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Marxismo e cambiamento climatico

18 Mar

di Carla Filosa

A chi si spende per esporre e condividere – divulgare forse sarebbe pretendere troppo date le forze limitate – l’analisi di Marx in quanto tuttora l’unica in grado di far emergere una realtà continuamente operante, ma nascosta all’evidenza di ciò che appare, giunge immancabile la richiesta del “che fare”. L’urgenza di agire in qualche modo viene espressa soprattutto da parte di coloro che intendono la teoria come una ricettina immediata della pratica, e non la sua premessa propedeutica su una realtà sociale collettiva, di cui individualmente si è sempre parte, ma la cui gestione efficace per i fini propostisi dipende da un insieme di fattori storici, che inevitabilmente sfuggono anche alla migliore volontà dei singoli.  Oggi l’unico movimento veramente internazionale che sta scuotendo – almeno si spera – le politiche mondiali è quello dei giovani e giovanissimi per il ripristino degli ecosistemi, gravemente minacciati dal cambiamento climatico in atto. A un primo sguardo sembrerebbe che quest’aggregazione immediata e spontanea non abbia niente a che fare con “Il Capitale” e le sue leggi, con l’interesse per la sua conoscenza ostracizzata e denigrata sin dai tempi della sua stesura in quanto ostacolo teorico al potere costituito, che temeva soprattutto la sua efficacia pratica potenziale al tranquillo e contraddittorio avanzare del modo di produzione capitalistico. Attualmente c’è chi sostiene ancora che quell’analisi della storia, tuttora presente, sia stata scavalcata da altre (generiche, non si sa bene quali!) dinamiche, e soprattutto che la realtà sociale sia mossa prioritariamente dai gravi, quasi indipendenti problemi ecologici.

Per sostenere quindi che una difesa della natura e dell’ambiente, creato dalla società umana che nella progressività produttiva dominante determina parallelamente la contraddittoria distruzione sociale e ambientale, non può prescindere dalla conoscenza del modo di produzione capitalistico e dalle forze sociali accumulate per superare questo sistema, proviamo a mostrarne alcuni meccanismi fissati del suo funzionamento. Qui non serve citare gli ultimi report sul disastro ambientale, evidenziati da ogni organo d’informazione disponibile sui dati preoccupanti divulgati dagli scienziati, in quanto si ritiene che la conoscenza di questo presente si può trovare con facilità, ma che non può accontentarsi di cifre e date, pur utilissime, che prevedono il collasso del nostro pianeta. Tutto ciò che Marx aveva scritto sulla natura diventa infatti la base per capire che solo il sistema di capitale ha trasformato la concezione della natura da forza in sé, indipendente e includente gli esseri umani, in un oggetto utile da sfruttare senza limiti. Gli unici limiti riconoscibili, infatti, sono quelli imposti da questo modo di produzione, finalizzato alla produzione di valore e plusvalore, ovvero allo sfruttamento illimitato dell’attività lavorativa umana parzialmente obbligata alla erogazione di lavoro gratuito per sopravvivere, così come delle risorse naturali da accaparrare in forma privatizzata, con la violenza quando necessario. La utilizzazione delle risorse naturali nel sistema di capitale non prevede ripristino delle stesse in quanto rientrerebbe nel calcolo di un costo da evitare, così come non è prevista l’eliminazione o la riduzione nell’u­so di sostanze differentemente inquinanti – in aria, acqua, terreni – se queste risultano funzionali al processo produttivo meno caro da far procedere a oltranza, finché possibile. I vari problemi emersi, eufemisticamente denominati “criticità” sempre non si sa a danno di chi o da chi causati in ogni parte del mondo – dall’eccidio di Bhopal (casuale riferimento indietro nel tempo, come testimonianza della continuità dei fini dominanti) agli ultimi cicloni, tsunami, tempeste tropicali, smottamenti, inquinamenti d’ogni genere e in ogni dove, ecc. – sono continuamente indicati come calamità o naturali o comunque senza conseguenze civili o penali se riconosciuti di natura sociale quali cause e responsabili ad opera del sistema.

Per amor di concretezza è bene rammentare o far conoscere, proprio ai più giovani, la succitata strage perpetrata a Bhopal, in India, a 720 km a sud di New Dheli, il 3.12.1984 ad opera della Union Carbide, Usa, colosso del mercato chimico mondiale, i cui dirigenti non entrarono mai in nessun tribunale. Lo stoccaggio della fornitura dei pesticidi fu soggetto a un abbassamento del livello di sicurezza – come da risparmio di costi di capitale – e tragicamente fuoriuscirono nell’ambiente 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC) altamente tossico, sì da causare 3700 morti immediatamente e 16.000 nelle settimane successive. L’antiparassitario sparse mercurio, piombo, diclorobenzene sul suolo e nelle falde acquifere, determinando danni permanenti anche ai nati nelle generazioni successive, dovuti a contaminazioni, oltre che dell’acqua potabile, di madri che ebbero così i propri figli rovinati da labioschisi, paralisi cerebrali infantili, problemi respiratori, ecc. Solo dopo ripetute insistenze legali le vittime immediate furono risarcite con soli 400$ ciascuna, a quelle successive non fu dato nulla. Inoltre, la Global Environmental Outlook ha calcolato che un ¼ di morti nel mondo è causato da distruzione di ecosistemi, da inquinamento atmosferico e dell’acqua potabile, da coltivazioni intensive e deforestazioni.

Passando per brevità in Italia, possiamo scegliere tra le incalcolabili vittime da mesotelioma pleurico e il relativo inquinamento ambientale presente e futuro dovuto all’amianto, determinate sin dal 1907 dalla ditta Eternit di Casale Monferrato in Piemonte. I dirigenti di questa azienda pur sapendo della pericolosità del materiale, lo nascosero ai lavoratori che poi ne morirono, e quelli che avrebbero potuto evitarlo rimasero al riparo da ogni responsabilità giuridica. Altre produzioni ed estensioni dell’uso dell’asbesto sono state riscontrate poi in tutta la penisola, per lo più ancora da scoprire di volta in volta (si pensi solo alla sua sorprendente individuazione nel ponte Morandi recentemente crollato a Genova!), mantenendo ovunque l’immunità da ogni conseguenza penale o da risarcimento materiale alle popolazioni colpite. Senza dimenticare le vittime causate dall’Ilva di Cornigliano (Genova) per il funzionamento della cokeria e dell’altoforno, cui hanno fatto seguito da parte di dirigenti frodi processuali e tentata violenza privata contro dipendenti, la messa a fuoco su quelle di Taranto, in particolare del quartiere Tamburi e vicinanze, risulta maggiormente evidenziare la indifferenza naturale dell’economia capitalistica circa la distruzione ambientale e umana. Inizialmente proprietà ex Italsider con una produzione di 3 milioni di tonnellate annue di acciaio, l’Ilva di Taranto è passata in circa 15 anni sotto la proprietà privatizzata del gruppo Riva a 11,5 milioni di tonnellate, intorno al 1975. Siffatto aumento produttivo naturalmente privo di cure per la nocività degli impianti, in quanto costo da detrarre ai profitti, ha determinato “disastro ambientale doloso e colpevole, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento di beni pubblici, sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico”, come si legge dalle denunce ufficializzate. Passata dal 2017 alla proprietà Arcelor Mittal Italy Holding (51%), Arcelor Mittal SA (31%), Marcegaglia Carbon Steel Spa (15%), non si è ancora fatto nulla per ridurre l’impatto ambientale e sanitario, come pure non è prevista la messa a norma degli impianti delle emissioni diffuse e fuggitive, con l’acquisto di filtri ibridi (non gli efficienti e più cari Meros della Siemens utilizzati in Austria) meno costosi e praticamente inefficaci al taglio delle polveri. L’incremento produttivo ulteriormente programmato nell’immediato futuro aumenterebbe sicuramente in tali condizioni il danno ambientale, ma l’indennità penale assicurata ai dirigenti al passaggio di proprietà sembra consentire il varo degli obiettivi della multinazionale.

Il movimento per “salvare il pianeta” è sicuramente importantissimo anche per mostrare alle masse, per lo più sconfitte o inermi, che contrastare le tendenze politiche è una possibilità concreta per una gestione razionale della vita di tutti. La difficoltà mostrata però nell’individuare contenuti praticabili uniti alla forza per sostenerli e renderli applicabili, rende presumibilmente fragile la speranza di un ascolto effettivo da parte di una politica, espressione solo degli interessi proprietari dominanti a livello mondiale. L’arroganza di questo sistema arriva al punto di fregiarsi, come un fiore all’occhiello, dei contrasti che lo rendono più “democratico” se mostra di tollerarli mentre li svuota di contenuto. Il pianeta non potrà essere salvato se non individuando nel modo di produzione capitalistico la causa del suo degrado progressivo, negato, considerato comunque secondario al fine unico dell’estorsione della ricchezza mondiale, di cui si è esclusivi destinatari per diritto proprietario. È importante che ora le manifestazioni, ideologicamente definite non violente e con un fine universale, aggreghino i giovani verso una consapevolezza sociale, che sicuramente riuscirà ad azzerare l’individualismo e l’isolamento che finora il capitale ha sparso come sua invisibile coercizione comportamentale. È altrettanto importante che questi giovani possano crescere (più rapidamente che si può) acquisendo i contenuti relativi alle cause reali dello sfruttamento naturale e lavorativo – inglobato e reso invisibile nelle sue apparenze produttive normalizzate e che invece minaccia la vita di tutti – per renderli obiettivo prioritario e non solo ecologico contro cui lottare. Si può sperare che la forma internazionale che ora ha coagulato migliaia di forze giovani può forse considerarsi un’umanità che si riconosce assoggettata a un destino di distruzione contro cui si ribella, si fa classe mondiale contro il capitale, comprendendo che il possibile disgelo dei ghiacci non è una calamità naturale inevitabile, bensì dovuto all’uso predatorio e selvaggio di questa superabile “civiltà” assolutamente non “eterna”.

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Tempo di lavoro e salario

24 Gen

di Carla Filosa

Forza-lavoro al tempo del salario

Il concetto di salario è stato deliberatamente rimosso attraverso la stessa rarefazione del termine. Molti giovani del III millennio non ne hanno mai sentito parlare, e ricevono, per loro semplicemente, “denaro” – ovvero una “paga” (wage) – in cambio di  lavoro, meglio “lavoretto” o “job” (posto di lavoro, incarico, compito) normalizzato, anche senza neppure un contratto, senza mansionario o orario, senza assunzione, senza neppure percepire, né sospettare di dover conoscere, quanto altro tempo di vita viene loro richiesto per ottenere quel compenso magari nemmeno pattuito, ma solo forzosamente accettato. Altri, giovani e non, sono costretti a erogare lavoro gratuito nella speranza di ottenerne uno retribuito in una prospettiva non definibile, ma ignorano di costituire, in diverse fasi, quella quota oscillante dell’“esercito di riserva” di cui Marx analizzò, già quasi due secoli fa, la necessità vitale per il sistema di capitale. Altri ancora, formalmente calcolati come occupati e per lo più stranieri, sono soggetti ai sistemi di caporalato con lavori stagionali, saltuari, intermittenti o a tempo parziale, se non proprio scomparsi dalle statistiche nel lavoro “in nero”, in base a cui la remunerazione dovuta evapora tra le mani dei mediatori e l’arbitrio padronale – insindacabile e quasi mai controllabile nella consueta elusione delle legislazioni vigenti – nel conteggio delle ore lavorate e nella quantità del denaro spettante. Il furto di lavoro, nella civiltà degli eguali su carta, riporta tutti nel passato della storia ove la disuguaglianza tra le classi era la norma e il lavoro era egualmente disprezzato nella forma svilita della schiavitù o della servitù. Se il capitale, cioè, non ha inventato lo sfruttamento lavorativo o pluslavoro, – ma solo il plusvalore poiché esso implica il valore – continua però a servirsene in quest’ultima forma, nella dicotomia salariata tra uso complementare sotterraneo a quello legalizzato e sua negazione giuridica e ideologica.

Scientificamente rispondente all’aumento della composizione organica del capitale, e risparmio di capitale variabile, la persistenza nei nostri tempi di questa realtà mondiale ha avuto la possibilità di sviluppare, ormai senza ostacoli, un assoluto comando sul lavoro nella procurata disgregazione, atomizzazione e perdita coscienziale di chi è sempre costretto a vivere nella dipendenza di datori di lavoro casuali o transitori. L’incremento della cosiddetta disoccupazione, legata anche al lavoro umano sempre più subordinato o affiancato all’uso di macchine o robot (dalla parola slava robota = lavoro pesante, o rabota = servo)  richiede, o comunque legittima, uno sforzo di chiarificazione in direzione di un’analisi relativa ai meccanismi di questo sistema. Il salario, infatti, è di questo una parte fondante e non può essere schiacciato su un presente insignificante nella sua apparente empiria, ma deve essere riconoscibile alla luce di categorie teoriche tratte dal reale. I nostri tempi sono inoltre caratterizzati da un lungo periodo di crisi irresolubile, da parte di questo sistema in fuga continua dalle proprie ineliminabili contraddizioni, il cui risultato è la combinazione sociale dell’accumulazione in recessione da un lato e la perdita progressiva dei diritti civili dall’altro. Se infatti alle contraddizioni si corre al riparo con i soliti mezzi di contrasto (espulsione di lavoro vivo, riduzione e conversione produttiva, accordi commerciali favorevoli o “bilaterali”, protezionismo (qualora permanga il formale multilateralismo), guerre per interposta persona, ecc.), alla eliminazione programmatica dei diritti collettivi concorre favorevolmente l’attuale e non proprio casuale migrazione mondiale, sulla cui apparente accidentalità e fondata importanza si dirà più avanti.

Occorre a questo proposito tornare all’analisi di Marx nel Capitale. Per necessità saranno presupposti alcuni concetti basilari al fine di articolare convenientemente quelli qui in questione, con la premessa che si inizierà con l’astrazione delle forme di questo sistema nonché con l’individuazione dei relativi contenuti specifici, e infine con la sua temporalità storica passata o presente. L’unità dialettica capitale-lavoro si coglie entro l’altra unità dialettica di produzione e circolazione, “il processo ciclico del capitale è dunque unità di produzione e circolazione, esso include ambedue”[1]. Ciò significa che la realtà che contiene in sé la dualità consta di determinazioni distinte poste, cioè non immediate, ma che si mediano l’un l’altra acquistando così il senso della vera propria funzionalità: l’una non sussiste indipendentemente dall’altra. “Il movimento mediatore scompare nel proprio risultato senza lasciar traccia”[2], ed è ciò che farà dire a Marx, rispetto alla forma del lavoro <alienato> (pur attraverso le sue mutazioni), che può continuare a sottomettere transitoriamente la potenzialità del pluslavoro universale. Per questa ragione “il capitale come posizione del pluslavoro è altresì e nello stesso momento un porre e un non porre il lavoro necessario; esso è solo in quanto questo è e nello stesso tempo non è[3]… “ L’unico valore d’uso che può formare un’antitesi e un’integrazione al denaro come capitale è il lavoro, e questo esiste nella capacità di lavoro come soggetto. Il denaro esiste come capitale soltanto in riferimento al non-capitale, alla negazione del capitale, in relazione alla quale soltanto esso è capitale. Il reale noncapitale è il lavoro stesso[4].  La circolazione, quindi,  è e non è il luogo della realizzazione del plusvalore in quanto specifica del capitale e veicolo del valore già prodotto; la si vede apparire come ultima fase nella formula D – M – D’, in cui il denaro D (o capitale monetario, ancora potenziale rispetto alla sua trasformazione in capitale) acquista merci M per rivenderle secondo un vantaggio tale per cui D’> D. “Il nostro possessore di denaro, che ancora esiste come bruco di capitalista, deve comperare le merci al loro valore, eppure alla fine del processo deve trarne più valore di quanto ve ne abbia immesso. Il suo evolversi in farfalla deve avvenire entro la sfera della circolazione e non deve avvenire entro la sfera della circolazione…. Hic Rhodus, hic salta![5]

Se D’non fosse maggiore di D si tratterebbe di “un assurdo” – affermerà Marx – in quanto non ci sarebbe ragione nella compravendita, con i rischi che comporta l’affidamento alla circolazione del denaro investito, e potrebbe al più trattarsi di un semplice baratto!  Il processo di scambio di denaro contro merce è finalizzato a realizzare quel solo D’, non più denaro perché ormai metamorfosato in capitale, quale unico fine intrinseco del processo, consistente proprio in quella che viene chiamata autovalorizzazione, o investimento produttivo. Antitetica a quest’analisi – quale esempio di famose teorie liberali postume – la considerazione di J.M. Keynes secondo cui, riprendendo dall’oscuro economista americano Harlan McCracken e dall’altrettanto oscuro capitano maggiore dei corpi ausiliari dell’aeronautica britannica Clifford Hugh Douglas, si afferma che “al contrario di Marx, vittima del plusvalore, D’- D sia a volte positivo e a volte negativo, ma in media nullo”. “Marx fece una pregnante osservazione: la tendenza degli affari è il caso D-M-D’. Ma il susseguente uso che ne fece fu altamente illogico. L’eccedenza di D’ su D è l’origine del plusvalore, per Marx e per coloro che credono nel carattere necessario dello sfruttamento per il sistema capitalistico. Mentre coloro che credono nella sua interna tendenza alla deflazione e alla sottoccupazione sostengono l’inevitabile eccedenza di D”[6]. La verità intermedia, per Keynes, è che il continuo eccesso di D’ sarebbe interrotto da periodi durante i quali, presumibilmente, D deve essere in eccesso. Keynes stesso ritiene allora che la sua eclettica argomentazione serva a una “riconciliazione” tra le due tendenze:  quella di Marx da un lato e quella di Douglas dall’altro!

Per vedere chiaro su ciò che sembra essere un mistero (“arcano” lo definirà Marx) sulla vera natura del profitto, bisogna scomporre innanzi tutto le due fasi dell’acquisto (D–M) e della vendita (M-D’), oltre a individuare le necessarie componenti di M in Pm (o materie prime e mezzi di produzione) e L (forza-lavoro). Chi possiede denaro per un investimento produttivo acquista, e quindi possiede, mezzi di produzione che potranno aumentare l’investimento iniziale mediante la loro attivazione e trasformazione da parte di una forza-lavoro, comprata sullo specifico mercato del lavoro e al pari di qualsiasi altra merce, da utilizzare nel modo più vantaggioso.  L’attenzione alla differenza qualitativa e quantitativa di Pm e L qui interessa soprattutto per il mercato ove L viene comprata, mercato costituito da soggetti liberi (nel senso sia da mezzi di produzione, sia da mezzi di sostentamento) giuridicamente e formalmente di vendere l’unica merce posseduta, la propria forza-lavoro pagabile nella forma di salario. Questa merce infatti acquista valore solo se venduta, secondo però le condizioni salariali imposte dal compratore, nella finzione dell’uguaglianza giuridica della compravendita, che prevede volontà libere e paritarie nella stipula dei contratti. L’avvenuta separazione di questa forza-lavoro dai mezzi di produzione e dalla propria sussistenza è stata determinata da processi storici qui ovviamente presupposti, dai quali il sistema di capitale non avrebbe mai potuto prescindere per la sua affermazione storica.

Il salario nasce quindi come quota predisposta, o “quantità determinata di lavoro oggettivato (morto) quindi una grandezza di valore costante” da un certo capitale (si intenda non solo come singolo, ma soprattutto come pluralità al suo interno in costante movimento di attrazione e repulsione) per remunerare una certa quantità di forza-lavoro da acquistare, alla condizione però che quest’ultima realizzi una produzione di valore eccedente quella necessaria al suo fabbisogno. Tale eccedenza, o plusvalore realizzato da lavoro erogato e non pagato, è infatti la condizione in mancanza della quale non si  accede al salario, che rappresenta quindi solo la quantità necessaria alla riproduzione della propria vita, sottratta a tutto il valore realizzato. Ciò significa che la forza-lavoro non possiede mai le condizioni oggettive per vivere, sopravvivere o conservarsi quella dignità, peraltro sempre rivendicata da tutti i lavoratori, consistente nel poter mantenere sé stessi e i propri familiari. Una volta comprata come valore di scambio, ad un prezzo così prefissato, la forza-lavoro deve poi sottostare al comando del capitale che detiene il diritto di avvalersene in quanto valore d’uso, cioè secondo una modalità variabile e a discrezione, in ragione di un costo sempre inferiore al valore e plusvalore realizzato nel processo lavorativo, che, nel capitale, coincide col processo di valorizzazione. “Al lavoro morto subentra lavoro vivente, a una grandezza statica subentra una grandezza in movimento, al posto di una costante subentra una variabile”. Ogni intervento, pertanto, sull’organizzazione del lavoro in termini di intensificazione di ritmi, condensazione delle pause, eliminazione delle porosità dei tempi lavorativi, o sull’introduzione di innovazioni tecnologiche (macchine, robot, ecc.), è volto ad allungare la giornata lavorativa – anche nella formale ma apparente riduzione dell’orario di lavoro – per aumentare la quota di pluslavoro e conseguente restrizione di quella destinata al lavoro necessario, quota che i lavoratori scambieranno con merci per il consumo. Ė per questo che Marx definirà il salario “produttivo” (di plusvalore, o valore gratuito) per il capitalista, e “improduttivo” per il lavoratore, che determina invece la fuoriuscita dalla circolazione del proprio denaro perduto nello scambio per la sussistenza. Infine, nell’aumento del costo delle merci deputate alla riproduzione della forza-lavoro, la cosiddetta inflazione, più o meno pilotata nelle varie fasi del sistema nascosto dietro decreti o leggi governative, comporta che il salario reale diminuisca ancora in capacità d’acquisto, pur mantenendo l’apparenza dello stesso valore nominale.

Il plusvalore inconsapevolmente estorto alla forza-lavoro è pertanto “l’arcano” svelato della natura di quel D’ (appropriato dal capitale), che rimarrà potenziale nella fase di produzione e realizzabile solo successivamente nel processo di circolazione (M-D’), se i mercati in cui M sarà venduta saranno ancora insaturi, permettendo così alla produzione successiva di reiterarsi con capitale aumentato per incrementare ancora altro plusvalore, e così via per tutti i cicli produttivi in avvenire. Il “valore-capitale dalla sua forma di denaro alla sua forma produttiva, o, più brevemente, trasformazione di capitale monetario in capitale produttivo[7] è solo capitale anticipato, in quanto il pagamento effettivo alla forza-lavoro viene fornito solo dopo che questa abbia operato. L’importanza di conoscere l’iter e l’obiettivo della trasformazione del denaro in capitale, nonché del passaggio dalla potenza all’atto nella realizzazione di plusvalore entro l’unità contraddittoria di produzione e circolazione, è data proprio dalla forma salario già presupposta dal lavoratore nella vendita della propria forza-lavoro (L-D) (=M-D), nella forma opposta a quella propria del capitalista che compra con denaro la forza-lavoro mercificata (D-M) (=D-L) per ottenerne capitale. Come in un qualunque scambio relativo alla circolazione semplice (M-D-M), in cui il denaro risulta essere soltanto un mediatore di merci scambiabili, il lavoratore scambierà il suo salario ottenuto dalla vendita della propria forza-lavoro (L-D) (=M-D) con un consumo finale di merci, secondo i bisogni del suo tempo storico (D-M). In altri termini il salario materiale, che in media rappresenta una determinata quantità di mezzi dati di sussistenza, si commisura con ogni aumento di plusvalore estorto dal capitale rispetto ai suoi costi, rendendo così relativo il suo potere d’acquisto. La diminuita capacità sociale di accedere alle merci necessarie allarga in tal modo la forbice con i profitti, che possono lasciare anche immutato il valore del salario reale, o addirittura aumentato, mentre quello relativo è ridotto. Il “prezzo del lavoro” vivo, immediato, si abbassa in rapporto al “prezzo del lavoro” morto, accumulato, o capitale.

La permanenza delle costanti rotazioni di capitale (D-M-D’) si basa quindi sulla utilizzazione della forza-lavoro salariata che permette una “etero-valorizzazione”. La rapina nascosta di pluslavoro,  è la causa quindi materiale, oggettiva dell’antagonismo di classe: all’aumento di D’ corrisponde una diminuzione del salario necessario, o un incremento del carico lavorativo o un’eliminazione di lavoratori dall’accesso al salario. Il plusvalore prodotto in quanto grandezza proporzionale è in rapporto alla sola quantità di capitale variabile stanziato,  esprimibile nella formula  p (plusvalore)/v (capitale variabile) = tasso di plusvalore  altrimenti definibile come tasso di sfruttamento. Infatti il capitale variabile v vale quanto la forza-lavoro acquistata, e dato che questa “determina la parte necessaria della giornata lavorativa, e il plusvalore è determinato a sua volta dalla parte eccedente della giornata lavorativa, ne segue che il plusvalore sta al capitale variabile nello stesso rapporto che il pluslavoro sta al lavoro necessario; cioè il tasso del plusvalore è: p/v = pluslavoro/lavoro necessario. I due rapporti esprimono la stessa relazione in forma differente, l’uno nella forma del lavoro oggettivato, l’altro nella forma del lavoro in movimento.”[8] Questa quantità prodotta, se poi verrà realizzata, andrà a formare il profitto proveniente da quel D’, il cui saggio è però calcolato su tutto il capitale investito, costante e variabile, e che costituisce il fine produttivo entro la continua riproduzione del sistema, di cui i capitalisti sono gli agenti mentre i lavoratori costituiscono il “non-capitale”, nella condizione di subordinazione e dipendenza. Il salario dunque, o come lo si voglia chiamare mantenendone però fermo il concetto capitalistico, è mistificazione di “giusta retribuzione”, analogamente al sostegno ideologico che, nella pacatezza ieratica di una religione collusa, veniva raccomandato come la “giusta mercede” da corrispondere ai lavoratori di un tempo. Nel suo concetto innovato e universalizzato dal capitale dunque, il salario è nella sostanza soprattutto rapporto coatto di dipendenza sociale, essendosi  trovata e riprodotta a dismisura la forza-lavoro “libera”, cioè privata di tutto o povera.

Migrazione privata

Quest’ultima condizione di privazione aumenta progressivamente, in ragione del continuo sviluppo storico e tecnologico asservito al capitale, in termini di impoverimento sociale assoluto e relativo, che oggi va  analizzato non più sul piano di geografie asimmetriche o nazional-statuali, bensì su scala mondiale e soprattutto secondo marginalità differenziate all’interno di ogni Paese. La produzione di miseria, parallela alla produzione di ricchezza privatamente appropriata, non solo non è più contenibile all’interno del fenomeno urbano mondiale denominato, da parte di Ruth Glass nel 1964, “gentrification”, ma soprattutto è deflagrata sotto gli occhi di tutti  come irrefrenabile migrazione in atto di impoveriti, sia in termini di individui sia di quasi intere popolazioni. Varie letture, o vere e proprie teorie di questo fatto, ne hanno tentato lo studio su motivazioni ed effetti, restando però all’analisi di aspetti peculiari, ancorché corretti, ma limitanti per una comprensione della complessità articolata del contesto “globalizzato” in cui queste si verificano. Per brevità di spazio se ne fa cenno solo a qualcuna a mo’ d’esempio. Quella del “migrante razionale”[9] propugna l’esistenza di “una spontanea tendenza della «mano invisibile» del mercato ad allocare le risorse in maniera ottimale, spostandole verso aree del globo dove possono essere meglio valorizzate”. In altre parole laddove i salari sono più alti si attrarrebbe forza-lavoro e si esporterebbero capitali monetari, da prestito, da investimento o speculativi, e al contrario l’esportazione di manodopera avverrebbe dai paesi a bassi salari interessati invece ad attrarre capitali. L’ottica essenzialmente individualistica di siffatto approccio non dà conto, come cause, dei fattori determinanti quali possano essere le influenze delle comunità originarie o intermedie nei processi decisionali, oppure le incertezze esistenziali dovute a molteplici ragioni (guerre, fame, spoliazioni, malattie, ecc.) cui i migranti tentano di sfuggire. La speranza di vita che anima questi trasferimenti pericolosi potrebbe esprimersi come nei versi rimati del 1593 o 1597:  “subdola… adulatrice parassita/ che fa la morte indietreggiar, la morte/ che scioglierebbe dolcemente i lacci/ dell’esistenza, senza la speranza/ falsa che ne prolunga l’agonia”.[10]  Non a caso è invece proprio sul comune materialistico istinto di sopravvivenza, da millenni trasferito nell’astrazione dei cieli di una  provvida virtù teologale, che il capitale punta per succhiare il “suo” lavoro gratuito entro la domanda di un lavoro purchessia – come il vampiro, dirà Marx – cui forse ne seguirà uno meglio retribuito, non si sa mai quale, né come né per quanto tempo. Infine, per capire quanto la poesia o il sentimento, in quanto espressioni umane, non riguardino affatto la realtà del capitale che va conosciuta per non dolersi continuamente delle sue crudeltà o indifferenze anaffettive, sempre lamentate dai lavoratori di ogni settore produttivo o meno, ancora una volta la chiarezza concettuale è fornita dalle parole di Marx: “Tu mi paghi la forza-lavoro di un giorno, mentre consumi quella di tre giorni. Questo è contro il nostro contratto e contro la legge dello scambio delle merci. Io esigo quindi una giornata lavorativa di lunghezza normale, e lo esigo senza fare appello al tuo cuore, perché in questioni di denaro non si tratta più di sentimento. Tu puoi essere un cittadino modello, forse membro della Lega per l’abolizione della crudeltà verso gli animali, per giunta puoi anche essere in odore di santità, ma la cosa che tu rappresenti di fronte a me non ha cuore che le batta in petto. Quel che sembra che vi palpiti, è il battito del mio proprio cuore[11].

Oltre a fattori di tipo soggettivo o semplicemente meccanicistico, nei flussi migratori studiati non vengono inoltre alla luce processi relativi a un passato anche recente o attuale, oppure che lascino intravvedere prospettive future. I costanti interventi imperialistici sono volti infatti a rendere funzionale, ai mercati finanziari dominanti, una produzione sempre più orientata ad integrazione delle proprie risorse, indispensabili per innovazioni per lo più tecnologiche in corso, o comunque per incrementare l’accaparramento mondiale concorrente per l’egemonia mondiale. Tali interventi sono infatti per lo più responsabili di una vera e propria “espulsione” di individui, da sistemi economici resi inadeguati o alla sussistenza materiale dei propri abitanti, o perché dilaniati da conflitti insanabili fino al conseguimento degli obiettivi imposti. Un’altra analisi sulla migrazione[12], offerta dalla Commissione Europea, sottolinea che “l’ammissione e il soggiorno nell’Unione Europea sono subordinati alla circostanza che essa (forza-lavoro) sia «occupabile». L’ingresso e il soggiorno in UE di extra-comunitari, qualificati o meno, si lega così a domande di lavoro che veicolino il diritto di risiedere, ma che siano utili anche, se non proprio richieste perché vantaggiose, a datori di lavoro autoctoni. La distinzione “legale” istituita, che separa gli aventi diritto dai “clandestini”, fornisce in tal modo una forza-lavoro particolarmente appetibile perché ricattabile – pena infatti l’espulsione forzosa – sulla necessità di accettare qualunque condizione lavorativa, per definizione vulnerabile per il bisogno di sostentamento, lo scardinamento familiare e comunitario, l’isolamento culturale, linguistico, politico, ecc. Una condizione cioè particolarmente utile per i capitali d’ogni dimensione nell’arrivo già predisposto di un esercito di riserva non più solo complementare ai lavoratori nazionali, ma assolutamente concorrenziale al proprio interno per effetto della crisi già  riversata sul lavoro. L’ostilità nei confronti degli stranieri, non solo dettata da paure ancestrali da parte dei lavoratori nazionali, ma anche politicamente pilotata perché profittevole, ha la sua spiegazione oggettiva nella violazione senza conseguenze dei contratti sia individuali sia collettivi stipulati, oltre alla sostituzione lavorativa discrezionalmente gestita, e favorita dalla procurata assenza di diritti da rivendicare. “La disponibilità di forza lavoro a basso costo rende possibile la compressione dei costi in misura tale da garantire la sopravvivenza degli attuali modelli di specializzazione produttiva”[13]. Esplicito quindi il riferimento al cosiddetto lavoro nero, riconosciuto come elemento strutturale degli assetti economici, in cui lo “sfruttamento” o pluslavoro dei lavoratori è “la montatura che incastona la gemma”[14] preziosa – o plusvalore – del capitale, tra l’eternizzata pratica del caporalato e l’apporto giuridico dell’inferiorizzazione civile congiunta all’esternalizzazione legittimata. L’obiettivo di sempre, da parte del capitale, soprattutto nelle sempre più ravvicinate fasi di crisi da sovrapproduzione, è di porre i lavoratori in concorrenza tra di loro: occupati contro disoccupati, impiegati contro operai, uomini contro donne, nazionali contro stranieri, ecc., al fine di scongiurarne l’unità di classe, sempre in agguato nel caso in cui se ne sviluppasse l’esasperazione o la coscienza, difficili se non impossibili da controllare.

La creazione di una sovrappopolazione relativa  alle necessità del ciclo produttivo del capitale è completamente visibile – se si è liberi da stereotipi “politichesi” – nel fenomeno migratorio in qualunque periodo delle varie fasi capitalistiche dei secoli precedenti, ma soprattutto in quello attuale. La crisi di accumulazione che si perpetua pone infatti la necessità spasmodica di trovare forza-lavoro disponibile al momento, o da espellere con analoga facilità senza contrasti (si ricordino, in Italia, le miserabili metafore dei “lacci e lacciuoli” rimproverati ai sindacati, o all’abolizione ultima dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori!), cui ricorrere nell’abbassamento continuo dei costi di produzione, consentito su scala planetaria da una migrazione spontaneamente coatta a implorare il proprio illimitato sfruttamento a sostituzione del diritto alla sopravvivenza. L’indifferenza della maggior parte degli stati – non solo europei – per le sofferenze e le morti di tanti reietti, grandi e piccoli, o ancora nemmeno nati, è infatti il volto coerente di un sistema in grado di “ap-prezzare” unicamente una forza-lavoro venduta (unica merce non prodotta dal capitale), laddove l’involucro umano che la produce può essere gettato nei rifiuti, data la sua innumerevole sostituibilità in un mercato di scarti più che saturo. I sentimenti umani di fraternità o solidarietà, che dettano l’aiuto al mantenimento della vita, ove possibile, non hanno infatti cittadinanza nelle leggi del capitale che ne dispongono la vanificazione, ove possibile[15]. Si consideri, per l’appunto, l’attuale e nostrano Decreto Minniti sulla sicurezza delle città, e il Decreto Minniti-Orlando sulla sicurezza internazionale e sul contrasto all’immigrazione illegale.  In nome della “sicurezza” proclamata come “diritto” di tutti, la cui necessità viene rafforzata dalle ambigue quanto reali minacce terroristiche,  viene a perdersi la priorità concettuale del rapporto economico tra chi si arricchisce e chi si impoverisce. Non deve quindi convincere la formale eguaglianza giuridica dello scambio, ma la materialità vivente ed esperita relazione storica e sociale in cui risiede l’antitesi tra salario e capitale, la conflittualità strutturale di classe, emergente solo alla coscienza scientifica. La “sicurezza” della borghesia negli ultimi trent’anni del secolo scorso è consistita nel riproporre come dominante il “comando sul lavoro”, in parte smarrito nelle conquiste sindacali degli anni ’68-’70. La stessa borghesia, rinnovata nel III millennio nei suoi agenti attuali, proclama la “sicurezza pubblica”, o polizia, legge della società civile concepita questa come il limite tra le libertà uguali e isolate dei suoi individui, tradizionalmente considerati hommes égoistes dalle filosofie liberali e così trasferiti nelle economie liberiste. La “sicurezza” dunque è la riduzione del concetto di società a conservazione della proprietà privata e di individui la cui libertà incontra il proprio limite nella libertà altrui, secondo le ben note teorizzazioni filosofiche e politiche settecentesche, agli albori del sistema di capitale. Ancora una volta la società, invece di essere il luogo di sviluppo e crescita degli uomini sociali, è contraddittoriamente rappresentazione ideale dell’armonizzazione di una convivenza fittizia, regolata da leggi che limitano le libertà individuali nell’esercizio pratico della divisione in classi, i cui materiali interessi antitetici devono essere mascherati per non inficiarne l’illusione.

Lo spazio dedicato al fenomeno migratorio sembra necessario non solo per l’attualità politica cogente variamente sviluppata sulla tematica lavorativa, ma perché gli aspetti pro o contro umanitari, buonisti o fautori del respingimento che recentemente hanno colonizzato l’opinione pubblica mediatizzata, ne sviano l’attenzione dalla necessità di leggervi un imperialismo in crisi che aumenta illimitatamente l’abuso della forza-lavoro mondiale. Il concetto di salario è pertanto la forma di classe su cui si impernia indirettamente il numero dei circa 5.000 morti nel Mediterraneo, e direttamente l’incremento dei morti sul lavoro[16] e degli infortuni, a fronte del calo dei controlli ispettivi, evidenziando che i dispositivi di sicurezza non riguardano la quota sociale dei salariati. Il rischio della vita che il salario implicitamente di fatto comporta – il numero stimato in Italia tra  le morti dichiarate e non è di circa 2 o 3 al giorno –  ed è dovuto al risparmio dei costi, alle leggi che impongono una vita lavorativa più lunga, alla mancanza di rispetto delle normative esistenti, al consumo indiscriminato della forza-lavoro oltre la resistenza individuale, ecc., ovvero nella generalità dei casi all’incremento del pluslavoro. L’esposizione ai condizionamenti ideologici di questo sistema irretisce l’autonomia della formazione culturale e coscienziale dei lavoratori, che ancora rimangono imbrigliati nelle fanfare borghesi sulla partecipazione produttiva o agli utili d’impresa sostenuta dall’imprenditoria predatoria organizzata.

Neo-corporazione

I precedenti storici si possono rintracciare nel concetto di “corporativismo” istituzionalizzato nel periodo fascista in Italia (1925), ripreso ultimamente nelle forme nuoviste della “share economy” o economia partecipativa, in cui imprenditori e operai “collaborano” in quanto egualmente produttivi alla formazione del Pil, e pertanto hanno diritto alla riduzione fiscale a favore delle aziende, identificate con lo stato-nazione. L’incorporazione materiale della forza-lavoro viene effettivamente realizzata, nel processo produttivo, all’interno della sua trasformazione in capitale fisso, quella ideologica o sindacal-politica, però, viene conquistata entro la mistificazione dello scambio. Quest’ultima è quindi l’artefice della sparizione altrimenti oggettiva e strutturale dell’antagonismo di classe, lasciando campo libero ai corifei del capitale – generalmente economisti e sociologi – non solo di gestire in piena libertà e senza ostacoli le condizioni lavorative dei salariati, ma anche di ottenerne la subordinazione e il consenso. Ulteriore conseguenza di tale sparizione sarà la via libera alla criminalizzazione di ogni forma di protesta, nelle ben note forme della riduzione a mantenimento dell’ordine pubblico contro “ogni” violenza, sempre da contrastare come unilaterale dal basso, mentre la persuasività, ormai ampiamente mediatizzata, viene sparsa attraverso l’esecrazione del dissenso solo da “percepire” come “odio” o “invidia”, ovviamente da combattere sul piano morale, spesso soccorso da quello religioso. Vanificata così, in termini di conoscenza, la necessità storica e logica del conflitto di classe unicamente fondato sull’interesse antagonistico tra profitti e salari, si sottrae così legittimazione alla lotta della parte dipendente e più debole, lasciando alla cosiddetta governabilità di chi detiene direttamente il potere attraverso lo stato, di continuare la sua lotta di classe mediante il controllo – sebbene non sempre efficiente – parlamentare (con le leggi), della magistratura (con processi e sentenze) e naturalmente nella gestione dell’esecutivo (decreti, ecc.).

La sperimentata concertazione delle “relazioni industriali” anni ’70-’80 ha realizzato l’agognata armonizzazione preventiva delle classi principali, destinatarie di capitali e salari, sul confronto continuo della tematica lavorativa, sulla necessità della flessibilità, della modifica previdenziale, della riorganizzazione del mercato del lavoro, ecc., dando l’impressione della partecipazione alle decisioni politiche nella forma triangolare tra governo, organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Questa forma sicuramente più moderna, che da anni chiamiamo ormai neocorporativismo, ha avuto il pregio di occultare la forma del cottimo, o salario a rendimento, oltre alla generalizzazione di un tempo di lavoro dilatabile a piacimento e a volte proprio non quantificabile anche in base alla tecnologia più avanzata, in cui la massa di lavoro erogato e quindi il valore prodotto non permettono più nessun calcolo per un salario tendente a scendere al di sotto del minimo. Indipendentemente dalla differenza qualitativa che separa ogni lavoro concreto dall’altro, è proprio il salario quello che il lavoratore produce per sé, cioè quel denaro destinato ad essere scambiato con mezzi di sussistenza immediati o differiti, qualora una quota di quel denaro venisse “risparmiata” per acquisti futuri o più onerosi.  L’ambiguità con cui l’inganno “partecipativo” si veicola è data dalle trovate di “azionariato popolare”, “proprietà diffusa” o addirittura “fine della proprietà”, creando confusione tra chi detiene comunque un potere decisionale e chi è interpellato solo per ammorbidire, col dialogo generoso, la rigidità preminente della proprietà occultata. L’ideologia partecipativa si estende fino a realizzare il cottimo generalizzato, in cui la riduzione salariale è assicurata attraverso una busta-paga “tagliata unicamente sul rendimento personalizzato del lavoratore o della «squadra di lavoro» di cui lui fa parte (e non proprio liberamente)”[17], per raggiungere il livello salariale precedente. Il cottimo infatti risulta ancora il più efficace aumento di pluslavoro – sempre autonomamente regolato e rifluito nella moderna organizzazione lavorativa di gruppo realizzata nell’interdipendenza dei vari componenti tesi a fornire il massimo risultato ma nelle modalità falsamente solidaristiche in vista di obiettivi “qualitativi” preventivati – adeguatosi alla forma corporativa rinnovata. Campione indiscusso di questa cottimizzazione forzata è stata l’azienda Toyota negli anni ’80 del secolo scorso, dove fu introdotto il metodo del “miglioramento continuo” (kaizen) nella incessante ricerca di miglioramenti più produttivi, laddove produttività aumentata significava sempre intensificazione lavorativa e condensazione delle pause. Sotto la direzione di Taichi Ohno la fabbrica a 6 zeri (0 stock, 0 difetti, 0 conflitti, 0 tempi morti, 0 tempo d’attesa per il cliente, 0 burocrazia) realizzava così per sé l’agognato risparmio dei costi, con il just in time e con l’autoattivazione o “automazione con un tocco di sensibilità umana”. In questa poi si voleva trasferito alla macchina il controllo automatico non come normale perfezionamento di una macchina, ma come esproprio del lavoro umano di progettazione della stessa, proponendo così la possibilità di una intelligenza artificiale autonoma. Il problema aperto di un processo produttivo che avrebbe esonerato gran parte o totalmente il lavoro salariato, sostituito da macchine “intelligenti”, poneva la prospettiva, oggi all’ordine del giorno nelle politiche sul lavoro, della “fine del lavoro” e pertanto della fase terminale del rapporto dialettico capitale-lavoro.

 Risulta chiaro che quest’ultimo tema richiederebbe ben altro spazio e valutazioni, ma averlo accennato ha lo specifico scopo di attrarre un’attenzione informata capace di critica approfondita nei confronti della pervasiva supremazia ideologica. Ancor oggi, e non si sa fino a quando, si è all’interno dell’unità dialettica capitale-lavoro, e pertanto della non autonomia onnisciente del primo, dotato solo di un enorme aumento della composizione organica per l’incorporazione del lavoro scientifico come capitale fisso al pari delle macchine dotate di autocontrollo o robot di ultima generazione. Impossibilitato a non sviluppare le forze produttive, il capitale sta sfiorando senza soluzione la sua massima contraddizione dalla quale potrebbe andare incontro alla distruzione e suo superamento come modalità produttiva: la progressiva eliminazione dei salariati, cioè il risparmio sempre inseguito del capitale variabile, tendenzialmente minimizza la quota di plusvalore estraibile, che, nella necessaria ripartizione tra capitali, renderebbe inevitabile guerre per l’egemonia assoluta, pertanto il dispotismo, o la trasformazione del sistema in modalità imprevedibili. Per ora si riesce solo a intravvedere tale tendenza, non solo nel perdurare della crisi di capitale, ma anche nelle politiche che tentano di introdurre “redditi di base”, di “cittadinanza”, di “dignità”, ecc., scorporando pertanto la disponibilità di mezzi di sussistenza dal rapporto lavorativo, sebbene se ne mantengano possibili forme di lavoro accessorio, secondo un corredo assistenzialistico o elemosiniere. Il salario rappresenta ancora la relazionalità principale della socialità da cui il reddito, così elargito, resterebbe escluso. Erogato a individui, o gruppi di essi, espropriati della loro connotazione sociale in quanto solo bisognosi, o “sfortunati”, il reddito statale proverrebbe dal gettito fiscale ancora una volta ripartito su una salarizzazione già preordinata, cui accollare anche i costi della disoccupazione familiare e sociale in genere, mentre i capitali non sottrarrebbero neanche un centesimo al loro plusvalore.

 

[1] K. Marx, Il Capitale, II, !, p 64, E.R. 1970

[2] K. Marx, Il Capitale, I,II,p. 107, E.R. 1970

[3] K. Marx, LF, Q. 4-F. 15, Firenze, La Nuova Italia, 1970.

[4] K. Marx, Urtext, B”. 17, International – Savona, 1977.

[5] K. Marx, Il Capitale, I,I, 4, p. 183, E.R. 1970

[6] Collected Writings, Mcmillan, London 1971-79. Cambidge University Press Collected works, vol. XXIX, pp81-83.

[7] K. Marx, Il Capitale, II,I,1, p.34, E.R. 1970

[8] K. Marx, Il Capitale, I,III,7, p.237, E.R. 1970

[9]  S. D’Acunto – F. Schettino, “Per qualche dollaro in più?” in: In cammino tra aspettative e diritti, a cura di S.    D’Acunto, a. De Siano, V. Nuzzo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2017.

[10] W. Shakespeare, La tragedia di Re Riccardo II, Milano, Treves 1924, p. 64.

[11] K. Marx, Il Capitale, I, 8, 1.

[12]  V. Pinto,“Migrazioni economiche e rapporti di lavoro”, ivi, p. 246.

[13] Ivi, p. 260.

[14] W.  Shakespeare, La tragedia di Re Riccardo II, Milano, Treves 1924, p. 34.

[15] L’espresso, 15.4.17: Si fa riferimento alle varie elusioni del problema della politica europea oltre ad alcuni tentativi, in questi ultimi anni, di gettare discredito sulle Ong europee (MOAS, Jugend Rettet, Stichting Bootvluctring, Medici senza Frontiere, Save the Children, Proactiva Open Arms, Sea Watch, Sea-Eye, Life Boat) per i salvataggi nel Mediterraneo. Accusate da Frontex, al fine di rafforzare il controllo delle frontiere, di collusione con mafie e scafisti per traghettare clandestini in Europa dietro compensi in denaro, a mo’ di “taxi dei migranti”,.

Avvenire: 16.4.’18. Dissequestro per decisione della Procura distrettuale di Catania il 27.3.’18 della nave spagnola Proactiva Open Arms, ormeggiata dal 18.3.’18 a Pozzallo, per il rifiuto di consegnare 218 profughi salvati a una motovedetta libica.

Huffpost, il Blog di G. Cosentino, 20.4.18: Incriminazioni fino a 5 anni di carcere e 30.000 euro di ammenda a una guida alpina di Chamonix per aver accolto un migrante (salvandogli la vita) che aveva sfidato la route alpine. per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nel passaggio in Francia sulle Alpi. Il reato è definito délit de solidarité seguito dal Disegno di Legge del ministro dell’Interno G. Collomb (autore anche dello sgombero della tendopoli di Calais) riassumibile nella formula “moins de réfugés, plus d’expulsés”, che dà concretezza all’ “humanisme réaliste” di Macron, in attesa del “Prix Nobel de gentillesse sociale” dato il suo “Bienvenus dans le Pays des Droits de l’homme”. Durante la presidenza Macron sono state respinte 85.000 richieste d’asilo su 100.000 presentate all’Office franςais de protection des réfugés et apatrides (Ofpra).

[16] Articolo 21, 30.4.2018 riporta l’aumento del 10% di morti, rispetto ai primi mesi del 2017, soprattutto nel settore edile, oltre all’aumento di infortuni. Ravvisa, nell’elusione dell’articolo 41 della Costituzione che richiede di “non recare danno a sicurezza, libertà, dignità umana”,  la necessità di introdurre il “delitto di omicidio”.

[17] Cfr. Gianfranco Pala, Propriamente Salario Sociale di Classe, Napoli, 2018, p. 77.

Tiremm’ innanz!

25 Nov

Gf. P.

Ci pare che una stronzata come molti nemici, molto onore! sia stata propalata più di un secolo fa, analogamente a menefrego, razza bianca, radici cristiane, prima gli italiani [ma di recente quest’altra sbronzata sia stata propagandata diffusamente anche dal minus habens usamerikano disturbato mentale, ladro di voti].

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Invece molto tempo prima – più di un secolo e mezzo fa – Amatore Sciesa, un patriota italiano, tappezziere, entrò in contatto con alcuni gruppi clandestini repubblicani che lottavano contro il dominio austriaco sul lombardoveneto. Nel periodo delle famose “cinque giornate” il governatore <col-chiodo-in-testa-sull’elmetto> generale Radetzky, con una politica brutalmente repressiva, non lasciava scampo ai patrioti lombardi: o condanna a morte o spionaggio e delazione per tradimento dei compagni della lotta clandestina. Anche Sciesa vi partecipò e diffuse manifesti rivoluzionari contro austriaci e spioni “austriacanti”, motivo per cui venne fermato e arrestato con l’accusa di averne affisso alcune copie. Tra le due alternative, dopo essere stato esortato a rivelare i nomi di altri rivoluzionari in cambio del rilascio, decise immediatamente per la condanna a morte: con un processo sommario Sciesa doveva essere condotto alla forca. Avrebbe risposto in dialetto milanese: Tiremm’ innanz! (Andiamo avanti!). Senonché, ironia della malasorte, il boia era morto alcuni giorni prima, perciò anziché essere impiccato venne fucilato — quanto era buono Radetzky!

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Ora sappiamo bene che il fascismo di un secolo fa non ritorna così com’era – del resto già il vichiano <ritorno storico> va inteso entro la dinamica dialettica dei <mutamenti della storia> – quando il <cameratescco> ruspista Salvini, ruspante, volgarmente sfrontato e ignorante (ché a Pontida nel 2009 cantava, si fa per dire …, “Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani. Son colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati“). Comunque anche lui dice “prima gli italiani”, scimmiottando lo yankee delirante e fuori controllo, il cui slogan primario è “America first” [dove si sottintende che Honduras, Guatemala, El Salvador ecc., non stanno in America, la cui appartenenza spetta soltanto agli Usa — per cui se un … alleato della Nato dovesse essere attaccato, c’è una clausola di <mutua cooperazione> del trattato che prevede che gli altri “paesi-dell’alleanza-atlantica” corrano in suo soccorso]. Ma ora Salvini dorma tranquillo, Radetzky non c’è più, anche il fascismo storico è passato da un secolo e a lui nessuno lo impicca e nemmeno lo fucila. Quindi può fare proprie tutte le minchiate che vuole.

Quindi è opportuno aggiungere ancora un piccolo promemoria che metta in guardia per un datato intervento che risale al riconoscimento del Kosovo una decina di anni fa (in questo <blog> e nella rivista cartacea la Contraddizione più volte rammentato). La persona in questione, tal dr. Bernard Koushner – un ex sessantottino francese – dal pcf e da <medici senza frontiere (msf)> … e senza vergogna, era entrato a far parte dalla kfor dell’onu per la gestione <civile> (… e politico\militare) del Kosovo separatista (e fascista con l’učk, ovvero esercito di liberazione, kla in inglese), era poi passato ai socialisti per finire con Sarkozy): non c’è che dire: una bella carriera!

Ma ora questa vacillante memoria deve servire a interpretare con perplessità le posizioni prese dal procuratore di Catania, della direzione distrettuale antimafia, Carmelo Zuccaro, con la fissazione per le ong: senonché non è proprio un chiodo fisso se si guarda con attenzione diversa a quanto appena rammentato sul ruolo avuto dalle ong, nel caso specifico proprio anche una del rilievo di msf. Zuccaro, infatti, almeno da tre anni indaga per dimostrare l’esistenza di legami criminali tra le organizzazioni impegnate nel soccorso in mare e i trafficanti libici, accuse finora mai tradottesi in provvedimenti; tranne la sua richiesta di archiviazione per Salvini sul caso Diciotti. Perciò, fatto salvo il diritto marittimo internazionale sull’aiuto ai naufraghi – con il quale Salvini e i morti di fame che addita come “palestrati, con Porsche, piscine, telefonini, vitto e alloggio e pieni di euro, per i quali la <pacchia è finita>” non c’entra una beneamata minchia e non ha voce in merito – non resta che augurargli non l’arresto, il carcere e la fucilazione, ma semplicemente di tira’ innanz! per godere lui di tale pacchia — così forse potrebbe imparare qualcosa

Ipocrisie di stato

15 Ott

di Carla Filosa

Il caso Cucchi ha regalato ultimamente lo spettacolo di una doppia ipocrisia istituzionale: prima nell’occultamento omertoso di un omicidio da proteggere mediante uno “spirito di corpo”, poi, dopo ben nove anni di dolore costretto a negarsi nell’uso del tempo dovuto alla lotta per la verità dell’accaduto, nella parata dello “spirito di corpo” che spalanca le sue porte a scuse formali e a millantate rigidità etiche, frettolosamente approntate per le sole “mele marce”. Non le istituzioni democratiche, ma solo se altri individueranno gli “alcuni appartenenti dello Stato… irresponsabili” – parole del comandante Giovanni Nistri (la Presse, 13.10.’18) – “l’Arma prenderà le decisioni che le competono,… ma non si tratta di una violenza dello Stato ma di alcuni appartenenti dello Stato: lo Stato non può essere chiamato come responsabile della responsabilità di qualcuno”. Il condimento all’espressione della “solidarietà e vicinanza umana” alla famiglia non poteva mancare.

Anche il premier Conte ha sostenuto l’ipocrisia nel non dover coinvolgere “l’intero corpo dei carabinieri e delle forze dell’ordine in generale, che tutti i giorni si impegnano per tutelare le nostre vite, la nostra incolumità, la nostra sicurezza”. La concezione di uno Stato paternalista, uno Stato provvidenza, o come se esistesse “la partecipazione di tutti a tutti gli affari” (G.W.F. Hegel, Enciclopedia, §542) riemerge a negare invece “la produzione della massima ineguaglianza concreta degli individui nella realtà”, laddove “la libertà è rassodata come sicurezza della proprietà” (ivi, §539), aggiungiamo privata. Già due secoli fa, quindi, era chiaro il funzionamento dello Stato moderno ancora non invaso dalla manipolazione a tappeto determinata dall’attuale tecnologia e sviluppo neocorporativo.

La diversa cultura ha però costretto Conte a incastrarsi in una contraddizione più elevata: “chi ha sbagliato dovrà pagare perché ovviamente indossava la divisa dello Stato e rappresentava lo Stato, quindi la cosa è anche più grave”. O lo Stato, materializzato in quelle divise – come in tutti i suoi funzionari – era presente in quella necessaria individualizzazione in cui solo può esistere, e quindi assume tutta la responsabilità determinata nella concretezza di questa rappresentazione – ancorché indegna – o lo Stato è un ente privo di esistenza reale e pertanto irresponsabile giuridicamente, politicamente, ecc., la cui Arma è solo un’altra astrazione, senza alcuna verità, che quindi nemmeno tutela gli individui concreti che cascano nelle sue mani. Lo schema di uno Stato responsabile solo se viene smascherato, pronto a smarcarsi dalle responsabilità da abbandonare sulla testa delle sue manovalanze, per lo più inconsapevoli della loro precaria copertura – una volta che l’omertà venga incrinata – sull’arbitrio e sulla violenza loro concessa se non inculcata, questo schema si ripete stantio e fissato come un eterno ritorno, un reiterarsi della sua finitezza senza fine, un’evidenza del suo limite ingannevole, per chi sa vedere.

Lo Stato non è solo l’arma dei carabinieri. La magistratura è uno dei poteri dello Stato, e quindi avvocati e giudici hanno avuto un ruolo diretto in questo caso quando c’è stata l’assoluzione di tutti gli indiziati. La verità di quelle foto terribili del pestaggio a morte avrebbe dovuto far sorgere se non altro il sospetto che qualcosa fosse rimasto nell’ombra. Lo Stato dei tutti non c’è stato. Al contrario, lo Stato di parte ha mostrato la sua falsità democratica come in tutti gli altri casi analoghi: Aldrovandi, Genova o scuola Diaz, tutte le stragi a partire dal dicembre del 1969 alla Banca dell’Agricoltura a Milano, alla stazione di Bologna, a Brescia, a Ustica, a Sigonella, ecc., per citare infine le ultime. Non a caso in Italia manca ancora il reato di tortura. I casi di pestaggi, umiliazioni nelle carceri, sevizie e crimini commessi da parte delle forze dell’ordine sono sempre rimasti inevasi, sempre sotterrati e isolati.

La “sicurezza” di cui si parla con sempre maggiore enfasi non riguarda chi non ha potere o proprietà da difendere, la vita che conta, la cui incolumità viene salvaguardata è solo quella di chi gestisce lo Stato e di chi se ne è appropriato circondandosi di corpi di polizia, non a caso sempre più riforniti di strumenti antisommossa. Il caso Cucchi è il primo in cui il muro omertoso si è sfaldato dall’interno. La pressione esterna è stata evidentemente troppo salda e persistente, troppo umana. È bastata una sola coscienza emersa alla conquista della propria dignità umana, all’abbandono forzato della solidificata ipocrisia di Stato, perché quest’ultimo si affannasse immediatamente a ricercarne subito un’altra, di discolpa, di chi si chiama fuori e lascia sbranare i cani.

Quest’ultima ipocrisia però è ormai sotto gli occhi di tutti nella sua inconsistente, insolubile contraddittorietà: i vertici non sono mai responsabili, alla base della piramide di chi comanda la democratica licenza di uccidere accordata simula un potere che non si ha, gratifica una magra remunerazione e la divisa apparentemente dona il potere di potersi sentire chi non si sa e non si è.

ipocrisie di stato caso cucchi

10 anni dopo Lehmann Bros.

17 Set

Un intervento su Radio onda d’Urto sui dieci anni dal fallimento controllato di Lehmann Brothers

http://www.radiondadurto.org/2018/09/15/2008-10-anni-dalla-crisi-tra-passato-e-futuro-di-una-fase-mai-finita-lintervista-a-francesco-schettino/

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Falsità e retorica dei “cento giorni”

13 Set

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Era il primo semestre del 2014 – più di cinque anni fa – quando in Italia imperversava l’imitazione arrogante che il bischero provincialotto di Rignano sull’Arno ambiva “smisuratamente”, con l’avverbio che usò lui stesso, fare del duce originale, ben oltre a quella meschina e affaristica portata avanti dal nanetto di Arkore. Oggi la retorica dei primi <cento giorni> di un governo ha trovato un nuovo vigore (si fa per dire) in un nuovo (sa fa sempre per dire) tipo di personaggi che via via balzano sul proscenio del teatrino socio-politico: andando dai friniti e bercianti stridii dei <grilli>, alle grossolane esibizioni di <tombini-di-ghisa>, <ruspe> e ruspanti rutti con presunzioni di giustezza per tutto ciò che è del <popolo sovrano>: la costituzione italiana precisa nell’art.1 che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”: appunto <limiti> indicati dall’intero contesto costituzionale, cui finora è chiesto ai politici eletti di giurare fedeltà: e non inculcati dall’ultimo <salvifico> sovranista di turno, che peraltro ne millanta la rappresentanza, pur non essendo sua propria e perdippiù di minoranza. Ma tutto ciò basta a capire perché sulla questione dei <primi-cento-giorni> è stato alzato il polverone che continua.

La limitatezza conoscitiva, che i <primi-cento-giorni> di un governo debbano segnare una tappa luminosa del problema non è solo storica, e non invece la <fine di un incubo> bollato da una irrimediabile sconfitta, come fu per Napoleone Bonaparte i, da tenere in considerazione per il significato autentico dei malintesi “cento giorni” formulati per la definitiva disfatta napoleonica: altro che giorni di trionfo! Pertanto si rammenti sempre l’insegnamento della storia: per primo la formula dei <cento giorni> la tirò fuori il prefetto di Parigi, conte di Chabrol, fedele realista dei Borboni di Francia, quando l’8 luglio 1815 nel suo discorso per la restaurazione monarchica e del crollo definitivo di Napoleone, che avvenne 20 giorni dopo la disfatta del­l’imperator d’Ajaccio a Waterloo [18 giugno 1815]; il <conte di allora>, dichiarò con quel riferimento la fine dei <cento giorni di Napoleone> — quindi a lui per concludere il suo <trionfo> con la disfatta di Waterloo sono bastati 80 giorni (cominciati appunto il 20 marzo, con il di lui ritorno, momentaneamente trionfale, dall’Elba a Parigi). All’i­nizio della sua costrizione all’Elba, in Francia sembrava che nessun Napoleone fosse mai esistito e lui si chiuse in sé. Ma deciso alla fuga dall’Elba, quando si imbarcò, in patria non lo filava ancora nessuno: la popolazione era propensa alla restaurazione del regno dei Borboni di Francia.

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I nuovi “amici del popolo”

30 Ago

di Carla Filosa

“Tempi bui” aveva definito i suoi tempi – anni ’30-’40 del secolo scorso – B. Brecht. Questi nostri tempi potrebbero forse chiamarsi nebbiosi o meglio opachi, tempi in cui il potere, sostenuto da protesi tecnologiche di assoluta pervasività nelle coscienze, è riuscito a disorientarle su tutte le tipologie dei fatti sociali lasciando la scientificità solo sotto suo esclusivo uso e controllo. La comunicazione ha sostituito l’informazione e questa può continuamente essere deformata in base a convenienze economiche e politiche. La visione delle cose reali ne risulta incerta, insicura, si procede a tentoni nel più ampio spreco di empiria, deprivati di criteri razionali perché criminalizzati come “ideologia” divisiva, senza più intravedere le conseguenze di premesse determinate. I governi vengono scelti perché ancora non sono stati provati, poi si vedrà.

Il “restiamo umani” è diventato un obiettivo difficile testimoniato dalla necessità del suo appello; non si conosce il percorso per non essere ciò che già si è, intellettualmente colonizzati alla rinuncia, all’impotenza, alla rassegnazione della sconfitta o della pacificazione imposta. Il dogma dell’utile individuale continua a regolare le relazioni tra cose all’insaputa di persone rese ormai pure apparenze, la cui dignità sognata e non posseduta può essere esternalizzata da un decreto fasullo, che approda dopo che ne è stato strappato il senso legato alla lotta per l’esistenza. Quest’ultima però, non più solo naturale ma soprattutto sociale, scorre quasi normalizzata nei rivoli della xenofobia alimentata, del razzismo ritrovato, di un’ipotetica legittima difesa da legalizzare, di un’impunità da carpire, nell’anonimato di una rabbia sadica sfogata contro il diverso, ecc.

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Tirannimachia

3 Mag

delle lotte esiziali contro i padroni

contradd

Scriveva Alessandro Mazzone [cfr. Autogoverno e tirannide, la Contraddizione, no. 73 ago.1999 — si suggerisce di leggere, per una analisi dettagliata e approfondita della questione, l’articolo citato] ben 19 anni fa, in situazioni storiche e politiche molto differenti dalle attuali, che però risultano assai utili ancora oggi, quanto – molto molto sommariamente – è qui riferito: le sue erano osservazioni in <punta di penna>, assai teoriche e astratte. Era chiaro – già in quei tempi, anche perfino ai <neoliberali> – che il loro attacco a ogni “forma di socialismo” era ormai, e sostanzialmente, un attacco alla democrazia tout court. Il capitalismo transnazionale – scriveva – tende fra l’altro ad abbattere quel poco o tanto di democrazia, “risultato delle lotte dei lavoratori durante quattro generazioni”. Sì da chiedersi se nel mondo attuale sia <pensabile la democrazia> come autogoverno di una “comunità umana”; ossia di come i fini possano essere comuni <a molti, o a tutti>: si tratta insomma “dell’autogoverno di una comunità umana in quanto tale, e del suo rapporto con la natura (cioè con la non-libertà, non-società, non-storia), cosicché si debba essere <tutti, moderni o postmoderni, “individui” nel senso borghese. Si vede allora che la questione della democrazia è molto più ampia di quella delle istituzioni, e dell’esercizio e dei limiti di un potere di comando”. È questo il problema della politica!

Pertanto il dilemma “governo e autogoverno (o libertà, o comunismo) resta parziale, e non può che significare gestione razionale e libera di sfere sempre più ampie della <riproduzione sociale degli uomini nella natura>. Ora: il procedere e globalizzarsi dell’interazione, in cui tale riproduzione sociale complessiva ha luogo è il modo di produzione capitalistico”. E il problema dell’”autogoverno della comunità”, allora, diventa problema del “rapporto tra lei medesima e ciò che è ormai diventato la sua <materia> per la realizzazione di fini umani (ma non, invece, del cosiddetto singolo individuo: non si nasce singoli se non in quanto esseri biologici, e si diventa singoli nella vita sociale: tanto più se ne fa propria, attivamente, e tanto più ci si “singolarizza”” [notava Bertolt Brecht, nelle <tesi> del suo, Breviario di estetica teatrale, che le cose si fanno – “si dialoga, si discute, si sviluppa “la contraddizione” solo se si sta insieme con gli altri: poiché “la più piccola unità sociale non è l’uomo, ma due uomini“. Nella vita ci costruiamo a vicenda”]. Senonché Mazzone, seguendo Hegel, dice che “la società civile è incapace di autoregolazione, produce gli estremi della ricchezza e del pauperismo – la “plebe” – che è privata della sussistenza” e di tutto il resto. Con l’“esplorazione delle contraddizioni attuali, cioè poi effettive, del processo di riproduzione complessiva, in forma non solo di modo di produzione in generale, ma di corpi particolari di stati e sottostati capitalistici, si arriverà anche a determinare luoghi possibili di opposizione alla “tirannide“”, e di lotte esiziali. anche violente, contro i tiranni.

Secondo Mazzone, di tirannide si deve parlare, “per i seguenti vari motivi”, anche se oggi essa sembra tendenzialmente costituire un tema superato su scala mondiale:

– la produzione è sovrabbondante (ma non la domanda solvente di merci!)

– l’attuale “borghesia transnazionale” non può essere anche solo paragonata alle borghesie storiche in quanto universalizzazione relativa; essa è dominante, ma non può chiamarsi “dirigente”, poiché si tratta di criteri storici, non meramente sociologico-politici, cioè criteri di egemonia.

– la declassificazione degli stati nazionali si accompagna a uno “smantellamento della <cittadinanza>, tanto per il lato istituzionale, quanto per quello della coscienza (manipolazione)”.

– la “produzione immediata degli umani (<riproduzione, crescita, istruzione, cura ecc. sia familiare che formativa) diventa elemento della valorizzazione del capitale” (come merci, ma anche nella forma detta di <produzione immateriale>; contemporaneamente <tendono a diventare superflue masse di potenze sociali (cultura, lingua nazionale, coscienza nelle forme storicamente progressive): la valorizzazione mercantile richiede non <cittadini medi>; peraltro “oltre alla cittadinanza politica, si demolisce così pure quella socioculturale; la <plebe> in senso hegeliano viene riprodotta in massa e secondo finalità precise inerenti a questa figura di riproduzione sociale complessiva” .

– la “frammentazione della classe lavoratrice non ha luogo soltanto nella dimensione geografica e territoriale, ma anche nelle forme del neocorporativismo, con corrispondenti forme di regressione della coscienza (etnicismo, razzismo, fascismo, qualunquismo ecc.)”.

– lo “squilibrio tra cittadinanza politica <svuotata> (manipolazione delle notizie propinate alla popolazione senza contesto e nesso con i processi, come <eventi> per cui essa <è informata di tutto, e non sa nulla>; ossia, <abolizione del popolo>, sostituito dal termine indefinito <gente>, cioè in realtà <neoplebe>)” e soltanto <percezione possibile> dei fenomeni del processo complessivo, e di frammenti sconnessi dalla <parvenza scandalosa, sensazionale, emozionante ecc.); questo squilibrio è sistematicamente promosso e imposto, non solo nella comunicazione di massa, ma <nelle istituzioni della società (sindacati, partiti, associazioni), nella cultura (cinema, ecc.), nell’insegnamento (riforme funzionali alla “religione della vita quotidiana e del mercato” (Marx), nella scuola e nelle università, ecc.).

 

Questa concettualizzazione astratta tende per sua natura a estrapolare il fenomeno dal moto processuale: così come “tecnica e uso capitalistico della tecnica son due cose diverse; anche la tecnica del <dominio tirannico> può e deve essere studiata e intesa. La <tirannide del capitale globale> non può riprodurre borghesie <organiche> né nelle metropoli, né nei paesi della periferia, o in quelli in cui è stato abbattuto il <protosocialismo-reale>. Le forme del dominio – dalla manipolazione alla violenza bellica – possono perpetuare il dominio, bloccare la vita associata, forzarla alla decadenza anche prolungata”. Il cómpito, per noi, “pare essere piuttosto quello di riprodurre, all’altezza del tempo attuale, l’analisi dell’intero spettro della riproduzione sociale complessiva, e delle forme di egemonia. Dobbiamo indagare come è fatta la catena prima di poter forse individuare un’altra volta, se c’è, un qualche anello su cui far presa davvero, al di là di ogni pur giustificata denuncia e deprecazione”. La tirannia moderna può dominare, manipolare, bombardare, sterminare. Ma non può “risolvere praticamente” il problema (posto da Rousseau, diversamente risolto da Hegel e poi da Marx) divenuto nel frattempo tanto più maturo nelle cose: l’”autogoverno razionale della comunità umana”. Per questo tutto quel che è “ragione”, “dignità umana”, “cultura”, e (ovviamente) “democrazia”, è oggi sotto attacco, e si trova obiettivamente di fronte al problema stesso della tirannide e della lotta degli oppressi contro i “tiranni”, e tra di loro medesimi.

Alla somiglianza per <paronomasia>, cioè, solo formale delle parole [come in “dalle stelle alle stalle”], ora occorre passare alla faccenda più sostanziale. Dalla sapienza culturale – si è appena visto – di chi sa come affrontare astrattamente i fondamenti teorici dei problemi considerati, si è costretti a precipitare figurativamente nelle <macerie morali> in cui sguazzano i “tiranni”, soprattutto i <moderni>; dato che sono anche fuori tempo massimo, rispetto alle epoche antiche e medievali — come accade per l’imperialismo che, alla fine del xix secolo, è stato determinato oggettivamente dal modo di produzione capitalistico. dopo le epoche degli <imperi>, fino al feudalesimo e al razzismo recenti. Giacché il letame che serve come giaciglio stallatico agli attuali dominatori arbitrari, arroganti e dispotici, oltreché rozzi e ignoranti – che pretendono di figurare come l’<uomo solo al comando> (quasi mai la <donna>, se non eccezionalmente per virtù ereditarie o di pregressa appartenenza alla cosca). Si godano la loro <solitudine>! Del resto la parola “tirannia” non ha un senso preciso. Se molto genericamente indica un qualunque “abuso del potere pubblico”, il problema è capire quando si possa parlare di tirannia, e che cosa sia necessario affinché l’esplicazione dell’autorità non consista in una pratica e profonda concretizzazione dell’<autorevolezza> – con un uso regolare del potere pubblico per la comunità – ma degeneri in tirannia.

La sua determinazione in rapporto ad altre forme di governo è suscettibile di variegati giudizi in base alla coscienza dei popoli: nell’antichità, più o meno dopo il secolo vi a.c., la parola ha assunto un senso nuovo: in opposizione ai <tiranni>, i <democratici> per le loro polemiche presero di mira la tirannia, intendendola come <potere arbitrario> sia per l’origine sia per l’attuazione: in quanto sintesi del <malgoverno>: in conseguenza si proclamò la necessità della difesa dello stato contro di essa (l’ostracismo del tiranno), ma si sostennero coloro che per la libertà non esitarono a <uccidere il tiranno>. Fatti che indussero alcune signorie a consolidarsi e trasformarsi in principati, mentre al polo opposto crebbe anche il <tirannicidio>. Le moderne dittature – facendo appello al popolo, per costituirsi attraverso i plebisciti i titoli di legittimità del potere – riescono così anche a suffragare il consenso nazionale per ogni loro attività, e mostrandosi poggiati sulle masse più che le cosiddette <democrazie>. Insomma i fenomeni e le teorie accennate a proposito della tirannia assumono significato con riferimento a piccole società politiche e non agli enormi aggregati statali odierni. Oggi i problemi della legalità e della giustizia nello stato sono troppo complessi per acquistar senso nell’antitesi più morale che giuridica di <democrazia e tirannia>.

 

Ma ora si è dovuti scendere, in conclusione, fino agli abissi della cloaca attuale dove è ammucchiato tutto lo strame (di paglia mischiata a merda, per farne letame) adatto per l’oscuro giaciglio dei <nuovi> tiranni: e per individuarli non c’è che l’imbarazzo della scelta, ché tanto il mondo ne è pieno. Da grandi <presidenti> e monarchi – <ufficialmente> ritenuti estranei alla tirannia, ma invece tali nella presunta loro “grandezza”, come Donald Trump o Elisabetta ii Windsor o Benjamin Nethanyhau – a quelli riconosciuti dalla “gente-comune” al contrario come <dittatori>, grandi o piccoli, “vivi”, come Vladimir Putin, Bashar al-Assad, Kim Jong-un, Recep Tayyip Erdoğan, Robert Mugabe, Nicolas Maduro, o “morti-di-giornata”, come Saddam Hussein, Muhammar Gheddafi e, ad dishonorem per demeriti pregressi, Augusto Pinochet e i militari argentini, e uno stuolo di tantissimi altri satrapi (in più di 80 stati nel mondo e riguardanti poco meno della metà della popolazione mondiale), quasi sconosciuti ai più di cui è pure inutile elencarne i nomi, ma parimenti massacratori: come quegli <storici> da Hitler a Mussolini, ecc.

Nella meschinità italiota, il riferimento a un centinaio di anni fa basta per risalire al fascismo di Benedetto “Benito” Mussolini, ricollegandovi sia quello del bischero cialtrone di appena ieri – l’illusionista oggi mascherato da vampiro, con gli incisivi appuntiti per succhiare il sangue delle sue vittime e per nascondere sotto il mantello nero le sue malefatte, soprattutto ai suoi fans\fanatici sostenitori leccaculo – Matteo Rœnzi de’ <conti> Viendallarno, come avrebbe detto Paolo Villaggio. Con addosso il cattivo odore <zombie> di morto vivente [non per caso, ma per scaramanzia: dopo essersi dimesso da segretario del Pd – promessa fatta ripetute volte (“vado a casa e penso ai figli, ora sono libero”) ma mai mantenuta – e seguitando a restare <da solo al comando>] ha ora detto che non vuole che il <suo> partito “muoia per sempre”: ma che significa, dato che il <tiranno assassino> è lui, se non che è lui stesso che vuole resuscitare da sotto terra come uno zombie!? E già ci sta riprovando per l’ennesima volta. Pure, in chiave di reiterazione recente, ormai di uno smandibolato “morto che cammina” ancora, c’è di nuovo Silvio Berlusconi: entrambi avendo in testa le gesta del duce di allora a partire dal 1924 [con buona pace dell’ignorantissima di storia politica, la<neo-almirantiana> (“neo” poi! sic), ora pentaselluta Roberta Lombardi – cfr. il blog del 16.3.18 – i rompicoglioni dei parafascisti]; e, per buona ventura, a passata s\memoria del primo <simil\ducetto> in preparazione della ii repubblica, Benedetto “Bettino” Craxi. Perciò, in questa miseria mentale e politica è sembrato superfluo riferirsi alla datata matrice pre\post-moderna di tutto ciò, ossia all’epoca di fatto <tirannica>, in quanto decadente e corrotta, di Napoleone iii Bonaparte [per un’illustrazione appena sufficiente cfr. il blog del 14.4.18 – attenti ai pagliacci!].

Dunque, in sintesi, tornando alle sconcezze attuali, i cosiddetti <innovatori> – il “movimento delle stelle” (ex m5s) e la “lega con salvini” (ex lega nord\padania) – fanno a gara a ripetere entrambi, pur con storie diverse, che non ci sono più differenze <tra-destra-e-sinistra>, tanto da far impallidire, non avendola loro neppure capita: se avessero invece almeno guardato in tv le mani e lo sguardo sconvolto di Antonio Albanese! E in fondo tra fascismo e antifascismo (si è visto, come sempre più spesso negli ultimi anni, per la ricorrenza del 25 aprile sulla resistenza), posti sullo sesso piano; come, in una totale indifferente equivalenza, tra fascismo e comunismo (per non parlare del “marxismo”: ma che è?!?). Incuranti dei risultati delle elezioni politiche nazionali del 2018, l’<ammucchiata-nera> detta del centrodestra, in quanto tale se <globalmente> è arrivata di poco avanti al <movimento delle stelle>, quanto ai singoli partiti – norma che ancora conta per la costituzione vigente, nonostante il fallito tentativo renziano di affossarla – (lega e fi) sono decisamente terzo e quarto, lasciando, dopo il primo ovviamente al <m-s>, addirittura il secondo posto al miseramente naufragato <pd> a cui il “<tiranno>-solo-al-comando” Rœnzi ha fatto perdere alcuni milioni di voti: altro che il vantato 40,8% alle elezioni europee!, che nonostante le chiacchiere del bischero (dato che il <denominatore italiano> per quelle europee era molto inferiore alla precedente ultima votazione nazionale, addirittura di Veltroni, che ne faceva innalzare smisuratamente la percentuale con cui Rœnzi illudeva i gonzi). Quindi, anche le attuali rivendicazioni con cui la destra (da Berlusconi bruciato in volata da Salvini, e certamente da Salvini stesso, oltre alle <forsennate berluschine> Gelmini, Bernini, l’invasata “ruby-mubarakiana” Casellati) chiede <per Salvini> la guida del governo con le scusante frottola di essere arrivati primi, non sta né in cielo né soprattutto in terra. Ma per quale motivo questo semplice dato di fatto non glielo dice esplicitamente nessuno? Si tengano il terzo e quarto posto come partiti e la smettano di rompere; ringrazino la proterva arroganza di Matteo i e la stupida ingenuità delle <stelle-di-giggimo>, con il ritornello che <uno-vale-uno>, perché per diverse irragionevoli pretese entrambi non sanno quello che fanno.

Sulle Filiere — alcuni appunti

20 Apr

In tali condizioni, proprio demistificando postfordismo e dintorni (ovverosia, deindustrializzazione, fine del proletariato e amenità varie), la comprensione corretta delle forme, e soprattutto delle cause, del processo di ristrutturazione della produzione mondiale, fornisce ulteriori elementi per analizzare le <catene transnazionali> (“filiere” ecc.) in tutte le accezioni indicate. Si va dal significato più ristretto (quello relativo a un solo particolarissimo prodotto, come è stato esemplificato con la cosiddetta <filiera dello yogurt>, che tale non è, essendo soltanto un <ciclo di produzione>), sù sù attraverso interi comparti produttivi in cui, invero, andrebbe preso in considerazione il peso relativo dell’effettivo contributo – in misura via via preponderante – di altri settori industriali all’attività di cui si vuole ricostruire la “filiera” propriamente detta. Dal punto di vista formale tali misure sono date dai cosiddetti coefficienti di attivazione: nel caso economico questi si basano sull’analisi detta delle “interdipendenze strutturali”, nota anche come input-output analysis, {<entrata→usci­ta>} con cui si rilevano le relazioni di scambio intercorrenti tra i diversi settori per comprare gli “elementi diretti” che servono al settore industriale oggetto dell’analisi per effettuare la sua produzione (come quanto acciaio, quanta gomma, quanto vetro, quanta tela, ecc, e di che tipo, occorrano per fare una determinata automobile; o quanta farina ecc. occorra per fare il pane ma non quanti mattoni e calce per fare il forno, che pur serve; ma questi ultimi non entrano negli acquisti <diretti> del fornaio perché riguardano un’impresa edile, come si dirà tra poco; l’insieme dei <coefficienti diretti>, una sorta di “ricetta” per produrre un determinato oggetto, ha un significato economico che va però rovesciato rispetto a quello degli elementi che rappresentano i <coefficienti di fabbisogno totale>, detti appunto <coefficienti di attivazione>, appunto, che definiscono <correttamente> la categoria di “filiera”.

Senza entrare qui in dettagli <formali algebrici> [non è questo il luogo adatto a esporre in forma compiuta la teoria, che richiede conoscenze di base e sarebbe lunga perché esaustiva — anche troppo, giacché i dati delle quantità di elementi occorrenti <indirettamente> sono moltissimi, pure se fossero in misura minima o irrilevante], l’algoritmo per questo calcolo – con cui si rappresenta di quanto debba aumentare la produzione del <settore fornitore> dell’elemento indiretto per fornire quanto necessita alla produzione dell’industria in esame (nel caso precedente quanti mattoni e calce servono … per fare una pagnotta) – comporta il fare una operazione che consiste nel calcolare, pertanto, la <matrice inversa> {si dice così} degli <elementi diretti di input→output> ossia, si parte dal risultato atteso per risalire, <all’inverso>, al fabbisogno complessivo, diretto + indiretto, degli elementi che fanno ottenere quel risultato atteso. Nella pratica, pertanto, coloro i quali vogliono stimare che, come e quanto si possa ascrivere a una <filiera> propriamente detta, per evitare che l’esaustività teorica sia <anche troppo> ingombrante, e quindi ingestibile e inutile anche in pratica, ci si limita a considerare empiricamente soltanto come imprese da includere nella filiera quelle che rientrano nell’interrelazione di scambio – da un apporto minimo in su (spesso di fissa un 5%) – con l’impresa in esame per “attivarla”. Analogamente si può introdurre la connessione indiretta con il lavoro, per risalire a quanto lavoro venga “attivato” dall’industria in esame per l’effetto <filiera> (oltre al fornaio, … quali e quanti altri lavoratori: edili, metalmeccanici, elettricisti ecc, sono mobilitati?) [per vedere un generico accenno a ciò, qui cfr. 011]. In un senso molto più ampio (poco o per niente seguito dalla tassonomia borghese), questi concetti servono in concreto a molte altre analisi, fino alle strutture decisionali strategiche dei grandi gruppi del capitale monopolistico finanziario (holding), articolate in tutte le loro funzioni, anche <improduttive> di pluvalore (assicurazione, credito, commercio, marketing, ecc.). Il proletariato è là, in tutte codeste articolazioni, nel mondo intero, anche negli stati dominanti; ma incuranti di ciò è anche “asinistra” quanti possano dire pentiti e falsi puristi, fanatici <operailatri>, comunque contrari a qualsiasi altro lavoratore che non sia <produttivo> (anche quando tale quesito è fuori luogo). Dunque, è nel senso generale descritto che il principio di qualità totale si espande e trapassa in quello di quantità totale: tanto è vero ciò, che ormai l’estensione delle nuove forme di <organizzazione del lavoro> è fatta a sola imitazione ed emulazione di quanto avviene nei luoghi tecnologicamente più avanzati. Qualsiasi posto di lavoro, fabbrica o ufficio (proprio come nel taylorismo classico), va ugualmente bene per applicare codesta forma di relazioni sociali, senza che occorra immediatamente una ristrutturazione tecnologica. La cosiddetta qualità totale diventa così surrettiziamente quantità totale per il plusvalore del capitale. Questo è il contesto storico sociale, nella fase di crisi economica dell’accumulazione di capitale su scala mondiale, nel quale è perciò possibile indicare come la base materiale dell’attuale trasformazione sociale possa trovare la sua collocazione ideale nel processo di ristrutturazione di lavoro e macchine.

Sugli algoritmi

28 Mar

Un algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi elementari in un tempo ragionevole [dal nome del matematico persiano al-Khuwarizmi vissuto nel ix secolo dell’era mderna, considerato uno dei primi autori ad aver studiato questo concetto nel libro Regole di ripristino e riduzione. L’algoritmo è un concetto matematico fondamentale – ripreso con vigore con l’informatica in cui il termine “algoritmo” ha iniziato a diffondersi – alla base della nozione <teorica> formale del calcolo: un problema si considera <calcolabile> quando è risolvibile mediante un “algoritmo”, che pertanto diviene un concetto cardine della fase di programmazione dello sviluppo di un programma elettronico [software] reso come problema da <automatizzare>. La programmazione dunque costituisce essenzialmente la <traduzione o codifica di un algoritmo per tale problema in programma>, che possa essere quindi effettivamente eseguito da un calcolatore rappresentandone la logica di elaborazione.

La cosiddetta “macchina di Turing” (1936-39) è una rappresentazione essenziale del funzionamento di un generico computer <astratto>: per tale motivo basilare potrebbe sembrare una questione semplice [diceva Brecht, nel 1933, del comunismo che “è ragionevole, chiunque lo capisce. è facile, lo puoi intendere, va bene per te, informatene; gli idioti lo chiamano idiota, ma è contro l’idiozia. Non è follia ma invece fine della follia. È la semplicità che è difficile a farsi”]. Se perfino il <comunismo> è da Brecht stesso considerato “semplice” da capire, ma talmente “difficile” da fare – e si sa quanto sia vera tanto l’affermazione di simile possibile conoscenza, “coscienza”, quanto la constatazione della sua realizzazione di là da venire – si pensi che cosa possa voler dire trovarsi di fronte alla definizione scientifica di algoritmo per la duplice illusoria <semplicità> della escogitazione di Turing al cospetto della sua enorme <difficoltà> a comprenderla e renderla logicamente <funzionante>. Quindi nonostante che una definizione del <concetto di algoritmo> sia formale e non tecnica, pur con una profondissima conoscenza di una matematica complicata come quella di Turing, e molto avanzata (anche senza dover essere geniali come lui), nessun matematico è riuscito finora a darne un dimostrazione compiuta {figurarsi se l’abuso fattone da gentuccia come Renzi o Grillo e tanti altri pseudo <esperti> che ci si sciacquano la bocca senza capirne una beneamata minchia, e perfino i Casaleggio, padre e figlio, che sugli <algoritmi> intesi però come “marchingegni” hanno fondato le loro mosse, il primo oniricamente e il secondo, senza immaginazione, sbagliandone pure l’uso per l’impiego tentato, … in omaggio a Rousseau messo su una <piattaforma> come su un altare (mentre Grillo portava i fiori alla statua dell’illuminista ginevrino)}.

Pertanto noi con i poveri mortali dobbiamo necessariamente contentarci di una formulazione intuitiva di <algoritmo> enciclopedicamente definita come: “una sequenza ordinata e finita di passi (operazioni o istruzioni) elementari che conduce a un ben determinato risultato in un tempo finito”. Soltanto; tutto qui!? Occorre perciò lasciare al computer astratto della macchina di Turing la formale semplicità … “facilmente” descritta in termini matematici. La macchina di Von Neumann, che è il modello sottostante a tutti i <computer> attuali, è equivalente, in termini di potere di calcolo, alla macchina pensata da Turing. In altre parole, è stato dimostrato che un certo problema può essere risolto da un <computer> (opportunamente programmato) se e solo se esso può essere risolto logicamente anche da una macchina di Turing. Dalla precedente definizione di algoritmo si evincono alcune proprietà necessarie, senza le quali un algoritmo non può essere definito tale:

– i passi costituenti devono essere “elementari”, ovvero non ulteriormente scomponibili;

– i passi costituenti devono essere interpretabili in modo diretto e univoco (senza ambiguità) dall’esecutore, sia esso umano o artificiale;

– l’algoritmo deve essere composto da un numero “finito” di passi e richiedere una quantità finita di dati in ingresso;

– l’esecuzione deve avere <termine> dopo un tempo “finito”;

– l’esecuzione deve portare a un <risultato> univoco, effettivo.

Così, con un esempio da enciclopedia, “rompere le uova” può essere considerato legittimamente un passo elementare di un “algoritmo per la cucina” (ricetta), ma invece non potrebbe esserlo anche “aggiungere sale <quanto basta>” dato che l’espressione <quanto basta> è ambigua, e non indica con precisione quali passaggi servano per determinare la quantità necessaria [come le promesse <algoritmiche> di Renzi, la cui precisione sta nella casa del diavolo]. Così pure un passo come “preparare un pentolino di crema pasticcera” non può considerarsi legittimo perché ulteriormente scomponibile in sotto-operazioni (accendere il fuoco, regolare la fiamma, mettere il pentolino sul fornello, ecc.) e anche perché contenente ambiguità (non specifica quanto grande deve essere il pentolino, quanto deve essere riempito di crema e così via) [si pensi al cosiddetto job act, alle sue <illegittimità> logiche, alle <sotto-operazioni> (decreti di attuazione) necessarie, oltre alle <ambiguità> volute (come la specificazione delle quantità e delle caratteristiche dei dati, sulla occupazione occultando le diversità assolute tra tempo determinato e indeterminato)]. Al contrario, “continuare a mescolare a fuoco vivo fino a quando il composto non assume colore bruno” è un’istruzione accettabile di tipo iterativo, che comporta un numero finito di operazioni (le rimestate) sebbene tale numero non sia conoscibile a priori, perché dipendente da ciò che è chiamato input (il grado di umidità della farina nel composto, il vigore della fiamma, ecc.). All’istruzione non elementare di preparazione della crema potrebbe, però, essere associato a un opportuno rimando a un’altra sezione del ricettario, che fornisca un <sotto-algoritmo> apposito per questa specifica operazione. Questo suggerisce che, per comodità di realizzazione, gli algoritmi possano essere modulari, ovvero orientati a risolvere anche specifici sotto-problemi (o sotto-operazioni), e gerarchicamente organizzati. Inoltre, una ricetta che preveda la cottura a microonde non può essere preparata da un esecutore sprovvisto dell’apposito elettrodomestico; questo rimanda al problema della realizzabilità degli algoritmi, ovvero della loro compatibilità con le risorse materiali e temporali a disposizione. Infine, possono darsi <più algoritmi validi> per risolvere uno stesso problema, ma ognuno con un diverso grado di efficienza. Il caso culinario, in forma ancora più alla portata di tutti, può essere usato popolarmente come pseudo spiegazione di un <algoritmo elementare>, didatticamente istruttivo. Se prendete 500 gr. di farina, 50 gr. di zucchero, 50 gr. di burro, 3 uova, 1 bicchiere di vino bianco secco, un pizzico (?) di sale e un pizzico di vaniglia, 15 gr. di lievito, 50 gr. di miele, 50 gr. di zucchero a velo e mezzo litro olio, avete la <ricetta> per le cosiddette frappe o “bugìe di carnevale”, ma se buttate tutti gli ingredienti nell’olio bollente, certamente non farete le frappe ma otterrete una sbroscia immangiabile e vomitosa, anche se quegli ingredienti presi uno a uno siano stati i migliori. E se la “prova della torta” è nel mangiarla, secondo il proverbio inglese amato da Engels, una tal prova sarebbe qui fallimentare: prima di mangiarla, qualsiasi torta bisogna saperla fare, conoscere beni i <passi costituenti> in maniera  chiara e inequivocabile affinché un algoritmo possa essere definito tale; o almeno conoscere qualcuno che la sappia fare. Gli ingredienti messi alla rinfusa non fanno mai la torta: occorre saperli elaborare, e amalgamare l’un l’altro a “regola d’arte”. Solo un lavoro “ben fatto”, come dicono i marinai, può dirsi un lavoro. La somma delle parti non coincide mai con la loro totalità, se ora dalla metafora gastronomica si vuol passare alla <cucina hegeliana>. Un programma politico non è ben fatto – non è proprio un programma – se si limita a elencare obiettivi, anche singolarmente giusti. Senza al contempo indicare come amalgamarli, realmente e praticamente, per trasmutarli in qualcosa di coeso e coerente, capace di tenuta da tutti i suoi versanti, e per giunta credibile e appetibile per le masse chiamate a lottare per quegli obiettivi, in tal caso sì si sfornano bugìe, menzogne nel senso originale del termine, e non programmi. E affinché una siffatta totalità sia coerente, e non risulti ora bella e impossibile come un’utopia insensata, ora eclettica e sincretica come vuole la praticaccia bell’e pronta senza principî, si richiede un rigore di analisi capace di fondare la lotta di classe, come sostiene Engels, concludendo la Questione delle abitazioni, occorre una “corretta e completa conoscenza del modo di produzione capitalistico in tutti i suoi aspetti”.

L’algoritmo viene generalmente descritto come “procedimento di risoluzione di un problema”. In questo contesto, i “problemi” che si considerano sono quasi sempre caratterizzati da dati di ingresso (gli <input>) variabili, su cui l’algoritmo stesso opererà per giungere fino alla soluzione. A es., il calcolo del massimo comune divisore fra due numeri è un esempio di “problema”, e i suoi dati di ingresso, variabili di volta in volta, sono i due numeri in questione. Se per ottenere un certo risultato (risolvere un certo problema) esiste un procedimento infallibile, che può essere descritto in modo non ambiguo fino ai dettagli, e conduce sempre all’obiettivo desiderato in un tempo finito, allora esistono le condizioni per affidare questo compito a un <computer>, semplicemente introducendo l’algoritmo in questione in un programma scritto in un opportuno linguaggio comprensibile alla macchina. Nella fase di programmazione l’algoritmo così scritto verrà tradotto in linguaggio di programmazione a opera di un programmatore sotto forma di codice sorgente dando vita al programma che sarà eseguito dal calcolatore, eventualmente dopo un’ulteriore traduzione in linguaggio macchina. Lo studio di un algoritmo viene suddiviso in due fasi:

– sintesi (o progetto): dato un problema, costruire un algoritmo per risolvere il problema;

– analisi: dato un algoritmo e un problema, dimostrare che l’algoritmo risolve correttamente il problema e valutare la quantità di risorse usate dall’algoritmo complessivo.

Un’ampia porzione della teoria degli algoritmi è lo studio della complessità, computazionale e spaziale. Si vuole sapere, al crescere della complessità del problema, in che modo cresce il tempo necessario a eseguire l’algoritmo e lo spazio di memoria occupato in un calcolatore.