro l’indifferenza per la morte altrui, dietro il silenzio del pericolo per l’altro, dietro uno scudo legale, ecc. Anche se gli operai dell’Arcelor-Mittal non conosceranno le teorie di bonifica di questo sistema, ora hanno ben chiaro che la bonifica del loro habitat confligge con gli scopi proprietari. Questi nomi sono sui loro muri.

Sul MES

3 Dic

Un punto di vista di classe sul MES.
Intervista pubblicata da Radio onda d’urto

AUDIO DELL’INTERVISTA

monete

“CHI HA PAURA DEL”… TOTALITARISMO?

22 Ott

di Carla Filosa

Per chi ha incontrato nella propria infanzia i fumetti dei tre porcellini (anni ’50), era consuetudine leggere ripetutamente la loro rassicurante canzoncina “chi ha paura del lupo?”, riferito a Ezechiele Lupo, il cattivo minaccioso attentatore alla vita dei porcellini perpetuamente destinato a soffrire la fame, nel finale buonista. Il potere di oggi di molti governi mondiali ha bisogno di rinnovare aggravate le vecchie paure, di fronte al rigurgito fascistoide diffuso unito al pericolo di ribellione di masse sempre più espropriate perfino dei territori su cui vivere, avendo però l’accortezza di sostituire al “lupo”- metafora, il non-concetto di “totalitarismo”. Sotto questo ombrello infatti, oltre alla genericità sempre ambigua, si annida ancora il concetto invece di lotta di classe, – sebbene mascherato –  da esorcizzare definitivamente. Il riferimento qui è alla non nuova risoluzione del Parlamento Europeo del 19.09.20019, che ha approvato la “valutazione… riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista” (art.5). Questa richiede ora una riflessione meno semplicistica sull’equiparazione di nazismo e comunismo ivi di fatto contenuta, e una presa di posizione di fronte alla storia passata, ferma perché consapevole. La domanda su “chi ha paura del totalitarismo” non solo è pertanto lecita ma soprattutto doverosa, perché riguarda la definizione e la tenuta delle nostre cosiddette democrazie, dove la virulenza dell’imperialismo mondiale viene invece sottaciuta e distolta mentre si innalzano muri e si armano guerre itineranti dall’apparenza locali. Il finale buonista, per questo imperialismo sempre più famelico, non è per niente scontato.

Accomunare comunismo e nazismo forse va fatto risalire ai tragici anni ’30 del secolo scorso, come scrive lo storico Eric J. Hobsbawm in Il secolo breve: “Si può inoltre sostenere che, senza il trionfo hitleriano in Germania, l’idea del fascismo come di un movimento universale, una sorta di equivalente di destra del comunismo internazionale avente in Berlino la sua Mosca, non si sarebbe sviluppata. Quest’idea non produsse un movimento consistente, ma diede soltanto motivazione ideologica alla schiera dei collaboratori dei tedeschi nei paesi europei sotto l’occupazione germanica[1]”. Da allora ai nostri giorni molteplici sono stati i tentativi di replicare la fantastica idea di equiparare, e cioè cancellare, l’antitesi reale, alterando con cura il diritto di primogenitura storica proprio della rivoluzione d’ottobre, quasi si fosse verificata contemporaneamente una casuale inessenziale compresenza di opposti. Il nazismo, infatti, avrebbe dovuto – successivamente e ad opera dell’imperialismo euro-atlantico – costituire l’argine armato alla estensione rivoluzionaria europea. Ancora ai nostri giorni, purtroppo, non risulta chiaro che il fascismo, nel suo fallimento storico, non è sopravvissuto alla sconfitta, non solo bellica, dovuto alla scomparsa della crisi internazionale da cui ha avuto facile origine. In seguito infatti, il fascismo non ha avuto nulla da offrire alle popolazioni sottomesse dalla guerra, quella sì totale (il massacro non ha riguardato solo i combattenti ma soprattutto la popolazione civile col proposito terroristico). Queste furono infatti costrette a pagare il sostegno alle istituzioni e alle procedure dei vincitori, da questi introdotte per esercitare un controllo imperituro a vantaggio dei propri interessi, dato che il fascismo non ebbe mai un programma o un progetto politico universale men che meno teorico.

L’analogia comunismo-nazismo, sorta come possibile libidine ideologica del liberismo, è tornata poi alla ribalta non a caso proprio negli anni ’50 (l’immediato dopoguerra da pacificare, nella esclusione di ogni conflittualità sociale proveniente dal mondo del lavoro!), per cui sarebbe interessante individuare la specifica opportunità politica che attualmente si ripropone alla sua sempreverde riesumazione. Se infatti la continua condanna del nazismo – solo dopo la sua fine, però! – ha avuto l’inestimabile merito di nascondere connivenze e simpatie non solo di Usa, GB e Francia con questo regime (analogie con aggressioni coloniali e non, orrori umani imbevuti di razzismo, lager, ecc.), dietro la facciata di una “democrazia” falsata nel suo stesso uso terminologico, la esecrazione del comunismo ha richiesto un’attenzione ulteriore. La condanna prontamente espressa ma insufficiente sul solo piano morale e religioso, da parte della Chiesa d’“Occidente”, (altra categoria, quella di occidente, coniata all’occultamento di ogni differenza economica, sociale e politica reale) doveva essere rafforzata col trasferire quel “comunismo”- preventivamente e riduttivamente incollato al regime staliniano dell’Unione sovietica, prontamente identificato con le purghe politiche, con i gulag, con i carri armati inviati in Ungheria, la cosiddetta “cortina di ferro”, ecc. – nel “totalitarismo”. Questo termine  avrebbe così sintetizzato nella dittatura tout court ogni negazione di libertà individuale – l’unica che conta per i laissez faire – lasciando nell’invisibilità la sola libertà di sfruttamento garantito quale appannaggio dei capitali. I campioni diventavano così “il mondo libero” contro “le dittature”, la “democrazia” contro  gli “stati totalitari”. Del comunismo come conquista possibile della gestione e del controllo razionale comune ed egualitario della vita umana e delle risorse naturali del pianeta, non se ne sarebbe più dovuto nemmeno sentir parlare.

Per questo liberismo europeo dei nostri giorni lo “spettro” comunista continua quindi ad aggirarsi minaccioso nei confronti delle stabilità politiche precarie, tanto da richiedere una revisione non più solo ideologica ma istituzionale della storia ad aiutare la manipolazione continua della realtà, data l’aggressività crescente del summenzionato imperialismo mondiale, che si alimenta solo di pauperizzazione, guerre, destabilizzazione e migrazione dell’impoverimento già realizzato, continua rapina delle risorse umane e naturali altrui, chiaramente insostenibili per la sopravvivenza riservata solo all’esigua minoranza dominante. Che i fascisti poi siano stati “i rivoluzionari della controrivoluzione…perfino nel loro deliberato adattamento di simboli e di nomi propri dei  Partito nazionalsocialista dei lavoratori, nella scelta della bandiera rossa modificata e nell’istituzione immediata, avvenuta nel 1933, del Primo Maggio (che era una festa rossa per definizione) come giorno di vacanza ufficialmente riconosciuto”[2], poteva esser sottaciuto e abbandonato all’oblio rassicurante della memoria  massificata. Ma anche il comunismo doveva incontrare la sua esecrazione convincente per non esercitare un potere attrattivo per le masse da diseredare del proprio sostentamento. Accantonate le positività del regime staliniano ed esaltate le sole caratteristiche che più si sono discostate dalla realizzazione del comunismo prospettato da Lenin, dimenticata la necessaria e provvida alleanza nell’esito bellico contro la Germania hitleriana, il comunismo è stato trasformato nella propaganda dei capitali monopolistici “l’Impero del Male”. Creato il nemico da criminalizzare, è bastato evitare ogni distinzione tra concetto, obiettivi comunisti e indebita realizzazione storica (in un solo paese!), per definizione altra dalla sua progettazione possibile. Il connubio o  parallelo tra comunismo e fascismo è stato così facilitato dal martellamento ideologico sostenuto da dollari e progresso tecnologico delle comunicazioni, immediatamente finalizzati  non solo alla mistificazione storica ma anche alla falsificazione teorica. Ormai queste ultime sono diventate necessità costante di qualunque potere, la cui durata è legata alla cancellazione dei presupposti e delle finalità conflittuali delle classi antitetiche, quali figure storiche protagoniste dello sfruttamento del lavoro umano coatto. La ricchezza prodotta può così continuare ad essere in massima parte sottratta ai produttori da parte degli accaparratori, in virtù dell’arbitrio naturalizzato come legale, come capitale di nuovo pronto ad accrescersi.

Infine, la retorica di regime della “rivoluzione” fascista doveva – come anche ora quella di equidistanza tra destra e sinistra, ambedue cestinate nell’insignificanza – cancellare nelle masse il sospetto di sostenere gli interessi delle vecchie classi dirigenti. Il capitale monopolistico trovò in quel regime l’esecutore dei propri interessi, tanto quanto nel New Deal roosveltiano, nel laburismo britannico, come pure nella Repubblica di Weimar, la cui inconsistenza insieme alla Grande crisi lasciò poi le consegne al nazismo. L’attuale concentrazione e centralizzazione dei capitali è progredita ancora fino al punto di sapersi rapidamente spostare su ambigui politici destro-sinistri o sinistro-destrorsi di scarso rilievo purché proni alle esigenze della crisi attuale, banali esecutori delle holding transnazionali indifferenti ai colori delle monete nazionali, in quanto concretizzazioni materiali della forma Denaro. Come ha mostrato allora la fine dei dittatori fuori controllo – Hitler, Mussolini, Hirohito, solo deposto per mantenere l’unità nazionale giapponese – e recentemente quella di Saddam Hussein e Gheddafi, chi non risponde più alle esigenze momentanee del dominio del denaro viene abbandonato e se occorre eliminato.

Il totalitarismo è quindi la sintesi priva di significato del nostro recente passato, e per l’oggi raduna tutte le paure necessarie a realizzare l’affidamento fideistico in chi ipoteticamente rappresenta la nazione (confusa con lo Stato), al parlamento europeo, per cui l’ideologia anticomunista può essere veicolata senza tèma di incontrare contrasti. Esecrare e demonizzare il comunismo non basta mai, soprattutto nei nostri tempi in cui l’imperialismo è costretto a svelare maggiormente il suo volto criminale. L’opposizione a questa fase più avanzata del sistema di capitale diventa allora una possibilità concreta dato l’esproprio  del “diritto alla vita” di vaste masse di popolazioni, “il diritto del bisogno estremo” di hegeliana memoria, che legittima il diritto materiale alla rivoluzione.

Dato che analisi storiche già effettuate non occorrono al sistema di potere che deliberatamente le ignora, è inutile ribadirne l’importanza laddove la memoria del passato è interessata solo a cancellarne il senso. Queste servono unicamente alle masse impossibilitate ad accedere ai fatti storici, perché escluse o per i limiti culturali loro imposti, per facilitare una comprensione del presente. Fondamentale a questo punto è fornire, sempre alle stesse, il significato ambiguo di “totalitario” che non sia lo spauracchio voluto dai mistificatori, né tantomeno la confusione ideologica per fini politici solo apparentemente imperscrutabili. L’analisi complessiva di questo termine e del suo uso è stata già effettuata in un libro pubblicato una decina d’anni fa dal titolo La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea.[3] A questo studio ci si rivolge qui, data la ricchezza di elementi su cui è importante riflettere e di cui non basta mai essere informati. L’occhiello con cui si inizia il capitolo riservato alla “triste storia…” del totalitarismo riporta un discorso di George W. Bush su La strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America:  “La grande battaglia del XX secolo tra la libertà e il totalitarismo si è conclusa con una vittoria decisiva delle forze per la libertà – e un unico modello possibile per il successo di una nazione: libertà, democrazia e libera impresa”.

Il termine totalitario è stato attribuito a individui (perfino a Gramsci!) o in disparate situazioni quale insulto, rifiuto o vera e propria esecrazione, nell’indicazione del nemico messo a gogna imperitura perché contrastante gli interessi dell’“Occidente”. L’identificazione di nazismo e stalinismo è stata costruita sulla tendenza di questi regimi al “dominio totale” sulle persone, e su quello “globale” a livello planetario[4]. L’ideologia, il “terrore” e il partito unico diventano così il modello politico di una esteriorità atta a cancellare ogni differenziazione reale, che la storia ha invece sancito come opposti. La superficiale tesi della Arendt  (una prima edizione del suo Le origini del totalitarismo risale al 1951) giunse a controbilanciare la barbarie nazista con un’altra – la stalinista – catalogata come della stessa portata, ignorando così le specificità dei fatti considerati soltanto in quanto risultati, nell’evasione delle cause che li avevano generati. Un regime politico non è che l’apparenza di un potere economico che ne plasma le caratteristiche e la funzionalità, fino a quando questa mantiene il proprio ruolo utile. A questo proposito anche gli individui sono soggetti a tale destino, ma non per la stessa autrice che travisò anche la stupefacente personalità di Eichmann ridotto alla “banalità del male”, quale assenza cioè di un pensiero consapevole in cui non emergeva invece il suo convincimento al nazismo. I gerarchi nazisti e i loro aiutanti, perduta la loro carica al servizio di profitti che si proponevano di dominare il mondo, furono abbandonati alla casualità della sconfitta che ne fece affiorare solo l’oggettività criminale delle azioni. Il nazismo non sarebbe mai sorto senza i Krupp, Siemens, I.G. Farben, Dresdner Bank, ecc., mentre l’armata rossa di Stalin non sarebbe mai entrata a Berlino senza la rivoluzione d’ottobre.  La continuità economica già menzionata con le cosiddette democrazie occidentali, il cui razzismo si è sempre presentato come necessità coloniale, conferma il regime hitleriano quale emanazione autoritaria del capitale, contro la cui forma imperialistica  l’Unione Sovietica ha invece dovuto lottare anche oltre la fine di tutte e due le guerre mondiali, sebbene in forme diverse.

Ancora Carl J. Friedrick e Zbigniew Brzezinski usarono in Dittatura totalitaria e autocrazia (1956) l’inclusione della Russia post-staliniana, della Cina comunista e di tutti i paesi dell’est europeo, come focalizzazione sul vero nemico comunista per esprimere la condanna della negazione della “libertà”. Una libertà usualmente privata d’ogni contenuto, puro suono articolato appropriato al proprio pulpito. Sebbene il “totalitarismo comunista“ dell’Urss sia crollato nell’89 insieme al muro di Berlino e senza terrore per alcuno, il termine da spendere ideologicamente persiste indelebile nell’attesa di un suo nuovo impiego a difesa del liberismo, magari sotto l’ombrello capace del post-moderno. “Sembra un giorno di festa” dirà la canzone di Cochi e Renato, “basta avere l’ombrela che ti para la testa…”. E’ così che nel 2005 appare al Consiglio d’Europa una risoluzione sulla “Necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo” definito “totalitario”, per richiedere infine anche “la revisione dei manuali scolastici… a tutela dei diritti dell’uomo”. Le democrazie dell’Occidente, impantanate nella crisi di sovrapproduzione ormai irresolubile, hanno cioè rispolverato i vecchi arnesi dell’irrazionalismo, del razzismo e della xenofobia per difendere i propri confini dall’ingresso di migliaia di immiseriti, proprio dalla rapina di risorse nei loro paesi  ad opera del capitale. Nel 2006 il Parlamento Europeo approverà un’altra risoluzione secondo cui: “la comunità democratica  deve respingere inequivocabilmente l’ideologia comunista repressiva e antidemocratica”. Sparito il regime sovietico cosiddetto comunista insieme ai suoi crimini, sparisce il referente oggettuale del totalitarismo ma non il ritorno possibile del suo spettro persistente nella dimensione immateriale dell’ideologia. Rimane – scrive Giacché – “…l’incubo del  dominio totale… del potere inostacolato, della violenza selvaggia ma organizzata, del linguaggio asservito al potere che stravolge e rovescia la realtà, cancellando ogni distinzione tra vero e falso”.

Il rovesciamento del significato dei termini e dei valori, proprio dei nazisti, entra ora nel linguaggio “democratico” costituendo un muro di gomma ideologico costituito dal Male assoluto del nemico anche immateriale come il “terrorismo”, il “bipensiero” nella denominazione pacifista di azioni belliche, la “mutabilità del passato” nello sconfessare rapidamente alleanze pregresse, “immaginarie congiure mondiali” come strumento per mobilitazioni e consenso (si pensi solo alla guerra all’Iraq motivata dal possesso di “armi di distruzione di massa”!), ecc. La creazione di un mondo fittizio è oggi facilitato anche dalla tecnologia atta alla comunicazione in tempo reale, mirando ad essere capillarmente pervasivo per mantenere il controllo mondiale nell’occultamento delle proprie centrali. Non è poi così difficile per chi ha avuto accesso all’analisi dell’imperialismo individuare nelle forme del capitale transnazionale – e non più nella forma Stato – la matrice “totalitaria”, se così più chiara appare la denominazione, che allontana da sé ogni sospetto di dominio mondiale incontrastato, indicando nel Nemico le caratteristiche da esecrare. Il capitale finanziario, già denunciato nell’analisi leniniana, le holding o corporation in continua evoluzione procedono velocemente ad incrementare lo sfruttamento del lavoro mondiale, eliminando ogni ostacolo all’esazione dei loro profitti. Chi ha paura del totalitarismo appare dunque questa classe mondiale tecnologicamente più avanzata di chi ancora aveva bisogno di lavoro forzato con i lager o i prigionieri di guerra, sostituiti adesso con una “oggettiva” precarizzazione della vita in tutto il mondo. I nuovi schiavi affrontano volontariamente il rischio della morte pur di essere sfruttati per riuscire a vivere, oppure accettano ogni condizione lavorativa pressati dal ricatto. Si veda l’aumento dei morti sul lavoro e di quelli in fuga da guerre, torture, fame e malattie! Che non abbiano a unificare le loro forze però!

[1] Eric J. Hobsbawm, “Il secolo breve” , 1995, Rizzoli, Milano. P. 143.

[2] Ivi, p.144, 145.

[3] Vladimiro Giacché, “La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea. Derive Approdi, Roma, 2008. P. 102 e sgg.

[4] Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo”, Sugarco, Milano, 1985.

Sul Salario minimo

31 Mag
{di seguito un breve intervento di Carla Filosa sulle ipotesi di Salario minimo. La questione è stata affrontata con Carla nella trasmissione domenicale di Radio onda rossa 87.9 a Roma – http://www.ondarossa.info – proprio al ridosso della sua iniziale pubblicazione su La Città Futura. Qui il podcast: http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/05/vengo-anchio-26-maggio}

di Carla Filosa*

Per leggere anche i disegni di legge sul salario minimo (PD: n. 310 ; 5Stelle: ddl n. 658; LEU: ddl n. 862) non è sufficiente conoscere il significato comune o apparente delle parole ivi contenute: è necessario riconoscerne il significato, sempre sottinteso se non ignorato, per comprenderne il contenuto reale o scientificamente concreto. Per la corretta individuazione di quest’ultimo si accolgono qui le categorie dell’analisi marxiana della critica dell’economia politica, alla luce della quale soltanto è possibile cogliere la forma attuale, ma celata, di questo sistema di uso profittevole del lavoro, inconsapevolmente destinato, lui, all’immiserimento progressivo. Per forma è da intendere la sostanza, l’organizzazione, l’edificio interno ed esterno entro il quale prende vita e si racchiude di necessità ogni relazione sociale, nelle sue modalità altrimenti inconoscibili perché queste non evidenziano la natura, le cause reali del loro apparire, come fossero sufficienti a sé stesse, senza rinvio ad altro che non sia l’essere così come sembrano. Comprendere la concretezza dei rapporti sociali, delle cose e delle parole è possibile allora solo conoscendo in quale forma storica e logica essi si presentano e vengono usati. Ad esempio il lavoro salariato è la forma specifica in cui bisogna comprendere cosa sia il lavoro in questo sistema capitalistico, in cui si presenta libero e separato dai mezzi di produzione. L’accesso al salario è qui finalizzato alla produzione di un valore (tempo di lavoro erogato) eccedente (che non viene pagato) il necessario (pagato) per vivere. Il salario insomma  non ripaga tutto il lavoro contrattato ma solo una parte e questa viene continuamente ristretta, compressa. Il lavoratore oggi incarna una forma di proprietà privata nel senso che questa lo esclude, lo priva del prodotto del suo lavoro come della maggior parte della ricchezza sociale appropriata da una minoranza di espropriatori.

 

All’esame del disegno del PD si evidenzia immediatamente, nelle finalità della proposta, l’ambiguo obiettivo di fornire al lavoratore “una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente….”,  richiamando l’art. 36 della Costituzione. Qui, infatti, per assicurare “un’esistenza libera e dignitosa”, cui seguono la consacrazione del diritto di sciopero e la libertà sindacale, implicitamente si ammette che solo attraverso una lotta è possibile il conseguimento di quell’obiettivo, comunque non garantito dalla Costituzione. La realtà di una lotta di classe, che di volta in volta rimette in discussione quel minimo dignitoso della retribuzione, occhieggia dietro questo e altri articoli costituzionali, in cui la genericità e l’assenza di ogni efficacia normativa rinviano a un’ideologia borghese vòlta a cancellare la divisione sociale del lavoro, per evidenziarne solo quella tecnica e passare all’armonizzazione sociale continuamente auspicata.

La definizione di “salario minimo orario”, nel ddl ora in esame, si monetizza in non meno di “9 euro al netto dei contributi previdenziali e assistenziali”, incrementabili il “1° gennaio di ogni anno…”, senza altra necessaria connotazione di tipo concettuale o storico. Il sospetto che si eviti di precisare cosa sia il salario per il datore di lavoro – e cioè un investimento produttivo per l’acquisto della forza-lavoro – e cosa sia invece una volta diventato reddito per il lavoratore – ossia denaro improduttivo che scompare nell’acquisto di mezzi di sussistenza – si collega a quell’anodi­no “minimo” concepito quale diga all’affondamento normalizzato delle retribuzioni sotto ogni soglia, negatrice di ogni “dignità” dell’esistenza. Che poi il salario in questo sistema sia ancora un’entità sociale, reale e relativa (cioè non solo individuale come busta paga, equivalente alla quantità di merci effettivamente scambiabili, infine da commisurare al guadagno, profitto del capitalista, al cui confronto la capacità d’acquisto può risultare diminuita pur restando immutato il suo valore reale), significa che deve risultare sempre “minimo” entro i limiti delle sue oscillazioni, per l’intera classe lavoratrice cui si riferisce.

Nelle norme di attuazione si prevede l’accordo con i sindacati “più rappresentativi”, secondo l’indicazione dell’articolo 19, dopo il più famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si ipotizza che l’esclusione prevista per i sindacati minori, pur esistenti e legittimi, sia più funzionale al controllo istituzionale degli obiettivi di conciliazione sociale favorevole alla riproduzione di questo sistema. Infine la deroga alla contrattazione stipulata prevede la nullità contrattuale o l’esclusione dai benefici erogabili da una parte, e sanzioni amministrative per i datori di lavoro (benefattori, come indica la parola, quali fornitori di posti di lavoro per altri ma mai riconoscibili come profittevoli personificazioni di capitali).

 

Il ddl dei 5Stelle ricalca nelle finalità più o meno quelle già espresse, facendo riferimento anche all’articolo 2094 del codice civile (“È prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore”). La retribu­zione deve essere proporzionata “alla quantità e qualità del lavoro prestato” … “comunque non inferiore a 9 euro all’ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali”.  Il riferimento principale è ai contratti collettivi  nazionali, in funzione antidumping e a favore della concorrenza tra imprese. Si citano anche le cooperative con trattamenti economici anche molto differenziati, talvolta anche in modo ingiustificato. Si riconosce l’inesistenza di strumenti vòlti a dare certezza del diritto per contrastare efficacemente la competizione salariale al ribasso o che garantisca la correttezza concorrenziale tra imprese. Anche qui l’art. 36 della Costituzione, comma 1; e art. 39 comma 2,3,4 costituiscono le linee guida.

 

Nella proposta di LEU, iniziativa del deputato Pastorino, si parla di “salario minimo orario e equo” dietro la cosiddetta equità di un “compenso” pagato per difetto, e a una frammentazione lavorativa costretta ad autodefinirsi “autonoma” per il lato formale, mentre per quello pratico, concreto, risulta nei fatti dipendente. L’equo formale, quindi, stabilito per contratto, accordo, commessa o incarico una tantum non ripaga mai tutto il valore lavorativo erogato. Il cosiddetto salario remunera solo una quota di lavoro effettivamente svolto, quella necessaria o relativa al tempo storico in cui si calcola il fabbisogno per riprodurre al minimo quella forza-lavoro, il cui uso invece, preventi­vato come iniquo, deve produrre gratuitamente – e quindi nascostamente – più valore di quello prefissato, un’altra quota di guadagno da riservare al solo committente.

L’“autonomia” del lavoratore consente inoltre di nascondere forme raffinate di cottimo  (previsto come autosfrutta­mento “volontario” del lavoratore per ottemperare al rendimento preordinato), come pure a non pagare, da parte del­l’offerta di posti di lavoro, i dovuti contributi previdenziali che perciò ricadono a carico dell’“autonomo”. Questa  presupposta autonomia viene poi attribuita anche ai cosiddetti riders, per lo più privi di qualsivoglia assicurazione, abbandonati tra i “senza diritti” nell’ultima atomizzazione del mercato del lavoro. Forti di un’attività lavorativa perché “fuori della sede fisica dell’impresa”, i committenti risparmiano anche i dispositivi non aziendali (bici, motorini, smartphone, tablets, ecc.) e impongono ai loro fattorini una lotta giuridica per il riconoscimento di documentabile “lavoro dipendente”, in cui tempi ed esiti prolungati portano intanto tassi di sfruttamento tendenti comunque ad abbassare i livelli dei salari sociali. Tutti gli articoli (11) presentati sono rivolti a “riequilibrare un divario di potere fra committente e prestatore d’opera”. Divario, in questo sistema, riducibile ma non eliminabile, in quanto basato proprio sul comando e sulla coercizione del lavoro altrui.

Il salario minimo orario viene proposto per l’attuazione di una vita “dignitosa”, “mantenendo una concorrenza leale” tra lavoratori, “al fine di promuovere la coesione sociale del Paese e favorire la redistribuzione del reddito”. Innanzitutto la dignità a cui si fa riferimento  è strettamente legata alla possibilità di decisione sulle condizioni oggettive del lavoro che, se gestite da altri e quindi sottratte al controllo del lavoratore, o alla volontà individuale o della classe, lasciano questi ultimi alla mercè dell’espulsione lavorativa sempre in agguato. Nata come incentivo morale all’impegno per il lavoro, la dignità del vivere è stata introiettata per lo più dai poveri (labouring poors) come qualità personale meritevole del rispetto sociale, mentre ne è stata ignorata e resa invisibile la realtà materiale di dipendenza da fattori esterni. Quanto poi alla “concorrenza leale” tra lavoratori, oltre a forgiare nei fatti la falsa coscienza ideologica di una supposta solidarietà sempre vanificata dal ricatto sulle condizioni oggettive del lavoro, è stata artatamente sostituita con la lotta tra poveri per la sopravvivenza, esposti perciò al ricorso all’illegalità, al mobbing, al lavoro nero, ecc., e non certo al rispetto delle regole della buona educazione borghese. Il fine della “coesione sociale” è quindi un altro inganno ideolo­gico in cui ci si finge una <comunità sociale senza conflitto> per imporre invece un’impotenza rivendicativa al solo mondo del lavoro, funzionale al mantenimento assicurato dei rapporti di forza esistenti. Parlare infine di “redistribu­zione del reddito” senza menzionare la precedente produzione del valore (cioè tempo di lavoro effettuato) di cui il “reddito” è solo una parte percepita postuma, sempre poi erodibile nelle forme dirette, indirette e differite, significa ignorare lo sfruttamento (lavoro erogato e non pagato) normalizzato, il cardine della natura dei profitti e del loro necessario incremento nel produrre come effetto la progressione della povertà sociale.

Si rinvia ad un successivo decreto l’entità da stabilire del minimo “in relazione alla retribuzione media regionale, alla produttività e al tasso di occupazione regionale”. Si fa riferimento alla produttività senza spiegare che invece si tratta esclusivamente di <intensificare> e <condensare> l’orario (aumento dell’attività lavorativa – quota di lavoro necessario destinato a ricostituire i mezzi di sussistenza), per aumentare la quota di lavoro superfluo che produce il valore eccedente o plusvalore, destinato al solo profitto imprenditoriale. Aumento della “produttività”, nel linguaggio corrente (o confindustriale), indicherebbe un aumento della capacità di creare maggiori beni o valori d’uso nello stesso orario lavorativo o anche con un orario più lungo o più corto. In realtà si tratta solo di quella parte di pluslavoro che andrà a incrementare i profitti, aumentando peraltro il divario relativo ai salari, stazionari alla produttività precedente e pertanto relativamente diminuiti.

Si invoca la “crisi economica” per giustificare l’aumento della popolazione caduta ben al di sotto della soglia di povertà. Non si precisa che la crisi è dovuta al funzionamento strutturale di questo sistema di capitale, cioè sempre ricorrente e sempre pronto a riversarsi in crisi di lavoro, ovvero con licenziamenti – altrimenti definiti come la “messa in libertà”, “esuberi” o con altri mistificanti eufemismi – precarizzazione, flessibilità, intermittenza lavorativa, abbassamento salariale, dislocazioni produttive, ecc. In altri termini i lavoratori scontano, con l’impoverimento programmato, l’incapacità produttiva del sistema capitalistico determinata dalla saturazione di domanda pagante delle merci prodotte, per cui la produzione dev’essere interrotta o comunque ridotta. La ricerca dell’abbassamento dei costi – di cui la forza-lavoro costituisce la parte più rilevante – coinvolge così tutta una popolazione sostenuta dal solo reddito residuo dei lavoratori superstiti, cui si accolla tutto il peso della disoccupazione disseminata in tutti i settori produttivi e improduttivi, il mantenimento dei giovani, il sostegno di servizi sociali (scuola, sanità, trasporti, ecc.) da cui lo stato si ritrae, diminuendo così anche la parte indiretta dei salari.

“L’esistenza libera” e “la dignità professionale” cadono pertanto sotto il maglio del funzionamento ottimale di un sistema che in tutti i settori produce al massimo delle forze produttive esistenti fino a intasare i mercati. La società nel suo complesso viene privata della maggior parte della ricchezza prodotta e conseguentemente deve ridurre i propri bisogni per sopravvivere come può, abbandonando sogni o ideali di dignità, mai posseduta nelle condizioni materiali della sua esistenza.

Concludendo, la fissazione di un “termine di salario minimo orario”  può anche essere uno strumento per contenere i tassi di sfruttamento lavorativo astutamente messi in atto da questo sistema. Inutile però fissare sanzioni all’elusione già prevista della normativa, se non si accompagna ad un sistema di controllo capillare della stessa. Il ricatto sempre in voga di comprare una forza-lavoro, purché al di fuori delle norme vigenti, non può essere scoraggiato dalla sola istituzione delle multe alla loro evasione. Non si può nemmeno più pensare ad un ruolo sindacale di controllo o di difesa della forza-lavoro, essendo stati questi sindacati storici, promossi a unici interlocutori, risucchiati entro un comparto istituzionale neo-corporativo di assenza conflittuale sociale. Se a questo limite al ribasso non emerge una coscienza sociale di tutte le motivazioni che hanno condotto a questo ripiegamento – invece di chiedere un aumento del valore della forza-lavoro e cioè un incremento salariale come sarebbe necessario in un rovesciamento dei rapporti di forza – non si potrà formare una capacità efficace di lotta collettiva allo sfruttamento del salario e alla marginalizzazione sociale che ne consegue. L’abbassamento della qualità della vita – per definizione privata della gestione della propria dignità economica – come pure delle soglie di povertà praticamente in ogni Paese, può considerarsi come la condizione materiale già realizzata per il riscatto di popola­zioni sempre più allo stremo. Un innalzamento della coscienza sociale di classe, che cioè prenda atto di questi meccanismi di subor­dinazione costante e generalizzata, potrebbe sicuramente incrinare l’“ideologizzazione individualistica” con cui sono state imbri­gliate le forze ancora capaci di lottare contro questa strisciante nuova schiavitù. Una coscienza critica, dunque, che ponga la necessità vitale dell’emancipazione sociale dall’asservimento sempre più disumanante di questo sistema, potrebbe evitare rivol­te inefficaci o tattiche politiche perdenti, e condurre verso strategie in grado di riconoscere alla maggioranza reale della popolazione l’ineluttabile forza di conquista di una governabilità razionale a favore della collettività, tuttora co­stretta a non riconoscersi nelle proprie potenzialità concretizzabili.

Marxismo e cambiamento climatico

18 Mar

di Carla Filosa

A chi si spende per esporre e condividere – divulgare forse sarebbe pretendere troppo date le forze limitate – l’analisi di Marx in quanto tuttora l’unica in grado di far emergere una realtà continuamente operante, ma nascosta all’evidenza di ciò che appare, giunge immancabile la richiesta del “che fare”. L’urgenza di agire in qualche modo viene espressa soprattutto da parte di coloro che intendono la teoria come una ricettina immediata della pratica, e non la sua premessa propedeutica su una realtà sociale collettiva, di cui individualmente si è sempre parte, ma la cui gestione efficace per i fini propostisi dipende da un insieme di fattori storici, che inevitabilmente sfuggono anche alla migliore volontà dei singoli.  Oggi l’unico movimento veramente internazionale che sta scuotendo – almeno si spera – le politiche mondiali è quello dei giovani e giovanissimi per il ripristino degli ecosistemi, gravemente minacciati dal cambiamento climatico in atto. A un primo sguardo sembrerebbe che quest’aggregazione immediata e spontanea non abbia niente a che fare con “Il Capitale” e le sue leggi, con l’interesse per la sua conoscenza ostracizzata e denigrata sin dai tempi della sua stesura in quanto ostacolo teorico al potere costituito, che temeva soprattutto la sua efficacia pratica potenziale al tranquillo e contraddittorio avanzare del modo di produzione capitalistico. Attualmente c’è chi sostiene ancora che quell’analisi della storia, tuttora presente, sia stata scavalcata da altre (generiche, non si sa bene quali!) dinamiche, e soprattutto che la realtà sociale sia mossa prioritariamente dai gravi, quasi indipendenti problemi ecologici.

Per sostenere quindi che una difesa della natura e dell’ambiente, creato dalla società umana che nella progressività produttiva dominante determina parallelamente la contraddittoria distruzione sociale e ambientale, non può prescindere dalla conoscenza del modo di produzione capitalistico e dalle forze sociali accumulate per superare questo sistema, proviamo a mostrarne alcuni meccanismi fissati del suo funzionamento. Qui non serve citare gli ultimi report sul disastro ambientale, evidenziati da ogni organo d’informazione disponibile sui dati preoccupanti divulgati dagli scienziati, in quanto si ritiene che la conoscenza di questo presente si può trovare con facilità, ma che non può accontentarsi di cifre e date, pur utilissime, che prevedono il collasso del nostro pianeta. Tutto ciò che Marx aveva scritto sulla natura diventa infatti la base per capire che solo il sistema di capitale ha trasformato la concezione della natura da forza in sé, indipendente e includente gli esseri umani, in un oggetto utile da sfruttare senza limiti. Gli unici limiti riconoscibili, infatti, sono quelli imposti da questo modo di produzione, finalizzato alla produzione di valore e plusvalore, ovvero allo sfruttamento illimitato dell’attività lavorativa umana parzialmente obbligata alla erogazione di lavoro gratuito per sopravvivere, così come delle risorse naturali da accaparrare in forma privatizzata, con la violenza quando necessario. La utilizzazione delle risorse naturali nel sistema di capitale non prevede ripristino delle stesse in quanto rientrerebbe nel calcolo di un costo da evitare, così come non è prevista l’eliminazione o la riduzione nell’u­so di sostanze differentemente inquinanti – in aria, acqua, terreni – se queste risultano funzionali al processo produttivo meno caro da far procedere a oltranza, finché possibile. I vari problemi emersi, eufemisticamente denominati “criticità” sempre non si sa a danno di chi o da chi causati in ogni parte del mondo – dall’eccidio di Bhopal (casuale riferimento indietro nel tempo, come testimonianza della continuità dei fini dominanti) agli ultimi cicloni, tsunami, tempeste tropicali, smottamenti, inquinamenti d’ogni genere e in ogni dove, ecc. – sono continuamente indicati come calamità o naturali o comunque senza conseguenze civili o penali se riconosciuti di natura sociale quali cause e responsabili ad opera del sistema.

Per amor di concretezza è bene rammentare o far conoscere, proprio ai più giovani, la succitata strage perpetrata a Bhopal, in India, a 720 km a sud di New Dheli, il 3.12.1984 ad opera della Union Carbide, Usa, colosso del mercato chimico mondiale, i cui dirigenti non entrarono mai in nessun tribunale. Lo stoccaggio della fornitura dei pesticidi fu soggetto a un abbassamento del livello di sicurezza – come da risparmio di costi di capitale – e tragicamente fuoriuscirono nell’ambiente 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC) altamente tossico, sì da causare 3700 morti immediatamente e 16.000 nelle settimane successive. L’antiparassitario sparse mercurio, piombo, diclorobenzene sul suolo e nelle falde acquifere, determinando danni permanenti anche ai nati nelle generazioni successive, dovuti a contaminazioni, oltre che dell’acqua potabile, di madri che ebbero così i propri figli rovinati da labioschisi, paralisi cerebrali infantili, problemi respiratori, ecc. Solo dopo ripetute insistenze legali le vittime immediate furono risarcite con soli 400$ ciascuna, a quelle successive non fu dato nulla. Inoltre, la Global Environmental Outlook ha calcolato che un ¼ di morti nel mondo è causato da distruzione di ecosistemi, da inquinamento atmosferico e dell’acqua potabile, da coltivazioni intensive e deforestazioni.

Passando per brevità in Italia, possiamo scegliere tra le incalcolabili vittime da mesotelioma pleurico e il relativo inquinamento ambientale presente e futuro dovuto all’amianto, determinate sin dal 1907 dalla ditta Eternit di Casale Monferrato in Piemonte. I dirigenti di questa azienda pur sapendo della pericolosità del materiale, lo nascosero ai lavoratori che poi ne morirono, e quelli che avrebbero potuto evitarlo rimasero al riparo da ogni responsabilità giuridica. Altre produzioni ed estensioni dell’uso dell’asbesto sono state riscontrate poi in tutta la penisola, per lo più ancora da scoprire di volta in volta (si pensi solo alla sua sorprendente individuazione nel ponte Morandi recentemente crollato a Genova!), mantenendo ovunque l’immunità da ogni conseguenza penale o da risarcimento materiale alle popolazioni colpite. Senza dimenticare le vittime causate dall’Ilva di Cornigliano (Genova) per il funzionamento della cokeria e dell’altoforno, cui hanno fatto seguito da parte di dirigenti frodi processuali e tentata violenza privata contro dipendenti, la messa a fuoco su quelle di Taranto, in particolare del quartiere Tamburi e vicinanze, risulta maggiormente evidenziare la indifferenza naturale dell’economia capitalistica circa la distruzione ambientale e umana. Inizialmente proprietà ex Italsider con una produzione di 3 milioni di tonnellate annue di acciaio, l’Ilva di Taranto è passata in circa 15 anni sotto la proprietà privatizzata del gruppo Riva a 11,5 milioni di tonnellate, intorno al 1975. Siffatto aumento produttivo naturalmente privo di cure per la nocività degli impianti, in quanto costo da detrarre ai profitti, ha determinato “disastro ambientale doloso e colpevole, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento di beni pubblici, sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico”, come si legge dalle denunce ufficializzate. Passata dal 2017 alla proprietà Arcelor Mittal Italy Holding (51%), Arcelor Mittal SA (31%), Marcegaglia Carbon Steel Spa (15%), non si è ancora fatto nulla per ridurre l’impatto ambientale e sanitario, come pure non è prevista la messa a norma degli impianti delle emissioni diffuse e fuggitive, con l’acquisto di filtri ibridi (non gli efficienti e più cari Meros della Siemens utilizzati in Austria) meno costosi e praticamente inefficaci al taglio delle polveri. L’incremento produttivo ulteriormente programmato nell’immediato futuro aumenterebbe sicuramente in tali condizioni il danno ambientale, ma l’indennità penale assicurata ai dirigenti al passaggio di proprietà sembra consentire il varo degli obiettivi della multinazionale.

Il movimento per “salvare il pianeta” è sicuramente importantissimo anche per mostrare alle masse, per lo più sconfitte o inermi, che contrastare le tendenze politiche è una possibilità concreta per una gestione razionale della vita di tutti. La difficoltà mostrata però nell’individuare contenuti praticabili uniti alla forza per sostenerli e renderli applicabili, rende presumibilmente fragile la speranza di un ascolto effettivo da parte di una politica, espressione solo degli interessi proprietari dominanti a livello mondiale. L’arroganza di questo sistema arriva al punto di fregiarsi, come un fiore all’occhiello, dei contrasti che lo rendono più “democratico” se mostra di tollerarli mentre li svuota di contenuto. Il pianeta non potrà essere salvato se non individuando nel modo di produzione capitalistico la causa del suo degrado progressivo, negato, considerato comunque secondario al fine unico dell’estorsione della ricchezza mondiale, di cui si è esclusivi destinatari per diritto proprietario. È importante che ora le manifestazioni, ideologicamente definite non violente e con un fine universale, aggreghino i giovani verso una consapevolezza sociale, che sicuramente riuscirà ad azzerare l’individualismo e l’isolamento che finora il capitale ha sparso come sua invisibile coercizione comportamentale. È altrettanto importante che questi giovani possano crescere (più rapidamente che si può) acquisendo i contenuti relativi alle cause reali dello sfruttamento naturale e lavorativo – inglobato e reso invisibile nelle sue apparenze produttive normalizzate e che invece minaccia la vita di tutti – per renderli obiettivo prioritario e non solo ecologico contro cui lottare. Si può sperare che la forma internazionale che ora ha coagulato migliaia di forze giovani può forse considerarsi un’umanità che si riconosce assoggettata a un destino di distruzione contro cui si ribella, si fa classe mondiale contro il capitale, comprendendo che il possibile disgelo dei ghiacci non è una calamità naturale inevitabile, bensì dovuto all’uso predatorio e selvaggio di questa superabile “civiltà” assolutamente non “eterna”.