Sulle Filiere — alcuni appunti

20 Apr

In tali condizioni, proprio demistificando postfordismo e dintorni (ovverosia, deindustrializzazione, fine del proletariato e amenità varie), la comprensione corretta delle forme, e soprattutto delle cause, del processo di ristrutturazione della produzione mondiale, fornisce ulteriori elementi per analizzare le <catene transnazionali> (“filiere” ecc.) in tutte le accezioni indicate. Si va dal significato più ristretto (quello relativo a un solo particolarissimo prodotto, come è stato esemplificato con la cosiddetta <filiera dello yogurt>, che tale non è, essendo soltanto un <ciclo di produzione>), sù sù attraverso interi comparti produttivi in cui, invero, andrebbe preso in considerazione il peso relativo dell’effettivo contributo – in misura via via preponderante – di altri settori industriali all’attività di cui si vuole ricostruire la “filiera” propriamente detta. Dal punto di vista formale tali misure sono date dai cosiddetti coefficienti di attivazione: nel caso economico questi si basano sull’analisi detta delle “interdipendenze strutturali”, nota anche come input-output analysis, {<entrata→usci­ta>} con cui si rilevano le relazioni di scambio intercorrenti tra i diversi settori per comprare gli “elementi diretti” che servono al settore industriale oggetto dell’analisi per effettuare la sua produzione (come quanto acciaio, quanta gomma, quanto vetro, quanta tela, ecc, e di che tipo, occorrano per fare una determinata automobile; o quanta farina ecc. occorra per fare il pane ma non quanti mattoni e calce per fare il forno, che pur serve; ma questi ultimi non entrano negli acquisti <diretti> del fornaio perché riguardano un’impresa edile, come si dirà tra poco; l’insieme dei <coefficienti diretti>, una sorta di “ricetta” per produrre un determinato oggetto, ha un significato economico che va però rovesciato rispetto a quello degli elementi che rappresentano i <coefficienti di fabbisogno totale>, detti appunto <coefficienti di attivazione>, appunto, che definiscono <correttamente> la categoria di “filiera”.

Senza entrare qui in dettagli <formali algebrici> [non è questo il luogo adatto a esporre in forma compiuta la teoria, che richiede conoscenze di base e sarebbe lunga perché esaustiva — anche troppo, giacché i dati delle quantità di elementi occorrenti <indirettamente> sono moltissimi, pure se fossero in misura minima o irrilevante], l’algoritmo per questo calcolo – con cui si rappresenta di quanto debba aumentare la produzione del <settore fornitore> dell’elemento indiretto per fornire quanto necessita alla produzione dell’industria in esame (nel caso precedente quanti mattoni e calce servono … per fare una pagnotta) – comporta il fare una operazione che consiste nel calcolare, pertanto, la <matrice inversa> {si dice così} degli <elementi diretti di input→output> ossia, si parte dal risultato atteso per risalire, <all’inverso>, al fabbisogno complessivo, diretto + indiretto, degli elementi che fanno ottenere quel risultato atteso. Nella pratica, pertanto, coloro i quali vogliono stimare che, come e quanto si possa ascrivere a una <filiera> propriamente detta, per evitare che l’esaustività teorica sia <anche troppo> ingombrante, e quindi ingestibile e inutile anche in pratica, ci si limita a considerare empiricamente soltanto come imprese da includere nella filiera quelle che rientrano nell’interrelazione di scambio – da un apporto minimo in su (spesso di fissa un 5%) – con l’impresa in esame per “attivarla”. Analogamente si può introdurre la connessione indiretta con il lavoro, per risalire a quanto lavoro venga “attivato” dall’industria in esame per l’effetto <filiera> (oltre al fornaio, … quali e quanti altri lavoratori: edili, metalmeccanici, elettricisti ecc, sono mobilitati?) [per vedere un generico accenno a ciò, qui cfr. 011]. In un senso molto più ampio (poco o per niente seguito dalla tassonomia borghese), questi concetti servono in concreto a molte altre analisi, fino alle strutture decisionali strategiche dei grandi gruppi del capitale monopolistico finanziario (holding), articolate in tutte le loro funzioni, anche <improduttive> di pluvalore (assicurazione, credito, commercio, marketing, ecc.). Il proletariato è là, in tutte codeste articolazioni, nel mondo intero, anche negli stati dominanti; ma incuranti di ciò è anche “asinistra” quanti possano dire pentiti e falsi puristi, fanatici <operailatri>, comunque contrari a qualsiasi altro lavoratore che non sia <produttivo> (anche quando tale quesito è fuori luogo). Dunque, è nel senso generale descritto che il principio di qualità totale si espande e trapassa in quello di quantità totale: tanto è vero ciò, che ormai l’estensione delle nuove forme di <organizzazione del lavoro> è fatta a sola imitazione ed emulazione di quanto avviene nei luoghi tecnologicamente più avanzati. Qualsiasi posto di lavoro, fabbrica o ufficio (proprio come nel taylorismo classico), va ugualmente bene per applicare codesta forma di relazioni sociali, senza che occorra immediatamente una ristrutturazione tecnologica. La cosiddetta qualità totale diventa così surrettiziamente quantità totale per il plusvalore del capitale. Questo è il contesto storico sociale, nella fase di crisi economica dell’accumulazione di capitale su scala mondiale, nel quale è perciò possibile indicare come la base materiale dell’attuale trasformazione sociale possa trovare la sua collocazione ideale nel processo di ristrutturazione di lavoro e macchine.

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