CAPITALE IN AFFANNO E “LAVORO AGILE”

7 Set

Ultimo, in ordine di tempo, ritrovato per l’aumento dello sfruttamento lavorativo

di Carla Filosa

Come terza volta in cui proviamo ad affrontare il cosiddetto “smart work” – le prime due pubblicate su “La Città futura” e poi sul blog di “Contraddizione” con i titoli ‘La “nuova svolta” lavorativa’ e ‘“Smart working”: sfruttamento illimitato alla costrizione al lavoro’ – si tenterà ora di mettere a fuoco le origini storiche più lontane, nonché vicine, per cogliere appieno il senso e la funzione attuale di questa parvente riorganizzazione del lavoro. Più che nuova organizzazione, si deve intendere, nell’uso ideologico di “agile”, una pedissequa continuità e perfezionamento degli obiettivi che da sempre il sistema di capitale ha perseguito, ultimamente attraverso le ristrutturazioni – quelle sì – del taylorismo prima, del toyotismo o onhismo poi,  confluite solo attualmente in questa  dicitura anglofona non a caso senza paternità teoriche definite. Emergono nella trovata “agilità” solo consulenti e apprendisti realizzatori, o controllori di un prêt à porter dell’ultima ora, autolegittimantisi con  innovazioni informatiche, peraltro aspecifiche per il modo di produzione capitalistico tuttora in vigore.

In questi lunghi anni di crisi del sistema la disoccupazione a livello mondiale è aumentata a un ritmo crescente rispetto alla rivoluzione tecnologica continuamente in atto, limitandone in parte la piena estensione nei settori produttivi e improduttivi di tutti i paesi. La disomogeneità produttiva e di accumulo di capitali fra gli stati, ha fatto emergere con ancora maggiore evidenza la gerarchia mondiale di paesi dominanti, in cui si è fatta concentrare ricerca scientifica e innovazione tecnologica connessa a ristrutturazione lavorativa, da esportare nei paesi più deboli o di più recente sviluppo nel mercato internazionale per lo più unificato. L’innovazione informatica di cui si fa largo uso nello “smart”, poi, ha riguardato prevalentemente i settori di servizio, o improduttivi, funzionali allo sviluppo organizzativo o commerciale del sistema così ampliato. L’aumento attuale, quantitativo più che qualitativo delle macchine inserite nei settori produttivi, relativamente recessivi in modo differenziato per la saturazione dei mercati, attende – se e quando possibile – ben altre innovazioni robotiche di cui la Cina, in particolare, secondo un’informazione corrente per noi  inverificabile, sembra essere punta di diamante in termini concorrenziali.

[l’intero articolo è disponibile liberamente sul sito della rivista]

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