Falsità e retorica dei “cento giorni”

13 Set

falsita

Era il primo semestre del 2014 – più di cinque anni fa – quando in Italia imperversava l’imitazione arrogante che il bischero provincialotto di Rignano sull’Arno ambiva “smisuratamente”, con l’avverbio che usò lui stesso, fare del duce originale, ben oltre a quella meschina e affaristica portata avanti dal nanetto di Arkore. Oggi la retorica dei primi <cento giorni> di un governo ha trovato un nuovo vigore (si fa per dire) in un nuovo (sa fa sempre per dire) tipo di personaggi che via via balzano sul proscenio del teatrino socio-politico: andando dai friniti e bercianti stridii dei <grilli>, alle grossolane esibizioni di <tombini-di-ghisa>, <ruspe> e ruspanti rutti con presunzioni di giustezza per tutto ciò che è del <popolo sovrano>: la costituzione italiana precisa nell’art.1 che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”: appunto <limiti> indicati dall’intero contesto costituzionale, cui finora è chiesto ai politici eletti di giurare fedeltà: e non inculcati dall’ultimo <salvifico> sovranista di turno, che peraltro ne millanta la rappresentanza, pur non essendo sua propria e perdippiù di minoranza. Ma tutto ciò basta a capire perché sulla questione dei <primi-cento-giorni> è stato alzato il polverone che continua.

La limitatezza conoscitiva, che i <primi-cento-giorni> di un governo debbano segnare una tappa luminosa del problema non è solo storica, e non invece la <fine di un incubo> bollato da una irrimediabile sconfitta, come fu per Napoleone Bonaparte i, da tenere in considerazione per il significato autentico dei malintesi “cento giorni” formulati per la definitiva disfatta napoleonica: altro che giorni di trionfo! Pertanto si rammenti sempre l’insegnamento della storia: per primo la formula dei <cento giorni> la tirò fuori il prefetto di Parigi, conte di Chabrol, fedele realista dei Borboni di Francia, quando l’8 luglio 1815 nel suo discorso per la restaurazione monarchica e del crollo definitivo di Napoleone, che avvenne 20 giorni dopo la disfatta del­l’imperator d’Ajaccio a Waterloo [18 giugno 1815]; il <conte di allora>, dichiarò con quel riferimento la fine dei <cento giorni di Napoleone> — quindi a lui per concludere il suo <trionfo> con la disfatta di Waterloo sono bastati 80 giorni (cominciati appunto il 20 marzo, con il di lui ritorno, momentaneamente trionfale, dall’Elba a Parigi). All’i­nizio della sua costrizione all’Elba, in Francia sembrava che nessun Napoleone fosse mai esistito e lui si chiuse in sé. Ma deciso alla fuga dall’Elba, quando si imbarcò, in patria non lo filava ancora nessuno: la popolazione era propensa alla restaurazione del regno dei Borboni di Francia.

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