Archivio | Senza categoria RSS feed for this section

vecchi numeri Contraddizione

20 Ott

segnalamo che sul sito della rivista sono stati caricati in formato elettronico i vecchi numeri cartacei sino al no.15.

buona lettura

[*.*]

Annunci

Sulle ONG – Medici senza frontiere

20 Ott
Riportiamo qui di seguito due estratti del no usciti anni fa sulla rivista cartacea della Contraddizione. Ci sembra opportuno riportare alla memoria i particolari inquietanti che riguardano alcune delle ong più importanti (msf in primis) che, come già dicemmo sono “non poco governative”.

[dal no 75 (nov.1999)]:

Tanto è proficua e “coperta” siffatta strategia che gli “s\frontati” medici “senza frontiere” – s/front(ier)ati – ne hanno tratto immenso giovamento: prima, Bernard Kouchner – fondatore di quella “og” medica – è  stato nominato, in concorrenza Cia con Emma Bonino, rappresentante Onu civile della Kfor, accanto al militare Mike “Bloodsunday” Jackson; poi, proprio i Médecins sans frontières si sono accaparrati onori e soldi del “Nobel della pace”, verosimilmente per i riconosciuti meriti bellici e spionistici.

 

[ma già sul no 73 (lug. 1999) era scritto con chiarezza]:

rapporto dei “saggi”.

L’“ufficio europeo per gli aiuti umanitari d’urgenza” [così si chiama ufficialmente, ed è tutto un programma, l’organo che era diretto da Emma Bonino], acronimamente detto Echo – dalle iniziali inglesi, nel solito ordine inverso, di “ufficio umanitario della comunità europea” – è stato istituito il 1° marzo 1992 “allo scopo di dotare la Comunità europea di strumenti più specializzati ed efficaci per fornire aiuti in situazioni d’emergenza”: affidato inizialmente allo spagnolo Marìn, dal 1995 è passato sotto il “controllo” (si fa per dire) di Bonino. Bel controllo! “Echo ha risposto a una serie di ben note <situazioni d’emergenza> in zone quali la Bosnia, il Ruanda, l’Afghanistan e la Colombia. Nel corso dei primi sei anni di attività, Echo ha distribuito aiuti pari a 3500 mln ecu” (qualcosa come 7 mmrd lire). Già, ma distribuiti a chi? “Nel complesso, l’ufficio ha agito tramite organizzazioni partner (ong e altre)” – toh! le mitiche ong – sulla base di una tipologia contrattualistica che ha dato a Echo <completa libertà nella scelta>, associazione e collaborazione con “organizzazioni internazionali, governative e non governative, o altri organismi operanti nel campo degli aiuti umanitari”: che Emma Bonino consideri la Nato un tale organismo?

“Il caso Echo ruota attorno a quattro contratti concessi nel 1993 e 1994 per l’organizzazione di operazioni umanitarie nell’<ex Jugoslavia> e nella regione dei Grandi laghi in Africa. Tali contratti sono stati assegnati a tre società; due di queste si sono rivelate in séguito [corsivo nostro!] essere controllate, attraverso accordi fiduciari, dalla terza che ha sede a Lussemburgo e vanta inoltre, direttamente o tramite consociate, relazioni consolidate con numerosi servizi della Commissione. Nel corso del 1997-98 è stato appurato che tali contratti erano completamente fittizi: l’importo, pari a 2,4 mln ecu, rappresenta dunque spese erogate irregolarmente, utilizzati in parte per finanziare un gruppo di undici persone (la “cellula esterna” intra muros) che operava come unità finanziaria in seno all’amministrazione di Echo a Bruxelles. Sebbene parte di questi fondi siano stati rintracciati in specifici conti bancari, resta sconosciuta la vera destinazione di almeno 600 mila ecu”. Insomma, diversi miliardi spariti nelle fogne della commissione Santer, attraverso la “cellula esterna” gestita da quelli che, nel gergo semi-ufficiale di Bruxelles sono spiritosamente ed eufemisticamente chiamati “agenti sottomarini, vale a dire personale non statutario finanziato a titolo di stanziamenti operativi. Bene, anzi male. La sig.ra Bonino non è accusata di aver preso soldi: del resto nessuno dei singoli commissari indagati – neppure la prima pietra dello scandalo, la ineffabile sig.ra Cresson – è risultato “direttamente e personalmente coinvolto in attività fraudolente”, né vi è prova che “abbiano tratto vantaggio, in termini finanziari”. Senonché il comitato dei “saggi” constata “l’esistenza di tanti piccoli feudi quanti sono i commissari”. Ma veramente voi potete pensare che, in quattro anni di attività quale commissario europeo, Bonino non conoscesse quei “sottomarini”? Certo che no: “la sig.ra Bonino era stata esplicitamente informata della presenza dei “sottomarini””. Tanto che il comitato dei “saggi” parla, assai bonariamente, di “ritardi della commissione nell’affrontare i problemi connessi con Echo”, ancora nel 1997 inoltrato! “Senza dubbio, i commissari responsabili di Echo, Marìn fino al 1994 e Bonino dopo erano al corrente della situazione estremamente difficile. A giudizio del comitato è scarsamente credibile che i commissari in questione siano rimasti completamente all’oscuro circa l’esistenza di un’inchiesta”.

Ma qualcuno, in effetti, ha mai sentito Bonino sbraitare – come ha fatto invece <pro Nato> contro i “demoni” serbi – per la corruzione Echo con tutte le varie ong di contorno? “La responsabilità dei commissari, o della commissione nel suo complesso – conclude il rapporto dei “saggi” – non può essere un’idea vaga. Diventa difficile trovare qualcuno che abbia la minima sensazione di essere responsabile. La tentazione di svuotare la nozione di responsabilità di ogni contenuto reale è pericolosa. Tale nozione costituisce la manifestazione ultima della democrazia”. In condizioni simili, qualsisia responsabile politico di “stampo liberale” si sarebbe dimesso. La sig.ra Bonino, invece, pretendeva addirittura di essere confermata alla commissione, forse per meriti Usa acquisiti! “La missione di controllo dell’Uclaf in ex Jugoslavia, alla fine di gennaio 1998, ha confermato senza ambiguità la natura fittizia dei contratti oggetto delle indagini. I dirigenti di Echo e il gabinetto della sig.ra Bonino erano chiaramente al corrente di tali indagini [corsivo nostro]. Ciononostante non emerge dagli atti alcuna azione nei confronti del funzionario in questione: l’ex capo dell’unità finanziaria resta al suo posto fino al 10 luglio, disponendo così di tempo e possibilità di inquinare le eventuali prove e ritardare l’avvio, nel settembre 1998, della completa indagine amministrativa”. Gabinetto inteso come cesso! Sicché, il comitato dei “saggi” denuncia espressamente “presunte interferenze – che nonostante le circostanze formali non possono essere considerate come “prove” – nelle indagini in merito alla sig.ra Bonino e al suo gabinetto: il capo di gabinetto della sig.ra Bonino ha cercato di compromettere e di ritardare la missione di controllo dell’Uclaf in <ex Jugoslavia>”. Nel frattempo, si era parlato di informazioni tratte da “fonte sicura interna (delatore)”, e si era deciso di “sollevare l’ex capo dell’unità finanziaria da responsabilità finanziarie a titolo di misura precauzionale”; ma, allorché “l’ex capo dell’unità finanziaria fornisce all’Uclaf informazioni sui contratti fittizi”, “la sig.ra Bonino chiede al capo dell’unità finanziaria di non far nulla [corsivo nostro] prima di contattare i suoi superiori gerarchici” – e tutto questo, verosimilmente, in nome di conclamata “trasparenza”! Ne seguì un allarmato “scambio di lettere tra i commissari Marìn, Bonino, Santer e Gradin circa la questione di stabilire se e quando i commissari responsabili di specifici servizi devono essere informati delle indagini Uclaf in corso”: ossia, detto in italiano volgare ma sincero, ricevere soffiate su controlli, ispezioni e censure preoccupanti. Il comitato dei saggi, in sintesi, “propende per la tesi che la tolleranza di fatto di prassi basate su assunzioni irregolari rappresenta un serio pericolo per la commissione, in quanto offre possibilità di frode e crea una <cultura istituzionale inaccettabile>. Gli abusi commessi dalla commissione possono purtroppo non essere casi isolati o circoscritti. Il fatto che commissari dichiarino di ignorare problemi spesso ben noti all’in­terno dei loro servizi equivale ad ammettere che l’autorità politica ha perso il controllo sulla struttura amministrativa, che si presume essa dovrebbe dirigere, e rappresenta una seria ammissione di incapacità”.

Organizzazioni non poco governative

7 Ago

Ripubblichiamo volentieri una scheda scritta nell’ormai lontano 2001, periodo in cui le Ong, secondo una parte importante dell’allora asinistra, rappresentavano un’alternativa alla “globalizzazione”. Nonostante gli evidenti legami con il capitale transnazionale (guerra del Kosovo solo per citare uno degli esempi più vicini) la litanìa buoni/cattivi aveva sepolto  già allora la dialettica capitale-lavoro – a vantaggio della classe dominante. Nel periodo attuale, in cui si discute assai della questione, ci sembra opportuno focalizzare nuovamente gli occhi della mente, incanalandola sui giusti binari. L’immigrazione non è una storia di mera accoglienza, ma un importante capitolo della lotta di classe. Che i migranti abbiano il colore che hanno non frega a nessuno: che siano parte della classe subordinata e dell’esercito industriale di riserva è invece fondamentale ed è con questi giochetti mediatici che tentano di deviare l’attenzione, obnubilando l’essenza del fenomeno.

[*.*]

Organizzazioni non poco governative

il braccio disarmante del potere transnazionale

di Gianfranco Pala

Freedom house: questo è il nome, brillantissimo, di una delle più cospicue Ong [le cosiddette organizzazioni non governative!], segnalatasi per le sue ripetute operazioni a pro del grande capitale transnazionale – e a propaganda di esso – e delle istituzioni sovrastatuali che l’assecondano; essa dice di sé: “è una organizzazione non profit e non di parte, una voce chiara per la democrazia e la libertà nel mondo, che opera sull’in­tero pianeta per diffondere la libertà politica ed economica”. Quanto al suo carattere “governativo”, che invoca “libertà” e “de­mocrazia” per l’universo mondo, non c’è ombra di dubbio, dalla forma di governo nazionale a quella sovranazionale. Per quei pochi che ancòra non sono avvezzi alla lingua inglese, è bene far osservare che “freedom house” sta a significare semplicemente “casa della libertà”! Si soppesi, perciò, quanta sia la fantasia con cui il prof. Buttiglione abbia suggerito al cav. Berlusconi il nome per il suo “polo” – in perfetto allineamento Cia.

Che la “n” di codeste organizzazioni stia per “non poco”, anziché per il preteso “non”, l’abbiamo già ripetutamente detto, ancorché non sistematicamente [cfr. nn. 46, 47, 60, 72-75, 77, 80, 81, 83]. Merita adesso con maggiore precisione riepilogare il tutto per fare il punto sulle loro caratteristiche “gove­rnative”; queste sono tese sia a procurare vantaggi economici al grande capitale, quello soprattutto che vola all’estero, sia a bieche operazioni di “copertura”, che in italiano convien chiamare di “spionaggio”, di propaganda, ovvero di filtro per attività illecite (finanziamenti neri, traffico di droga, fornitura di armi, ecc). La subordinazione che asseconda la falsa coscienza dell’“umanitario” apre una fetta di mercato, come si dirà più oltre, attraverso la formazione di varie O(n)g, banche etiche, isti­tuzioni (come Medici senza frontiere),  fondazioni come quel­la “per una società aperta” di Soros, ecc., le quali agevolano la stratificazione di un mercato finanziario paral­lelo e funzionale alle grandi linee creditizie.

… continua su http://www.contraddizione.it/Contraddizioneonline.htm

Vol. 1-10 della Contraddizione

6 Ago

Abbiamo finalmente caricato sul sito della rivista http://www.contraddizione.it i primi numeri dell’edizione cartacea (1987-1989) ossia quelli che vanno dal vol. 1 al vol. 10.

Ovviamente sono scaricabili gratuitamente

 

Su Renzi

30 Lug

di seguito una piccola nota di Lenin sui Soviet, che ci sembra quanto mai adeguata a delineare la figura del bischero, ormai in evidente spengimento nel quadro politico attuale

La storia non ci offre esempio d’alcun profondo e potente movimento popolare, che sia riuscito senza costar caro, senza che agli inesperti innovatori si attaccassero avventurieri e imbroglioni, millantatori e schiamazzatori, senza che si verificassero cose insensate di qua e di là, sventatezze, affanni inutili, senza che alcuni <duci> cercassero di mescolarsi in cento cose senza portarne a compimento alcuna. Sarebbe la più grande sciocchezza e la più insensata utopia il ritenere possibile che senza costrizione si possa passare dal capitalismo al socialismo. La teoria marxista già da lungo tempo e con tutta risolutezza ha preso posizione contro questo non senso piccolo-borghese e anarchico.
[Lenin]

 

Reddito di cittadinanza – part 2

23 Giu

Seconda parte dell’intervento sul Reddito di cittadinanza a cura del collettivo dell’associazione marxista Contraddizione.

 

Reddito di cittadinanza (parte I)

5 Giu

Video a cura della redazione della Contraddizione – con Carla Filosa

Il nuovo dispotismo del capitale

30 Mag

la trasformazione del capitalismo transnazionale post crisi 2008

di Francesco Schettino

9 novembre 2016: una data che difficilmente sarà dimenticata negli anni che verranno. Media europei e giornali di tutto il mondo hanno osservato con un malcelato sgomento l’elezione di Donald Trump alla presidenza dello stato capitalista più potente al mondo, gli Usa. La palese collocazione all’estrema destra del neopresidente – appoggio del Kkk, libri con i discorsi di Hitler sul comodino, come ebbe a dire l’ex moglie – non è stato un elemento sufficiente a permettere a Hillary di divenire la prima donna presidente degli Stati uniti (con il cognome del marito, aggiungiamo noi). Considerata genericamente come la candidata dell’establishment, nonostante il sostegno ricevuto da tutti i settori della “cultura” a stelle-e-strisce (e non solo), la sua sconfitta è stata significativa, sebbene il divario in termini di voti ricevuti l’abbiano vista prevalere per circa 2mln di unità, che non è esattamente una cifra di poco conto. Fiumi di inchiostro sono stati versati e di pacchi di parole sono stati inondati tutti i media (asocial compresi) sostenendo tesi e teorie spesso in evidente bisticcio logico e densi di incoerenze frutto di veline passate dalle diverse cordate del capitale in crescente conflitto. Quel che ci proponiamo in questo articolo è, da parte nostra, dar seguito alle promesse fatte nella nota preliminare che alcuni mesi fa abbiamo pubblicato sul blog della rivista (https://rivistacontraddizione.wordpress.com), tentando di fornire una chiave di lettura di classe per le vicende più recenti. Per questo, è di prioritaria importanza provare a fornire una sorta di radiografia delle patologie del capitale contestualizzando i recenti accadimenti (solo apparentemente) di natura politica all’interno della fase critica che l’imperialismo mondiale sta subendo da mezzo secolo e, in maniera ancor più violenta ormai da un decennio.

Già dalla fine dell’anno 2008, ossia dalle settimane che seguirono il crollo di Lehman Bros., e dunque dai momenti appena successivi all’emersione dell’ultima crisi reale – violenta appendice di quella iniziata già agli inizi della decade ’70 –, in palese controtendenza con l’ottimismo di tanti settori della sinistra di classe, evidenziammo l’assenza di una classe subordinata “per sé”, ossia cosciente del suo ruolo storico, avrebbe potuto generare tendenze del tutto opposte a quelle auspicate, nonostante l’arresto dell’accumulazione a livello mondiale.

(continua su: http://www.contraddizione.it/Contraddizioneonline.htm)

Partito, movimento politico organizzato, programma minimo

25 Mag

sul progetto politico dei comunisti

di Enzo Gamba

In Italia si sta ripresentando, per l’ennesima volta, nel dibattito politico dei comunisti (siano essi organizzati o no) in riferimento al progetto politico da perseguire in questa fase di sconfitta storica (in altre parole: quale obiettivo porre per i comunisti, il “cosa fare” adesso), l’alternativa secca tra partito/unità dei comunisti da una parte e movimento/unità delle “sinistre” dall’altra. Da anni la riproposizione di questo dibattito avviene con una puntualità ricorrente, segnata in primo luogo dalle scadenze elettorali, poi dalle loro successive sconfitte e in ultimo dalle fasi congressuali dove i nodi solitamente vengono al pettine.

Per chi ha anche una minima memoria storica si ricorderà che un dibattito simile ci fu, tra le altre volte, anche verso la fine degli anni ‘80, dopo la batosta elettorale del 1988, e dopo il secondo governo Prodi e l’allora congresso del Prc. Le ipotesi che venivano messe in campo allora per uscire dalla crisi nera in cui ci eravamo cacciati (al punto che in parlamento non vi era più nemmeno una forza organizzata che si richiamasse al comunismo), erano l’ipotesi della “Costituente dei comunisti” in contrapposizione alla “costituente della sinistra”. Se dopo quasi trent’anni, con una situazione che per i “comunisti” si è fatta talmente tragica che più tragica non si può, si è ancora fermi alle opzioni politiche di allora forse qualche ripensamento dovrebbe (im)porsi nella testa di coloro che si richiamano, se non al comunismo, alla sinistra, sia essa di classe, anticapitalistica, antiliberista, antagonista, ecc.: qua gli aggettivi necessariamente si sprecano per tentare di connotare un termine così generico!

(…testo completo disponibile a: http://www.contraddizione.it/Contraddizioneonline.htm)

Nome della legge e legge della cosa

2 Mag

note in margine a un referendum

di Gianfranco Ciabatti

Ripubblichiamo questo articolo uscito sulla Contraddizione no.3 nel 1987 di cui stupisce l’attualità dell’analisi, nonostante siano passati oramai quasi 30 anni dalla sua stesura. A breve l’intero volume sarà disponibile sul sito della rivista http://www.contraddizione.it. [*.*]>

1. Il principio dell’indipendenza del giudice entra nella storia moderna a metà del Settecento, con il barone di Montesquieu, al quale dobbiamo la celebre teoria della divisione tra i poteri dello stato, conservataci attraverso due secoli e più. Per quanto ci interessa, questa teoria ha, fra le altre virtù, quella di rendere il giudice indipendente dal parlamento e dal governo e soggetto solamente alla legge. E l’effetto principe di questa teoria, per ciò che concerne ancora il giudice, consiste nel garantire l’imparzialità di lui quando applica la legge ai casi concreti, sottraendolo ai comandi diretti (che sarebbero illegittimi) del potere esecutivo e del legislativo (il quale ultimo, come si è detto, fornisce al giudice unicamente la legge).

La legge: ecco l’unico limite del giudice. E questo è l’essenziale, per quanto lo riguarda, di quella “teoria” settecentesca nella storia dell’ideologia del diritto.

E nella storia tout court?

 

2. Il giudice è indipendente: è soggetto solamente alla legge. E il bambino domanda: quale legge?, anche se la folla degli adulti è riottosa a rispondere. Ma una risposta c‘è: è quella stessa legge che fra i diritti dell’uomo contempla la proprietà, pur affettando di non metterla al centro di tutto l’apparato di diritti che sorregge le storiche Dichiarazioni settecentesche (e poi le costituzioni liberali e liberaldemocratiche).

Ora, invece, la proprietà si trova propriamente (è il caso di dirlo) in una posizione centrale e di rilievo assoluto rispetto agli altri diritti fondamentali (alla felicità, ecc.). E ci si trova per il semplice fatto di essere una cosa effettiva ancor prima che un nome, laddove al contrario tutti concordano sulla constatazione che gli altri diritti sono nomi che aspirano a diventare cose. Ed è questa la prima “proprietà”, squisitamente propria e positiva, del diritto alla proprietà (e del diritto di proprietà). La seconda proprietà è invece negativa, pur continuando ad essere squisitamente propria: la proprietà non è eguale, né indivisibile. All’inverso: essa è divisa in maniera ineguale. Ciò, riteniamo, procurerebbe qualche imbarazzo al filosofo del diritto che volesse verificare il significato dell’originaria attribuzione della proprietà all’Uomo, (Ma qui la metafisica del diritto conta ordinariamente sul soccorso sensato dell’empiria, talché per esempio, come altrove rilevammo, può accadere che si attribuisca alla proprietà una “funzione sociale” – art. 42 Cost. ital. – uscendo così dal problema per la comune).

Fatto sta che la proprietà è in posizione centrale. A ciò si aggiunga che non tutti la detengono, e non in maniera eguale. Ne consegue che la proprietà, tutelata nelle dichiarazioni fondamentali, nelle costituzioni, nelle leggi ordinarie, è una proprietà divisa in parti ineguali. E la legge, alla quale sola è soggetto il giudice, è la legge di questa proprietà che è cosa (non di quella proprietà che è nome nelle dichiarazioni di diritti). Di più: tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge. Anche il giudice che le sottostà. Anche i proprietari. Ma la legge è la legge della proprietà. E allora tutti sono eguali, realmente, davanti a questa legge ineguale come la proprietà dalla quale deriva. A fortiori, l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge della proprietà ha come corollario la loro ineguaglianza nella realtà delle cose. Le carceri sono piene di esponenti delle classi subalterne in una proporzione che non rispecchia il rapporto fra classi subalterne e classi dominanti nella società. E questo accade perché, effettivamente, i rei provengono dalle classi subalterne, stante la loro eguaglianza davanti a una legge ineguale che li suppone ineguali (anche quanto a legalità e moralità) nella realtà delle cose. Dunque l’indipendenza del giudice è il nome della sua dipendenza da questa legge, dalla legge di questa proprietà, da questa proprietà. E in nome della legge ineguale il giudice colpisce egualmente i rei, fatti ineguali nella realtà delle cose.

 

3. Il giudice è imparziale. E per esserlo deve sottrarsi alle pressioni che provengono dall’esterno della sfera della sua dipendenza dalla legge della proprietà, senza sottostare a nessun altro limite. A nessun altro limite che non sia quello del proprio “libero convincimento”. (Una dissertazione dovrebbe essere qui intrapresa sul concetto di “libero convincimento” in una persona dipendente dalla legge della proprietà. Ma essa ci condurrebbe in un dominio estraneo all’argomento di queste note, il dominio della “libertà”, che è poi il nome della libertà della proprietà. Ci limitiamo a registrare il problema). Dunque: primo, il giudice deve obbedire alla sola legge della proprietà; secondo, egli deve obbedire al proprio libero convincimento. E “libero” egli di obbedire a nient’altro che a questo? E, quindi, nell’obbedienza a nient’altro che a questo, di conservare quanto al resto un abito d’imparzialità.

 

4. La secolare storia dell’amministrazione della giustizia ha conosciuto una quantità di forme che stanno fra la punizione tirannica e arbitraria e il giudizio pronunciato sotto l’impero di una legge certa. Fra queste due forme polari, teoricamente antagonistiche, esistono tuttavia due intersezioni.

La prima intersezione consiste nel fatto che sia il tiranno sia il giudice rimandano il giudizio all’impero di una legge (se non è la norma certa dello stato di diritto, sono il sacro, gli dèi, le consuetudini, la stessa legge del monarca). E questa intersezione è di prima evidenza. La seconda intersezione consiste nel fatto che sia il tiranno sia il giudice possono venir meno alla loro stessa legge. E questa intersezione, anch’essa di prima evidenza, merita qualche riflessione ulteriore.

Non interessa qui l’incidenza dell’errore nel comportamento illegittimo del giudicante. Interessano la storia della forza e della corruzione, come storia di due cose che entrerebbero di diritto a costituire oggetto di studio per alcuni filoni delle moderne storiografie “materiali”, la forza e la corruzione essendo non meno importanti dell’invenzione della staffa o della macchina a vapore o dell’intelligenza artificiale.

La forza e la corruzione in rapporto alla “libertà” del giudice? Già nello stato del monarca, il giudicante ha due poteri: quello che gli deriva dalla legge del monarca; e quello che gli deriva dalla sua trasgressione di questa stessa legge quando la sua applicazione conforme al suo nome confligge con la sua natura di cosa posta a presidio delle cose del monarca. E la trasgressione avviene per due vie: quella, più o meno aperta e diritta, della forza; e quella, più o meno subdola e tortuosa, della corruzione (vie combinabili tra loro variabilmente). E nello stato di diritto? Qui la proprietà non tollera fisiologicamente che il nome dell’eguaglianza metta in discussione la cosa dell’ineguaglianza, la quale ultima è la proprietà stessa, fonte della legge e del nome della legge. Questa intollerabilità non si manifesta come sintomo febbrile allorché la legge ineguale che ha il nome di eguaglianza si rivela sufficiente presidio della realtà ineguale: situazione ordinaria che si dà quando la condanna colpisce il reato commesso dai non proprietari contro i proprietari.

L’intollerabilità si manifesta invece come sintomo febbrile quando i proprietari vengono a trovarsi in una di queste circostanze:

a) commettono, al di fuori dei casi consentiti dalla natura ineguale del diritto, un reato contro i non proprietari;

b) commettono un reato contro i loro comproprietari;

c) commettono un reato contro un bene “pubblico”.

Le controversie sotto il punto b hanno ordinariamente una conclusione pattizia.

Nel caso a la possibilità del proprietario dominante di sottrarsi al giudizio, o, in tutto o in parte, alla pena o alle conseguenze più dolorose di questa, è direttamente proporzionale alla quantità del suo potere.

Nel caso c l’impunità è la regola che tollera poche eccezioni, e per poco tempo, anche perché il patrimonio privato e quello pubblico hanno una consustanzialità primordiale (cioè risalente alle fonti del diritto proprietario). La quale consustanzialità non sarebbe tuttavia sufficiente, da sola, a preservare intatto il nome della legge.

Nei casi a e c la febbre eccita gli anticorpi della forza e della corruzione, secondo un meccanismo di combinazione: la corruzione della forza (pressione politica, “opinione pubblica”, arbitrii dei corpi armati, abusi di potere, illegittimità di procedure, ecc.) e la forza della corruzione (attribuzioni illegittime di beni) concorrono a limitare la libertà del giudice di applicare la legge in maniera conforme al nome di lei, quando il nome mette in pericolo la cosa dell’ineguaglianza che è la fonte stessa della legge. Dunque sono tre i fenomeni che concorrono a costituire la storia dell’amministrazione della giustizia:

– La legge ineguale (sia essa l’arbitrio monarchico o la norma proprietaria).

– Il “libero convincimento” di un giudice il cui compito è applicare la legge della proprietà, e il cui intimo sentire sarà suscettibile di commozioni capaci di oltrepassare i limiti stessi posti da quel compito.

– La supplenza della forza e della corruzione nei casi in cui il nome eguale di una legge ineguale entra in conflitto con l’ineguaglianza delle cose che la legge è chiamata ab origine a garantire.

 

5. L’esposizione che precede è sufficiente a convincere i lettori del nostro scarso entusiasmo per il nome: cioè per l’indipendenza e l’imparzialità del giudice. Per noi la giustizia fa parte dello stato. Lo stato appartiene a una classe dominante. Se esistesse, come ci piacerebbe, lo stato dei lavoratori, questo sarebbe nient’altro che lo stato dei lavoratori. E i giudici sarebbero i giudici dei lavoratori. Au contraire , nella “democrazia”, i giudici sono i giudici della “democrazia”, cioè della classe che detiene la proprietà.

E su ciò sarebbe tedioso insistere. Può capirlo chiunque. È invece di un qualche interesse tornare sugli argomenti della forza e della corruzione poiché essi non hanno ricevuto una compiutezza. Altrove, in queste note, le regioni della riflessione sono definite scientificamente. Nel caso della forza e della corruzione sono rimaste esposte a escursioni empiriche.

 

6. La supplenza extralegale della forza e della corruzione, istituto intrinseco alle finalità primordiali della legge ineguale, deve tuttavia possedere gli attributi dell’oscurità e della estemporaneità, senza i quali non potrebbe concorrere ad assicurare quelle finalità primordiali coincidenti con la conservazione dell’ine­guaglianza delle cose e delle persone (non è rilevante poi che la stessa oscurità ed estemporaneità formino il contenuto e il fine, a loro volta, di attività oscure parallelamente organizzate). Ma questi attributi, necessari all’efficacia della supplenza, privano quest’ultima della certezza che inerisce alla sanzione legale. Insomma: la forza e la corruzione non sempre riescono a supplire alle insufficienze della legge, non in tutti quei casi, cioè, nei quali una pronuncia giudiciale conforme al <nome della legge> entri in conflitto con la destinazione originaria della legge (che scaturisce dalla proprietà ineguale).

E vero che l’innocenza non è un diritto del subalterno sottoposto a giudizio. Come la reità non è un gravame del dominante sottoposto a giudizio. In entrambi i casi, innocenza (del subalterno) e reità (del dominante) costituiscono l’incidente. La supplenza della forza e della corruzione è precisamente ordinata a ridurre al minimo il numero degli incidenti. Ridurre al minimo, possibilmente annullare. Finché questa possibilità non potrà realizzarsi, l’incidente sarà la vera contraddizione nell’amministrazione della giustizia ineguale; contraddizione che incessabilmente la forza e la corruzione tenderanno a negare, con ogni mezzo. Fino all’o­micidio del giudice. L’omicidio del giudice è una manifestazione di supplenza della forza che non limita la “libertà” del giudice: annulla il giudice. Per questo poniamo l’omicidio come tipologia separata e autonoma.

Ma l’incidente rimane, in tutti quei casi in cui un giudice non sia disposto a sottomettere alla forza o alla corruzione il proprio “libero convincimento” (purché, ovviamente, possa sottrarsi all’omicidio). Nella condotta di questi giudici opera essenzialmente l’ignoranza del fatto che, accanto alla forza della legge, esiste una forza della proprietà che la sussume non solo teoricamente ma anche, se occorre, con la pratica dell’ille­galità. A questa ignoranza si dà il nome di <onestà>.

 

7. Il referendum sulla responsabilità civile del giudice è la più recente manifestazione della forza che, suppletivamente alla sanzione ex lege, ha teso all’eliminazione dell’incidente costituito dalla reità del proprietario dominante. È stato promosso in concomitanza con l’accendersi di procedimenti giudiziari a carico di banchieri, industriali e uomini politici dell’area di governo. Ha avuto lo scopo, non di togliere all’innocen­za (del subalterno) il suo carattere incidentale, ma di ricondurre alla regola dell’innocenza l’incidentale reità del dominante, la cui potenza economica viene introdotta tra i meccanismi procedurali della difesa in giudizio. L’annullamento del giudizio attraverso l’<annullamento del giudice> trova, nell’intenzione dei promotori del referendum sulla giustizia, una variante nella facoltà del reo di paralizzare il giudizio attraverso la citazione del giudice davanti a un altro giudice: procedura che il reo detentore di mezzi finanziari può automaticamente instaurare senza altra tema che di dover eventualmente sostenere una spesa, dato che si tratta di un giudizio in sede civile: procedura che a ogni buon conto consente al reo proprietario di sottrarsi al giudizio per un tempo indeterminato.

Questa vicenda è una manifestazione della tendenza del capitale finanziario a istituire, in tutti i campi della società civile, una identità fra legge e arbitrio del dominante, fra legalità dell’ineguaglianza e ineguaglianza dell’illegalità, fra governo e cosche, fra potentato e gangster. Nell’età della putredine diventa sempre meno sufficiente la “libera” applicazione della legge ineguale, da parte del giudice, ai fini della conservazione dell’ineguaglianza delle cose. Né il trasferimento del giudice (sia esso conforme alla legge ineguale o adottato per supplenza della forza o della corruzione) né le avocazioni pare siano stati sufficientemente integrati dalle pressioni politiche, dalle lusinghe, dall’omicidio. Bisogna introdurre l’arbitrio e la sopraffazione direttamente nelle istituzioni.