UN ESERCITO MIGRANTE

22 Apr

fenomenologia ed economia dei flussi migratori

di Francesco Schettino – pubblicato sulla Contraddizione no.145 – fine 2013

La terribile strage avvenuta agli inizi del mese di ottobre del 2013 nelle acque del Mediterraneo, a pochi metri dalle coste di Lampedusa ha certamente fornito nuova visibilità – di natura prevalente mediatica – al fenomeno dei flussi migratori, in direzione Europa occidentale, che negli ultimi decenni stanno assumendo connotati rilevanti sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo. Nonostante la crisi stia mietendo centinaia di vittime tra le imprese e migliaia di nuovi disoccupati ogni mese in tutto il continente (specie nei piigs), gli stimoli provenienti dalla volontà di fuggire da paesi dilaniati da conflitti, dittature e fame sono talmente forti da non essere arginati da alcuna soggettiva argomentazione razionale: pertanto, il Mediterraneo continua a riempirsi di carrette naviganti i cui passeggeri vanno, in quota parte, quotidianamente ad aumentare il macabro numero degli ospiti del cimitero del mare (attualmente se ne stimano almeno 20.000, sommando le tragedie avvenute negli ultimi dieci anni).

Come era sin troppo ovvio, le reazioni delle istituzioni, a parte qualche isolata voce, sono state ispirate da un’inutile pietismo di natura prettamente cattolica; altre, tipicamente xenofobe, hanno permesso, oltre alla consueta partecipazione di formazioni neofasciste (tra le quali la Lega nord), anche lo smascheramento di personaggi (e solo in parte dei movimenti ad essi legati) fino ad allora, rimasti opportunisticamente nell’ombra, come il leader del M5s, Beppe Grillo ed il suo vate Casaleggio. Ovviamente, tali approcci sono stati perfettamente funzionali a distogliere l’attenzione dal fulcro del problema, che consiste nell’inserire il fenomeno migratorio all’interno del contesto dello sfruttamento capitalistico che la fase critica, che ormai da un quinquennio sta massacrando la classe lavoratrice, sta rendendo sempre più aspro e massiccio.

Tra i maggiori esponenti del sentimento di pietas, su cui hanno quasi esclusivamente battuto tutti gli organi di stampa, non poteva mancare quel personaggio politico che, attualmente, riesce ad catalizzare attenzione ed apprezzamenti persino da coloro che, nel passato, giustamente, hanno visto nella chiesa cattolica, nelle sue istituzioni e nella sua filosofia il più grande nemico da battere: Bergoglio [per un approfondimento si veda altrove in questo numero].

Le ben note strategie politiche della curia lo avevano indotto, già nei primi giorni di luglio, ossia poco dopo la sua elezione, a recarsi proprio nell’isola siciliana per dare un segno di una non meglio definita solidarietà alle popolazioni migranti e a quella lampedusana per la sua supposta ospitalità. Tutti ricorderanno, senza dubbio, il gesto simbolico con cui Bergoglio ha gettato nel cimitero marittimo del canale di Sicilia una corona di fiori, per la gioia di tutti gli organi di stampa che, giunti in massa sul posto, hanno rinforzato l’immagine sul nuovo (falso) mito su cui hanno imparato ad appoggiarsi in caso di necessità. Questi propinatori di (dis)informazione hanno però opportunamente dimenticato che le cosiddette stragi del mare non avvengono solo nei pressi di Lampedusa ma anche, e soprattutto, dinanzi alle coste maltesi e a quelle spagnole i cui governi, spesso e volentieri, utilizzano maniere persino più estreme rispetto a quelle nostrane (l’uso di armi da fuoco, persino durante l’asinistro governo Zapatero, non è raro) per allontanare i barconi della morte. Come qualcuno ha fatto notare, l’opportunismo di Bergoglio si è rivelato nella scelta di voler fingere di affrontare la questione recandosi proprio sul terreno a lui certamente meno ostico, quello italiano: se si fosse presentato nella pur cattolicissima Spagna o a Malta, avrebbe incontrato troppo imbarazzo nel giustificare i colpi di mitraglia contro barche piene di migranti (uomini, donne e bambini) o la mancanza di assistenza alle mille catapecchie sull’orlo dall’abisso. Ma, ormai è chiaro, il recupero di reputazione del Vaticano è la missione prioritaria di Bergoglio, soprattutto dopo gli “scandali” della pedofilia, le lacerazioni interne emerse prepotentemente durante il regno Ratzinger e gli infiniti intrighi dello Ior: ogni tipo di attrito pertanto, per quanto potenziale, deve essere del tutto evitato.

Dietro lo scudo della pietà e della compassione cattolica si cela, in realtà, il grande affare che l’immigrazio­ne rappresenta per la chiesa e per tutte le associazioni cosiddette assistenziali ad essa connesse, a qualsiasi livello. La pressoché completa latitanza dello stato nella gestione delle masse di disperati – a parte l’enco­miabile impegno nella repressione poliziesca e nella dis-organizzazione dei lager-Cie –, specie per quelli a cui viene concesso asilo politico, apre le porte ad una eccezionale opportunità per l’associazionismo legato al Vaticano (Caritas, in primis) di rimpinguare per bene le proprie casse acquisendo ancora più potere. Trovandosi, di fatto, in una condizione di monopolio pressoché assoluto sulla gestione della vita degli immigrati – proprio per la colpevole e deliberata assenza delle istituzioni preposte alla gestione del fenomeno, “in sonno” perenne – tutte queste entità, Cri compresa (solo sulla carta no-profit), riescono ad ottenere lauti finanziamenti pubblici che periodicamente giungono dal settore pubblico (trasferimenti statali, ma anche sovranazionali come Unhcr, Onu ecc.) e, attraverso campagne medianiche per cui non mancano testimonial dello spettacolo, anche da “collette” private (tra cui pure l’8‰). È in questa maniera che riescono a disporre da una parte di un volume di affari di notevole entità – anche grazie a molte “anime belle” della sinistra spesso del tutto inconsapevoli di ciò che realmente accade – e, al contempo, sedimentano il proprio potere cooptativo sulla prevalenza dei disgraziati appena sbarcati in Europa che, per la loro condizione disperata, sono più vulnerabili e, per questo, suscettibili di “conversioni spirituali”.

Ed il comportamento delle istituzioni non ha fatto altro che avallare questo tipo di impostazione: subito dopo la sciagura dei primi di ottobre, infatti, a fronte di funerali di stato trasmessi da tutti i media – a cui hanno partecipato, oltre a membri del governo, anche Barroso in quanto sommo rappresentante della Unione europea –, i pochi superstiti del barcone della morte sono stati stipati all’interno di campi di concentramento in condizioni sanitarie vergognose, senza che nessuno (associazionismo compreso) si ponesse minimamente il problema di prendersi cura del loro stato psico-fisico – presumibilmente compromesso a seguito di una tragedia del genere vissuta direttamente e non attraverso gli schermi televisivi – né tanto meno di tentare di velocizzare il processo di concessione di asilo politico da molti di loro richiesto e, per legge, dovuto dallo stato italiano specie per chi proviene dai paesi del corno d’Africa, negandogli, allo stesso tempo, di poter assistere alle cerimonie funebri dei compagni di viaggio, spesso anche parenti stretti. Per di più, l’invito all’ambasciatore dell’Eritrea (di cui erano originari molti dei disperati finiti nel mare o nel Cie siciliano), nominato proprio da quello stesso dittatore (Isias Afwerki, amico della famiglia Berlusconi) che continua a tenere sotto scacco un intero popolo e da cui gran parte dei migranti fuggivano, è sembrata essere una vera e propria provocazione ai loro danni. Come ormai va di moda – Scajola docet – Letta ha dapprima sostenuto che ciò fosse avvenuto a sua insaputa, promettendo poi di indagare sul fatto: non stupisce affatto che la cosa, però, non abbia avuto seguito.

 

Nell’ultimo decennio la consistenza degli immigrati in Italia è aumentata in maniera sensibile. Secondo le stime Istat ed Eurostat, circa 4,3 mln di stranieri – meno del 10% dell’intera popolazione – risiedono sul territorio nazionale non occasionalmente, dato inferiore, spesso anche in valore assoluto, a quello di molti altri paesi europei come Regno unito, Norvegia, Svezia, Spagna. Come è ovvio attendersi, dal punto di vista degli indicatori socio-economici, il loro tasso di occupazione è più basso di quello medio – dato che non tiene conto del lavoro irregolare che in questo caso, come noto, è abbondante – e l’indice di deprivazione delle famiglie con genitori stranieri è triplo rispetto a quello medio delle omologhe italiane; e mentre il numero di studenti è cresciuto nell’ultimo biennio sensibilmente (quasi l’8%), i minorenni non italiani ospiti di presidi residenziali sono quasi il 30%. Stesso discorso vale per quanto riguarda i centri di detenzione penitenziaria, dove la percentuale media sfiora il 40% con punte che superano il 50% nelle grandi città e nel nord.

Questo breve scorcio numerico ci sembra utile per comprendere, al di là di tanti luoghi comuni, guidati prevalentemente da un istinto conservativo-xenofobo molto più che da una sintetica analisi dei dati, le dimensioni quantitative della questione. Se si considera, infatti, che la gran parte dei migranti è compresa nella età lavorativa (15-64 anni), ci si rende immediatamente conto che l’Italia, così come gli altri paesi europei, importa forza-lavoro precaria che, nonostante a volte presenti dei livelli di scolarizzazione elevata, si riversa sul mercato del lavoro per essere retribuita con salari di infimo livello o talvolta per essere acquistata con rapporto lavoro più prossimo a quello schiavistico che a quello adeguato al modo di produzione capitalistico (salariato) – in particolare si fa riferimento all’impiego nell’edilizia o in agricoltura nelle campagne del sud Italia o anche nel meridione della Spagna.

In realtà, il capitale si era già ben reso conto dall’inizio degli anni novanta della necessità di nuovi lavoratori giovani e realmente precari, strumentali – visto l’incedere della crisi – da una parte, per abbassare le condizioni medie di lavoro – riducendo così il valore della forza-lavoro sul territorio italiano (o europeo) ed innalzando quindi il grado medio di sfruttamento – e, dall’altra, per garantire la cosiddetta “sostenibilità” del sistema pensionistico. Nel lontano 1994, infatti, il Cnr parlava persino di rischio “estinzione” qualora non fossero entrati in Italia nuovi lavoratori con un ritmo di almeno 300 mila l’anno, valore che quasi un decennio dopo veniva confermato, anche da un dc-piduista come Pisanu per cui, essendo l’Italia in un evidente declino demografico “soltanto gli immigrati potranno salvarci. I numeri ci dicono che il futuro del benessere degli italiani dipenderà dalla capacità di attrarre e integrare 300 mila lavoratori stranieri l’anno”.

Considerando il tasso di disoccupazione che attualmente strozza la popolazione attiva in Italia (circa 13% nel complesso, quasi il 40% quella giovanile) sembrerebbe ingiustificata una richiesta di questo tipo: e proprio su tale argomentazione, apparentemente ovvia, ma del tutto inesatta, si insinuano e scovano il loro terreno più fertile le posizioni più o meno razziste. Tuttavia, se è vero che la sovrappopolazione lavoratrice è il prodotto dell’accumulazione, è vero anche che essa stessa è “la leva dell’accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni di esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale come se quest’ultimo l’avesse allevato a proprie spese. Le alterne vicende del ciclo industriale, che si basa sul maggiore o minore assorbimento e sulla nuova formazione del­l’esercito industriale di riserva, reclutano a loro volta la sovrappopolazione e diventano uno degli agenti più energici della sua riproduzione. L’au­mento dei lavoratori viene creato mediante un processo semplice che ne “libera” costantemente una parte, in virtù di metodi che diminuiscono il numero degli occupati in rapporto alla produzione aumentata. La forma di tutto il movimento dell’industria moderna nasce dunque dalla costante trasformazione di una parte della popolazione lavoratrice in braccia disoccupate o occupate a metà. L’aumen­to del capitale variabile diventa allora indice di più lavoro, ma non di un maggior numero di lavoratori occupati. Ciò mette in grado i capitalisti di rendere liquida, con il medesimo esborso di capitale variabile, una maggiore quantità di lavoro, soppiantando progressivamente forza-lavoro qualificata con forza-lavoro non qualificata”. Giacché l’andamento demografico dei residenti italiani ha presentato una tendenza negativa negli ultimi anni, ed una sostanziale stagnazione, se si osserva il fenomeno su base decennale, è utile che tale sovrappopolazione relativa sia garantita proprio dai flussi migratori.

 

“Il movimento della legge della domanda e dell’offerta di lavoro su questa base porta a compimento il dispotismo del capitale. La sovrappopolazione relativa esiste in tutte le sfumature possibili. Ne fa parte ogni lavoratore durante il periodo in cui è occupato a metà o non è occupato affatto. Essa appare ora acuta al momento delle crisi, ora cronica in epoca di affari fiacchi, e ha ininterrottamente tre forme: fluttuante, latente e stagnante.

Nei centri dell’industria moderna i lavoratori sono ora respinti, ora di nuovo attratti in misura maggiore. La sovrappopolazione esiste qui in forma fluttuante. La contraddizione stridente è che in uno stesso periodo di tempo si lamenti la mancanza di braccia e molte migliaia si trovino sul lastrico. Nella misura in cui la produzione capitalistica si è impadronita dell’agricoltura, la domanda di popolazione lavoratrice agricola diminuisce in via assoluta. Una parte della popolazione rurale passa costantemente tra il proletariato urbano e di ogni altra attività non agricola, in agguato per acciuffare le circostanze favorevoli a questa trasformazione. Un tale costante flusso presuppone l’esistenza nelle campagne [a livello mondiale, ndr] di una sovrappopolazione costantemente latente, il cui volume si fa visibile solo nel momento in cui l’accumulazione allargata del capitale schiude i canali di deflusso in maniera eccezionalmente larga. Questi lavoratori che vengono dall’agricoltura [da ogni parte del mondo, ndr] sono depressi al minimo di salario e si trovano sempre con un piede dentro la palude del pauperismo. Assai interessante è la terza categoria della sovrappopolazione relativa, quella stagnante, che costituisce una parte dell’esercito attivo, ma con una occupazione assolutamente irregolare. Essa offre in tal modo al capitale un serbatoio inesauribile di forza-lavoro disponibile. Le sue condizioni di vita scendono al di sotto del livello medio normale della classe lavoratrice. Le sue caratteristiche sono: massimo tempo di lavoro e minimo di salario. Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva. La forza-lavoro disponibile è sviluppata dalle stesse cause che sviluppano la forza d’e­spansione del capitale. Quanto maggiori sono lo strato dei “Lazzari” della classe lavoratrice e l’esercito industriale di riserva, tanto maggiore è il pauperismo “ufficiale”. Questa è la legge assoluta, generale, dell’accumu­lazione capitalistica.

Ne consegue quindi, che nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione del lavoratore, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare. La legge infine che equilibra costantemente sovrappopolazione relativa, ossia l’esercito industriale di riserva da una parte e volume e energia dell’accumulazione dall’altra, incatena il lavoratore al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale” [Marx, C., I.23].

Ed è per questo che non deve stupire il fatto che, oltre che sulle opportunità di sfruttamento e, quindi, di accumulazione, la forza-lavoro straniera abbia contribuito positivamente sui conti pubblici dello stato (del capitale) italiano: nel 2005, anno in cui erano già visibili i prodromi dell’esplosione culminata a fine 2008, a fronte di una spesa pubblica pari a poco meno di 1 mln € (di cui circa 800 mila sotto forma di servizi erogati e circa 200 mila impiegati per politiche del­l’im­migrazione) il gettito fiscale (derivante dalle solo imposte dirette) proveniente dalle tasche degli allora 4 mln di immigrati presenti sul suolo italiano superava i 6 mln €. Per non parlare poi dei versamenti effettuati a scopo previdenziale da quei lavoratori che, non riuscendo a maturare l’anzianità necessaria per andare in pensione, non riscuoteranno mai tali somme (solo in pochi casi sono stati stipulati accordi bilaterali ad hoc): pertanto esse continuano ad essere una componente centrale per rimpinguare le casse dell’Inps e rendere sostenibile l’intero sistema.

 

Essendo quella della sovrappopolazione relativa una delle leve fondamentali dell’accumulazione capitalistica, ovviamente il quadro normativo non poteva essere che adeguato alla fase di crisi in cui il capitale si è impantanato da circa quaranta anni: “tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello stato non possono essere compresi né per se stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza, il cui complesso viene abbracciato da Hegel sotto il termine di “società civile”; e l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica” [Marx, Per la critica dell’economia politica, pref.1859].

Sull’onda emozionale dell’evento, è finita, giustamente, nell’occhio del ciclone la cosiddetta legge Bossi-Fini che, di certo, ha rappresentato un punto di svolta nella gestione dei flussi migratori e che, per questa ragione, è stata coinvolta nel fulcro del dibattito che immediatamente è scaturito subito dopo la tragedia di ottobre; è importante ricordare come quella, di fatto, sia un inasprimento della precedente normativa (la cosiddetta Turco-Napolitano) e anticipi il bestiale pacchetto sicurezza di Maroni del 2009. Di tale quadro normativo in vigore al momento della strage di Lampedusa è stato di nuovo messo in discussione in particolare il carattere penale del reato di immigrazione, già a suo tempo sospettato di essere contrario ai principi costituzionali, per cui può essere considerato colpevole di un reato solamente chi abbia compiuto fatti materiali e non chi si trova nella semplice condizione di essere straniero in Italia senza la documentazione richiesta (questione sollevata persino dalla Corte costituzionale nel 2007). Ma, proprio per la sua adeguatezza ad una fase fortemente critica, subito dopo poche settimane, la questione è stata opportunisticamente accantonata.

Questa criminalizzazione ha avuto l’effetto pressoché immediato di congestionare i penitenziari di sottoproletari – si arriva nelle grandi città anche a più 50% dell’intera popolazione carceraria –  che commettono il reato di non avere documenti validi (cosa che accade anche se a seguito della perdita del posto del lavoro non si riesce a trovare un nuovo impiego entro i sei mesi successivi). Inoltre, ha riempito fabbriche, cantieri e campagne del meridione di lavoratori che, essendo passibili di essere reclusi ed espulsi, accettano condizioni semischiavistiche o comunque di elevatissima precarietà lavorativa poiché vincolati alla assoluta necessità di sopravvivenza. Fenomeni come il caporalato, che si supponeva fosse scomparso già alcuni decenni fa, ha nuovamente assunto un ruolo di rilievo soprattutto nelle zone con maggiore povertà e minore presenza dello stato; non è difficile, ormai, in molte zone agricole del meridione incontrare lavoratori di origine africana piegati sui campi che, per 12 ore al giorno, ricevono un salario – ovviamente in nero – inferiore ad un euro all’ora e sono costretti ad abitare in catapecchie senza luce e servizi igienici sul posto poiché irregolari e, pertanto, a rischio detenzione. Per non parlare della reclusione all’interno dei Cpt (centri di permanenza temporanea), poi divenuti Cie (centri di identificazione ed espulsione) – altro baluardo delle leggi che negli anni si sono succedute – che non ha fatto altro che rendere più pesanti e vergognose le condizioni di coloro che giungono sulle coste italiane dopo inenarrabili fatiche e violenze (sebbene molti di essi abbiano diritto alla concessione dell’asilo politico, appositamente vengono abbandonati per mesi in queste ignobili strutture in attesa che si completi il lentissimo e farraginoso iter burocratico).

 

Nell’ultima strage, è emersa in maniera lampante la netta prevalenza di migranti provenienti dai paesi più disastrati del corno d’Africa, ossia Eritrea e Somalia. Sebbene alla fine del secolo xix esse fossero tra le economie più stabili e floride del continente – entrambe, oltre a soddisfare con la produzione agricola l’intera popolazione locale, rifornivano di cibo e materie pregiate anche la vicinissima penisola araba – pure a causa della lunga e disastrosa colonizzazione italiana, ai giorni d’oggi, entrambe le “nazioni” versano ormai in una condizione di assoluto disagio economico, politico e sociale.

La Somalia, per la sua posizione geografica, risulta essere un fondamentale avamposto soprattutto per il monitoraggio delle merci che, provenienti dal­l’Oceano indiano, mirano ad attraversare il canale di Suez per giungere in Europa. Non è un caso che sia il capitale francese (attraverso il “protettorato” di Gibuti) che quello inglese, per mezzo dello stato – non riconosciuto – del Somaliland (che di fatto coincide con il territorio somalo che fino al 1960 è stato colonia britannica) ancora siano attivamente presenti nell’area, controllando, direttamente, lo stretto di Bab el-Mandeb – molto prossimo al golfo di Aden, divenuto noto per le frequenti incursioni di pirati locali – dove ancora oggi passa il 60% delle merci trasportate per via marittima a livello mondiale. Come è noto, dopo la caduta di Siad Barre (soldato precedentemente al servizio degli inglesi, che prese il potere dopo un colpo di stato), ossia dalla guerra civile del 1991 – passando anche per la fallimentare incursione militare occidentale culminata col frettoloso ritiro solo qualche anno dopo – la Somalia è una “terra di nessuno” in cui non esiste alcun governo in carica sul territorio (in realtà è stato nominato ma è stabilmente ospite nella vicina Etiopia) mentre una miriade di clan (spesso legati alle diverse etnie) ne gestiscono le dinamiche interne [cfr. no. 120].

Ma è proprio l’assenza di una autorità ufficiale a rendere più agevole la gestione di un territorio situato in una delle rotte più strategiche per il capitale mondiale: non è un caso che diversi agenti della classe dominante, subito dopo l’eliminazione di Gheddafi, proposero per la Libia un modello simile, se non analogo, a quello somalo. La loro tesi si basava sulla considerazione che la presenza di una struttura burocratica ufficiale, per quanto manovrabile, avrebbe comunque dovuto dare la parvenza di essere espressione di una democrazia borghese e, pertanto, avrebbe potuto rappresentare un intralcio – anche in un’ottica di possibile autonomizzazione sullo stile proprio di Gheddafi o dei talebani –, nell’ac­caparramento delle ingenti risorse presenti nel paese nordafricano: a distanza di un paio d’anni, bisogna ammettere che i fautori di questa ipotesi devono essere stati sufficientemente convincenti, dacché quel territorio, ancora oggi, è falcidiato da guerre intestine che vanno a tutto vantaggio del capitale (francese, in particolare) che ha incrementato nettamente i propri introiti a seguito della missione Onu/Nato del 2011 che ha ottenuto l’estromissione definitiva del leader libico in quanto imperialista di secondo livello.

Non è di inferiore importanza, oltretutto, la questione che è costata la vita alla giornalista Ilaria Alpi (e anche agli altri somali che le avrebbero dovuto concedere l’intervista proprio il giorno del suo assassinio) nel 1994, di cui oggi tutti i lacchè del potere ricordano la figura professionale, senza mai tentare di dare una spiegazione a quei fatti di sangue. Sin dagli inizi degli anni novanta, infatti, la Somalia, proprio per la sua cristallizzata ingovernabilità, è divenuta una pattumiera mondiale: un po’ come succede quotidianamente, in scala estremamente più ridotta, in Italia, tra la provincia di Caserta, il napoletano ed il sud pontino, tonnellate di rifiuti civili, industriali e scorie nucleari vengono lì abbandonate sia attraverso l’interramento – avvelenando così i frutti dell’agricoltura e le falde acquifere – che l’affonda­mento di navi-relitto dei veleni, cariche di fusti contenenti quelle scorie nucleari – il cui smaltimento rimane uno dei problemi irrisolti di questo tipo di produzione energetica – provenienti dalle centrali di mezzo mondo. Ed è proprio su questo che la giornalista Rai stava preparando un dettagliato dossier magicamente scomparso proprio a seguito del suo omicidio.

Un discorso parzialmente differente è quello dell’Eritrea: l’attuale presidente, Isaias Afewerki, membro del fronte di liberazione – che, con una lunghissima lotta ha ottenuto l’indipendenza del paese dall’Etiopia a cui era stata annessa con il trattato Onu del 1947 – è al potere proprio dal 1991 e da allora non ha, di fatto, permesso né elezioni democratiche (in senso borghese) né eliminato i provvedimenti emanati ufficiosamente durante la guerra contro l’Etiopia. Dal 2000, quando si è accesa pesantemente l’ultima disputa militare con quest’ultima, la leva obbligatoria è di durata indefinita (prima era inferiore ai due anni) ed è requisito necessario per poter uscire legalmente dal paese anche per brevi periodi.

Inutile dire che questo elemento sia basilare per comprendere il flusso dei migranti eritrei verso l’Europa: esclusivamente per la loro impossibilità a lasciare “liberamente” il proprio paese, sono costretti a seguire la cosiddetta rotta della morte, passano prima il confine con il Sudan, poi quello libico e, da quel momento in poi, patire con fame, sete e morte, il lunghissimo attraversamento del Sahara che, solo qualche volta, gli permette di giungere nelle città libiche dove istaurano il contatto con gli scafisti che li porteranno a rischiare, per l’ennesima volta, la vita nelle acque nel Mediterraneo, viaggiando su catapecchie recuperate da antichi naufragi e riparate precariamente. È scontato, da questo punto di vista, immaginare che il viaggio verso le coste lampedusane sia solo la punta dell’ice­berg di una tragedia che inizia almeno dall’approdo in Libia (confine meridionale col Sudan), dove una parte dei migranti già perde la vita per stenti, o subisce brutalità di ogni tipo da parte di coloro che mano a mano si alternano nell’or­ganizzazione di queste carovane della morte. Una volta approdati in Libia, anche lì, già clandestini, vengono ordinariamente stipati in celle per mesi – in attesa del relitto che gli permetterà, forse, l’attraversamento del mare nostrum – essendo abbandonati in condizioni igieniche vergognose, patendo ogni tipo di stento e violenza perpetuata dagli stessi carcerieri che di regola abusano delle donne presenti (non è un caso che molte migranti giungano in Italia gravide o con neonati) alla presenza degli altri disgraziati che attendono con ansia di partire. Questa tragedia, tra la partenza dall’Eritrea e l’eventuale approdo in Europa si espleta su un lasso temporale difficilmente inferiore ai due anni e con un costo stimato di poco minore ai 2000 $ per ognuno dei migranti, che andrebbe almeno decuplicato per comprenderne le dimensioni in termini di potere d’acquisto. Verrebbe da riflettere sul fatto che con un volo di sola andata verso qualsiasi paese dell’Europa, dove avrebbero la garanzia di ottenere immediatamente il diritto d’asilo politico, in base alla convenzione di Ginevra sui rifugiati, i migranti pagherebbero un prezzo umano infinitamente inferiore, sobbarcandosi costi evidentemente più bassi: ma, come già detto, un’ipotesi di questo tipo è impedita dalle leggi esistenti nel paese d’origine. E tutto ciò avviene con il placet degli stessi governanti nostrani che, da una parte offrono ai media il volto compassionevole dinanzi alle tragedie come quella avvenuta alla fine dell’ottobre 2013, ma dall’altra continuano ad avere ottimi rapporti con Afewerki (così come già avvenuto, tra i tanti, anche con Gheddafi) intrecciando con lui (e gli altri simili) numerosi legami economici (oltre alla costruzione della costiera libica, appaltata per 1 mrd € alla Salini del gruppo Impregilo, è degno di nota il tentativo, proprio in Eritrea, dei Berlusconi di realizzare una seconda Sharm-el- Sheik nei pressi di Massawa e di rifare anche l’aeroporto locale, progetto poi abbandonato per il concomitante interesse di un più danaroso concorrente cinese).

In un quadro così delineato tanti agenti della cosiddetta cooperazione locale ed internazionale (ong, associazioni cattoliche ecc.) si affannano nell’usare termini appartenenti alla sfera della morale, come “disumanità”: ma ciò, come visto, è un modo fuorviante di leggere la questione, poiché non si comprende che ogni flusso migratorio è funzionale all’accumulazione nei luoghi centrali del capitalismo mondiale. Il capitale, infatti, è del tutto laico e nella sua brama di autovalorizzazione non ha altra etica se non quella del raggiungimento del massimo profitto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...