JOBAGIE

28 Apr

ovverosia: lavoro “forzato” contro “facce di culo”

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#1. “Con profonda conoscenza dell’economia politica” – quale caratteristica distintiva dei saccenti ignoranti di tale disciplina – “la giornata lavorativa non viene intesa nel suo senso ordinario, ma si intende la giornata lavorativa necessaria a fornire un prodotto medio giornaliero; però il prodotto medio giornaliero è determinato astutamente in modo che neppure un ciclope ne verrebbe a capo in ventiquattro ore. Il Règlement organique [per le “corvées”: prestazioni di lavoro servile non pagato, corrispondenti a quanto stabilito arbitrariamente dal padrone] dichiara, negli asciutti termini della genuina ironia russa, che per 12 giornate lavorative si deve intendere il prodotto del lavoro manuale di 36 giorni, che per una giornata di lavoro dei campi si devono intendere 3 giorni e per una giornata di trasporto di legname altri 3 giorni. In tutto, 42 giorni di corvée” – questo ha scritto Marx [C, i.8 (la giornata lavorativa — 2. la voracità di pluslavoro. fabbricante e boiardo)]. “Quando in una formazione sociale economica è preponderante non il valore di scambio, ma il valore d’uso del prodotto, allora il pluslavoro è limitato da una cerchia di bisogni più o meno ampia, ma non sorge dal carattere stesso della produzione nessun bisogno illimitato di pluslavoro. Quindi, nell’antichità, il sovraccarico di lavoro si mostra spaventoso dove si tratta di ottenere il valore di scambio nella sua forma indipendente di moneta, cioè nella produzione di oro e di argento. Qui la forma ufficiale del sovraccarico di lavoro è il lavorare coatti fino a morirne. In un mercato internazionale dominato dal modo di produzione capitalistico, il quale fa evolvere a interesse preponderante la vendita dei loro prodotti all’estero, allora sull’orrore barbarico della schiavitù, della servitù della gleba ecc. s’innesta l’orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro;… a tutto questo si deve aggiungere la cosiddetta Jobagie (!!?) prestazioni di lavoro servile [simulando una parola francofona, ma probabilmente di etimologia originale slava danubiana, da alcuni tradotta come “lavoro forzato”, ossia non un lavoro vero e proprio – ndr] stabilite per legge dal padrone (del fondo) per bisogni straordinari della produzione al fine di provvedere ogni anno un determinato contingente per la Jobagie, in rapporto alla entità della sua popolazione. Questa <corvée supplementare> [pluslavoro non pagato – ndr] viene calcolata in 14 giorni per ogni contadino valacco. Così la corvée prescritta ammonta a 56 giorni all’anno agricolo dato che in Valacchia [oggi Romania fra Moldavia, Bulgaria, Serbia e Ungheria, e un tempo anche confinante con la Turchia dell’impero ottomano – ndr] conta soltanto 210 giorni, dei quali vengono meno 40 per le domeniche e le feste, 30 di media per il cattivo tempo, in somma, 70 giorni. Rimangono 140 giorni. Questa è soltanto la corvée prescritta per legge. E il Règlement organique ha saputo render facile l’evasione delle proprie norme, con spirito ancor più “liberale” della legislazione inglese sulle fabbriche. Dopo avere fatto 56 di 12 giorni, il lavoro nominale di ognuno dei 56 giorni di corvée viene a sua volta determinato in modo che occorra necessariamente un supplemento di lavoro nei giorni successivi. A esempio se un appezzamento di terreno richiede per lo meno il doppio del lavoro stabilito, per alcuni singoli lavori agricoli, il lavoro giornaliero “legale” è interpretabile in modo anche più duro. Un boiardo esclamò nell’eb­brezza della vittoria: “Le dodici giornate annuali di corvée del Règlement organique ammontano a 365 giorni all’anno!”. Il Règlement organique dei principati danubiani era una espressione positiva di quella voracità di pluslavoro che è legalizzata in ogni paragrafo di esso; i Factory acts [leggi sulle fabbriche] inglesi sono espressioni negative della stessa voracità. Queste leggi frenano l’istinto del capitale a smungere smodatamente la forza-lavoro; esse lo frenano mediante la limitazione coatta della giornata lavorativa in nome dello stato e, invero, da parte di uno stato dominato da capitalisti e proprietari terrieri”.

Si rifletta e si mediti sull’attuale legislazione italiana … <organica> [… da intendere qui nell’accezione della parte umida di rifiuti, vale a dire di <merda>] sul lavoro e sulle fabbriche che <con spirito ancor più … “liberale” della legislazione inglese sulle fabbriche> di oltre un secolo e mezzo fa, <ha saputo render facile l’evasione delle proprie norme> e decreti attuativi <<a tutela … de\crescente>> —— sì che il lavoro nominale di ciascuno dei giorni di attuale corvée <venga determinato in modo che occorra necessariamente un supplemento di lavoro giornaliero successivo.

Sia detto ciò per entrare nel merito del così malamente detto job(s) act renziano, al di là della fortunosa assonanza con l’antico regolamento del superlavoro della “corvée” — il jobagie (è vano presumere che il tanghero abbia letto Il capitale di Marx, per apprendere [cfr. loc. cit .prima] di che tratti il jobagie e la corvée di lavoro in genere). Del resto <la giornata lavorativa in nome dello stato e, invero, da parte di uno stato dominato da capitalisti e proprietari>, come a es. in Italia, non può che essere salutata dall’esultanza di padroni e confindustriali – oggi nelle vesti di amici del bischero filo-usamerikano clerico-fascista di Rignano sull’Ar­no, Squinzi e Marchionne – il quale ultimo disconoscendo lavoratori e sindacati, ha lasciato Confindustria, ha annullato il ccnl (contratto collettivo nazionale di lavoro). E insieme ai <coraggiosi capitani> di ventura e d’impresa, tutti costoro sguazzano nelle tutele, per essi sì, realmente crescenti (8.060 € all’anno per tre anni, non la misera elemosina di 80 € lordi al mese … da restituire quale “partita di giro”, o per dire meglio <partita di presa in giro> sufficiente a pagare gli aumenti di tasse locali per servizi pubblici annullati, tariffe e altri balzelli, prezzi di generi necessari, ecc.). Tale importo è regalato dal governo statale ai “rispettabili banditi” per ogni lavoratore da essi formalmente assunto ex novo, a tempo indeterminato, o che anche stava fornendo all’impresa in questione fin lì collaborazioni saltuarie inquadrate sotto innumerevoli titoli diversissimi. In questo clima di gran favore per i padroni, il sedicente-precario-metalmeccanico Marchionne Sergio, teatino-canadese-parasvizzero (più noto come gran-paraculo) ha nientemeno riscoperto il salario a cottimo (dagli economisti tecnici perbenisti detta <retribuzione a rendimento> che subordina la parte principale del salario a un risultato produttivo, la cui base minima, fissa, è predeterminata “a prova di scemo”, dicono i giapponesi, perché non c’è chi non possa raggiungerla) —— una riscoperta molto tardiva, poiché i lavoratori l’aveva­no capito quasi un paio di secoli fa con le loro lotte contro questa vera e propria truffa salariale.

#2. Su Obama e Renzi e il loro fasullo buon rapporto – <gli Usa e l’economia americana sono il nostro modello>, si è azzardato a esclamare l’ossequioso servente italicum-che-vien-dall’Arno – proprio nel momento in cui il presidente usamericano richiamava il goffo dipendente a non dimenticarsi di un paio di ordini: a) l’impegno a provvedere di uomini e mezzi, e a gestire i droni (… come quello del Punjab!!? su cui ha taciuto) che gli dà chi comanda, per intervenire militarmente in Libia; e b) non disturbare le relazioni e le sanzioni nei confronti della Russia e non … rompere l’isolamento di Putin facendo diminuire la pressione sulla Russia affinché abbandoni la causa dei secessionisti ucraini. Anche se il provincialotto calato a Washington si è dato grottescamente al jogging, d’obbligo per tutti i presidenti [il video è (o era se non l’hanno tolto per la vergogna) in rete a repubblica.it; corriere.it, youtube, ecc.], il ciarlatano toscano ha sùbito sparato una delle sue narcisistiche vanterie dicendo a Obama: “Oggi ho corso 12 chilometri in un’ora …” (secondo le indicazioni salutistiche il jogging è una corsa molto distesa e rilassante che non deve superare i 6 kmh per un tempo limitato, altrimenti diventa una vera e propria gara di corsa professionale): ma il <falloppone> fiorentino (vedere l’immagine per capire!) si vanta di aver fatto il doppio sia in velocità che in durata, oppure ha raccontato una delle sue tante solite balle. “La seconda che hai detto”, era l’intercalare di Quelo. Ma anche Obama, con una buona dose di ironia si diceva “impressionato dall’energia di Renzi”, aggiungendo sarcastico, tanto per dire, che “questo è un bel momento dell’anno”: nun te dico!!?

Tornando a cose serie per l’ingannevolezza del loro incontro, sulle rammentate questioni di Russia e Libia, dopo i frizzi e i lazzi di cui sopra, basterebbe guardare l’espressione non proprio amichevole impressa sul volto di Obama di fronte al sorrisetto ottuso e fuori posto del bischero, nel vano tentativo di giocare all’il­lusionismo anche con il grande capo dopo aver circuito i gonzi italiani, a cominciare dai sinistri-piddini. Renzi ha pure osservato a Obama che in Libia c’è “anche una questione di giustizia e di dignità”; e di nuovo in Italia è tornato sul tema della “dignità” [<balla con la dignità> del Pd, ma chissà che intende?] dichiarando perentoriamente, in una prima apparenza di sua insinuazione del dubbio elettorale, che <posso perdere le elezioni [toh!?!], ma non la dignità e la faccia>. Su che cosa si intenda per la prima – il dubbio elettorale per la durata del suo ruolo – il problema è finalmente conclamato anche da lui stesso, in attesa del saggio volteggiar dei gufi. E in questa nostra ardente attesa, le preoccupazioni dello scout sfasc (simil-fascista) aumentano a vista d’occhio, se il golpista Renzi determinato ad andare avanti nonostante tutto; chiunque sia contrario all’Itali­cum e deciderà di ostacolarlo, verrà messo da parte. Sicché ha preso la decisione, che non ha precedenti se non nel fascismo mussoliniano, di cacciare dieci piddini della <minoranza> interna al suo stesso partito dalla commissione affari costituzionali della camera . I “10 di Montecitorio” ricordano così i <10 di Hollywood> licenziati e proscritti dal cinema americano con la “caccia alle streghe” maccartista in base alla “lista nera” anticomunista, e alcuni condannati per attività <antiamericane>. Oggi nell’Italia sotto schiaffo sono presi di mira coloro che nel Partito … <democratico renziano> (in barba all’art.67 cost che prevede che “ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” — meno quei dieci …) avevano manifestato il loro dissenso rispetto alle imposizioni dell’usurpatore fiorentino, più volte ribadendo la loro intenzione di non votare gli articoli e il contenuto ricattatorio dell’Italicum.

Dunque, mentre va considerato l’abuso sconsiderato del termine <dignità>, fatto a partire dal papa fino al­l’esodato, per la <faccia> il problema è più immediato; e con tanti luoghi comuni anche gergali. Spiace che Obama – senza dover citare il più antico, nobile e saggio, detto shakespeariano pronunciato testualmente in senso proprio alla corte di Francia in Tutto è bene, quel che finisce bene – non conoscesse invece il senso figurato più rozzo, colorito e recente del Turco napoletano, quando Totò, squadrando il culo di una gentildonna, esclamava un po’ sottovoce “quel viso non mi è nuovo. Ma dove l’ho conosciuto? Madame, ma voi così non fate niente!”. Avrebbe facilmente potuto sussurrare fra sé e sé quella frase decurtisiana, in forma per giusti motivi <politicamente s\corretta>, alla vista della faccia di culo del <gentiluomo> Rœnzi che chiacchiera ma <così non fa niente!>, come la suddetta <madame>, e riesce soltanto a pontificare vaneggiando.

#3. La “faccia di culo” della congrega renziana è per essa il logotipo che ne racchiude la significazione complessiva del <marchio di fabbrica> – come gli esperti della comunicazione spiegano in generale simile modello. Quel simbolo di cui si tratta ne concentra il senso; e in questo caso particolare di Renzi dissimula l’àmbito di provenienza della “marca” —— la “ditta” come a Bersani piace intendere il partito (epperò esso è in codesta maniera lasciato così in mano “padronale”, com’è implicito nella parola <ditta>, nelle grinfie di un bischero, dopo essere stato travolto dal marasma dell’irresolutezza veltroniana … sciolta nel cosiddetto <partito liquido>. Tutto ciò ha permesso all’illusionista valdarnese di staccarsi via via dalla vecchissima e ormai decotta origine social\comunista del partito. Il guitto imbroglione catto\fascista – ha seguito invece il suo angelo custode, attraverso diccini, boy scout, pippisti e margheriti – per invadere altre aree tutte destro\cristine per via della sua flessibilità, anzi del suo sapersi piegare prono sotto i potenti, e delle sue peculiari caratteristiche di ipocrita opportunistica autoreferenzialità. Doveva <scalare> [parole sue] partito e governo per “spartirsi”, o meglio occupare appropriandosene, la stessa <fascia> (qui è un termine evocativo che ci cade a fagiolo) di opinione pubblica e di elettori.

Per raggiungere tale fine non si deve dir loro la verità, ma illuderli, ipnotizzarli raccontando favole e chiacchierando senza mai fermarsi fino a rimbambirli — un obiettivo finora raggiunto, almeno finché si sta in questo mondo incantato dove domina soltanto la fantasticheria, anche la più perversa (di contro a perdita di lavoro, miseria, crisi, disperazione anche di altre popolazioni sepolte da guerre volute da altri, e via migrando): un incubo, quindi, che tuttavia sembra immediatamente rispondere alle esigenze di <sogno-a-occhi-aperti>. Non si spiegherebbe altrimenti il momento di successo mediatico di <reazionari-dentro>; ovviamente, oltre a Renzi, si pensi a Salvini, al cadavere-riesumato di Berlusconi, a Meloni, e ai filo nazifascisti in mezzo mondo, da Marine Lepen a Farage, ecc., a Putin (e perché, oltre ai grillisti, non considerare anche, seppur in tutt’altro ambiente, il <coordinamento-della-sinistra-contro-l’euro>?): si può immaginare una <sinistra> più “sinistra” [nel senso di sciagura, occorrenza infausta] di così?!? Ma è colpa dell’ignavia di tutta l’asinistra — che non c’è!

Mentre Berlüska con i suoi intrallazzi resi liberi per la sua ricchezza e megalomania, con “esibizioni-fuori-dalle-righe” – a parte certi suoi atteggiamenti (bandana, colbacco, corna, cucù e via folleggiando) ha continuamente preferito rispettare ciò che gli disse Licio Gelli la prima volta che l’incontrò – che era Lui “l’uomo del fare” [altro che il presunto <fare> ripreso poi <serenamente> da Letta jr o ancora dopo sguaiatamente da Renzi – ndr]. Dunque in quella che i suoi lacchè definirono amorevolmente “lucida follia” – ma ci vuole ben altro per arrivare alla genialità dei folli! – era viceversa soltanto goliardica imbecillità, volle mostrarsi mascherato volta a volta da ferroviere, operaio, panettiere, pompiere, ecc. (alla collana mancava il beccamorto e poco altro di legale); per le azioni illegali non aveva bisogno di mascherarsi — stavano nella sua vita reale. Viceversa, il provincialotto toscano ha cercato di sfruttare il suo momento favorevole, e ha approfittato di quanto era già riuscito a sgraffignare distraendo, come gli hanno insegnato gli illusionisti, gli osservatori “bocconi” (gergo per babbei). Così ha continuato a farsi trasportare dall’onda parlando d’altro, cose oggettivamente meno essenziali ancorché emotivamente drammatiche (naufragi di contro a lavoro, occupazione, costituzione, ecc.) ma di grande momento, pur di evitare i temi da lui promessi a parole.

È però tutta la congrega renziana che opera sotto quel logotipo, come se si trattasse di fare una supercàzzola decisa tra amici del tempo ginnasiale o scoutistico, gioca <a fare-i-politici>. Il guaio è che quella banda di scherani ci ha preso gusto e fa smodatamente sul serio. Tutti i suoi pendono dalle parole del bischero: a cominciare da madonna Maria Elena de’ Boschi del Valdarno, del Pratomagno e del Casentino, la quale però è la meno originale, perché ripete più pedissequamente degli altri componenti la banda renziana solo ciò che va cianciando il capo (si è già scritto in questo blog che ciò richiama alla mente l’orsetto Jimmy Ridimmi, coetaneo di Maria Elena, in Italia un giocattolo dei primi anni 1980 che, come l’americano Teddy Ruxpin <parlava> poiché aveva dentro di sé un mini registratore vocale, che ripeteva quelle frasi a comando spingendo l’apposito tasto <riascolta>. Anche Boschi <parla>: ma che dice di nuovo e diverso dal suo capo? Andiamo avanti comunque; loro fanno ostruzionismo, noi votiamo; la riforma del senato ce la chiedono i cittadini; Berlusconi è stato un alleato responsabile; con Forza Italia per costruire un senato più semplice; io sono per un approccio più moderato; la fede ispira anche il mio impegno politico; noi dobbiamo dare risposte alla gente che le reclama [!?] — opinioni esternate a Vanityfair, Avvenire e altre testate prestigiose, che non hanno mai un gradimento di … massa superiore al 12%. Il capo disse: “noi non ci fermiamo, l’Italia riparte”.

E così a fianco di Boschi è schierato tutto il resto della banda P\dc – Graziano Del Rio (il “coniglio”, secondo Bergoglio), Luca Lotti, Matteo Richetti (quello che … “alla Leopolda e non in piazza, perché per cambiare l’Italia servono proposte e non proteste”), Marianna Madia (già dalemiana e poi veltroniana – para “napolitana”), il denunciato Davide Faraone, Dario Nardella (erede di <palazzo vecchio>), Filippo Taddei (nonostante i trascorsi civatiani e il successivo approdo di Yoram Gutgeld), molti franceschiniani e pure qualche bersaniano; ma più affidabili degli altri, a cercar <perdono-per-i-loro-peccati, sono gli ex piccisti Pier Carlo Padoàn e Caudio De Vincenti e il loro annoso mentore Giorgio Napolitano, revisionisti e miglioristi. Come ex piccista\pidiessino è pure il ministro <anti-operai-art.18> Giuliano Poletti, che in quanto presidente della Lega delle cooperative stava alla cena della <cooperativa sociale> di Salvatore Buzzi – quello che al telefono asseriva con una domanda retorica “c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno” [e si sa che pure per numero di morti, in un sol colpo, non c’è paragone! ha disegnato bene Makkox (vedi tutorial di Gazebo 19.4.15) mostrando due profughi, una madre con un bambino in braccio, che le chiede: è quella l’Italia, mamma? – sì, amore! — e quanto ancora dobbiamo camminare? – poco … il pontile è quasi finito (e si vede che è fatto da una sfilza di cadaveri a galla su cui camminano), ce la stanno mettendo tutta per aiutarci a finirlo … inutile bombardare i barconi … il blocco navale … i campi di concentramento in Libia … tra poco avremo completato una <Grande Opera>!]. E Poletti, fingendo di non conoscere i <miracoli>, fatti da Buzzi con il fascista Massimo Carminati (dei Nar e collegato con la banda della Magliana), ci ha parlato a tavola a lungo, sorvolando sull’affare di <mafia-Roma-capitale>. Certo che una foto a una cena non costituisce reato, ma almeno è una questione di buon gusto, senza dover vomitare pure gli occhi. E invece il suddetto Buzzi è stato invitato pure alla cena di finanziamento da parte dell’ineffabile Matteo Renzi, … ignaro di tutto!!! A noi inermi, purtroppo, non resta altro che dar di stomaco!

Madonna Maria Elena ha ridetto anche che “francamente mi auguro che il Pd possa votare unitariamente”. Ma qui allora entrano in gioco, per spaccare gli stinchi, i vicepresidenti del Pdestro-sinistro, Lorenzo Guerini, anche lui democristo-pippeista-margherito, che ripete le banalità renziane come se fossero ovvie con la massima in\sincerità. Soprattutto Debora Serracchiani in Chiappa, capace di cambiare collocazione nel­l’organigramma del simulacro di partito calcolando la propria convenienza ma, precipitando nel baratro del­l’ipocrisia; sostiene ogni volta cose incompatibili fra di loro e con la logica: un “sepolcro imbiancato”! [cfr.a es. Treccani .figurativamente ciò vuol significare “essere falsi, ipocriti; nascondere una natura perversa oppure comportamenti riprovevoli, azioni disoneste e così via sotto una parvenza d’irreprensibile rettitudine”. Modo di dire che riprende un’accusa attribuita a Gesù nella descrizione (a “babbo morto”, una cinquantina di anni dopo i fatti) di Matteo (xiii, 25 — quello antico, evangelista, non l’illusionista attuale). “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che siete simili a sepolcri imbiancati, belli di fuori, ma pieni dentro di ossa di morti e di ogni putridume!”; per non toccare le tombe, considerate impure; si usava imbiancarle a calce, in modo che dall’esterno ingannassero così i visitatori del sepolcreto facendole apparire sempre ben tenute]. Le parole di Serracchiani sono come quelle che, secondo un proverbio dell’Italia centrale umbro-toscana, potrebbe dire un fervente cristiano a un <infedele>: Me vo’ fa’ crede’ che Cristo è morto de freddo?!.

E allora lei supera il suo per ora ultimo capo, dopo aver attraversato tutti i di lui predecessori– almeno quelli che da quando tardivamente lei ha simulato di interessarsi <qualunquemente> di politica – che hanno <preso> la segreteria del partito —— che non è organizzato attorno al centralismo democratico autentico, in base al quale c’è una minoranza di esso che si adegua a decisioni assunte con votazioni a maggioranza. Senonché Serracchiani ora, con una grinta che mai aveva mostrato, sbraita se la minoranza non segue le decisioni dell’illusionista: ci si è domandati che fine abbia fatto l’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari, che i costituenti posero anche per il loro rifiuto del centralismo caro a Lenin (e che non pare proprio essere un tema delle riforme costituzionali in animo a Renzi, a Berlusconi e al … Nazareno). E poi: Renzi, Serracchiani, Boschi e altri galoppini-giocattolo “ripetitori” preregistrati si sono … <dimenticati> dei 101 che dopo il voto del partito intero – deciso all’unanimità, e non solo a maggioranza, per Prodi presidente della repubblica dopo Napolitano 1° – gli hanno rifatto le <sòle-a-entrambe-le-scarpe>? Giacché una sua elezione avrebbe condannato Berlusconi e le larghe intese, reso perciò libero Bersani e soprattutto bloccato la doppia scalata del furbastro-bischero-illusionista a presidenza del consiglio e segreteria? Non c’era niente di meglio che mettere in gioco orsetti-ridirmi e imbiancare i sepolcri.

#4. In sede costituzionale, inoltre, che ne è della sentenza della corte sul cosiddetto porcellum? La legge elettorale in genere richiede “un sistema proporzionale depurato del premio di maggioranza”con la “possibilità per l’elettore di esprimere un voto di preferenza”. Il premio di maggioranza, a prescindere dai voti raccolti da ogni lista, è stato ritenuto costituzionalmente illegittimo in quanto “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione, una distorsione, perché non impone il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”. E “le liste bloccate non consentono all’elettore di esprimere una preferenza”. Dunque la “norma va proporzionata all’obiettivo perseguito, stabilità del governo ed efficienza dei processi decisionali”. Ma per Maria Elena Boschi questo è bastato per farle dire che “le motivazioni della sentenza della Consulta non dànno più alibi: dobbiamo procedere spediti per riformare la legge elettorale”—— Spediti?!? Sì, sì, ma in quale modo? Eh la Madonna Maria! Non si può dire che si tratta di “legittime opinioni diverse”. quella della Corte è una sentenza, non un’<opinione>. Senza vedere nel dettaglio quali esiti possano scaturire dall’insana fretta della congrega renziana per fare approvare l’Italicum, la chiamata in causa, di nuovo, della Corte costituzionale è perciò impellente. ma valga la dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale 270 del 2005 (fra i giudici c’era pure Sergio Mattarella), presentata in conto Berlusconi da Roberto Calderoli, da lui stesso definita una “porcata” (di qui il … fantasioso nome di porcellum ormai ripetuto da chiunque).

Beh, si sono dovuti aspettare quattro anni, affinché il Tribunale di Milano chiamasse a giudizio la presidenza del consiglio (Berlusconi, sempre!) e il ministero dell’interno (era subentrato Roberto Maroni) sul ricorso presentato nel novembre 2009 dal “sig. B.A., in qualità di cittadino elettore, deducendo che nelle elezioni per la camera dei deputati e per il senato della repubblica, svoltesi successivamente all’entrata in vigore della .270 del 2005, e, in particolare, nelle elezioni del 2006 e 2008, egli aveva potuto esercitare il diritto di voto in senso contrario a principi costituzionali del voto “personale ed eguale, libero e segreto” e “a suffragio universale e diretto” … in cui sarebbe implicito il diritto di esprimere la preferenza ai singoli candidati, possibilità esclusa dalla legge elettorale citata; la quale, attribuendo rilevanza all’ordine di inserimento dei candidati nella medesima lista, affida agli organi di partito la designazione di coloro che devono essere “nominati”, con conseguente creazione di un effettivo e concreto vincolo di mandato dell’eletto nei confronti degli organi di partito che lo hanno prescelto, in violazione dell’art. 67 Cost., secondo il quale ogni membro del parlamento esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Inoltre il principio di uguaglianza del voto sarebbe violato dall’attribuzione di un “premio di maggioranza” alla lista che abbia ottenuto anche un solo voto in più delle altre, senza nemmeno la previsione di una soglia minima in voti o seggi, con l’effetto di riconoscere un valore diverso ai singoli voti, a seconda che rientrino nel “quoziente elettorale di “maggioranza” o di “minoranza”. Il principio di uguaglianza del voto sarebbe violato anche per il peculiare “premio di maggioranza” attribuito per l’elezione del senato su base regionale (… il voto espresso nelle regioni più popolose concorrerebbe all’attribuzione di un premio di maggioranza ben più elevato di quello cui potrebbe concorrere l’elettore delle regioni meno popolose). Inoltre arbitraria sarebbe la previsione dell’inserimento nella scheda elettorale del nome del “capo” di ciascuna lista o coalizione, che avrebbe l’effetto di coartare la libertà del voto e di condizionare l’autonomia del capo dello stato nella nomina del presidente del consiglio”.

Dunque due-piccioni-(e-mezzo)-con-una-fava: 1° piccione. “si rischia di compromettere sia il funzionamento della forma di governo parlamentare delineata dalla costituzione repubblicana, nella quale il governo deve avere la fiducia delle due camere, sia l’esercizio della funzione legislativa, che l’art. 70 cost. attribuisce collettivamente alla camera e al senato” [bella botta alla pseudo riforma del <senato non elettivo>, al quale rimangono sottratte sia l’universalità paritetica della libera eleggibilità dei membri, sia che non si determini uno squilibrio sugli effetti del voto, e cioè una diseguale valutazione del “peso” del voto]; 1° piccione e ½. “l’attribuzione del premio di maggioranza su scala regionale produce l’effetto che la maggioranza in seno al­l’assemblea del senato sia il risultato casuale di una somma di premi regionali, che può finire per rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale, favorendo la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti nei due rami del parlamento, pur in presenza di una distribuzione del voto nel­l’insieme sostanzialmente omogenea. In questo quadro, nello stabilire che il voto espresso dall’elettore, destinato a determinare per intero la composizione della camera e del senato, è un voto per la scelta della lista, si esclude ogni facoltà dell’elettore di incidere sull’elezione dei propri rappresentanti, la quale dipende, oltre che dal numero dei seggi ottenuti dalla lista di appartenenza, dall’ordine di presentazione dei candidati nella stessa, che è sostanzialmente deciso dai partiti. La scelta dell’elettore si traduce in un voto di preferenza esclusivamente per la lista, che – in quanto presentata in circoscrizioni elettorali molto ampie, come si è rilevato – contiene un numero assai elevato di candidati, che può corrispondere all’intero numero dei seggi assegnati alla circoscrizione, e li rende, di conseguenza, difficilmente conoscibili dall’elettore stesso; … alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella costituzione. Simili condizioni di voto, che impongono al cittadino, scegliendo una lista, di scegliere in blocco anche tutti i numerosi candidati in essa elencati, che non ha avuto modo di conoscere e valutare e che sono automaticamente destinati, in ragione della posizione in lista, a diventare deputati o senatori, rendono la disciplina in esame non comparabile né da liste bloccate (solo per una parte dei seggi), né da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto (al pari di quanto accade nel caso dei collegi uninominali). Le condizioni stabilite sono tali da alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti. Anzi, impedendo che esso si costituisca correttamente e direttamente, coartano la libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in parlamento, che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all’art. 48 Cost. (sentenza n. 16 del 1978). 2° piccione: “il presidente della repubblica è stato coartato nella nomina del presidente del consiglio” Per il “rispetto delle forme e dei limiti concernenti il potere del presidente della repubblica di nominare il presidente del consiglio, di conseguenza è richiesto di ripristinarlo secondo modalità conformi alla legalità costituzionale. Le elezioni si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime … questa corte ha il dovere di verificare se la disciplina legislativa vìoli manifestamente, come nella specie, i principi di proporzionalità e ragionevolezza e, pertanto, sia lesiva degli artt. 1, 3, 48 e 67 Cost.”.

Anzitutto è bene sgombrare l’aria dai miasmi della decomposizione berluskoide in pieno sviluppo, per cui con l’estumulazione non si è riusciti ancora a rinvenire appieno il suo “inconsunto cimiteriale”, perciò occorre aspettare che il suddetto atto si compia. Sicché con l’arrogante sfrontatezza esibita negli anni di vita, il <de cuius> continua a propalare post mortem la menzogna secondo cui lui prima del decesso fu l’ultimo presidente del consiglio <eletto-dal-popolo-e-gratificato-dal-parlamento>; poi vennero Mario Monti, Enrico Letta jr e Matteo Renzi, solo “nominati” da Napolitano 1° e 2° —— dimenticando di dire che quel parlamento – che elesse lui e, quando lui era ancora apparentemente in vita, anche il suo allora presunto amico Giorgio Napolitano 2°, che infatti ci riocò per la seconda volta – è stato dichiarato incostituzionale, pur <sanando> gli atti ormai compiuti soltanto per continuità istituzionale: quindi tutte le azioni politiche parlamentari di Berlüska, successive all’approvazione della “porcata” 270 del 2005, seguono norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime. Ora – mentre Renzi rievoca il noto detto fascista “non mollo”; l’orsetta Maria Elena Ridimmi non conosce altro che le filastrocche del capo ripetendo che quelle sull’Italicum “non sono prove di forza”: infatti non sono <prove> ma direttamente <esibizioni dell’arbitrio della forza>, sì che farebbe bene a farsi cambiare la cassetta preregistrata che è in lei; la vice…-primatista dell’ipocrita falsificazione dei fatti reali, Serracchiani si danna a dare una … mano di calce per imbiancare tanti sepolcri oltre al suo – ci si deve chiedere se occorrerà aspettare altri dieci anni (2005+4=2009+4=2013+1=2014 più un altro fino a oggi 2015) quando Renzi usando la bocca di Boschi va avanti come una ruspa con l’Italicum, che è peggio del Porcellum … [um, um – ma fatela finita!]. Le gran parte delle cause di incostituzionalità della legge del 2005, non sono venute meno con l’imbroglio della legge elettorale in non\discussione oggi, quindi il mancato rispetto della sentenza del 2014 emessa dalla corte costituzionale dovrebbe essere di facile riscontro e fuori discussione, nonostante la sicumera mostrata dalla banda renziana; si può leggere pure che non riguarda i partiti ma semmai il parlamento: e in sede di revisione costituzionale, giacché molte norme, sia di dieci anni fa come di oggi, riguardano la violazione di articoli della costituzione vigente — e, sia detto per inciso, attaccando pure la sovranità popolare, contraddicono il principio democratico (mentre Renzi fa carte false per argomentare che la sua legge elettorale difende e sviluppa la democrazia). Pertanto senza dover attraversare tutti i gradi di giudizio, che farebbero passare anni e anni, prima di approdare di nuovo alla corte costituzionale, è palese dal solo confronto che la sentenza costituzionale su ciò che una legge elettorale deve rispettare già c’è: quella del 2014 di codesta corte stessa, che è sufficiente leggerla! Peraltro Sergio Mattarella, si ricordi, faceva parte della corte che emise la sentenza, e adesso come presidente della repubblica deve controfirmare la nuova legge o non farlo, e respingerla qualora presenti questioni di illegittimità, normali o costituzionali. Può e deve rimandarla alle camere, senza sentire che cosa ne pensi Renzi. Per le nuove leggi costituzionali c’è poi anche il “referendum confermativo”, ma passa molto altro tempo —— e intanto l’<italico> può andarsene al macero, insieme a Renzi nascosto sotto un nido di gufi.

#5. Il primo Statuto dei lavoratori era del 1349 . Qui con la legge 300\1970 – sulla tutela e dignità dei lavoratori – che a molti di noi, comunisti, parve, quando fu varata contenere molti limiti sul reintegro dei lavoratori licenziati, sulle rappresentanze sindacali, sulle quote tenute come “riservate” alle organizzazioni principali, ecc., troppo limitata, ha oggi assunto un carattere di lotta di difesa dei lavoratori, soprattutto dopo gli attacchi finali di Monti-Fornero e di Renzi-Poletti all’art.18, mentre Marchionne e altri agivano direttamente contro per conto loro. Al cospetto del Jobs act renziano tutto il resto impallidisce, richiamando piuttosto alla mente la Carta del lavoro fascista del 1927. Dunque un breve excursus storico a partire da quel xiv sec., seguendo le riflessioni di Marx, è istruttivo. Allora fu la peste il pretesto immediato (non la causa, una simile legislazione dura da secoli) che aveva decimato la popolazione e che rendeva difficile far lavorare “a prezzi ragionevoli” (cioè tali da lasciare tempo per il pluslavoro). Quindi vennero imposti per forza di legge salari <ragionevoli> e tempi della giornata lavorativa (norme reiterate nello statuto del 1496). La giornata lavorativa doveva allora durare dalle cinque di mattina alle sette e le otto di sera, e per le ore dei pasti complessivamente 3 ore. Lo stesso è per lo statuto del 1562, che lasciò immutata la durata della giornata lavorativa, ma limitò ulteriormente le pause per il pasto e il riposo — cioè ancora quasi il doppio di quanto stabilito dalla legge sulle fabbriche del 1864. Gli ispettori di fabbrica, direttamente sottoposti al ministero dell’inter­no, erano nominati “speciali custodi della legge”, e le loro relazioni erano pubblicate in nome del parlamento, e forniscono dunque una statistica regolare e ufficiale della voracità di pluslavoro del capitalista.

“La legislazione sul lavoro salariato, che fin dalla nascita è coniata per lo sfruttamento del lavoratore e gli è sempre ugualmente ostile man mano che progredisce, viene inaugurata in Inghilterra dallo statuto dei lavoratori di Edoardo III (1349)” [c, i.24. la cosiddetta accumulazione originaria]. Così, dalla legge di oltre sei secoli fa, “madre di tutti gli statuti dei lavoratori”, procedendo con le eterne dichiarazioni dei diritti dei lavoratori: e se Marx non esitava a dileggiare così tali inutili apparati, Henry Linguet, che poi <perse-la-testa>, pure fu da lui citato [ivi]; scriveva che “lo spirito delle leggi è la proprietà”. Anche Adam Smith, uno dei “padri del liberismo”, non taceva sui soprusi verso i lavoratori e diceva che “ogni volta che la legge tenta di regolare le differenze tra padroni e loro lavoratori, i consiglieri sono sempre i padroni” [Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Edinburgh 1776 – libro i, cause del miglioramento delle forze produttive del lavoro, capitolo x, salari e profitto in diversi impieghi di lavoro e fondi-capitale, parte 2, differenze delle politiche in europa (pagine finali)]; e aggiungeva che “quando tale regolamentazione è favorevole ai lavoratori, essa è giusta ed equa, ma non è così quando è a favore dei padroni… Non si riesce a imporre alcunché ai padroni. Se i lavoratori pretendono, come obbliga la legge, di essere pagati, ciò di fatto non avviene…. Quando i padroni concordano di ridurre i salari dei loro lavoratori, stipulano un accordo [anticoncorrenziale, <fanno cartello> – ndr] formale fra loro. Se i lavoratori si unissero in una organizzazione contraria, per non accettare una certa riduzione dei salari, la legge li punirebbe severamente; [lo statuto dei lavoratori, cui si riferisce qui dettagliatamente Smith – ndr] sostiene per legge tale regolamentazione stabilita dai padroni tramite gli accordi fra le loro organizzazioni”. Infatti, proseguono le considerazioni di Marx [loc.cit.] le leggi sulla regolamentazione dei salari vengono considerate una “anomalia ridicola”, e abolite, non appena i capitalisti siano in grado di regolare l’impresa con la loro “legislazione privata”e abbassare il salario fino al minimo indispensabile, a esclusivo vantaggio dei rapporti di forza padronali.

“Il capitale aveva avuto bisogno di secoli per prolungare la giornata lavorativa fino ai suoi limiti massimi normali e poi, al di là di questi, fino ai limiti della giornata naturale di dodici ore: ma ora, dopo la nascita della grande industria nell’ultimo terzo del secolo xviii, si ebbe una accelerazione violenta e smisurata, travolgente come una valanga. Tutti i limiti, di morale e di natura, di sesso e di età, di giorno e di notte, furono spezzati. Perfino i concetti di giorno e di notte, che nei vecchi statuti erano semplici, alla contadina, si confusero tanto che un giudice inglese del 1860 dovette ricorrere a un acume veramente talmudistico per spiegare “con valore di sentenza” quel che sia la notte e quel che sia il giorno. Il capitale celebrava le sue orge”. Marx ricorda che la produzione di plusvalore, ossia la estrazione di pluslavoro, costituisce il contenuto e fine specifico della produzione capitalistica, ma non è vero il contrario; se si fa astrazione dalla forma specifica del modo di produzione derivante dalla subordinazione del lavoro al capitale, allora soltanto dal punto di vista del <rapporto di capitale> il “lavoratore indipendente, quindi legalmente maggiorenne, contratta, come venditore di merce, con il capitalista”. La storia della <regolazione della giornata lavorativa>mostra che è una lotta che ancora dura per tale regolazione, in diversi modi; ma “dimostra tangibilmente che il lavoratore isolato, il lavoratore come “libero” venditore della propria forza-lavoro, soccombe senza resistenza quando la produzione capitalistica ha raggiunto un certo grado di maturità. La creazione della giornata lavorativa normale è dunque il prodotto di una guerra civile, lenta e più o meno velata, tra la classe dei capitalisti e la classe dei lavoratori salariati”. Osserva in conclusione Marx: “Non si potranno mai fare passi ulteriori per la riforma della società con qualche prospettiva di riuscita, se prima non si sarà limitata la giornata lavorativa e non sarà stata imposta rigorosamente la osservanza del limite prescritto” [c, i.8] per legge. Il proprietario della merce forza-lavoro era di fronte ad altri proprietari di merci, con il contratto di lavoro egli disponeva liberamente di se stesso. Ma ad affare fatto, si scopre che “egli non era un libero agente, che il tempo per il quale egli può liberamente vendere la propria forza-lavoro è il tempo per il quale egli è costretto a venderla, che in realtà il suo vampiro non lascia la presa “finché c’è un muscolo, un tendine, una goccia di sangue da sfruttare”. A protezione contro il serpente dei loro tormenti, i proletari debbono assembrare le loro teste e ottenere a viva forza, come classe, una legge di stato, una barriera sociale potentissima, che impedisca a loro stessi di vender sé e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, per mezzo di un volontario contratto con il capitale. Al pomposo catalogo dei “diritti inalienabili dell’uomo” subentra la modesta Magna Charta di una “giornata lavorativa limitata dalla legge”, la quale chiarisce finalmente quando finisce il tempo venduto dal lavoratore e quando comincia il tempo che appartiene al lavoratore stesso”. Quantum mutatus ab illo!

#5. I fabbri, i tombini di ghisa e gli immigrati, sono una buona base di confronto epocale fra il xix sec. e oggi. Matteo “2” Salvini ha chiesto, tramite la prefettura di Venezia, ai cittadini di mettere a disposizione i loro immobili e appartamenti, per ospitare gli immigrati, riscuotendo in cambio fino a 35 € al giorno (… a parole): e ha asserito, prescindendo dalle promesse a chiacchiere che “c’è spazio per tutto il mondo, tranne che per gli italiani in difficoltà; se siete sfrattati, esodati o disoccupati, chissà se trovano un posto anche a voi”. Soccorrerei i migranti, ha aggiunto, ma li terrei al largo e non li farei sbarcare. Un <immigrato clandestino> [¿sinonimi?] “costa alle casse dello stato circa 1000 (mille) € al mese, vivendo in alcuni casi in alberghi con piscine, avendo a disposizione cellulare e ricarica gratis. Ora, in questo momento storico dove la crisi ha attanagliato l’Italia, tantissime famiglie italiane hanno enormi difficoltà a fare la spesa per mangiare, e tante famiglie italiane con figli piccoli hanno difficoltà a comprare il latte”.

Il deputato del Pd, certo Chaouki, marocchino-italiano di seconda generazione, gli ha fatto vanamente notare che “non c’è nessun merito nell’essere nati nella parte giusta del mondo; se Salvini avesse avuto la sfortuna di nascere a Mogadiscio o a Mossul sarebbe il primo a chiedere asilo e cercare in tutti i modi di salvarsi la pelle, anche attraversando il mare e rischiando la vita. Il diritto di chiedere asilo è tra i diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla nostra Costituzione e dal diritto internazionale. 700 morti sono una tragedia, ma diventano anche un crimine se l’Europa e l’Onu non adottano subito misure concrete per impedire che avvenga di nuovo debellando le reti criminali di traffico di esseri umani e aprendo centri di prima accoglienza nei paesi di passaggio dei profughi in Sudan, Niger e Tunisia”.

Invece il razzista-xenofobo italico gli ha replicato insistendo sulla <bella-vita-degli-immigrati-scrocconi-con-i-nostrisoldi>: “ore di coda e fila per acquistare l’ultimo modello iPhone che costa, a seconda del modello e della <memoria> sino a 1.059 €. Un lusso digitale che gli immigrati – un folto gruppo di islamici fondamentalisti neri albanesi zingari criminali clandestini – hanno sfruttato insieme ai 70 € giornalieri + sigarette + vitto + alloggio + piscina per comperare pure l’ultimo gioiello di Apple”. Insomma per Matteo 2 che ha la ghisa in quel suo tombino che per altri è la scatola cranica gli immigrati, per antonomasia clandestini, vengono in Italia a <rubarci lavoro, soldi privati e finanziamenti pubblici, case, piscine, rame, donne e anima, e telefonini all’ultimo grido> —— Che pacchia per loro!!

Marx – per sua fortuna – non conosceva Salvini e i piccoli fabbricatori di tombini-di-ghisa; ma attesta ciò che accadeva ai suoi tempi, secondo i punti di vista dei benpensanti qualunquisti. “Se si deve credere ai poeti, non c’è uomo energico e allegro più del fabbro ferraio. S’alza la mattina presto e fa saltar scintille al cospetto del sole; mangia e beve e dorme come nessun altro. Da un punto di vista strettamente fisico, il fabbro si trova, se lavora normalmente, in una delle migliori posizioni umane. Ma seguiamolo nella città, vediamo il carico di lavoro che viene addossato a quest’uomo forte; e che posto prende negli elenchi della mortalità del nostro paese? A Marylebone (uno dei più vasti quartieri di Londra), i fabbri muoiono alla media del 31‰ all’anno, cioè 11 al di sopra della media della mortalità dei maschi adulti in Inghilterra. Questa occupazione, che è quasi istintiva come le altre arti degli uomini, e in sé e per sé è irreprensibile, diventa distruttrice del­l’uomo, mediante il semplice eccesso di lavoro. Il fabbro può battere il martello tante volte, al giorno, fare tanti passi, respirare tante volte, compiere tanto lavoro da vivere in media, diciamo, cinquant’anni. Lo si costringe a batter tanti colpi di martello in più, a far tanti passi in più, a respirar tante volte in più al giorno, sicché in complesso, il suo dispendio di vita aumenta di 1\4 al giorno. Egli tiene testa allo sforzo, e il risultato è che egli compie 1\4 di lavoro in più per un periodo limitato e muore a trentasette anni invece che a cinquanta” [c, i.8.(3)]. Se invece oggi si dovesse dar retta a Matteo-2-inteso-come-Salvini, che poeta non è (fortunatamente solo pochi fra i suoi fanatici gli dànno un pur semplice ascolto, giacché perfino gli ex legaioli italioti ne colgono il prevalente aspetto propagandistico ben al di qua di qualcosa di vero!), sapremmo che ogni epoca ha i suoi fortunati: 150 anni fa, quando Marx pubblicava Il capitale, secondo i poeti c’era l’allegria del fabbro ferraio in una delle migliori posizioni umane, un uomo energico che la mattina faceva scintille al sole, mangiava e beveva e dormiva come nessun altro; oggi, secondo i legaioli-con-Salvini, altra genìa di “facce-di-culo”; ci sono gli immigrati che dopo aver visitato paesi nordafricani, prendono il sole in barca al mare, e vengono in Italia o in Europa a fare la bella vita con soldi, case, piscine, donne e lavoro di altri, ma senza fare un tubo dalla mattina alla sera, e passando il tempo al telefonino più recente, del tutto gratis!!

FDC

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