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Reddito di cittadinanza – part 2

23 Giu

Seconda parte dell’intervento sul Reddito di cittadinanza a cura del collettivo dell’associazione marxista Contraddizione.

 

Reddito di cittadinanza (parte I)

5 Giu

Video a cura della redazione della Contraddizione – con Carla Filosa

Il nuovo dispotismo del capitale

30 Mag

la trasformazione del capitalismo transnazionale post crisi 2008

di Francesco Schettino

9 novembre 2016: una data che difficilmente sarà dimenticata negli anni che verranno. Media europei e giornali di tutto il mondo hanno osservato con un malcelato sgomento l’elezione di Donald Trump alla presidenza dello stato capitalista più potente al mondo, gli Usa. La palese collocazione all’estrema destra del neopresidente – appoggio del Kkk, libri con i discorsi di Hitler sul comodino, come ebbe a dire l’ex moglie – non è stato un elemento sufficiente a permettere a Hillary di divenire la prima donna presidente degli Stati uniti (con il cognome del marito, aggiungiamo noi). Considerata genericamente come la candidata dell’establishment, nonostante il sostegno ricevuto da tutti i settori della “cultura” a stelle-e-strisce (e non solo), la sua sconfitta è stata significativa, sebbene il divario in termini di voti ricevuti l’abbiano vista prevalere per circa 2mln di unità, che non è esattamente una cifra di poco conto. Fiumi di inchiostro sono stati versati e di pacchi di parole sono stati inondati tutti i media (asocial compresi) sostenendo tesi e teorie spesso in evidente bisticcio logico e densi di incoerenze frutto di veline passate dalle diverse cordate del capitale in crescente conflitto. Quel che ci proponiamo in questo articolo è, da parte nostra, dar seguito alle promesse fatte nella nota preliminare che alcuni mesi fa abbiamo pubblicato sul blog della rivista (https://rivistacontraddizione.wordpress.com), tentando di fornire una chiave di lettura di classe per le vicende più recenti. Per questo, è di prioritaria importanza provare a fornire una sorta di radiografia delle patologie del capitale contestualizzando i recenti accadimenti (solo apparentemente) di natura politica all’interno della fase critica che l’imperialismo mondiale sta subendo da mezzo secolo e, in maniera ancor più violenta ormai da un decennio.

Già dalla fine dell’anno 2008, ossia dalle settimane che seguirono il crollo di Lehman Bros., e dunque dai momenti appena successivi all’emersione dell’ultima crisi reale – violenta appendice di quella iniziata già agli inizi della decade ’70 –, in palese controtendenza con l’ottimismo di tanti settori della sinistra di classe, evidenziammo l’assenza di una classe subordinata “per sé”, ossia cosciente del suo ruolo storico, avrebbe potuto generare tendenze del tutto opposte a quelle auspicate, nonostante l’arresto dell’accumulazione a livello mondiale.

(continua su: http://www.contraddizione.it/Contraddizioneonline.htm)

Partito, movimento politico organizzato, programma minimo

25 Mag

sul progetto politico dei comunisti

di Enzo Gamba

In Italia si sta ripresentando, per l’ennesima volta, nel dibattito politico dei comunisti (siano essi organizzati o no) in riferimento al progetto politico da perseguire in questa fase di sconfitta storica (in altre parole: quale obiettivo porre per i comunisti, il “cosa fare” adesso), l’alternativa secca tra partito/unità dei comunisti da una parte e movimento/unità delle “sinistre” dall’altra. Da anni la riproposizione di questo dibattito avviene con una puntualità ricorrente, segnata in primo luogo dalle scadenze elettorali, poi dalle loro successive sconfitte e in ultimo dalle fasi congressuali dove i nodi solitamente vengono al pettine.

Per chi ha anche una minima memoria storica si ricorderà che un dibattito simile ci fu, tra le altre volte, anche verso la fine degli anni ‘80, dopo la batosta elettorale del 1988, e dopo il secondo governo Prodi e l’allora congresso del Prc. Le ipotesi che venivano messe in campo allora per uscire dalla crisi nera in cui ci eravamo cacciati (al punto che in parlamento non vi era più nemmeno una forza organizzata che si richiamasse al comunismo), erano l’ipotesi della “Costituente dei comunisti” in contrapposizione alla “costituente della sinistra”. Se dopo quasi trent’anni, con una situazione che per i “comunisti” si è fatta talmente tragica che più tragica non si può, si è ancora fermi alle opzioni politiche di allora forse qualche ripensamento dovrebbe (im)porsi nella testa di coloro che si richiamano, se non al comunismo, alla sinistra, sia essa di classe, anticapitalistica, antiliberista, antagonista, ecc.: qua gli aggettivi necessariamente si sprecano per tentare di connotare un termine così generico!

(…testo completo disponibile a: http://www.contraddizione.it/Contraddizioneonline.htm)

Nome della legge e legge della cosa

2 Mag

note in margine a un referendum

di Gianfranco Ciabatti

Ripubblichiamo questo articolo uscito sulla Contraddizione no.3 nel 1987 di cui stupisce l’attualità dell’analisi, nonostante siano passati oramai quasi 30 anni dalla sua stesura. A breve l’intero volume sarà disponibile sul sito della rivista http://www.contraddizione.it. [*.*]>

1. Il principio dell’indipendenza del giudice entra nella storia moderna a metà del Settecento, con il barone di Montesquieu, al quale dobbiamo la celebre teoria della divisione tra i poteri dello stato, conservataci attraverso due secoli e più. Per quanto ci interessa, questa teoria ha, fra le altre virtù, quella di rendere il giudice indipendente dal parlamento e dal governo e soggetto solamente alla legge. E l’effetto principe di questa teoria, per ciò che concerne ancora il giudice, consiste nel garantire l’imparzialità di lui quando applica la legge ai casi concreti, sottraendolo ai comandi diretti (che sarebbero illegittimi) del potere esecutivo e del legislativo (il quale ultimo, come si è detto, fornisce al giudice unicamente la legge).

La legge: ecco l’unico limite del giudice. E questo è l’essenziale, per quanto lo riguarda, di quella “teoria” settecentesca nella storia dell’ideologia del diritto.

E nella storia tout court?

 

2. Il giudice è indipendente: è soggetto solamente alla legge. E il bambino domanda: quale legge?, anche se la folla degli adulti è riottosa a rispondere. Ma una risposta c‘è: è quella stessa legge che fra i diritti dell’uomo contempla la proprietà, pur affettando di non metterla al centro di tutto l’apparato di diritti che sorregge le storiche Dichiarazioni settecentesche (e poi le costituzioni liberali e liberaldemocratiche).

Ora, invece, la proprietà si trova propriamente (è il caso di dirlo) in una posizione centrale e di rilievo assoluto rispetto agli altri diritti fondamentali (alla felicità, ecc.). E ci si trova per il semplice fatto di essere una cosa effettiva ancor prima che un nome, laddove al contrario tutti concordano sulla constatazione che gli altri diritti sono nomi che aspirano a diventare cose. Ed è questa la prima “proprietà”, squisitamente propria e positiva, del diritto alla proprietà (e del diritto di proprietà). La seconda proprietà è invece negativa, pur continuando ad essere squisitamente propria: la proprietà non è eguale, né indivisibile. All’inverso: essa è divisa in maniera ineguale. Ciò, riteniamo, procurerebbe qualche imbarazzo al filosofo del diritto che volesse verificare il significato dell’originaria attribuzione della proprietà all’Uomo, (Ma qui la metafisica del diritto conta ordinariamente sul soccorso sensato dell’empiria, talché per esempio, come altrove rilevammo, può accadere che si attribuisca alla proprietà una “funzione sociale” – art. 42 Cost. ital. – uscendo così dal problema per la comune).

Fatto sta che la proprietà è in posizione centrale. A ciò si aggiunga che non tutti la detengono, e non in maniera eguale. Ne consegue che la proprietà, tutelata nelle dichiarazioni fondamentali, nelle costituzioni, nelle leggi ordinarie, è una proprietà divisa in parti ineguali. E la legge, alla quale sola è soggetto il giudice, è la legge di questa proprietà che è cosa (non di quella proprietà che è nome nelle dichiarazioni di diritti). Di più: tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge. Anche il giudice che le sottostà. Anche i proprietari. Ma la legge è la legge della proprietà. E allora tutti sono eguali, realmente, davanti a questa legge ineguale come la proprietà dalla quale deriva. A fortiori, l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge della proprietà ha come corollario la loro ineguaglianza nella realtà delle cose. Le carceri sono piene di esponenti delle classi subalterne in una proporzione che non rispecchia il rapporto fra classi subalterne e classi dominanti nella società. E questo accade perché, effettivamente, i rei provengono dalle classi subalterne, stante la loro eguaglianza davanti a una legge ineguale che li suppone ineguali (anche quanto a legalità e moralità) nella realtà delle cose. Dunque l’indipendenza del giudice è il nome della sua dipendenza da questa legge, dalla legge di questa proprietà, da questa proprietà. E in nome della legge ineguale il giudice colpisce egualmente i rei, fatti ineguali nella realtà delle cose.

 

3. Il giudice è imparziale. E per esserlo deve sottrarsi alle pressioni che provengono dall’esterno della sfera della sua dipendenza dalla legge della proprietà, senza sottostare a nessun altro limite. A nessun altro limite che non sia quello del proprio “libero convincimento”. (Una dissertazione dovrebbe essere qui intrapresa sul concetto di “libero convincimento” in una persona dipendente dalla legge della proprietà. Ma essa ci condurrebbe in un dominio estraneo all’argomento di queste note, il dominio della “libertà”, che è poi il nome della libertà della proprietà. Ci limitiamo a registrare il problema). Dunque: primo, il giudice deve obbedire alla sola legge della proprietà; secondo, egli deve obbedire al proprio libero convincimento. E “libero” egli di obbedire a nient’altro che a questo? E, quindi, nell’obbedienza a nient’altro che a questo, di conservare quanto al resto un abito d’imparzialità.

 

4. La secolare storia dell’amministrazione della giustizia ha conosciuto una quantità di forme che stanno fra la punizione tirannica e arbitraria e il giudizio pronunciato sotto l’impero di una legge certa. Fra queste due forme polari, teoricamente antagonistiche, esistono tuttavia due intersezioni.

La prima intersezione consiste nel fatto che sia il tiranno sia il giudice rimandano il giudizio all’impero di una legge (se non è la norma certa dello stato di diritto, sono il sacro, gli dèi, le consuetudini, la stessa legge del monarca). E questa intersezione è di prima evidenza. La seconda intersezione consiste nel fatto che sia il tiranno sia il giudice possono venir meno alla loro stessa legge. E questa intersezione, anch’essa di prima evidenza, merita qualche riflessione ulteriore.

Non interessa qui l’incidenza dell’errore nel comportamento illegittimo del giudicante. Interessano la storia della forza e della corruzione, come storia di due cose che entrerebbero di diritto a costituire oggetto di studio per alcuni filoni delle moderne storiografie “materiali”, la forza e la corruzione essendo non meno importanti dell’invenzione della staffa o della macchina a vapore o dell’intelligenza artificiale.

La forza e la corruzione in rapporto alla “libertà” del giudice? Già nello stato del monarca, il giudicante ha due poteri: quello che gli deriva dalla legge del monarca; e quello che gli deriva dalla sua trasgressione di questa stessa legge quando la sua applicazione conforme al suo nome confligge con la sua natura di cosa posta a presidio delle cose del monarca. E la trasgressione avviene per due vie: quella, più o meno aperta e diritta, della forza; e quella, più o meno subdola e tortuosa, della corruzione (vie combinabili tra loro variabilmente). E nello stato di diritto? Qui la proprietà non tollera fisiologicamente che il nome dell’eguaglianza metta in discussione la cosa dell’ineguaglianza, la quale ultima è la proprietà stessa, fonte della legge e del nome della legge. Questa intollerabilità non si manifesta come sintomo febbrile allorché la legge ineguale che ha il nome di eguaglianza si rivela sufficiente presidio della realtà ineguale: situazione ordinaria che si dà quando la condanna colpisce il reato commesso dai non proprietari contro i proprietari.

L’intollerabilità si manifesta invece come sintomo febbrile quando i proprietari vengono a trovarsi in una di queste circostanze:

a) commettono, al di fuori dei casi consentiti dalla natura ineguale del diritto, un reato contro i non proprietari;

b) commettono un reato contro i loro comproprietari;

c) commettono un reato contro un bene “pubblico”.

Le controversie sotto il punto b hanno ordinariamente una conclusione pattizia.

Nel caso a la possibilità del proprietario dominante di sottrarsi al giudizio, o, in tutto o in parte, alla pena o alle conseguenze più dolorose di questa, è direttamente proporzionale alla quantità del suo potere.

Nel caso c l’impunità è la regola che tollera poche eccezioni, e per poco tempo, anche perché il patrimonio privato e quello pubblico hanno una consustanzialità primordiale (cioè risalente alle fonti del diritto proprietario). La quale consustanzialità non sarebbe tuttavia sufficiente, da sola, a preservare intatto il nome della legge.

Nei casi a e c la febbre eccita gli anticorpi della forza e della corruzione, secondo un meccanismo di combinazione: la corruzione della forza (pressione politica, “opinione pubblica”, arbitrii dei corpi armati, abusi di potere, illegittimità di procedure, ecc.) e la forza della corruzione (attribuzioni illegittime di beni) concorrono a limitare la libertà del giudice di applicare la legge in maniera conforme al nome di lei, quando il nome mette in pericolo la cosa dell’ineguaglianza che è la fonte stessa della legge. Dunque sono tre i fenomeni che concorrono a costituire la storia dell’amministrazione della giustizia:

– La legge ineguale (sia essa l’arbitrio monarchico o la norma proprietaria).

– Il “libero convincimento” di un giudice il cui compito è applicare la legge della proprietà, e il cui intimo sentire sarà suscettibile di commozioni capaci di oltrepassare i limiti stessi posti da quel compito.

– La supplenza della forza e della corruzione nei casi in cui il nome eguale di una legge ineguale entra in conflitto con l’ineguaglianza delle cose che la legge è chiamata ab origine a garantire.

 

5. L’esposizione che precede è sufficiente a convincere i lettori del nostro scarso entusiasmo per il nome: cioè per l’indipendenza e l’imparzialità del giudice. Per noi la giustizia fa parte dello stato. Lo stato appartiene a una classe dominante. Se esistesse, come ci piacerebbe, lo stato dei lavoratori, questo sarebbe nient’altro che lo stato dei lavoratori. E i giudici sarebbero i giudici dei lavoratori. Au contraire , nella “democrazia”, i giudici sono i giudici della “democrazia”, cioè della classe che detiene la proprietà.

E su ciò sarebbe tedioso insistere. Può capirlo chiunque. È invece di un qualche interesse tornare sugli argomenti della forza e della corruzione poiché essi non hanno ricevuto una compiutezza. Altrove, in queste note, le regioni della riflessione sono definite scientificamente. Nel caso della forza e della corruzione sono rimaste esposte a escursioni empiriche.

 

6. La supplenza extralegale della forza e della corruzione, istituto intrinseco alle finalità primordiali della legge ineguale, deve tuttavia possedere gli attributi dell’oscurità e della estemporaneità, senza i quali non potrebbe concorrere ad assicurare quelle finalità primordiali coincidenti con la conservazione dell’ine­guaglianza delle cose e delle persone (non è rilevante poi che la stessa oscurità ed estemporaneità formino il contenuto e il fine, a loro volta, di attività oscure parallelamente organizzate). Ma questi attributi, necessari all’efficacia della supplenza, privano quest’ultima della certezza che inerisce alla sanzione legale. Insomma: la forza e la corruzione non sempre riescono a supplire alle insufficienze della legge, non in tutti quei casi, cioè, nei quali una pronuncia giudiciale conforme al <nome della legge> entri in conflitto con la destinazione originaria della legge (che scaturisce dalla proprietà ineguale).

E vero che l’innocenza non è un diritto del subalterno sottoposto a giudizio. Come la reità non è un gravame del dominante sottoposto a giudizio. In entrambi i casi, innocenza (del subalterno) e reità (del dominante) costituiscono l’incidente. La supplenza della forza e della corruzione è precisamente ordinata a ridurre al minimo il numero degli incidenti. Ridurre al minimo, possibilmente annullare. Finché questa possibilità non potrà realizzarsi, l’incidente sarà la vera contraddizione nell’amministrazione della giustizia ineguale; contraddizione che incessabilmente la forza e la corruzione tenderanno a negare, con ogni mezzo. Fino all’o­micidio del giudice. L’omicidio del giudice è una manifestazione di supplenza della forza che non limita la “libertà” del giudice: annulla il giudice. Per questo poniamo l’omicidio come tipologia separata e autonoma.

Ma l’incidente rimane, in tutti quei casi in cui un giudice non sia disposto a sottomettere alla forza o alla corruzione il proprio “libero convincimento” (purché, ovviamente, possa sottrarsi all’omicidio). Nella condotta di questi giudici opera essenzialmente l’ignoranza del fatto che, accanto alla forza della legge, esiste una forza della proprietà che la sussume non solo teoricamente ma anche, se occorre, con la pratica dell’ille­galità. A questa ignoranza si dà il nome di <onestà>.

 

7. Il referendum sulla responsabilità civile del giudice è la più recente manifestazione della forza che, suppletivamente alla sanzione ex lege, ha teso all’eliminazione dell’incidente costituito dalla reità del proprietario dominante. È stato promosso in concomitanza con l’accendersi di procedimenti giudiziari a carico di banchieri, industriali e uomini politici dell’area di governo. Ha avuto lo scopo, non di togliere all’innocen­za (del subalterno) il suo carattere incidentale, ma di ricondurre alla regola dell’innocenza l’incidentale reità del dominante, la cui potenza economica viene introdotta tra i meccanismi procedurali della difesa in giudizio. L’annullamento del giudizio attraverso l’<annullamento del giudice> trova, nell’intenzione dei promotori del referendum sulla giustizia, una variante nella facoltà del reo di paralizzare il giudizio attraverso la citazione del giudice davanti a un altro giudice: procedura che il reo detentore di mezzi finanziari può automaticamente instaurare senza altra tema che di dover eventualmente sostenere una spesa, dato che si tratta di un giudizio in sede civile: procedura che a ogni buon conto consente al reo proprietario di sottrarsi al giudizio per un tempo indeterminato.

Questa vicenda è una manifestazione della tendenza del capitale finanziario a istituire, in tutti i campi della società civile, una identità fra legge e arbitrio del dominante, fra legalità dell’ineguaglianza e ineguaglianza dell’illegalità, fra governo e cosche, fra potentato e gangster. Nell’età della putredine diventa sempre meno sufficiente la “libera” applicazione della legge ineguale, da parte del giudice, ai fini della conservazione dell’ineguaglianza delle cose. Né il trasferimento del giudice (sia esso conforme alla legge ineguale o adottato per supplenza della forza o della corruzione) né le avocazioni pare siano stati sufficientemente integrati dalle pressioni politiche, dalle lusinghe, dall’omicidio. Bisogna introdurre l’arbitrio e la sopraffazione direttamente nelle istituzioni.

In Memoria di Sergio Manes

26 Mar
manes

Immagine scelta da Sergio per il suo profilo sui social media: “dubito ergo sum

Difficile parlare di una persona conosciuta da sempre. Non c’è memoria distinta, infatti, del primo incontro, come del primo impegno culturale, politico, della prima militanza, dei primi pensieri tendenti al comunismo, del primo accesso ai livelli scientifici della transizione socialista, come dire insomma della teoria della rivoluzione iniziatasi più di cento anni fa.  E’ come se Sergio fosse da sempre compresente a tutto ciò, alle battaglie sindacali, politiche, alle fasi propositive e a quelle recessive della nostra storia recente, con il suo instancabile fare, proporre, suggerire, lottare su tutti i terreni possibili per l’apertura di varchi ad una umanità meritevole di una destinazione di crescita razionale e di giustizia sociale. Le sue ultime parole per definire il comunismo sono state proprio tese a ribadire che infine,  da qualunque versante lo si volesse considerare, avrebbe dovuto inevitabilmente sfociare nel diritto alla vita di tutti, e nella umanizzazione consapevole di una comunità mondiale in grado di soddisfare i bisogni storici della vita.

Nel  suo modo di esprimersi, a metà scherzoso e a metà serio, era solito dire di avere tre figli: due in carne e ossa, amatissimi, e un terzo partorito come casa editrice di cui ha continuamente curato, non solo la nascita ma poi anche la crescita, concepita come erede naturale di tutte le pubblicazioni necessarie a informare scientificamente in senso lato, e in particolare sul pensiero socialista e comunista. Il mantenimento della memoria del sapere attraverso il libro, colto o divulgativo, specialistico o politico, nel momento in cui la lettura veniva meno, le case editrici storiche della sinistra sparivano una dietro l’altra, i classici del marxismo venivano mandati al macero o su qualche sparuta bancarella e le librerie che li tenevano vendute ad altre attività commerciali, significava scommettere sulla sopravvivenza, in questi lunghi tempi bui, della consapevolezza delle contraddizioni del sistema, del conseguente sfruttamento umano necessario al  dominio di questo, della  crescente distruttività legata al suo inevitabile progresso, infine della  altrettanto ineluttabile tendenza alla sua fine e superamento in un altro modo di produzione.

Difficile parlare di Sergio Manes,  nel senso  che era stato capace di confondersi  nei molteplici momenti di lotta sociale, nella storia delle trasformazioni del comunismo italiano e internazionale, solerte punto di riferimento di iniziative culturali e per  pubblicazioni editoriali coraggiose,  che altrove non avrebbero avuto spazio data la regressione sociale e politica di questi  ultimi cinquant’anni. Come persona, pur essendo una individualità forte e spiccata, autorevole e tenace, non era schivo  dal mostrare anche i lati più teneri, affettuosi  e fragili legati agli affetti più cari, all’amicizia dei compagni considerata  sempre come il bene più prezioso di cui avrebbe sentito una mancanza insopportabile semmai fosse venuta meno. Oggi a parlare a tutti di Sergio saranno le innumerevoli pubblicazioni della “Città del Sole”, che ci auguriamo possano continuare ad essere prodotte, proprio come lui auspicava, nell’ottica di una continuità non solo della sua lotta personale, ma soprattutto della necessità di resistenza sociale della cultura marxista di contro a ogni ostracismo opposto dal capitale. La “Città del Sole” non è soltanto stata la sua casa editrice, ma anche un centro stabile di incontri e dibattiti cultural-politici che Sergio ha tenuto caparbiamente a costituire a Napoli, nonostante tutti i tentativi di esproprio, i furti, le effrazioni e distruzioni subite,  operate da riconoscibili ignoti mai efficacemente perseguiti, ad irrisione delle puntuali denunce effettuate.

La lunga collaborazione con l’associazione “Contraddizione” si è tradotta con la collana “Il socialismo scientifico”  da cui è scaturito Laboratorio politico, la cui definizione era appunto la cifra costante di Sergio: “iniziativa militante che si pone –senza riproporre vecchie preclusioni e al di fuori di nuove divisioni – al servizio di una ripresa culturale e politica del movimento comunista… aperta ad ogni livello di contributo di tutti i militanti, poiché potrà raggiungere gli obiettivi per cui è nata solo con l’apporto e la collaborazione attiva di chi, con indomabile ostinazione, è impegnato più che mai a comprendere e trasformare la realtà, a battersi per realizzare i valori e gli ideali del comunismo”. Un’altra collana intitolata “Comunismo In/formazione”, sempre entro Laboratorio politico, ha affrontato diverse tematiche del presente sulla falsariga delle analisi marxiane, per attestarne e dimostrarne l’assoluta attualità e unicità analitica per la critica del presente. Inutile ribadire che senza la piattaforma e la disponibilità di questa casa editrice il lavoro profuso per  i vari contributi non avrebbe mai visto la luce. Questa, inoltre, è stata la base anche per molte altre collaborazioni con docenti di ogni ordine e grado, riviste legate alla tradizione di sinistra, strutture sindacali, compagni sparsi e movimenti che faticosamente Manes  ha continuamente ricercato, contattato, sollecitato e aiutato ad esistere.  La casa editrice era il supporto e lo strumento  che si attivava ovunque un nucleo di resistenza all’abbandono del comunismo si evidenziasse con le forze possibili ma reali.

Già dallo scorso anno Sergio aveva avviato i preparativi per una riflessione critica sulla rivoluzione d’ottobre in occasione, quest’anno, del ricorrere del suo centenario (www.centenario17.it). Non si doveva trattare né di una commemorazione né di una celebrazione ritualistica, ma di una valutazione a più voci sul significato storico, sulla sua supposta attualità o meno, sulla sua permanenza nel presente, anche nei più giovani, e sulla sua forza ancora propositiva nelle contraddizioni di un imperialismo dei nostri giorni più avanzato e minaccioso. Seppure non riuscirà a vederne le conclusioni, tutti i compagni impegnatisi in quest’obiettivo nel portare a termine – forse in ottobre o novembre di quest’anno – sentono ora  di  proseguire i lavori anche in suo nome, come per tutte le altre iniziative e proposte che Sergio ha lasciato incompiute nella vita della sua terza,  preziosa creatura. In essa si concretizza quella difficile sintesi di teoria e prassi che Sergio Manes ha mostrato come quella “cosa semplice difficile a farsi” (quest’ultima citazione, per chi volesse apprenderne completamente il significato, non conoscendola, è  la frase finale di B. Brecht in “Lode del comunismo”, 1933).

Sergio Manes

20 Mar

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E’ con immenso dolore che comunichiamo la scomparsa di Sergio Manes compagno di mille battaglie con cui da alcuni anni avevamo intensificato la collaborazione attraverso una specifica collana che, a partire dal 2015 aveva portato alla pubblicazione dei volumi “Perla critica – dell’economia politica secondo Marx” a cura di Gf Pala, “Il programma minimo” di E. Gamba e Gf. Pala oltre alla “Nascita della scienza moderna” di P.de A. Figuera. Proseguiremo nel suo ricordo con le pubblicazioni già concordate del “Il salario sociale di classe”, “L’ombra senza corpo”, “La storia delle religioni” e “Le classi e la storia” che saranno disponibili nei prossimi mesi.

La sua passione politica, la sua ostinata coerenza a difesa del marxismo teorico, nonché la sua infinità umanità ci mancheranno: tuttavia, faremo tesoro della sua esperienza per rilanciare con più forza la lotta per la costruzione di un mondo privo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Venerdì 24, a partire dalle ore 17 presso la sede del Centro Culturale Città del Sole, vico Maffei (ex asilo Filangeri), a Napoli, coerentemente con le volontà di Sergio, è stata organizzata una occasione commemorativa a cui tutte le compagne e tutti i compagni sono invitati.

 

Addio a Fidel

28 Nov

di Manuel Vasquez Montalban

Un pueblo puede liberarse a sí mismo
pese a su jaulas de animales electrodomésticos
en la vanguardia de América
debemos hacer sacrificios
por el camino lento de la plena libertad.

Y si el revolucionario
no tiene otro descanso que su muerte
que renuncie al descanso y sobreviva
que nada o nadie lo detenga
siquiera por un istante de beso
o por algún calor de piel o prebenda.

Los hechos de la conciencia interesan tanto
como la perfección de un resultado
luchamos contra la miseria
pero al mismo tiempo contra la enajenación.

Dejedme decirlo
el revolucionario verdadero
está guiado por grandes
sentimientos de amor,
tiene hijos que no aprenden a llamarlo,
mujeres que hacen parte de su sacrificio,
sus amigos son sus compañeros de la revolución.

Adiós viejos ésta es la definitiva
no lo busco pero está dentro del cálculo.
Adiós Fidel, ésta es la definitiva
bajo los cielos de la gran patria del Bolívar
la luna de Higueras es la luna de Playa Girón.
Soy un revolucionario cubano
Soy un revolucionario de América

Señor coronel, soy Ernesto, el Che Guevara
dispare, seré tan útil muerto como vivo.

La muerte de Fidel Castro y la encrucijada cubana

28 Nov

di Osvaldo Coggiola

Cuando fue juzgado después del asalto al cuartel Moncada en 1953, Fidel Castro transformó el estrado judicial en una tribuna política para producir su famoso alegato: “La historia me absolverá”, todo un programa político que tenía su eje en la convocatoria a elecciones libres y en la vigencia de la Constitución de 1940, que abrió el periodo de los gobiernos llamados “legítimos” (Ramón Grau San Martín y Carlos Prío Socarrás) hasta el golpe de Fulgencio Batista en marzo de 1952.

Consumada la revolución el 1° de enero de 1959, la jefatura guerrillera en el poder intentó ejecutar aquel programa: estableció un acuerdo con partidos burgueses opositores a la dictadura de Batista y nombró presidente a Manuel Urrutia, representante de aquella coalición. El 8 de enero una maniobra política quiso imponer en el gobierno a una junta militar, pero Castro y su Movimiento 26 de julio convocaron a la huelga general para derrotarla.

Más tarde, cuando Urrutia expulsó a Fidel del mando militar, una movilización obrera y campesina lo repuso en el cargo y el presidente debió renunciar. Se quebró la coalición con la burguesía y se decretó la expropiación de los emporios azucareros, muchos en manos de pulpos norteamericanos. Esto es: cuando los objetivos democrático burgueses que perseguía el movimiento revolucionario se demostraron de cumplimiento imposible si no se les quitaba a la burguesía y a los latifundistas su poder económico y político, la dirección cubana tuvo el mérito histórico de avanzar audazmente por ese camino, el de barrer a todo el antiguo poder estatal. En enero de 1961, después de que Castro personalmente comandara las milicias que rechazaron la invasión de exiliados (financiados, entrenados y armados por la CIA) en Bahía de los Cochinos, el gobierno cubano proclamó públicamente el carácter socialista de la revolución.

Así, los aliados democráticos del M26 se van del gobierno o son expulsados, terminan en el exilio. La revolución entra en crisis con sus postulados originales y, mientras echa del gobierno a los partidos burgueses y expropia a los latifundistas, prohíbe elecciones libres en los sindicatos e impide cualquier desarrollo independiente de las organizaciones obreras y del proletariado mismo. El poder exclusivo del M26 deriva en el poder personal de Castro y se instaura así un bonapartismo sui generis. Poco después, los reveses económicos (el fracaso de campañas agrícolas y sobre todo la derrota de las tendencias industrializadoras, impulsadas por el Che Guevara y el ala izquierda del M26) empujarían a Castro a refugiarse en la burocracia contrarrevolucionaria del Kremlin; es más: el Partido Comunista, que se había opuesto a la revolución porque se contradecía con el equilibrio político acordado por Moscú con las potencias imperialistas, pasó a formar parte decisiva del gobierno y el Movimiento 26 de Julio tomó el nombre del partido estalinista.

Desde entonces, y particularmente a partir del fracaso de la experiencia foquista de Guevara, Castro se empeñaría en evitar que otros siguieran el camino cubano. Respaldó la “vía pacífica” al socialismo propugnada por Salvador Allende en Chile (1970-1973) y luego, producida la revolución nicaragüense en 1979, señaló con énfasis que Nicaragua no tenía por qué hacer como él mismo había hecho en Cuba, de modo que el sandinismo no expropió a burgueses ni a terratenientes y reconstituyó el ejército regular destruido por la revolución. En sus últimos años de gobierno efectivo, Castro respaldó a gobiernos nacionalistas como los de Hugo Chávez y Evo Morales, e incluso al de los Kirchner.

Fidel Castro acompañó los acuerdos del gobierno cubano con Barack Obama, si bien en algún momento dejó caer alguna observación crítica (“no necesitamos que el imperio nos regale nada”), acuerdos que ahora entran en nueva crisis por la victoria de Donald Trump. Debe subrayarse, en ese punto, que Obama no levantó el bloqueo; apenas lo moderó, y con cuentagotas.

Este proceso se desenvuelve, además, cuando la bancarrota capitalista empeora en extremo las condiciones económicas de Cuba. Una reconversión capitalista en la isla revolucionaria produciría una situación explosiva por el grado de miseria que acarrearía. Por otra parte, la economía cubana está deteriorada gravemente en sus centros neurálgicos: la producción azucarera, por citar un caso, se ha derrumbado de 8 millones de toneladas en la década de 1990 a poco más de un millón en la actualidad. La entrega de tierras en propiedad a campesinos y cooperativas encuentra también obstáculos severos en el atraso agrario del país.

la autoridad de Fidel, perdida en la práctica desde que su salud lo obligó a retirarse del gobierno, se pierde ahora hasta en su sentido simbólico. La crisis del Estado cubano deberá necesariamente apurar la transición política, que finalmente se decidirá en el terreno de la lucha de clases nacional e internacional.

En definitiva, el de Cuba es un proceso abierto. Junto a las tendencias restauradoras se desenvuelve otra, opuesta al régimen burocrático y favorable a la democracia obrera, a la defensa de las conquistas de la revolución, a la libertad de organización con ese fin. Las masas cubanas son conscientes de que se aproxima el momento del desenlace: Fidel ha muerto y Raúl está también ante el límite intraspasable de la naturaleza. La crisis mundial pone a los trabajadores cubanos ante ajustes similares a los que sufren sus compañeros de todo el mundo. La revolución latinoamericana bien puede recomenzar por la gloriosa Cuba.

Es un momento de tristeza, frente al dolor de un pueblo ante la pérdida de su grande líder, y más aún cuando se trata del jefe de una revolución que cambió la historia latinoamericana. Con la muerte de Fidel Castro, a los 90 años de edad, desaparece uno de los revolucionarios más importantes del siglo XX. Castro personificó, en su larga vida, el derrotero de la revolución cubana, desde su etapa democrática inicial hasta la confrontación con el imperialismo y la burguesía cubana, para derivar, en el transcurso de su primera década, en una adaptación al estalinismo que marcaría su derrotero futuro. La larga estadía de Castro en el poder (1959-2008), marca claramente su rol bonapartista en este proceso, arbitrando entre las masas cubanas, armadas en milicias pero desprovistas de la posibilidad de organizarse en un marco clasista, por un lado, y el imperialismo y el aparato estalinista, por el otro.

Esa caracterización revela tanto los alcances como las limitaciones del proceso revolucionario que Castro arbitró durante medio siglo: una revolución en la que, a pesar de haberse expropiado el capital, la clase obrera no apareció como el sujeto revolucionario, organizado como tal y separado programáticamente de las otras clases, sino subordinada políticamente a una dirección de origen pequeñoburgués. El surgimiento de una burocracia privilegiada y la adaptación al estalinismo mundial (la Unión Soviética) y local (el Partido Socialista Popular, ex-Partido Comunista de Cuba, que había participado en un gobierno de coalición con Batista), condujo al nuevo estado revolucionario a suprimir a los trotskistas cubanos en 1965 y al alejamiento del Che de la dirección revolucionaria, lo cual conduciría a su muerte en Bolivia en 1967. Su trágica muerte es testimonio no sólo de las divergencias que la presión del estalinismo generó en el seno de la cúpula revolucionaria cubana entre el ala izquierda liderada por el Che y el ala centrista dirigida por Castro, sino del fracaso de la estrategia foquista del Che, quien, en un retorno a las teorías de los populistas rusos, postulaba que el sujeto revolucionario no eran los trabajadores asalariados sino los pequeños propietarios campesinos de los países coloniales y semicoloniales.

En más de medio siglo de revolución cubana, sus enemigos tuvieron todo el tiempo del mundo para imaginar su fin. Muchos pensaron que ocurriría cuando Einsenhower, presidente de Estados Unidos (1954-62), le impuso un embargo petrolero, en 1960, que redujo el aprovisionamiento de Cuba a menos de 72 horas de consumo. Menos fueron los que albergaron ilusiones en la invasión de Playa Girón, abril de 1961, o durante la crisis de los misiles, en octubre de 1962. Algunos vieron una oportunidad en la crisis que desató una camarilla vinculada a la burocracia rusa, encabezada por un stalinista llamado Escalante, que hubiera podido quebrar al régimen desde adentro. Luego vino el asesinato del Che en Bolivia. En 1970 fue el descomunal fracaso de la zafra de los diez millones de toneladas de azúcar, que consumió las energías productivas de la nación. Mucho más grave aún que todos los casos precedentes, la ‘perestroika’, primero, y la restauración capitalista en la URSS, después, dejaron al desnudo la enorme vulnerabilidad de una economía que se había injertado artificialmente en un ‘bloque socialista’ industrialmente atrasado en muchos aspectos. Cuba se encuentra aún en emergencia, como consecuencia de la ruptura de esas relaciones económicas. Entretanto, el régimen flirteó un intento de salida con la dolarización de la economía y con la ilusión de una integración económica creciente con lo que hoy es la Unión Europea.

Aquellas amenazas y esos reveses dejaron una marca profunda en la sociedad cubana, y mostraron con holgura los límites de un ‘socialismo’ autárquico y de un régimen político de partido único y de poder personal. Pero fracasaron en forma rotunda en la pretensión de producir una reversión histórica y devolver a Cuba al corral del imperialismo. Es incuestionable que por su papel histórico y por la función que desempeñó en la estructura del Estado y en la conciencia social, el papel de Fidel Castro fue único. Pero esto no quiere decir que se confundiese con la sociedad misma; la expresó a través de un prisma particular e incluso cambiante.

No fue lo mismo la ola revolucionaria del primer año de la revolución; el enorme ascenso de la lucha contra la invasión de 1961 o la resistencia al acuerdo URSS-EEUU, cuando la crisis de los misiles, que el reflujo político actual. Incluso hay un cambio con relación a la década del ‘90, de ascenso internacional del ‘neo-liberalismo’ y disolución de la Unión Soviética, con el contexto presente de insurrecciones y levantamientos en América Latina, y de un empantanamiento militar del imperialismo yanqui en Asia. Los que ponen un signo igual entre la muerte de Fidel Castro y la desintegración de la Cuba independiente se van a llevar otro chasco.

Los problemas de Cuba son sociales y políticos, no de ‘sucesión’. En los meses pasados, Fidel Castro volvió a emprenderla contra la corrupción y por un mayor control del partido comunista. La economía del Estado se diluye hacia una acumulación privada clandestina que opera desde el propio aparato estatal. Sin una revolución política, que quiebre el gobierno vitalicio (de una burocracia), es imposible canalizar positivamente la riqueza nacional.

Desde Washington y Miami se impulsa una guerra civil en Cuba con vistas a la privatización de la economía y el restablecimiento de la explotación capitalista directa. Todo lo relativo al ‘pluralismo’ y a las ‘elecciones’ no son más que eufemismos para imponer el colonialismo; basta ver lo que ocurre en Irak, que sin embargo no podría exhibir la transformación social que ha conocido Cuba como consecuencia de la revolución. El régimen político de Estados Unidos neutralizó todas las ‘aperturas’ realizadas con dirección a Cuba por parte de sus monopolios económicos más encumbrados. El intento de establecer una China del Caribe no logró mayoría en el ‘establishment’ norteamericano, porque hubiera afectado la supervivencia de un amplio sector de la economía norteamericana, como ocurre hoy con las exportaciones chinas en diversos rubros. En estas condiciones, el imperialismo sólo tiene en su agenda la destrucción de la economía estatal cubana y el retorno a su condición de refugio turístico. El retroceso que está experimentando Puerto Rico, en la actualidad, es significativo de la incapacidad del imperialismo de ofrecer una re-industrialización capitalista a su propio patrio trasero.

En los EEUU, el ultra-reaccionario presidente electo Donald Trump celebró en Twitter la muerte del líder cubano (“¡Fidel Castro ha muerto!”) y lo calificó en una declaración como “un dictador brutal que oprimió a su propio pueblo durante casi seis décadas”. El magnate racista se había reunido en los últimos días de campaña con veteranos de la invasión de Playa Girón. Las declaraciones de Trump fueron interpretadas como un “giro radical” en las relaciones con Cuba con respecto a la administración de Obama. En primer lugar, se sobrestima el alcance del reacercamiento cubano-norteamericano acaecido a fines de 2014. Desde aquel momento, apenas se ha producido una flexibilización en el envío de remesas y el restablecimiento parcial de los vuelos comerciales directos que ha beneficiado a compañías como American Airlines, la operatoria de los hoteles Starwood y el servicio de reserva de viviendas Airbnb, y la liberación de exportaciones de ron y tabaco al país norteamericano.

“El comercio con Estados Unidos sigue siendo ínfimo a pesar de algunos pocos acuerdos”, resume la agencia anticastrista Martí. Otros acuerdos, como la radicación de una fábrica para la producción de tractores en la zona de Mariel, se han frustrado. Obama, por otra parte, no avanzó en el levantamiento del bloqueo, usando como coartada el hecho de que es un asunto que debe decidir el Congreso, que tiene mayoría republicana.

En segundo lugar, no puede asegurarse que Trump quiera dar un marcha atrás en las negociaciones. Su posición en la campaña electoral combinó un apoyo inicial al restablecimiento de relaciones con  algunas diatribas posteriores contra el gobierno cubano, que buscaron seducir a la comunidad anticastrista de Florida. Como empresario inmobiliario, Trump buscó burlar el embargo en los años ’90 para desarrollar negocios hoteleros en la isla.

Los intereses empresarios que empujan por un desarrollo de las negociaciones son importantes y -además- echar por la borda los acuerdos implicaría ceder terreno a potencias rivales y otros países que se vienen afincando en el país. Empresas mexicanas y constructoras brasileñas se han instalado en la zona franca de Mariel. Canadá tiene presencia en varios sectores. Italia participó de la última feria de inversiones con más de cien empresas. Las potencias europeas tienen un fuerte desarrollo en la hotelería.

En la reciente feria internacional de inversiones La Habana, la presidenta del comité Estados Unidos-Cuba dentro de la Cámara de Comercio estadounidense, Jodi Hanson, enfatizó que “seguimos defendiendo que el proceso es irreversible sea presidente Clinton o Trump”. Trump no cuestiona a Obama el restablecimiento de relaciones con Cuba pero exige mayor dureza aún en los vínculos bilaterales. Ha integrado a su equipo a Mauricio Clever-Carone, miembro de una fundación que reclama una “transición incondicional de Cuba a la democracia y al libre mercado”.

Durante un evento de campaña en Miami, Trump dijo: “Todas las concesiones que Barack Obama ha otorgado al régimen de Castro fueron por orden ejecutiva, lo que significa que el próximo presidente puede revertirlas, y es lo que haré a menos que el régimen de Castro satisfaga nuestras demandas”. La libertad política que reclaman es el taparrabos de un operativo de recolonización sin atenuantes que incluya la más amplia libertad en la explotación de los trabajadores. El bloqueo económico constituye una potente herramienta extorsiva en las negociaciones, ya desde el gobierno de Obama, para lograr un rendimiento total de Cuba a los condicionamientos del capital imperialista.

La burocracia que domina el Estado cubano, con intereses propios diferenciados de la masa de la población, refuerza la opresión popular y contribuye al desarrollo de las tendencias capitalistas. El problema que tendrá Trump para llevar adelante una política más agresiva hacia Cuba es que el corazón de la crisis capitalista se encuentra en los propios Estados Unidos y que cualquier ofensiva deberá vencer la resistencia de las masas cubanas. Está planteado el levantamiento incondicional del bloqueo a Cuba y la plena libertad de organización sindical y política para su clase obrera.

Fidel Castro fallece cuando se cumplen exactamente sesenta años de la salida del Granma, desde México, de una fuerza revolucionaria que debía llegar a Cuba para derrocar al dictador Batista, en combinación con una huelga cívica prevista en el Oriente de la Isla. Sería el comienzo accidentado de la Revolución Cubana.

Fidel deja una herencia política contradictoria. De un lado, porque Cuba se encuentra empeñada en repetir la experiencia de restauración capitalista de China, en un lugar más inadecuado y en peores condiciones económicas internacionales. El ascenso de Trump prueba el carácter explosivo de esta tentativa, cuando no su completa inviabilidad. El bloqueo económico sigue en pie como un arma de presión para liquidar los obstáculos que aún existen en Cuba a la colonización del capital financiero. La limitada asociación del Estado con el capital extranjero ha llegado al tope de sus posibilidades. Irónicamente, es precisamente China el espejo en el que se mira el gobierno de Cuba, el blanco preferido de la guerra económica que ha anunciado el magnate norteamericano.

En la conciencia popular, sin embargo, el legado que deja Fidel es una revolución social sin precedentes en América Latina, con la peculiaridad de que el papel dirigente de la clase obrera es sustituido por la clase media radicalizada. La Revolución Cubana no es el producto de una construcción histórica de la clase obrera internacional; incluso entra en colisión con todas las estructuras burocráticas esclerotizadas del movimiento obrero internacional, y en particular con los partidos estalinistas. Se desarrolla, en estas condiciones, un proceso histórico transicional peculiar: un régimen político que expropia a la burguesía, en un movimiento de independencia nacional, sin el horizonte histórico del gobierno de la clase obrera, ni de la revolución proletaria mundial. La historia del siglo XX ha sido muy fecunda en producir transiciones de características especiales. Esto no significa que, en ausencia de nuevos procesos revolucionarios, no queden condicionadas por la economía y la política mundiales.

El punto más elevado de la Revolución Cubana y del propio Fidel es la derrota que inflige, en abril de 1961, a la invasión mercenaria organizada por EEUU en Playa Girón – en la que fueron movilizados un millón de cubanos en armas. En octubre de 1962 comienza una curva descendente, luego del pacto Kennedy-Kruschev, que es denunciado vigorosamente por Fidel. Es a partir de este momento que el imperialismo decide combatir a la Revolución Cubana sembrando a América Latina de dictaduras semi-bonapartistas, primero, y directamente criminales, poco después. En Cuba, Fidel se sirve del manto revolucionario para establecer un régimen de arbitraje político personal. A diferencia de lo que ocurría con las revoluciones pasadas, cuando cada etapa política daba lugar a un liderazgo diferente, Fidel va a ser el protagonista irremplazable de las mutaciones de la Revolución Cubana.

El impacto mundial de la Revolución Cubana y el protagonismo internacional de Fidel no deben confundirse, como se ha hecho, con una orientación estratégica internacionalista. El apoyo al foquismo constituyó una operación de aparato, que concluyó en derrotas crueles. Más adelante adoptó el camino contrario: una diplomacia de apoyo al entendimiento con la burguesía nacional. Es lo que ocurrió con la UP en Chile y con la revolución sandinista en Nicaragua y los ‘procesos de paz’ en Centroamérica. Se abrió un como marco para una negociación estratégica, a la que se integraron el Vaticano y los Estados Unidos, y luego el apoyo de los gobiernos del “socialismo del siglo XXI”. La muerte de Fidel no es la expresión ‘simbólica’ del final del ciclo revolucionario latinoamericano, como pontifican los enemigos de la Revolución Cubana. Las premisas que le dieron lugar, hace 60 años, están más presentes que nunca en todo el mundo.

La desaparición de Fidel Castro puede acentuar las tendencias centrífugas en Cuba que él denunció. Una agudización de los problemas económicos cubanos hará emerger claramente una lucha social. En oposición a cualquier forma, ‘democrática’ o no, de restauración capitalista abierta, y frente al callejón sin salida del inmovilismo, hay que abrir el debate de una estrategia socialista internacional para la revolución cubana siempre viviente. ¡Viva Cuba Socialista!

 

Osvaldo Coggiola es hijo de Dora Pastora Garcia, cubana desde el primero hasta el último de sus 90 años de vida

LA MORTE E I SUOI PESI

14 Nov

di Gianfranco Pala

Non tutte le morti hanno uguale valore.
Tutti gli uomini muoiono,
ma la morte di alcuni ha più peso di una montagna,
e la morte di altri è più leggera di una piuma.
[Sima Qian (Szuma Chien), Rapporti sulla grande storia (circa 145 a.c.)]

dylan

* Nel xxi sec., molto tempo dopo Chien, in tempi storicamente mutati, ma formalmente non poi troppo, Mao Tse-tung ci ha messo del suo: “la morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso di una montagna, ma la morte di chi serve i fascisti, di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori, è più leggera di una piuma”. Il compagno che è morto per gli interessi del popolo ha più peso di una montagna. Quindi il solito Verdi musicò d’accordo con il suo librettista preferito, il decadente nazionalista par suo Francesco Maria Piave, anche Il Rigoletto, laddove il bieco maschilismo imperante trionfava pure nella società liberal-borghe­se pseudo … <rivoluzionaria> degli <anti-austriacanti>; sicché ne venne fuori, nella scena finale la brillante constatazione, con falsa e tracotante ironia, che “la donna è mobile qual piuma al vento, muta d’accento e di pensiero”, cioè non <muta> dato che era messa a tacere e a non poter pensare, ma che era così volubile e mutevole da cambiare di continuo idee e parole [… e sentite chi lo diceva!]. Ma per quanto riguarda il ruolo risorgimentale demagogico e decadentista si è detto una volta scorsa a proposito dell’inno di Mameli e dell’in­tera generazione italiota di quell’epoca, a cui si rimanda. Una sola curiosità piuttosto si può aggiungere, a proposito della <leggera> morte di Ciampi: il raffronto con la <leggerezza-della-piuma> fu fatto proprio dai cinesi, sia antichissimi sia moderni, ma fu anche ripreso nel xix sec. dall’autore originale,Victor Hugo, del dramma storico “Il re si diverte”, Triboulet [= Rigoletto, che Verdi invece, con profonda … ironia voleva intitolare “La maledizione”]: “Souvent femme varie, bien fol est qui s’y fie! Une femme souvent n’est qu’une plume au vent!”. E siccome di Ciampi si era parlato abbastanza, si può concludere svariando che, rispetto al maoismo, nella circostanza italiana presente ci si è parato di fonte un fenomeno nuovo: non <la morte di chi serve i fascisti, di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori>, ma quella di un uomo, al contrario, dichiaratosi sempre strenuo difensore – tardo risorgimentale putrescente <prefascista> (a prescindere da insondabili mor­morii sulla massoneria) – dell’<anti-fascismo> praticante che, faceva sapere lui, era <negli-interessi-del-popolo>. Ora si può vedere in quale maniera qui [sulla Contraddizione, rivista e blog ] sia stato abbondantemente argomentato che tanto quello ritenuto <anti-fascismo> quanto la difesa degli <interessi del popolo> erano panzane e imbrogli di prima qualità. In effetti si mise lì in luce come <taroccata novità> un sedicente anti-fascismo “democratico” camuffato da un <colpo di stato tecnico e pulito>, gestito alla presidenza del consiglio appunto da Ciampi (più Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della repubblica) per srotolare il <tappeto nero> per l’imminente avvento della <discesa in campo politico> di Silvio Berlusconi, nell’evocazione mitica del 1992-93 così cara a Ciampi stesso fino alla sua morte — ma è stato precisamente questo il disdicevole camuffamento del nuovo fascismo nelle spoglie di un ineffabile anti-fascismo, lasciando poi che Berlusconi “adottasse Renzi”: un capolavoro di ambiguità, se così si voglia dire, per dissimulare l’<ottusità> dell’<acutezza>, con il fascismo\anti-fascista e gli interessi del grande capitale finanziario con quelli delle popolazioni. Per queste ragioni tornano a proposito i detti cinesi cui si è fatto riferimento: un compagno che muore pesa più di una montagna, mentre la morte di Ciampi è <più leggera di una piuma>. E leggera come una piuma ci ha lasciato sbandierare al vento, al canto di un inno – non ufficiale ma tanto benvoluto dai nazional\fascisti – un rispolverato vessillo riesumato da sotto le macerie di uno stato ridotto a brandelli (…)

<la parte rimanente del testo è liberamente scaricabile e leggibile all’indirizzo http://www.contraddizione.it/Contraddizioneonline.htm>