Tirannimachia

3 Mag

delle lotte esiziali contro i padroni

contradd

Scriveva Alessandro Mazzone [cfr. Autogoverno e tirannide, la Contraddizione, no. 73 ago.1999 — si suggerisce di leggere, per una analisi dettagliata e approfondita della questione, l’articolo citato] ben 19 anni fa, in situazioni storiche e politiche molto differenti dalle attuali, che però risultano assai utili ancora oggi, quanto – molto molto sommariamente – è qui riferito: le sue erano osservazioni in <punta di penna>, assai teoriche e astratte. Era chiaro – già in quei tempi, anche perfino ai <neoliberali> – che il loro attacco a ogni “forma di socialismo” era ormai, e sostanzialmente, un attacco alla democrazia tout court. Il capitalismo transnazionale – scriveva – tende fra l’altro ad abbattere quel poco o tanto di democrazia, “risultato delle lotte dei lavoratori durante quattro generazioni”. Sì da chiedersi se nel mondo attuale sia <pensabile la democrazia> come autogoverno di una “comunità umana”; ossia di come i fini possano essere comuni <a molti, o a tutti>: si tratta insomma “dell’autogoverno di una comunità umana in quanto tale, e del suo rapporto con la natura (cioè con la non-libertà, non-società, non-storia), cosicché si debba essere <tutti, moderni o postmoderni, “individui” nel senso borghese. Si vede allora che la questione della democrazia è molto più ampia di quella delle istituzioni, e dell’esercizio e dei limiti di un potere di comando”. È questo il problema della politica!

Pertanto il dilemma “governo e autogoverno (o libertà, o comunismo) resta parziale, e non può che significare gestione razionale e libera di sfere sempre più ampie della <riproduzione sociale degli uomini nella natura>. Ora: il procedere e globalizzarsi dell’interazione, in cui tale riproduzione sociale complessiva ha luogo è il modo di produzione capitalistico”. E il problema dell’”autogoverno della comunità”, allora, diventa problema del “rapporto tra lei medesima e ciò che è ormai diventato la sua <materia> per la realizzazione di fini umani (ma non, invece, del cosiddetto singolo individuo: non si nasce singoli se non in quanto esseri biologici, e si diventa singoli nella vita sociale: tanto più se ne fa propria, attivamente, e tanto più ci si “singolarizza”” [notava Bertolt Brecht, nelle <tesi> del suo, Breviario di estetica teatrale, che le cose si fanno – “si dialoga, si discute, si sviluppa “la contraddizione” solo se si sta insieme con gli altri: poiché “la più piccola unità sociale non è l’uomo, ma due uomini“. Nella vita ci costruiamo a vicenda”]. Senonché Mazzone, seguendo Hegel, dice che “la società civile è incapace di autoregolazione, produce gli estremi della ricchezza e del pauperismo – la “plebe” – che è privata della sussistenza” e di tutto il resto. Con l’“esplorazione delle contraddizioni attuali, cioè poi effettive, del processo di riproduzione complessiva, in forma non solo di modo di produzione in generale, ma di corpi particolari di stati e sottostati capitalistici, si arriverà anche a determinare luoghi possibili di opposizione alla “tirannide“”, e di lotte esiziali. anche violente, contro i tiranni.

Secondo Mazzone, di tirannide si deve parlare, “per i seguenti vari motivi”, anche se oggi essa sembra tendenzialmente costituire un tema superato su scala mondiale:

– la produzione è sovrabbondante (ma non la domanda solvente di merci!)

– l’attuale “borghesia transnazionale” non può essere anche solo paragonata alle borghesie storiche in quanto universalizzazione relativa; essa è dominante, ma non può chiamarsi “dirigente”, poiché si tratta di criteri storici, non meramente sociologico-politici, cioè criteri di egemonia.

– la declassificazione degli stati nazionali si accompagna a uno “smantellamento della <cittadinanza>, tanto per il lato istituzionale, quanto per quello della coscienza (manipolazione)”.

– la “produzione immediata degli umani (<riproduzione, crescita, istruzione, cura ecc. sia familiare che formativa) diventa elemento della valorizzazione del capitale” (come merci, ma anche nella forma detta di <produzione immateriale>; contemporaneamente <tendono a diventare superflue masse di potenze sociali (cultura, lingua nazionale, coscienza nelle forme storicamente progressive): la valorizzazione mercantile richiede non <cittadini medi>; peraltro “oltre alla cittadinanza politica, si demolisce così pure quella socioculturale; la <plebe> in senso hegeliano viene riprodotta in massa e secondo finalità precise inerenti a questa figura di riproduzione sociale complessiva” .

– la “frammentazione della classe lavoratrice non ha luogo soltanto nella dimensione geografica e territoriale, ma anche nelle forme del neocorporativismo, con corrispondenti forme di regressione della coscienza (etnicismo, razzismo, fascismo, qualunquismo ecc.)”.

– lo “squilibrio tra cittadinanza politica <svuotata> (manipolazione delle notizie propinate alla popolazione senza contesto e nesso con i processi, come <eventi> per cui essa <è informata di tutto, e non sa nulla>; ossia, <abolizione del popolo>, sostituito dal termine indefinito <gente>, cioè in realtà <neoplebe>)” e soltanto <percezione possibile> dei fenomeni del processo complessivo, e di frammenti sconnessi dalla <parvenza scandalosa, sensazionale, emozionante ecc.); questo squilibrio è sistematicamente promosso e imposto, non solo nella comunicazione di massa, ma <nelle istituzioni della società (sindacati, partiti, associazioni), nella cultura (cinema, ecc.), nell’insegnamento (riforme funzionali alla “religione della vita quotidiana e del mercato” (Marx), nella scuola e nelle università, ecc.).

 

Questa concettualizzazione astratta tende per sua natura a estrapolare il fenomeno dal moto processuale: così come “tecnica e uso capitalistico della tecnica son due cose diverse; anche la tecnica del <dominio tirannico> può e deve essere studiata e intesa. La <tirannide del capitale globale> non può riprodurre borghesie <organiche> né nelle metropoli, né nei paesi della periferia, o in quelli in cui è stato abbattuto il <protosocialismo-reale>. Le forme del dominio – dalla manipolazione alla violenza bellica – possono perpetuare il dominio, bloccare la vita associata, forzarla alla decadenza anche prolungata”. Il cómpito, per noi, “pare essere piuttosto quello di riprodurre, all’altezza del tempo attuale, l’analisi dell’intero spettro della riproduzione sociale complessiva, e delle forme di egemonia. Dobbiamo indagare come è fatta la catena prima di poter forse individuare un’altra volta, se c’è, un qualche anello su cui far presa davvero, al di là di ogni pur giustificata denuncia e deprecazione”. La tirannia moderna può dominare, manipolare, bombardare, sterminare. Ma non può “risolvere praticamente” il problema (posto da Rousseau, diversamente risolto da Hegel e poi da Marx) divenuto nel frattempo tanto più maturo nelle cose: l’”autogoverno razionale della comunità umana”. Per questo tutto quel che è “ragione”, “dignità umana”, “cultura”, e (ovviamente) “democrazia”, è oggi sotto attacco, e si trova obiettivamente di fronte al problema stesso della tirannide e della lotta degli oppressi contro i “tiranni”, e tra di loro medesimi.

Alla somiglianza per <paronomasia>, cioè, solo formale delle parole [come in “dalle stelle alle stalle”], ora occorre passare alla faccenda più sostanziale. Dalla sapienza culturale – si è appena visto – di chi sa come affrontare astrattamente i fondamenti teorici dei problemi considerati, si è costretti a precipitare figurativamente nelle <macerie morali> in cui sguazzano i “tiranni”, soprattutto i <moderni>; dato che sono anche fuori tempo massimo, rispetto alle epoche antiche e medievali — come accade per l’imperialismo che, alla fine del xix secolo, è stato determinato oggettivamente dal modo di produzione capitalistico. dopo le epoche degli <imperi>, fino al feudalesimo e al razzismo recenti. Giacché il letame che serve come giaciglio stallatico agli attuali dominatori arbitrari, arroganti e dispotici, oltreché rozzi e ignoranti – che pretendono di figurare come l’<uomo solo al comando> (quasi mai la <donna>, se non eccezionalmente per virtù ereditarie o di pregressa appartenenza alla cosca). Si godano la loro <solitudine>! Del resto la parola “tirannia” non ha un senso preciso. Se molto genericamente indica un qualunque “abuso del potere pubblico”, il problema è capire quando si possa parlare di tirannia, e che cosa sia necessario affinché l’esplicazione dell’autorità non consista in una pratica e profonda concretizzazione dell’<autorevolezza> – con un uso regolare del potere pubblico per la comunità – ma degeneri in tirannia.

La sua determinazione in rapporto ad altre forme di governo è suscettibile di variegati giudizi in base alla coscienza dei popoli: nell’antichità, più o meno dopo il secolo vi a.c., la parola ha assunto un senso nuovo: in opposizione ai <tiranni>, i <democratici> per le loro polemiche presero di mira la tirannia, intendendola come <potere arbitrario> sia per l’origine sia per l’attuazione: in quanto sintesi del <malgoverno>: in conseguenza si proclamò la necessità della difesa dello stato contro di essa (l’ostracismo del tiranno), ma si sostennero coloro che per la libertà non esitarono a <uccidere il tiranno>. Fatti che indussero alcune signorie a consolidarsi e trasformarsi in principati, mentre al polo opposto crebbe anche il <tirannicidio>. Le moderne dittature – facendo appello al popolo, per costituirsi attraverso i plebisciti i titoli di legittimità del potere – riescono così anche a suffragare il consenso nazionale per ogni loro attività, e mostrandosi poggiati sulle masse più che le cosiddette <democrazie>. Insomma i fenomeni e le teorie accennate a proposito della tirannia assumono significato con riferimento a piccole società politiche e non agli enormi aggregati statali odierni. Oggi i problemi della legalità e della giustizia nello stato sono troppo complessi per acquistar senso nell’antitesi più morale che giuridica di <democrazia e tirannia>.

 

Ma ora si è dovuti scendere, in conclusione, fino agli abissi della cloaca attuale dove è ammucchiato tutto lo strame (di paglia mischiata a merda, per farne letame) adatto per l’oscuro giaciglio dei <nuovi> tiranni: e per individuarli non c’è che l’imbarazzo della scelta, ché tanto il mondo ne è pieno. Da grandi <presidenti> e monarchi – <ufficialmente> ritenuti estranei alla tirannia, ma invece tali nella presunta loro “grandezza”, come Donald Trump o Elisabetta ii Windsor o Benjamin Nethanyhau – a quelli riconosciuti dalla “gente-comune” al contrario come <dittatori>, grandi o piccoli, “vivi”, come Vladimir Putin, Bashar al-Assad, Kim Jong-un, Recep Tayyip Erdoğan, Robert Mugabe, Nicolas Maduro, o “morti-di-giornata”, come Saddam Hussein, Muhammar Gheddafi e, ad dishonorem per demeriti pregressi, Augusto Pinochet e i militari argentini, e uno stuolo di tantissimi altri satrapi (in più di 80 stati nel mondo e riguardanti poco meno della metà della popolazione mondiale), quasi sconosciuti ai più di cui è pure inutile elencarne i nomi, ma parimenti massacratori: come quegli <storici> da Hitler a Mussolini, ecc.

Nella meschinità italiota, il riferimento a un centinaio di anni fa basta per risalire al fascismo di Benedetto “Benito” Mussolini, ricollegandovi sia quello del bischero cialtrone di appena ieri – l’illusionista oggi mascherato da vampiro, con gli incisivi appuntiti per succhiare il sangue delle sue vittime e per nascondere sotto il mantello nero le sue malefatte, soprattutto ai suoi fans\fanatici sostenitori leccaculo – Matteo Rœnzi de’ <conti> Viendallarno, come avrebbe detto Paolo Villaggio. Con addosso il cattivo odore <zombie> di morto vivente [non per caso, ma per scaramanzia: dopo essersi dimesso da segretario del Pd – promessa fatta ripetute volte (“vado a casa e penso ai figli, ora sono libero”) ma mai mantenuta – e seguitando a restare <da solo al comando>] ha ora detto che non vuole che il <suo> partito “muoia per sempre”: ma che significa, dato che il <tiranno assassino> è lui, se non che è lui stesso che vuole resuscitare da sotto terra come uno zombie!? E già ci sta riprovando per l’ennesima volta. Pure, in chiave di reiterazione recente, ormai di uno smandibolato “morto che cammina” ancora, c’è di nuovo Silvio Berlusconi: entrambi avendo in testa le gesta del duce di allora a partire dal 1924 [con buona pace dell’ignorantissima di storia politica, la<neo-almirantiana> (“neo” poi! sic), ora pentaselluta Roberta Lombardi – cfr. il blog del 16.3.18 – i rompicoglioni dei parafascisti]; e, per buona ventura, a passata s\memoria del primo <simil\ducetto> in preparazione della ii repubblica, Benedetto “Bettino” Craxi. Perciò, in questa miseria mentale e politica è sembrato superfluo riferirsi alla datata matrice pre\post-moderna di tutto ciò, ossia all’epoca di fatto <tirannica>, in quanto decadente e corrotta, di Napoleone iii Bonaparte [per un’illustrazione appena sufficiente cfr. il blog del 14.4.18 – attenti ai pagliacci!].

Dunque, in sintesi, tornando alle sconcezze attuali, i cosiddetti <innovatori> – il “movimento delle stelle” (ex m5s) e la “lega con salvini” (ex lega nord\padania) – fanno a gara a ripetere entrambi, pur con storie diverse, che non ci sono più differenze <tra-destra-e-sinistra>, tanto da far impallidire, non avendola loro neppure capita: se avessero invece almeno guardato in tv le mani e lo sguardo sconvolto di Antonio Albanese! E in fondo tra fascismo e antifascismo (si è visto, come sempre più spesso negli ultimi anni, per la ricorrenza del 25 aprile sulla resistenza), posti sullo sesso piano; come, in una totale indifferente equivalenza, tra fascismo e comunismo (per non parlare del “marxismo”: ma che è?!?). Incuranti dei risultati delle elezioni politiche nazionali del 2018, l’<ammucchiata-nera> detta del centrodestra, in quanto tale se <globalmente> è arrivata di poco avanti al <movimento delle stelle>, quanto ai singoli partiti – norma che ancora conta per la costituzione vigente, nonostante il fallito tentativo renziano di affossarla – (lega e fi) sono decisamente terzo e quarto, lasciando, dopo il primo ovviamente al <m-s>, addirittura il secondo posto al miseramente naufragato <pd> a cui il “<tiranno>-solo-al-comando” Rœnzi ha fatto perdere alcuni milioni di voti: altro che il vantato 40,8% alle elezioni europee!, che nonostante le chiacchiere del bischero (dato che il <denominatore italiano> per quelle europee era molto inferiore alla precedente ultima votazione nazionale, addirittura di Veltroni, che ne faceva innalzare smisuratamente la percentuale con cui Rœnzi illudeva i gonzi). Quindi, anche le attuali rivendicazioni con cui la destra (da Berlusconi bruciato in volata da Salvini, e certamente da Salvini stesso, oltre alle <forsennate berluschine> Gelmini, Bernini, l’invasata “ruby-mubarakiana” Casellati) chiede <per Salvini> la guida del governo con le scusante frottola di essere arrivati primi, non sta né in cielo né soprattutto in terra. Ma per quale motivo questo semplice dato di fatto non glielo dice esplicitamente nessuno? Si tengano il terzo e quarto posto come partiti e la smettano di rompere; ringrazino la proterva arroganza di Matteo i e la stupida ingenuità delle <stelle-di-giggimo>, con il ritornello che <uno-vale-uno>, perché per diverse irragionevoli pretese entrambi non sanno quello che fanno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...