LAUDATO SI’: LAVORO E RICCHEZZA

30 Giu

Dire la verità in malafede
dovrebbe essere considerato disonesto.
Karl Kraus

di Carla Filosa

Due grandi tematiche sono emerse in questi ultimi giorni: la continuità dell’esodo irrefrenabile di popolazione spinta dal bisogno estremo della vita minacciata, e il nuovo (si fa per dire) riversamento ideologico dell’enciclica papale. Di quest’ultima, analizzata al completo nelle sue 192 pagine, ci interessa per ora solo quanto attiene al concetto di lavoro e di ricchezza tessuti entro un contesto fumoso di termini sociologici – non scientifici – di “società”, “potere”, “finanza” o “consumo”.
In ordine di importanza, imposta dalla realtà materiale, affrontiamo insieme in primo luogo il significato di questa migrazione che – sembra – sta dilaniando la cosiddetta Europa. La riscoperta delle frontiere come ostacolo da parte degli Stati europei è solo un modo più elegante della rozzezza ungherese, propensa proprio all’innalzamento di un muro (cemento o mattoni, forse pietra come quella cinese?), per bloccare l’ingresso di chi ancora tenta di sopravvivere. Perché? Al di là di timori anche ancestrali, pur presenti, di promiscuità etnica, razziale o religiosa, sembra evidenziarsi il problema sostanziale della concorrenza lavorativa con la popolazione autoctona, che potrebbe risvegliarsi dall’assuefatta pacificazione sociale dei salari minimi, delle promesse lavorative dopo il volontariato gratuito, della speranza di mesi alternati di sopravvivenza, e così via tirando avanti.
I problemi più rilevanti dell’Europa sono, in questa fase, quello monetario legato alla situazione greca e le sanzioni alla Russia. Per la seconda – dagli studi effettuati dal Leading Newspaper Alliance, e dall’Istituto austriaco per la ricerca economica – si rischiano 2 milioni di posti di lavoro e perdite di 100 milioni di euro nell’export. Sempre secondo queste stime, nella sola Italia, poi, risulta siano stati persi 80mila posti di lavoro nel primo trimestre di quest’anno, con una prospettiva di ulteriore riduzione lavorativa di 215mila unità. Tutti gli altri paesi coinvolti nella crisi calcolano una perdita di produttività obbligata con cifre anche più alte (V. la Repubblica, 19.06.’15), e quindi un aumento indiscriminato di un esercito di riserva lavorativo già in eccesso può essere sinonimo solo di destabilizzazione sociale, da tempo ormai pericolosamente possibile. La crisi di capitale in atto viene prevalentemente contrastata con l’espulsione lavorativa (riduzione dei costi) e il recupero di produttività, mediante un’occupazione residua soggetta a superlavoro nei ritmi e negli orari, nell’invasione a tutto campo nel tempo e nella qualità di vita.
Gli ultimi fatti di cronaca asseriscono la continuità normalizzata delle morti sul lavoro (Ilva di Taranto: per avarie non sanate, tute inutilizzate; morti per amianto, ecc.), che però non incidono sulla produttività subito rimpiazzata, e dunque rimangono come lamentele inconseguenti o come assuefazione alla fatalità, alla disperazione normalizzata. Coerenti con questo “stile” di vita, sul piano giuridico, sono inoltre gli ultimi decreti del Jobs Act relativi alle assunzioni dei disabili e ai “controlli a distanza”. Nelle prime viene assicurata la piena discrezionalità aziendale attraverso la chiamata nominativa, nel disprezzo del significato delle graduatorie ridotte a options. Il disabile più grave, cioè, verrà facilmente “dimenticato” unitamente ai suoi diritti di legge ( Legge 68 del 1999, art. 6), che chi ha potere elude sempre nell’attuazione dei propri interessi, oltre a impedirne il controllo postumo, bloccando le ispezioni previste. Nei secondi, i cosiddetti “controlli sugli strumenti” (V. la Contraddizione, n.149), è finalmente emerso quanto ipotizzato, e cioè che riguardano i controlli principalmente sui lavoratori, consentiti da strumenti informatici in uso o posseduti dai suddetti. Cellulari aziendali, smartphone, tablet sono solo i mezzi di un fine arcinoto, quale il controllo della forza-lavoro, per spillarne produttività quanto più possibile gratuita. Siccome è giocoforza che la capacità lavorativa resti attaccata all’essere umano integrale, pur desiderando separarla, è necessario controllare tutti i bisogni vitali del lavoratore, la cui privacy viene inclusa nell’indispensabilità dello sfruttamento (alias quantità di lavoro non pagato).

Prima la nuova legge sul lavoro, o Jobs Act (V. la Contraddizione, n.149, 150), stabilizza il “comando sul lavoro altrui”, poi l’enciclica “Laudato si’” sembra contrastarne efficacia, modalità e fini. E’ necessario allora analizzare il concetto di lavoro che il papa rimette in circolazione, ultimo, da più di un secolo di dottrina sociale cattolica a cominciare dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII (15.05.1891).
Deliberatamente ignorando la specificità capitalistica – termine troppo scientifico, mai usato in tutte le 192 pagine attuali! – del lavoro salariato, ovvero retribuito solo parzialmente rispetto al valore (la nebulosa “produttività”, nel linguaggio occultante dell’economia embedded) prodotto e silenziosamente appropriato, per l’incremento dei profitti, il lavoro – per il gesuita Francesco – è “la via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale” dell’“uomo”. Di qui si alternano poi una serie di condizionali del “dover essere”, che la logica ci conferma essere “ciò che non è”. Il lavoro, dunque, “dovrebbe” essere: “sviluppo personale”, “creatività”, “capacità”, “valore”, “comunicazione con altri”. L’“uomo”, quindi, come “autore, centro e fine della vita economico-sociale”, che dovrebbe porsi come “obiettivo l’accesso al lavoro per tutti”, per realizzare “una vita degna”. “L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune”.
Per quanto detto all’inizio, la realtà – ciò che è – offre tutt’altro. Innanzi tutto l’enciclica legittima con “nobile vocazione” la brama all’accumulazione di profitti da parte degli agenti del capitale, delle sue personificazioni attive, i cui fini non sono affatto produzione di ricchezza per i bisogni umani bensì produzione di valore e plusvalore, ovvero oggettivazione di lavoro quanto più possibile non pagato, che vada ad aumentare la quantità dei profitti accaparrati. L’estensione poi del modo di produzione capitalistico non si prefigge di “migliorare il mondo”, ma di dominarlo con le forme del credito, attraverso l’indebitamento dei paesi meno sviluppati, sotto perenne ricatto commerciale – si ricordino le sanzioni nei confronti di Cuba, oggi della Russia, ecc. – e sotto minaccia militare con ogni tipo di arma, ormai anche nucleare, con servizi segreti in grado di destabilizzare rapidamente regioni o nazioni fuori controllo. Il “modo fecondo” poi, sembra riferirsi alle continue dislocazioni produttive, operate proprio in ragione del maggior sfruttamento lavorativo a svantaggio della qualità della vita di chi lavora, con annullamento, e non, “creazione di posti di lavoro”, laddove il salario – e cioè la quota di capitale destinata al suo pagamento – costa di più. Infine, per ciò che concerne il “servizio al bene comune”, la produzione di miseria, quella sì “comune”, parallela o identica alla produzione di ricchezza, privatamente accumulata per essere sottratta alla società, non certo per realizzarne il suo “bene”, lasciano intravvedere proprio in questo il limite storico di questo sistema, così poco nobile, in cui la base ristretta del suo fine produttivo è in contraddizione con la necessaria elusione dei bisogni sociali, ormai a livello planetario.
La ricchezza, poi, non solo quella già realizzata o in via di realizzazione, ma quella futura preordinata per l’accaparramento privato, ovvero escludente il resto dell’umanità espropriata, lascia prevedere che i beni della terra siano e saranno tutto fuorché “comuni”. “La parte di gran lunga più grande della cosiddetta ricchezza accumulata è soltanto nominale e non consiste di oggetti reali, navi, case, merci di cotone, migliorie fondiarie, bensì di semplici titoli giuridici, diritti sulle future forze produttive annue della società, titoli giuridici prodotti e perpetuati mediante gli espedienti o le istituzioni dell’insicurezza… L’uso di tali articoli (accumulazioni di cose fisiche ossia ricchezza reale) come puro e semplice mezzo di rendere proprietà dei loro possessori la ricchezza che le future forze produttive della società devono ancora creare, questo uso verrebbe loro sottratto gradatamente senza impiego di violenze mediante le leggi naturali della distribuzione; con l’appoggio del lavoro cooperativo (co-operative labour), esso verrebbe loro sottratto in pochi anni” [William Thompson, Inquiry into the Principles of the Distribution of Wealth, London, 1850].

Inutile quindi sprecare flebili anatemi contro “profitti”, “finanza”, “consumi”, “cultura dello scarto”, e così via capovolgendo gli effetti in cause irrelate, in accuse moraleggianti solo in cerca di consenso da parte degli sprovveduti e di chi vuole consolazione o tutela rassicurante. Rifare una facciata benevola e dalla parte dei poveri alla chiesa cattolica romana è sicuramente il problema più difficile che questo papa deve affrontare, dopo tutti gli scandali dello IOR, almeno da Marcinkus in poi, l’assassinio di Calvi, il riciclaggio di denaro, la pedofilia in tutto il mondo, le distorsioni di denaro della curia romana, ecc.. Sarebbe forse più onesto denunciare il carattere di potere finanziario che la chiesa ha assunto dalla fine del “potere temporale”, di elusione di tutte le tasse nei confronti dello stato italiano, ecc., ma questo è un altro film non ancora realizzato.
Forse dopo l’ultima legge renziana sul lavoro sarebbe bastato annunciare, dalla cattedra di Pietro, che ogni lavoratore libero è già per definizione povero: virtualmente e poi anche realmente. Se il capitalista (non solo l’“imprenditore” in senso generico, ma la personificazione concreta di un rapporto sociale iniquo) “non ha bisogno del suo pluslavoro, egli non può effettuare il suo lavoro necessario; non può produrre i suoi mezzi di sussistenza” (K.Marx, Lineamenti, II. VI). Sarebbe bastato ricordare, i gesuiti conoscono bene Marx per poterlo evitare, che chi è costretto a lavorare per vivere, è già soggetto a un rapporto di inferiorità sociale, di fatto, anche se formalmente, giuridicamente eguale, al datore di lavoro. Ciò implica che non ha il controllo delle proprie condizioni o possibilità di lavoro e dunque che la sua “dignità” riposa nelle decisioni altrui, non gli appartiene nella sua povertà virtuale, nelle sue condizioni sociali reali. La cosiddetta “vita degna” che il povero può vivere è così del tutto accidentale, indifferente alla sua condizione sociale, alla sua volontà, alle sue degnissime aspirazioni di essere umano. Purtroppo impotenti nella sua condizione di classe.
“L’invenzione di lavoratori eccedenti, ossia di uomini senza proprietà che lavorano, appartiene all’era del capitale” (K. Marx, ivi). La fabbrica degli odierni precari, dei lavoratori a tempo, a chiamata, licenziabili ad ogni esigenza, ecc. è la nuova forma di una povertà imposta da questo sistema – e di cui è facile prendere le parti con parole soccorrevoli – , di una povertà sempre sospesa sul crollo nell’indigenza totale, dominata dalla paura di un pauperismo incombente e in espansione crescente nonostante “l’amore divino”. Il salto mortale – nell’enciclica – dal piano economico a quello morale è tipico dell’elusione analitica. Definire “ perverso” il “rapporto commerciale e di proprietà”, l’“incuria egoistica” legata a “profitti rapidi e facili”, il “mercato” connesso a una “non inclusione sociale”, il “paradigma tecnocratico dominante” quale “scarsa autocoscienza dei propri limiti”, ecc., non può certo salvare l’anima, al contrario significa trasporre effetti o porzioni di realtà materiale su possibilità di mutamenti volontaristici ipostatizzati e cioè irreali. Tutte queste negatività individuate rimangono così nell’astrazione mentale deviante dalle cause concettuali e reali di un sistema di capitale considerato irremovibile – e pertanto fuori dalla storia – , ma magari aggiustabile con un po’ di fede e buona volontà. I socialisti utopistici dell’‘800 sembrano essere stati richiamati in vita per il colore buonista della loro inanità d’intenti.
Il dominio delle cose sulle azioni, volontà, pensieri umani non desta mai né un’ipotesi né un sospetto teorico, evitato il quale si facilita l’acquiescenza all’armonizzazione, al corporativismo e all’oblio del conflitto sociale unilaterale e per lo più opacizzato, in cui imbrigliare le masse/follower.
Per concludere, ciò che più indigna e risulta riprovevole è l’accoglimento di certa stampa sempre prona ai venti del potere vaticano. Se Francesco fa il suo lavoro, anche lui in perenne campagna acquisti (non elettorale in quanto non ci sono elezioni per il vescovo di Roma) di fedeli, creduli, bisognosi, emarginati in cerca di consolazione e conforto, nel crescente e variegato mercato della miseria, quotidiani e televisioni votati a fare cassa di risonanza non ottemperano al loro ruolo di giornalisti, ma di servi e cortigiani prezzolati. Chiamare “rivoluzionario” questo papa, o sostenere che costituisca una “sfida per i potenti”, per il rimprovero alle banche o alla massimizzazione dei profitti, significa indicare una strada senza sbocco a chi ancora lotta per il cambiamento reale delle cause che determinano tali, non “distorsioni” ma, obiettivi costanti del sistema.
Una stampa o una trasmissione che non sia solo un “circo mediatico”, secondo una dicitura ormai comune, offre a chi non riesce a seguire tutto, o a chi non ha strumenti culturali, una chiave per comprendere, una traccia per capire le proprie condizioni di vita atte a fuoriuscirne o a migliorarle. Finita l’era berlusconiana della fabbrica dei sogni e delle illusioni banali, possiamo aspirare a diventare più consapevoli dalle menzogne e più esigenti con chi deve informare, non soltanto continuare a spargere confusione e ignoranza, magari stancamente tra seriosità e divertimento, tra una mezza verità e tanta malafede.

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