Islamismo no, nazismo si

4 Feb

I drammatici eventi parigini con l’uccisione dei giornalisti di Charlie Hebdo hanno fornito l’occasione per una spettacolare manifestazione l’11 gennaio in cui i principali rappresentanti dell’imperialismo e della “civiltà occidentale” hanno fatto bella mostra di sé in una manifestazione di potenza antiterrorsitica (cioè antislamica visto che ormai che l’ideologia dominante tende ad associare i due termini), magari probabile preludio per altre missioni civilizzatrici casualmente collocate in zone strategiche per gli interessi dell’imperialismo transnazionale e luoghi di competizione fra gli imperialismi medesimi.

Fra i rappresentanti della civiltà occidentale spiccano presidenti e capi di governo di paesi, come Francia e Regno Unito, che non hanno esitato a finanziate il terrorismo islamico (si vedano le vicende libiche e siriane); di paesi, come Israele, che hanno compiuto pulizie etniche e crimini di guerra di ogni genere e tipo; di paesi, come l’Ucraina, che hanno in ministeri chiave membri di partiti nazisti, sono impegnati a rivalutare patriotticamente la collaborazione con i nazisti originali made in Deutschland nel corso del secondo conflitto mondiale e sono dediti al massacro di una parte dei propri connazionali; di paesi fautori di modelli autoritari di ispirazione fascista come l’Ungheria, e così via. E, infine, di paesi di secondo livello che si trovano un bischero fiorentino come capo del governo (comunque ben situato in prima fila a favore di flash) forse ansioso e in attesa di poter avere anche lui il suo “battesimo del fuoco” quanto prima partecipando a qualche missione civilizzatrice in nome dei diritti umani (cioè fonti energetiche, corridoi, aree valutarie, ecc.).

Per non dare adito all’idea che l’utilizzo della “minaccia islamica” serva per giustificare la caccia all’arabo all’interno e il controllo militare all’esterno c’erano anche alcuni degni rappresentanti di paesi di fede musulmana come la Giordania o la Turchia, tutti fedeli alleati dell’imperialismo e finanziatori diretti delle formazioni integraliste islamiche.

Ma altrettanto interessanti delle presenze sono le assenze: gli Usa sono rappresentati solamente da una figura di secondo piano come il ministro della giustizia Eric Holder ivi presente, per la serie “passavo di lì”, popiché aveva dovuto partecipare in giornata a una riunione sulla sicurezza con i ministri dell’interno europei. L’assenza di Obama, o di più alti rappresentanti del governo Usa, potrebbe essere anche indice di divergenze all’interno della competizione interimperialistica e come segnale di distanza dall’eccessivo dinamismo dimostrato dagli europei, Francia in prima linea, in particolare in Africa, ma potrebbe anche essere un segnale di divergenze nella gestione del terrorismo islamico visto che la Francia pare essersi allontanata dal finanziamento di questi gruppi (e il recente repulisti operato all’interno dei servizi segreti nazionali sembrerebbe confermarlo) dopo averli appoggiati nell’opera di destabilizzazione libica e siriana.

Per quanto possano essere attendibili le notizie emerse dalle prime indagini sugli attentatori, che essendo opportunamente passati fra i più non potranno fornire molte informazioni, il loro brodo di coltura dovrebbe essere quello dei movimenti politici islamici finanziati dall’imperialismo tramite i propri servizi segreti. In particolare qui stiamo parlando di quei gruppi che sono stati addestrarti in Libia a partire dal 2011 e che poi utili per creare il caos nel paese nordafricano collaborando con Francia, Regno Unito e Usa nell’abbattimento del governo di Gheddafi (uno dei più intransigenti oppositori del fondamentalismo islamico) e successivamente sono andati in parte a ingrossare le fila del neocostituito Isis (operazione “nido di calabroni” gestita da Usa e Israele con finanziamenti diretti di Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Giordania) e di altre formazioni simili utili per rovesciare Assad in Siria e il governo iracheno che, non avendo capito bene la limitata libertà d’azione che viene lasciata dalle pedine all’interno della scacchiera interimperialistica, aveva iniziato a prendere contatti un po’ troppo stretti con Cina e Russia.

La storia dell’uso del fondamentalismo islamico ha del resto lontane radici: gli Usa sono stati i maestri e gli inventori di questa risorsa in funzione antisovietica a partire dalla creazione di al-Qāĭda. Poi utilizzati in Cecenia e Daghestan contro il rivale imperialismo russo e in Bosnia contro il rivale europeo. E via così nelle zone sempre più calde per il controllo delle risorse energetiche, dei corridoi e delle aree valutarie. Ma i fratelli nemici dell’imperialismo europeo non sono stati cattivi allievi: Francia e Regno Unito hanno seguito l’esempio armando e addestrando i suddetti tagliagole e tagliateste.

L’assassinio dei giornalisti francesi ha portato con sé la solita serie di dibattiti, dove puntualmente non veniva quasi mai fuori la realtà del finanziamento di questi gruppi fondamentalisti da parte dell’imperialismo, in cui ogni tanto ha tornato a far capolino la classica equiparazione fra il nemico di turno dell’imperialismo (ieri i comunisti oggi gli islamici) col fascismo, che vale la pena ricordare sia invece stato una delle manifestazioni coerenti dell’imperialismo stesso. Il tutto da parte di giornalisti al servizio di governi che, oggi come oggi, del fascismo pare siano intenti a fare un’apologia. Il 21 novembre scorso la delegazione russa all’Assemblea nazionale dell’Onu ha presentato una risoluzione (di quelle che abitualmente vengono votate all’unanimità considerando che il voto contrario risulta quanto meno indecente agli occhi della pubblica opinione e che le risoluzioni dell’Assemblea generale hanno il valore di “raccomandazioni” non vincolanti) che invocava “la lotta contro la glorificazione del nazismo, del neonazismo e delle altre pratiche che contribuiscono ad alimentare forme contemporanee di razzismo, di discriminazione razziale, di xenofobia e intolleranza associate“, il tutto accompagnato da una critica dell’uso di equiparare i movimenti locali nazisti a forme di resistenza nazionale e a una denuncia del negazionismo nei confronti dei crimini nazisti. Che la mozione fosse espressione strumentale degli interessi specifici dell’imperialismo russo impegnato in uno scontro con l’Ucraina in cui le formazioni naziste hanno una notevole rilevanza è abbastanza evidente, ma ciò di solito nulla toglie alla bontà della richiesta che per decenza, come dicevamo, di solito viene approvata. Questa volta però hanno votato a favore solo 115 stati, 55 si sono astenuti [http://www.un.org/en/ga/third/69/docs/voting_sheets/L56.Rev1.pdf], compresa tutta l’Ue (quindi con paesi che delle varie forme di fascismo sono stati la patria d’origine) e coerentemente contro Ucraina e Usa (e Canada).

Ma torniamo alla questione islamica. Come qualsiasi altra grande tradizione culturale l’islam ha avuto i suoi punti alti e luminosi e quelli retrivi. Senza star qui a fare la conta dei contributi forniti dalla civiltà araba a quella occidentale, la cosa più interessante da sottolineare, e la cosa al contempo oggi più negletta e regolarmente trascurata dai sicofanti dell’imperialismo, è che per la maggior parte della loro storia i paesi islamici sono stati, in netta contrapposizione alla coeva tradizione cristiana, il miglior esempio di protezione delle “minoranze”, una voce cioè che oggi va sotto il termine più generale di “diritti umani” di cui l’imperialismo fa ampio uso nel momento in cui si tratta di attaccare proprio l’islam. La dhimma (protezione) è un contratto a tempo indeterminato attraverso il quale uno stato musulmano offre ospitalità e protezione ai fedeli cristiani ed ebrei; il contratto chiede in cambio il riconoscimento della supremazia islamica attraverso il pagamento di una tassa, la ğizya, e l’obbligo di seguire una serie di prescrizioni, che a seconda dei casi potevano poi essere anche violate o trascurate, riguardanti norme urbanistiche come il divieto di costruire chiese o sinagoghe più alte delle moschee; di abbigliamento come l’imposizione di alcuni colori volta a distinguere i non musulmani; di sicurezza come il divieto di portare armi; di circolazione stradale come il divieto di viaggiare a cavallo o l’obbligo di dare la precedenza ai musulmani. In cambio al dhimmi (in turco) o all’ahl al-Kitab (“gente del Libro”, in arabo) era garantita dal punto di vista legale oltre alla protezione il riconoscimento della proprietà.

Ciò ovviamente non vuol dire che l’Islam non abbia mai proceduto a conversioni forzate, in particolare dopo il XII secolo, ma la maggior parte dei popoli convertitisi all’Islam lo facevano spontaneamente, anche per i vantaggi concreti che questa conversione portava, e comunque il comportamento dell’Islam nei confronti delle minoranze è stato radicalmente diverso da quello del cristianesimo. Gli ebrei cacciati dalla Spagna troveranno a partire dal 1492 rifugio a Salonicco (ribattezzata dagli ebrei la “nuova Gerusalemme”) e Istanbul presso Süleyman I Kanuni (il legislatore), meglio noto fra gli occidentali come Solimano il Magnifico, sultano dell’impero ottomano dal 1520 al 1566.

Se inizialmente questa tolleranza era estesa solamente a ebrei e cristiani, mentre non riguardava i “pagani”, gradualmente verrà estesa anche ai culti che eccedono le religioni del Libro, come lo zoroastrismo, l’hinduismo, il buddhismo, il sikhismo, ecc. Ad esempio nell’India sotto la dominazione islamica dell’impero Moghul (1526-1707), l’usanza della ğizya verrà estesa anche a quella molteplicità di culti che viene genericamente indicata come hinduismo ed è un buon esempio di convivenza fra fedi diverse . Anche qui ovviamente con alti (il regno di Akbar 1556-1605) e bassi (Aurangzeb 1658-1707) determinati molto più da contingenze politiche che da fervore religioso.

Quando ci troviamo di fronte alla rivendicazione di una “civiltà ebraico-cristiana” contrapposta dall’Islam, siamo di fronte sostanzialmente a un ossimoro, visto che se c’è qualcuno che ha sterminato e perseguitato gli ebrei quelli sono proprio i cristiani. Ha più senso se mai parlare di una tradizione ebraico-islamica fiorita proprio in Spagna, con la produzione di una serie di opere ebraiche in lingua araba, e poi proseguita in seguito alla fuga nell’impero ottomano.

L’Europa dovrà attraversare sanguinose guerre di religione, prima di arrivare alla teorizzazione con l’illuminismo, di una sostanziale libertà di fede. Altrettanto vero è che oggi questo spirito di tolleranza e di avanzamento culturale dei paesi dominati dalla dottrina islamica è per molti versi un lontano ricordo. Ma quello che è interessante è che i paesi da questo punto di vista più retrivi e arretrati, per non fare nomi l’Arabia Saudita, siano quelli di cui meno si parla in quanto fedeli alleati e utili pedine del gioco imperialistico che molto ha contribuito a favorire l’affermazione di questi governi.

Ciò di cui c’è bisogno oggi l’aveva capito molto bene Huntington che nel lontano, ma imperialisticamente vicino, 1996 aveva individuato il nuovo nemico, al posto della defunta Urss, nell’asse islamico-cinese.

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di seguito alcune foto della famosa marcia successiva ai fatti di Charlie Hebdo. Nella prima (da Repubblica.it) la manifestazione è ripresa dal basso con i “grandi” che sembrano mischiati alla folla plaudente; la seconda (contropiano) ha invece la prospettiva reale; infatti l’immagine dall’alto mostra i “grandi” separati dal resto della plebaglia da un significativo spazio e un altrettanto più consistente numero di guardie del corpo. Infine, un punto di vista dei Militant che non possiamo che condividere.

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