MIGRAZIONE E LAVORO

11 Mag

di Carla Filosa

Molte considerazioni politiche, e più o meno emotive, sono state già effettuate a favore o contro l’esodo di masse disgraziate verso i paesi “ricchi” dell’Europa. Il numero dei morti scandalizza più delle cause e delle sofferenze di queste morti, e nella conta – spesso impossibile – dei cadaveri, si evidenziano le paure, con reazioni difensive del “diritto” al privilegio del vivere “civile” o, all’opposto, le forme della solidarietà dell’accoglienza umana. Gli orrori della devastazione della vita, da cui questi sopravvissuti fuggono, hanno cancellato nelle loro menti perfino la difesa del diritto estremo all’esistenza, quello per cui si ha diritto ad ogni azione che ripristini l’universalità lesa del vivere individuale. A tanti di loro basta arrivare su un’altra sponda di terra, la morte o lo scempio dei loro affetti più cari è l’unico inseparabile bagaglio della loro interiorità minata per sempre. I più forti gridano alta la richiesta di aiuto. Se molti, ancora umani, rispondono a soccorrere, il potere al contrario osserva, dilaziona, si mostra compassionevole in qualche parata esteriore, organizza qualche aiuto ma poi opta per monitoraggi di polizia, interna in reclusioni forzate, ecc., da cui è fortunato chi riesce a fuggire ancora, dileguandosi nell’annullamento di un’identità “clandestina”. Di qui il rischio al rimpatrio, cioè alla morte per fame, guerre, malattie, mutilazioni, stupri, ecc., normalizzati nel superiore esercizio della “nostra” legge civile.

I motivi di questo esodo quasi biblico per entità li sappiamo, le responsabilità sono in genere attribuite, a sinistra, a denominazioni nazionali o geografiche europee, il termine imperialismo ricorre a individuare una causa storico-politica contro cui ci si schiera automaticamente, non avendo però riflettuto compiutamente sulle leggi del capitale, da cui questa fase proviene. È ora di guardare alla funzionalità e alle conseguenze possibili di questo straripamento umano così necessariamente predisposto, per il capitale, alla privazione di ogni diritto: umano, civile, lavorativo.

“L’istinto dell’arricchimento” – come Marx insegna – porta all’apertura di nuovi mercati, nuove sfere d’investimento, ecc., rendendo così elastica la scala dell’accumulazione. Più alta è quest’ultima, ripartita entro la classe capitalistica, più aumenterà la domanda di forza-lavoro. Questa dovrà però mantenersi in uno stato di povertà perenne, umiliata e perciò attiva. Si vedano, a riprova della “modernizzazione”, le ultime normative europee secondo cui l’erogazione di sussidi ai disoccupati, in stato di povertà, è condizionata dalla verifica della ricerca di nuovo lavoro da parte dei suddetti, tra cui anche invalidi in grado di lavorare almeno 15 ore settimanali. Questa indelebile povertà, cioè, deve essere  resa permanente dalla necessità di bisogni, che la carità sociale o religiosa materialmente si incarica di soccorrere nel pathos dell’apparente emergenza, secondo un dominio che si guarda bene dal curarla. Perfetta l’analogia con il debito pubblico imposto agli stati capitalistici più deboli da parte di creditori internazionali senza bandiere, che prosperano proprio con lo strozzinaggio nei confronti delle popolazioni mondiali. Il processo di accumulazione capitalistica scompare: o nella materialità immediata del bisogno individualizzato, o con la mediazione di un apparato statale asservito, in grado di erodere salari diretti, indiretti e differiti, come pure di gestire o reprimere eventuali dissensi o rivolte. Tale processo, intanto, dal suo ampliamento quantitativo giunge a compiere un salto qualitativo nella direzione di ridurre, a tratti o costantemente, la domanda di forza-lavoro. Al crescere dell’accumulazione e centralizzazione dei capitali si determina così un aumento di popolazione potenzialmente lavoratrice, che però non può essere assorbita dai mezzi lavorativi disponibili, e che, dal punto di vista del sistema dominante, si definisce superflua. Questa sovrappopolazione, prodotta dalle stesse cause che determinano l’ingrandimento dei capitali, diviene poi uno  dei requisiti d’esistenza del modo di produzione in questione che, come se l’avesse allevato scientemente, può servirsi di un esercito lavorativo disponibile a qualunque condizione.

All’allargamento dei capitali addizionali, costantemente in formazione, si crea quindi la necessità di improvvisi spostamenti nei punti decisivi di grandi masse di potenziali lavoratori, forniti per l’appunto dalla sovrappopolazione realizzata. Le oscillazioni produttive cicliche, consistenti in alta produttività, crisi e stagnazione,  sono le stesse cause che reclutano o energicamente determinano la riproduzione della sovrappopolazione stessa. Le capacità produttive del sistema aumentano su vasta scala, ormai mondiale,  e poi improvvisamente si contraggono. Successivamente si ampliano di nuovo, e allora devono trovare pronto un aumento di lavoratori entro la sovrappopolazione precostituita, da occupare però in un numero sempre inferiore all’aumento produttivo realizzato. È costante la trasformazione di tutta la popolazione eccedente in occupati, occupati a metà o privi di occupazione, per il bisogno unico di aumentare i profitti da privatizzare. Questi, infatti, per essere ottenuti, devono aver trovato forza-lavoro disponibile nel momento favorevole all’innalzamento della domanda, per risarcirsi dei periodi di stagnazione, e quindi aver utilizzato a tale scopo il vivaio  inoccupato sempre pronto.

L’indice  di un eventuale maggior  investimento per pagare i salari non deve però trarre in inganno: non si tratta di maggiore occupazione, ma di un maggiore sfruttamento in via estensiva o intensiva delle forze-lavoro individuali. Rimpiazzando agli stessi costi forza-lavoro qualificata con quella non qualificata, quella maschile con quella femminile (perennemente sottopagata),  quella adulta con quella giovanile (oggi anche nelle forme del lavoro “volontario” o tout court  gratuito, come anche prospettato dal prossimo iter scolastico!), quella autoctona con quella immigrata, non solo si fa progredire l’accumulazione ma si instaura la conflittualità tra lavoratori, tra poveri e impoveriti, mediante anche il razzismo, la xenofobia e le differenze di costumi e religioni. Con la legge denominata Jobs Act, adesso la conflittualità si è estesa anche tra “vecchi” e “nuovi” assunti. I primi sono più a rischio licenziamento, reso liquido, perché con retribuzioni più alte costituiscono un costo maggiore, mentre i secondi, con retribuzioni più basse e senza contributi (pagati dallo stato al posto delle aziende), rappresentano un vantaggio imperdibile da parte dei capitali immobilizzati dalla crisi.

L’aumento della differenziazione, tra occupati e non, è dovuto altresì all’imposizione di lavoro intensificato o fuori orario degli occupati, costretti quindi a subire siffatto comando o ricatto, che ne frena  anche qualunque rivendicazione per non cadere nel numero di coloro continuamente obbligati all’ozio forzoso. Ogni forma di solidarietà tra occupati e inoccupati diventa un atto di guerra alla “legge della domanda e dell’offerta” lavorativa, su cui i capitali portano a compimento la loro libertà di esercitare il dispotismo sociale consistente nell’aumento di accumulazione, e nel “mettere in libertà” lavoratori in offerta vanamente superflua.

L’accumulazione di miseria, che è proporzionale all’accumulazione capitalistica (ricchezza prodotta e sottratta alla società che la rende possibile), si estende oggi oltre i confini direttamente lavorativi, ma comprende tutti i territori che il capitale ha depredato e in cui ha reso impossibile la vita. L’ignoranza, la brutalizzazione e il degrado morale, la schiavitù d’ogni genere, il commercio di esseri umani nel prosperare di mafie internazionali, ecc., è ciò che rende desiderabile per il padronato l’emigrazione di subumani già pronti al consenso del comando secondo le opportunità capitalistiche. Rendere permanenti fame, guerre, malattie, ecc. somiglia a leggi naturali che facilitano le costrizioni cui questi  malcapitati aderiranno, senza le costrizioni legali altrimenti necessarie e a volte pericolose per la stabilità politica favorevole agli affari.

Non solo. Se quest’esodo imponente e irrefrenabile aumenta in modo artificiale – cioè non più secondo i tempi dello sviluppo delle forze produttive in atto – l’entità della sovrappopolazione europea (dove per lo più si riversa l’immigrazione), avrà l’ulteriore effetto di sminuire il valore della forza-lavoro, ovvero di far crollare i salari nei vari paesi in forza di una sorta di necessità naturale. Se per un lato verrà compensato così il calo delle nascite nei paesi invecchiati, per un altro determinerà un omogeneizzazione salariale favorevole alla stabilizzazione della nuova divisione del lavoro, realizzata in questi tempi di trasferimenti di materiale umano. Le aziende non avranno più  necessità di mutare le sedi produttive dato che, oltre alla più che consolidata differenziazione dei lavoratori in fluttuanti, latenti, stagnanti e depauperati, i capitali potranno godere di una offerta di forza-lavoro talmente smisurata e bisognosa, che l’azzeramento definitivo dei diritti sociali diverrà l’unica condizione per lavorare, senza più nemmeno la necessità di mediazioni sindacali. Già ora si può fruire di lavoro semigratuito o nero a volontà. Una stabilità politica dispotica non avrebbe difficoltà a predisporsi.

Queste riflessioni non sono finalizzate però alla soluzione di sparare ai migranti. Al contrario, si cerca di far capire che, soprattutto sotto la sferza della crisi, l’obiettivo capitalistico – con o senza questi disgraziati – è solo quello di far perdere a tutti, comunque, il controllo delle condizioni della propria esistenza, dell’unica dignità possibile, nella condizione di dipendenza totale, invece, dalle vicende periodiche dei cicli produttivi. Si ripropone oggi un meccanismo già noto nell’800, quello dello sfruttamento oltre ogni limite anche di quella chiamata la popolazione nomade. Importatrice di malattie anche mortali, questa quota lavorativa vagante era sfruttata due volte: sul lavoro e come abitante in case di proprietà degli appaltatori, oppure alloggiata in capanne fatiscenti ove ogni norma igienica veniva ignorata. Oggi sono state riprodotte queste stesse miserevoli condizioni di accampati, per tanti immigrati schiavizzati dal caporalato dei nostri tempi “civili”, e sono sotto i nostri occhi quale differenza dal nostro benessere, ma soprattutto quale minaccia costante di un declassamento futuro delle giovani generazioni presenti e future.

La precarietà e l’irregolarità delle occupazioni sono i sintomi della crisi da tempo radicatisi nelle forme odierne della sovrappopolazione europea, dove l’immigrazione forzata sembra solo peggiorarne le condizioni, mentre ne sottolinea la visibilità dell’impoverimento evidente. Nella realtà, questa umanità in fuga costituisce in prospettiva un enorme potenziale di forza antagonistica, che scaturisce dal bisogno estremo della vita e non è il frutto ideologico di qualche sogno eversivo. Gli scampati alla morte, vivono l’esclusione assoluta dalla pur minima ricchezza, l’emarginazione sociale e la perdita di un’identità culturale e individuale pressoché totale. Soggettivamente sono un potenziale rivoluzionario la cui “integrazione” può condursi verso le forme coscienziali sulla natura dell’oppressione. La loro fragilità può diventare la nostra forza comune. Un dover essere è ciò che non è ancora, ma che può concretizzarsi nella materialità di condizioni d’esistenza, dalla cui fuoriuscita c’è solo la lotta per la sopravvivenza quale unità di classe.

disponibile online anche su: http://www.lacittafutura.it/migranti/migrazione-e-lavoro.html

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