MORTI FUORI DAL POTERE

15 Lug

il turno della Grecia schiacciata tra Usa e Ue [Germania]

Le ultime settimane, non c’è che dire, ci hanno riservato diversi sorprese sia per le mosse del governo (ancora al momento in carica) di Syriza nei confronti delle “istituzioni”, che per il formidabile esito del referendum greco, ribaltato però nel giro di poche ore dalla violenza sanguinaria di Bce, Ue e Fmi. L’accettazione del terzo pesantissimo memorandum da parte di Tsipras & co. ha inevitabilmente spaccato non solo la stessa Syriza ma anche la sinistra italiana (e mondiale) che si è schierata dalla parte delle scelte del presidente greco, da quella del presunto piano B, paventato dal ministro dimissionario Varoufakis, o addirittura tifando per una Grexit, come se ci trovasse dinanzi ad un derby calcistico. In questa scelta, molti, purtroppo, tralasciano di ricordare che tutte queste soluzioni – immaginarie o reali che siano, compresa la celeberrima “uscita dall’euro” – non hanno nulla di rivoluzionario, estrinsecandosi, al più, all’interno dei rapporti capitalistici esistenti. Tanto per essere chiari, coloro che a gran voce parteggiano per il ritorno alla dracma, di certo non aspirano ad un annullamento delle classi (non a caso, posta così, la questione è condivisa completamente da Alba dorata e gentaglia del genere). Rimandando ad articoli già apparsi sulla rivista in passato sulla tematica (n\euro fobia, no. 147), in questa sede ci sembra opportuno rimarcare come nella pessima contrattazione troika\Tsipras, i rapporti di forza fossero quelli ben conosciuti e adeguati alla fase imperialistica che viviamo; la chiamata referendaria, che dagli agenti del capitale internazionale, è stata vissuta come un’offesa o forse persino come un sussulto estemporaneo e casuale di lotta di classe, li ha esplicitamente inaspriti, collocando evidentemente le pur valide velleità del popolo greco sotto il tallone autoritario del capitale legato all’euro (e al dollaro). Per questi motivi, per quanto apparentemente ragionevoli, eventuali prese di posizione massimaliste sarebbero state “fuori-fase”, ossia incompatibili col quadro esistente del tutto sbilanciato a favore del capitale euro\dollaro.

 [f.s.]

grecia

Era il 23 aprile del 2010 quando, a sèguito di una trasmissione\intervista che fu diffusa da Radio Onda d’urto di Brescia con tempestivo e lungimirante riscontro, pubblicammo appena dopo le seguenti note sulla rubrica no 131 della rivista la Contraddizione. Proseguimmo su questa linea [riassumendo i reali punti salienti un paio di anni dopo nel no 140 \ ott. 2012]. Cercammo, allora vanamente, di scavare a fondo le cause vere del fenomeno che individuò la Grecia – il terzo <porco> dell’allora quartetto dei pigs, appunto i paesi derelitti detti <porci> – come porco espiatorio di malefatte che altri fecero gestire ai governi reazionari e a banchieri, industriali, armatori e capitalisti al comando in Grecia. Il paese era debole e piccolo e quindi ci era sembrato particolarmente adatto a sostenere il peso dell’esperimento voluto dai potenti per distrarre l’atten­zione del mondo.

Adesso la disinformazione-di-massa – perfino ricorrendo solo ora all’immagine di “protettorato” – si sta accorgendo di un problema che avrebbe potuto essere risolto con poche migliaia di euro è che è stato gonfiato al livello dei miliardi. Perciò, senza perdere altro tempo dopo aver buttato i cinque anni trascorsi da allora, ci sembra opportuno ripubblicare tal quale esattamente ciò che scrivemmo allora, giacché se noi lo vedemmo e altri vollero fingere di non capirne la sottostante portata internazionale, i fatti mondiali tendenti al massacro di un paese erano già reali e sotto gli occhi di tutti, mentre imperversava la retorica compassionevole e la corruzione malcelata. Si cianciava di:

«Penose etichettature d’àntan tipo … “tragedia greca”, “pianto greco” e via strappandosi le vesti riferendosi così solo alla Grecia. Come si dice, con un umorismo da condannato a morte che parla di corda in casa dell’impiccato: senza chiedersi neppure se il soggetto in questione si fosse impiccato o invece se sia stato impiccato da qualcun altro, chi fosse quel qualcun altro e perché avesse scelto proprio quella vittima, e a chi l’avvertimento mafioso dell’annunciato assassinio fosse rivolto. Solo a metà maggio [2010] la suddetta Grande Comunicazione si è decisa a svelare, come se fosse un arcano, il “segreto di pulcinella”, ossia che il facile disastro della Grecia era usato da parte della grande finanza speculativa (… i “mercati”) operante sul dollaro come specchietto per le allodole di area euro. L’euro era il vero oggetto delle manovre da parte del dollaro, magari forse solo per un rischiosissimo tentativo di salvare dalla frana proprio quest’ultima valuta, scatenando una guerra economica frontale. Non a caso l’euro è già precipitato da sopra 1,5 $ a sotto (per ora) 1,2 $ con tendenze a ulteriori diminuzioni: dunque la Grecia (la “nuora”) è presa come pretestuoso facile bersaglio, affinché l’euro (la “suocera”) intenda! C.v.d.

Noi, nel nostro piccolissimo ruolo di contro\informazione rispetto alla distorta comunicazione che va per la maggiore, scarsamente ascoltati riferimmo di questa faccenda nel mese di aprile. Un posto a parte, pertanto, merita la bancarotta della Grecia [come qui si accennerà: cfr. anche il successivo articolo specifico Metti una sera a Manhattan] aiutata proprio dai grandi speculatori oggi nuovamente scatenati. Scommettere assicurandosi contro il crollo di uno stato, sapendo bene di avere tutti gli strumenti per provocare un tale crollo, ma in vista di un attacco sistematico al nemico che conta, oggi l’euro, attraverso la rinegoziazione di titoli derivati sui crediti concessi (dopo tre anni non ancora regolamentata, perché Obama e il parlamento Usa sono riluttanti a imporla) per vendere ad altri sovraprezzo i debiti indicati sul titolo originario. Come nei mutui immobiliari secondari scrausi, la serie di operazioni mira sempre a destabilizzare l’oggetto della speculazione, con­duce al suo dissesto e costituisce perciò un palese conflitto di interessi, poiché, tramite l’assicurazione stipulata dagli affaristi sul disastro, fa incassare miliardi al suo crollo; e nel frattempo fanno il gioco usuale dell’“ordinaria follia” della speculazione sulle differenze a breve termine tra gli acquisti (virtuali) al ribasso e le vendite (sempre virtuali) al rialzo, e così via rapinando.

L’effetto di queste scommesse ha aggravato l’assedio dell’euro, e quindi dell’Ue, perché essa dovrà risolvere la crisi del debito greco per evitare il peggio. In un solo anno hanno visto più che raddoppiare i circa 40 mrd $ scommessi sull’immenso debito della Grecia, il cui dissesto è inevitabile: ma si dovrà vedere se crollerà l’euro (adesso sotto tiro) o il dollaro (seppellito dai debiti), qualora il colpo di coda di quest’ultimo non riuscisse. Un problema è sapere chi sarà colpito in maggior misura dalla crisi greca. L’Ue, se gli speculatori usamericani continueranno ad attaccare l’euro, o gli Usa stessi se il loro debito complessivo, e quello estero in particolare, li faranno precipitare verso il baratro? Uno scontro tra fragili giganti. Il Financial times esamina il dibattito in corso, con le opinioni opposte. È di stringente attualità la preoccupazione nell’Ue, Germania in testa, circa i rischi del finanziamento necessario per sanare l’imbroglio pluriennale della crisi greca; imbroglio che è cominciato con i trucchi sui soldi prestati da alcune banche tedesche connesse con Angela Merkel, amica di vecchia data di Karamanlis, precedente primo ministro responsabile dell’inguacchio. Ma si sa anche che per la Grecia il ricorso al Fmi e di fatto agli Usa può essere fatale per gli Usa stessi, in difesa dei quali viene prospettata la considerazione rituale che uno stato così potente non possa fallire.

Gli stati più ricchi fortemente indebitati richiedono, anche per questi ma anzitutto per lo stato “aiutato” come la Grecia, un brutale processo di “aggiustamento strutturale” – a carico ovviamente delle popolazioni e non dei padroni e dei governi – di tipo fiscale e previdenziale e di taglio delle spese pubbliche sociali. Questo sarà comunque, in entrambe le ipotesi, un problema di medio o lungo periodo, ma non un immediato bagno di sangue, per cercare di evitare troppo rapide e gravi ricadute sul sistema imperialistico mondiale. Ma, dati tutti i contraddittori elementi in questione, chi può escludere crisi valutarie di stati “sovrani” che, a partire dalla Grecia, possano sfociare in una “crisi fiscale del mondo occidentale” a cominciare dagli Usa o dalla Ue? Lo storico Niall Ferguson, sul Financial times, ha scritto che “il debito pubblico Usa è un porto sicuro come lo era Pearl Harbor nel 1941” …

Il fallimento dello stato – o per i più piccoli il suo controllo politico economico tramite un “protettorato” stabilito dal vincitore – è nelle cose, per evitare il quale occorrerebbe avere riserve almeno pari ai debiti a breve termine in divisa estera: ne sa qualcosa, come esperimento da laboratorio, la minuscola Islanda – già paradiso degli investitori stranieri – portata così al “fallimento”. Saldare tali debiti in un anno è comunque un’impresa terribile, anche se si avessero riserve equivalenti, ben sapendo che gli speculatori frammentano il rischio spargendo titoli derivati in tutto il mondo.

Per il viaggio avventuroso di Obama e Merkel, ognuno è libero di scegliere il ruolo dell’uno o dell’altra, ma forse chi poteva indicare la rotta è Barak e ai remi Angela. Fatto sta che già nel 2007, mentre ci si cominciava a preoccupare di Grecia, Spagna e Portogallo in avanscoperta per l’Italia, la Germania era situata duramente sulla prima linea. Ma fu solo a metà maggio 2010 che la comunicazione di massa [cfr. quanto scrivemmo sul no 131, di aprile-giugno 2010, e proseguita nei numeri successivi] “si è decisa a svelare, come se fosse un arcano, il “segreto di pulcinella”, ossia che il facile disastro della Grecia era usato da parte della grande finanza speculativa (… i “mercati”) operante sul dollaro come specchietto per le allodole di area euro”. Lo dicemmo in anticipo, anche se solo oggi a fine agosto 2012 il manifesto “scopre” che “la Grecia è solo un capro espiatorio”! Ma che mi dici mai?!? Perciò per noi – rinviando i lettori a quel numero – basta qui riepilogare pochi elementi che, a vederli, fin da allora erano evidenti.

Il 23 aprile 2010 nella premonitrice trasmissione\intervista mandata in onda da Radio Onda d’urto di Brescia – che invitiamo a riascoltare – inquadravamo testualmente (leggere e sentire per sapere) tutti i seguenti aspetti della bancarotta della Grecia, cosa che allora potevano sembrare stravaganti:

– la Grecia era un pretestuoso facile bersaglio per avvertire l’euro;

– i grandi speculatori scommettevano assicurandosi contro il crollo di quello stato, sapendo però bene di poter provocare un tale crollo;

– costoro, attraverso la rinegoziazione di titoli derivati sui crediti concessi, vendevano quei debiti ad altri, con un sovraprezzo sul titolo originario, mirando a destabilizzare l’oggetto (stato o impresa) della speculazione,

– i colossi finanziari, accumulando i titoli assicurativi “contro” la bancarotta greca, in un solo anno hanno visto più che raddoppiare i miliardi scommessi sul dissesto è inevitabile debito della Grecia;

– i miliardi incassati dagli affaristi erano in palese conflitto di interessi, grazie anche alle loro stesse “agenzie di rating”, tramite l’assicurazione stipulata da essi sul disastro;

– era il gioco usuale dell’“ordinaria follia” della speculazione sulle differenze a breve termine [oggi chiamano “spread” il differenziale] tra gli acquisti (virtuali) al ribasso e le vendite (sempre virtuali) al rialzo [con buona pace anche della impropriamente detta tobintax].

– il nemico che conta era già l’euro, vero oggetto delle manovre, in vista di un attacco sistematico, da parte del dollaro, nel rischioso tentativo di salvare dalla frana proprio questa valuta (secondo alcuni osservatori la bancarotta degli Usa è una certezza);

– la guerra economica dovrà decidere se crollerà l’euro (adesso sotto tiro) o il dollaro (seppellito dai debiti), o entrambi, qualora il “colpo di coda” di quest’ultimo non riuscisse: uno scontro tra “fragili giganti”;

– gli speculatori sui derivati delle assicurazioni avranno comunque incassi enormi;

– di stringente attualità è la preoccupazione nell’Ue, Germania in testa, circa i rischi del finanziamento necessario per sanare l’imbroglio pluriennale della crisi greca, cominciato con i trucchi sui soldi prestati alla Grecia da alcune banche tedesche legate a Angela Merkel;

– i salvataggi da parte degli stati più ricchi fortemente indebitati richiede, anche per questi ma anzitutto per gli stati “aiutati” come la Grecia in cambio della loro sopra detta perdita di sovranità, un brutale processo di tipo fiscale e previdenziale e di taglio delle spese pubbliche sociali: a carico ovviamente delle popolazioni e non dei padroni e dei governi;

– unica preoccupazione dei fragili stati forti era cercare di evitare troppo rapide e gravi ricadute sociali sul sistema imperialistico mondiale;

– i contraddittori salvataggi di istituzioni e banche, comprando titoli emessi dal settore privato, possono far precipitare la situazione;

– con la necessità di emettere sempre nuovi titoli, il debito si autoalimenta e i tempi si accorciano, i prestatori dubitano che il debito possa essere onorato, i tassi e i costi aumentano e i problemi diventano seri;

saldare tali debiti (in un anno) è comunque un’impresa terribile, anche se si avessero riserve equivalenti, ben sapendo che gli speculatori frammentano il rischio spargendo titoli derivati in tutto il mondo;

– il fallimento dello stato – o per i più piccoli il suo controllo politico economico tramite un “protettorato” stabilito dal vincitore – è nelle cose.

Se oggi c’è ancora chi si stupisce si rileggano e si riascoltino le affermazioni qui riportate».

Ischeletrita la popolazione greca, tolto quel paravento di comodo, si può guardare ora apertamente al problema reale, la lotta tra dollaro ed euro. Ma questo scontro, come si è visto, era già il fulcro all’ordine del giorno cinque anni, e l’anno dopo quattro anni or sono lo esplicitammo in un corollario con un’ulteriore congettura fanta-monetaria [cfr. Dollaro con\tro euro: finché morte non li separi, la Contraddizione, 137, Roma 2011; di cui riportiamo appresso alcuni stralci conclusivi per giungere all’assassinio attuale della Grecia]:

«Nessuno sa dire che cosa possa succedere, neppure i protagonisti dell’imperialismo transnazionale del capitale, i loro agenti operativi e i loro rappresentanti statuali. Ma lo cercano di fare gli Usa contro l’Ue. Senonché entro quest’ultima ci sono ulteriori inimicizie e sorde lotte tra i due principali ambigui contendenti – Germania e Francia; la Germania, sempre più a rischio, vacilla e da parte di Angela Merkel c’è un predominio improbabile giacché cominciarono alcune banche tedesche, pressate dai prestiti cinesi alla Grecia, a far falsificare i conti della Grecia di Karamanlis, vecchio amico di Merkel. La Grecia è stata cacciata nel macello che tutti sanno: ma scrivemmo, almeno un paio di anni fa che “l’euro era il vero oggetto delle manovre da parte del dollaro”.

Per gli Usa, oltre alla necessità di esportare, gli è che il dollaro si trova in tutte le principali riserve valutarie del mondo, a cominciare dalla Cina; non per nulla il tentativo di rivalutazione della moneta straniera, in questo caso il renminbi cinese, si è arenato e quindi le manovre del dollaro si sono concentrate intanto sul duplice attacco all’euro per indebolirne la produzione e l’esportazione sul mercato mondiale e al contempo non svalutarlo troppo perché la stessa Cina ne desidera una caduta pilotata, avendo ormai troppo denaro europeo. Condividemmo che le valute importanti nella contesa mondiale devono essere almeno, e sostanzialmente, due affinché possa aversi lotta e speculazione sui cambi con compra\vendite differite in tempi di crisi. Quest’ultima strategia mira a definire il predominio di questa o quella area valutaria, oggi crescita dell’euro o “dollarizzazione”, domani possibilità di una terza valuta asiatica, ruotante attorno alla Cina, giacché nel modo di produzione del capitale non può esserci egemonia monopolistica di una sola valuta – il dollaro: è legge dell’“anarchia capitalistica” e della lotta tra i “molti capitali”.

Non sarà che, di fronte all’avanzata incombente del renminbi, nel giro di qualche anno, se non riuscisse l’attacco del dollaro all’euro, Usa e Ue debbano unirsi contro la minaccia della Cina e in prospettiva unificare perfino le loro valute, andando oltre sia l’uno che l’altro? Si pensi alla necessità storica della “nascita” di una comune valuta forte – a mo’ di fantaeconomico esercizio esemplificativo a una nuova moneta, diciamo per scherzo il “colón” dal nome di colui che unificò il vecchio continente con il nuovo mondo – stavolta per far muro contro il mezzo pianeta asiatico – che con l’organizzazione per la cooperazione di Shangai [cfr. no.115] coordina Cina, Giappone, Russia, India, Corea, ecc.]. Si tenta collateralmente di far riprendere l’ege­monia del dollaro quale moneta di scambio mondiale: non si dimentichi che il debito usamericano [sull’irre­sistibile declino e il crollo per il debito degli Usa, cfr. da ultimi i nn. 135 e 136] è notevolmente più grave di quello dei “pigs” o “piigs” dato il tentativo di far crollare l’attuale sistema finanziario mondiale scaricando il dollaro. L’iniziativa è ardua perché una svalutazione secca del dollaro condurrebbe al collasso a catena del sistema finanziario globale.

Nella creazione di una nuova valuta mondiale unica di riferimento – ma al posto del solo dollaro – starebbe il senso originario della globalizzazione; un simile disegno implicherebbe anche una maggiore integrazione in Europa, e poi nel resto del mondo. Ma siccome nel sistema del capitale servono almeno due valute non una soltanto –––– come si è spiegato, perché altrimenti non ci sarebbe più nemmeno “capitale” al quale è proprio immanente la sua pluralità e quindi la lotta tra i molti capitali, e ora non pare proprio che ci siano forze alternative al modo di produzione capitalistico (né in senso dispotico “neo-medievale” né tantomeno “socialista”, o men che meno “comunista” che implicherebbe una previa non breve transizione). Invece con due monete principali – la cui novità sarebbe semmai quella asiatica a dominanza cinese – dopo la “pacificazione forzosa” tra i falsi fratelli dollaro ed euro. Tuttavia il necessario uso continuo del condizionale la dice lunga sul carattere eccentrico e di fantasia anche dell’ipotesi dollaro+euro».

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