Una lettera, di Aurelio Macchioro

26 Set
Pieter Bruegel il vecchio, La gazza sulla forca (1568) [particolare]

Pieter Bruegel il vecchio, La gazza sulla forca (1568) [particolare]

* Ricevemmo questa lettera e la gradimmo molto per l’autorevole opinione di Aurelio Macchioro. Ci sembrò opportuno e utile pubblicarla sùbito sul primo numero bimestrale di marxismo della rivista la Contraddizione, no.1\lug.87: sia per le osservazioni confortevoli e pure “dilettevoli” sull’ironia icastica e la critica sarcastica, anche nella forma; ma altresì per gli ammonimenti e i suggerimenti tendenti a evitare pesantezza espositiva e eccessi di teorismo. La redazione – cominciando dall’esperienza del mensile nel 1986 – per trenta anni ha cercato di fare tesoro di simili suggerimenti e di utilizzarli nel modo più consono al programma editoriale —— certo non sempre riuscendoci, sia per le crescenti contraddizioni della realtà sia peraltro per le connesse difficoltà analitiche sempre più preoccupanti: con una “sinistra” che fin da allora andava verso il precipizio, come i ciechi della parabola di Pieter Bruegel il vecchio.

Anche l’aspetto critico corrosivo di Bruegel [nello stesso 1568 dipinse la gazza sulla forca, che l’anno dopo morente lasciò alla moglie dicendole che simboleggiava “le malelingue che sono degne della forca”] mostra quei ciechi tutti vestiti da persone-per-bene di una classe superiore e non da contadini, come era abitudine del pittore fiammingo. Dunque come individui attaccati al denaro e al successo; che nel loro essere falsi rappresentanti del potere costituito – religioso e mondano – nella loro cecità con lo sguardo perso nel nulla mostrano tutto il loro fragile isolamento di esseri da loro stessi lasciatisi perdere con i loro comportamenti nell’imminenza di precipitare in un baratro. È proprio ciò che li ha sfigurati e ormai resi folli; e così l’asnistra con pari cecità si sta sempre più “cacciando in un vicolo cieco, fino alla scomparsa stessa dell’essere ″di sinistra″, dal quale vicolo non si può uscire”. Se non si hanno “categorie teorico-interpretative” adeguate si “aprono vuoti” incolmabili, “riempibili solo di confusionarismo e di liquame di tradimento di classe” – disse Macchiorto. C’è “un bisogno di teoria enorme, un ritorno alle categorie teoriche, ma soprattutto uso di queste categorie. La teoria è importante per la pratica, ma anche la pratica è chiarificatrice di teoria”.

Ora che Aurelio Macchioro – compiuti cento anni da quattro mesi appena – è morto ha lasciato ai comunisti un tale vuoto immenso che però lui ha riempito con un patrimonio lungo il suo secolo di cultura, di coscienza e di lotta che spetta solo a tutti noi conservare e sviluppare. A cominciare dai più giovani che oggi certamente partono più sfavoriti dalla landa deserta in cui si sono trovati, ma hanno – almeno formalmente – più tempo davanti a loro per “riempire quei vuoti” in cui non precipitare: additati proprio da Aurelio Macchioro a chi abbia avuto la felice sorte di vivere, e di conoscere, nell’arco dei suo stessi cento anni, che cosa significhi essere compagni, amici e sodali. È con tale apparentemente paradossale “felicità” – in un insopprimibile ciclo della vita – che lo ricordiamo vivamente.

Cari compagni di Contraddizione,

importante è la teoria ma importante è anche la “forma teorica” che sottende l’indagine, l’inchiesta, la denuncia, la controinformazione, ecc. Nonché è teoricamente importante il sarcasmo, la irrisione. Purché siano azzeccati, s’intende. E sotto questo profilo l’uso del sarcasmo in Marx è ancora magistrale. Io ho provato gran diletto – non solo dilettevole, ma direi diletto teorico – a leggermi il mensile NumerO; poche paginette, che si esauriscono rapidamente, ma piene di sale. Ecco quello che è mancato nel fascicolo semestrale di Contra/dizione. Direi addirittura che una rivista che voglia: a) essere di ripresa del marxismo, b) farsi una collocazione di intervento, c) recuperare quanto di marxismo e di lotta di classe e militante è stato fatto fino alla metà degli anni settanta, non può non esserlo anche nella forma, diciamo dell’icastica e quindi anche del sarcasmo. Anche il sarcasmo e anche l’icastica, insomma, fanno parte del bagaglio di teoria.

 Il primo fascicolo del semestrale Contra/dizione l’ho trovato buono … ma pesante! Pesante per eccesso di teorismo. Ed è per questo che – come dire? – non l’ho letto con grande attenzione. O meglio con solo quell’attenzione che può occorrere per dire che si tratta di sforzo serio, che è sperabile che continui, si sviluppi, faccia proseliti, ecc. Probabilmente mi si può dire: “Tu, avendo la capoccia piena di teorismo, sei il meno indicato a leggere con interesse il teorismo”: può darsi. Gli anni di lettura sul groppone nessuno può togliermeli, così come il glorioso Partito Comunista difficilmente potrà togliersi quel fantozzesco personaggio, fisiognomico (e non soltanto fisiognomico) miscuglio di Totò e di Petrolini che si è incarnato in Alessandro Natta, o l’imbrillantinata capoccia del Napolitano (“ministro degli esteri” in ventriloquio), o la vacillante decrepitudine del già allobrogo G.C.Pajetta, devoto d’auto­rimembranze di garibaldino d’epoca. Certo nessuno può togliersi di sopra quello che gli anni gli hanno ingobbito addosso: sicché il senso di “pesantezza”, del primo fascicolo semestrale, che ho riportato può essere affare mio e mio soltanto. Tanto più che concordo pienamente che esiste un bisogno di teoria enorme, che senza criteri interpretativi (senza, dico, una criteriologia, e quindi un armamentario di categorie teorico-interpretative) non si può uscire dal vicolo cieco in cui le sinistre si sono cacciate. Cacciate fino alla scomparsa stessa del loro essere “di sinistra”, aprendo vuoti che, dalla gestione del “tre volte santo Berlinguer” in poi, si sono fatti sempre più vasti e riempibili solo di confusionarismo e di liquame di tradimento di classe.

Quindi importanza di un ritorno alle categorie teoriche, ma direi soprattutto uso di queste categorie. La teoria è importante per la pratica, ma anche la pratica è chiarificatrice di teoria. La “occupazione occulta” fa aumentare il reddito nazionale lordo, il lavoro decentrato ha reso Benetton una possente dinastia finanziaria? Bene, studiamo il “caso Benetton”,oppure cerchiamo di penetrare il “reddito nazionale lordo”: c’è dentro anche quanto guadagnano Cicciolina, Pippo Baudo o Raffaella Carrà, ci sono dentro le ricevute fiscali non versate (e quindi occulte) dei medici, architetti o della sarta che, indefessa, veste vestalmente la d’innumere sobrietà vestuta Nilde Iotti? E nel prodotto nazionale lordo ci sono anche le cliniche, le convenzioni sanitarie, di quiescenza, di acquiescenza che i rappresentanti del popolo si sono via via fatti, nelle regioni o nel parlamento e dintorni? Ci si dice cheNilde Iotti e guardaroba o Cicciolina a parteun cinquantenne pensionato (come mai esistono cinquantenni già in pensione?) o un giovane o un disoccupato se non muoiono d’inedia un qualche arrangiamento pur ce l’hanno – magari come economia del vicolo: ci si spieghi, allora, a che funzione mistificante serve l’avere aumentato il conteggio Istat del prodotto nazionale lordo? Il disoccupato è inoccupato soltanto quando muore di fame o diventa, quando si arrangia, un disoccupato non inoccupato e incrementatore occulto della ricchezza nazionale?

 

Aurelio Macchioro

Milano,  25 giugno 1987

** I primi due articoli, dopo la sua lettera qui sopra riportata, che Macchioro scrisse per la Contraddizione risalivano al 1988, fra gennaio (no.4) e settembre (no.8), alla vigilia della demolizione [non “caduta” per forza di gravità …] del “muro di Berlino” e del crollo dell’Urss e del Comecon. Il primo, Le vie del corso – a proposito di Cimiciov, GoRbamino, Gorbaciov, è più contingente, relativo alla turbolenza per l’imminente duplice collasso politico sociale; il secondo, Neo-americanismo – marxismo ed esercito di miseria di riserva, affronta più sistematicamente le conseguenze della situazione di crisi già allora in atto da almeno venti anni, di fronte all’attacco padronale reazionario di quelli che chiamava “neoteorismi concorrenziali”; ciò che rendeva difficile riprendere la portata, sia teorica sia-operativo, delle categorie marxiane. Giacché queste difficoltà sono inerenti alle “ragioni” del capitalismo contemporaneo; di qui le difficoltà di inserire una linea teorico-organizzativa di ortodossia marxista che è l’unica che possa fare analisi critiche degli avvenimenti economico-civili, anche attuali.

Entrambi questi articoli hanno avuto pochissima diffusione, e come tutti i primi venti numeri della rivista non sono neanche in rete in formato elettronico (stiamo finalmente scansionandoli adesso). Per tutto questo insieme di motivi – anzitutto quelli personali relativi alla memoria di Macchioro – e poi gli altri sopra elencati, abbiamo deciso di inserirli nel sito della Contraddizione:

http://www.contraddizione.it/Contraddizioneonline.htm

Pieter Bruegel il vecchio, La parabola dei ciechi (1568)

Pieter Bruegel il vecchio, La parabola dei ciechi (1568)

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