IL “LEOPOLDO” – RE TRAVICELLO

6 Nov

Per una nemesi storica è stuzzicante cominciare con il Granduca di Toscana, Leopoldo II Giovanni Giuseppe Francesco Ferdinando Carlo d’Asburgo-Lorena, e sua moglie la Granduchessa di Toscana, Maria Antonia d Borbone Due Sicilie – a entrambi i quali furono dedicate le denominazioni delle prime due stazioni ferroviarie (in Italia precedute solo dalla Napoli-Portici) in Toscana — appunto la “Leopolda” nel nome del Granduca [che detto tra parentesi senza citare Cesare Lombroso, sembrerebbe avere avuto anche lui l’espressione da bischero], e la “Maria Antonia” per la Granduchessa [che fu cominciata dopo ma fu finita per prima:… potere delle “grandi donne” che stanno dietro a un … <pezzo di legno>!].

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Il monarca da giovane si atteggiò a maniere tolleranti verso le idee liberali, fautore di importanti opere pubbliche affidate a privati (come le due ferrovie appena ricordate) e ben disposto verso tutta l’iniziativa privata e le novità della tecnica. Ma non tardò a cadere nelle spire dell’ultimo papa re il notorio Pio IX [cfr. la Contraddizione, no.77] – innegabilmente cattolico, come lo è il Gran Baro Matteo R da Rignano sull’Arno Principe di Firenze Primo cittadino d’Italia – sì che il popolo toscano non tardò a ricoprire il suo nome di vituperi e quasi bestemmie in anticipo alla sua santificazione. Anche del Papa comprese subito l’abito pseudo “liberale”, in realtà ferocemente avverso a tutto ciò che non avesse il sentore di religione e fede, protagonista preso di mira dalla rivolta della repubblica romana, contrario all’unità d’Italia, e non solo, difensore del potere temporale della chiesa. Fu proprio in quel drammatico europeo 1848 che il granduca di Toscana fece costruire le due ferrovie, con le rammentate stazioni, Leopolda e Maria Antonia. Con la parentesi del 1849, quando si rifugiò a Gaeta, tornò a Firenze con l’appoggio degli austriaci fino al 1859 allorché, dopo il primo plebiscito per l’unità del regno d’Italia, tranne il regno temporale papalino su Roma, Leopoldo II fu cacciato definitivamente dai toscani [in Toscana anche i granduchi possono essere cacciati …
Chissà se la storia, fin dal periodo giovanile del Granduca, il cui cattolicesimo padronale non riuscì mai a coprire l’autoritarismo che mascherava la sua inettitudine, non costituisca la stupenda nemesi illusoria cui si accennava prima. Non a caso la terminologia “re travicello” – che proviene da una favola di Fedro\Esopo, dal titolo Le rane chiesero un re – fu ripresa in alcuni versi del poeta popolare toscano di Monsummano di Pescia, Giuseppe Giusti [solo per la cronaca, più di un secolo dopo nacque in quel piccolo comune pistoiese Ivi Livi in arte “Yves Montand”], che era nato nel periodo del Granduca di Toscana Leopoldo II; Giusti, aveva in odio le regole della polizia granducale, e pre-anarchicamente rifiutava quelle e lo studio accademico; quindi preferì seguire i suoi sghiribizzi e poi, in soli quindici giorni, si preparò per ottenere la laurea in legge. Come disse lui stesso – tanto era il conto in cui teneva le convenzioni del potere – la lasciò poi “lì in cartapecora”, senza servirsene mai “neppur nella firma e nelle carte da visita”, sebbene si fosse stabilito a Firenze. L’antica favola greca narra di un accozzaglia di rane che si muovevano liberamente nei pressi di uno stagno; epperò esse a Zeus chiesero un re autoritario che frenasse il loro modo di vivere sregolato; costui si svagò alla curiosa richiesta e per beffa gettò nel pantano un pezzo di legno (un “travicello”, appunto) nominandolo nuovo re dello stagno. Le rane si spaventarono del fracasso improvviso e andarono sul fondo del fossato. Senonché scoprirono presto che il loro nuovo sovrano non faceva nulla, a parte galleggiare. Lo toccarono, lo smuovevano, lo provocarono con insulti e sberleffi, naturalmente senza averne la benché minima reazione. Dunque tornarono da Zeus chiedendogli un altro re che non fosse una nullità. Perciò Zeus con perfida irrisione mandò a governare lo stagno una serpe — che ingoiò tutte le rane voracemente una a una.
Dato il contesto della nascita della “Leopolda” può apparire come una ineluttabile fatalità della mitica Nemesi greca intendere la favola di “re travicello”, alias Leopoldo II di Toscana, quale giustizia riparatrice per compensare l’indignazione – o se si vuole anche vendetta o castigo – nei confronti dell’attuale bischero parvenu Signore-della-moderna-Leopolda: vale sprecare un po’ di righe per riportare per intero la poesia satirica che Giusti destinò al Granduca di Toscana. Noi vogliamo riferirla a Matteo Renzi e ai ranocchi italioti da lui illusi —— Il Re Travicello: Al Re Travicello \ piovuto ai ranocchi, \ mi levo il cappello \ e piego i ginocchi; \ lo predico anch’io \ cascato da Dio: \ oh comodo, oh bello \ un Re Travicello! \ Calò nel suo regno \ con molto fracasso; \ le teste di legno \ fan sempre del chiasso: \ ma subito tacque, \ e al sommo dell’acque \ rimase un corbello \ il Re Travicello. \ Da tutto il pantano \ veduto quel coso, \ “È questo il Sovrano \ così rumoroso?” \ (s’udì gracidare). \ “Per farsi fischiare \ fa tanto bordello \ un Re Travicello? \ Un tronco piallato \ avrà la corona? \ O Giove ha sbagliato, \ oppur ci minchiona: \ sia dato lo sfratto \ al Re mentecatto, \ si mandi in appello \ il Re Travicello”. \ Tacete, tacete; \ lasciate il reame, \ o bestie che siete, \ a un Re di legname. \ Non tira a pelare, \ vi lascia cantare, \ non apre macello \ un Re Travicello. \ Là là per la reggia \ dal vento portato, \ tentenna, galleggia, \ e mai dello stato \ non pesca nel fondo: \ che scienza di mondo! \ che Re di cervello \ è un Re Travicello! \ Se a caso s’adopra \ d’intingere il capo, \ vedete? di sopra \ lo porta daccapo \ la sua leggerezza. \ Chiamatelo Altezza, \ ché torna a capello \ a un Re Travicello. \ Volete il serpente \ che il sonno vi scuota? \ Dormite contente \ costì nella mota, \ o bestie impotenti: \ per chi non ha denti, \ è fatto a pennello \ un Re Travicello! \ Un popolo pieno \ di tante fortune, \ può farne di meno \ del senso comune. \ Che popolo ammodo, \ che Principe sodo, \ che santo modello \ un Re Travicello!

Non occorre, pertanto, aggiungere molte parole: le sue, quelle di <un re di legname> che <tentenna, galleggia> per <la sua leggerezza> o pure quelle dei suoi —— <Dormite contente costì nella mota, o bestie impotenti: per chi non ha denti, è fatto a pennello un Re Travicello!> sono già sufficienti da sole. “La Leopolda del 2011 mi ha fatto capire che questo paese era “scalabile” [sic!]: eppure giorno dopo giorno ci rendevamo conto che si potevano cambiare le cose sul serio, presa, rivoltata e cambiata. Siamo partiti da 0, ci siamo presi il partito, siamo al governo del paese, stiamo facendo quello che volevamo, abbiamo smentito tutti. Ma non serve a niente se non smentiremo il luogo comune che l’Italia è irriformabile, lo pensano a Bruxelles, a Roma, dietro l’angolo, sono dovunque. Chi non sa cosa sia la Leopolda da noi si aspettano che l’Italia si rimetta in moto”. [lapsus: dice <ci siamo presi> tutto, <rispettiamo> chiunque, <parliamo con tutti>, in prima istanza con i sindacati quali che siano, magari <parliamo> con manganelli e lacrimogeni, ma <decidiamo solo noi> un “po’ come cazzo ci pare”, diceva Corrado Guzzanti per la casa-delle-libertà].
In generale, dopo la sfrontatezza della “Leopolda” è istruttivo riportare il dialogo immaginario fra Matteo “Leopoldo” Renzi e José “Franci” Bergoglio, costruito ad arte da Maurizio Crozza [cfr. il suo Paese delle meraviglie del 31.10.14]; anche se lui di prammatica dice che è uno scherzo, riprendendo parole e circostanze reali è molto più pregnante e autentico di tanti commenti politici seriosi e fuorvianti, sì che qui possa servire da introduzione. Ecco il dialogo: —— {Renzi} È inutile discutere di religione, io oggi colmo qualunque desiderio di fede ≈≈≈≈ {Papa} Com’è belo incontrare al grande Mateo. —— Bella, Franci! ≈≈≈≈ Guarda, guàrdate intorno, e dime cosa vedi? —— Tanta speranza, tanto ottimismo, tanto futuro e tanta cultura bella … ≈≈≈≈ Fai uso di ddroghe, tu? Te prego, Mateo, esci dal “fantabosco”; tu sei il leader della sinistra – guàrdame – tu non sei per niente de sinistra, vero? —— Io vorrei tanto, ma non mi piace il maglioncino rosso, il disagio degli operai, le fabbriche, i cortei con la gente che urla, le feste dell’Unità , ecc… ≈≈≈≈ L’avevo capito, l’avevo capito ma alora dime cosa ci stai a fare nel Pd? —— Stai scherzando, ma il Pd è il partito perfetto, sono vent’anni che non è più di sinistra, solo che perdevano. ≈≈≈≈ Però vedi Mateo tu devi caapire chi sei veramènte che cosa è che te piace a te veramènte? —— Io adoro incontrare Farinetti da eataly, cenare con Marchionne, strizzare l’occhio ai poteri forti, adoro l’i-phone e le camicie bianche, adoro Pif, Fiorello e Jovanotti, mi piace essere protagonista del mio tempo. ≈≈≈≈ Ma ve rendete conto che questo parla come la publicità del deodorante Rexona? —— A me piace l’idea-di-realtà, non la realtà-vera, a me piace l’idea di poter-fare ma non fare-veramente, perché la realtà vera e fare veramente sono gufi brutti cattivi. ≈≈≈≈ Ascoltame … —— Che noia Franci, che odore di comunismo impolverato; e poi sono più di 140 caratteri e non c’entrano in un tweet. Ti ricordi quello coi capelli lunghi in “Jesus Christ super star”? ≈≈≈≈ Ma quello era Gesù Cristo, nostro signore. —— Credi in me, io sono qui, sono iddio!! ≈≈≈≈ Ragazzi, ma questo se droga pesante [facendo, come d’uso, con la mano il gesto sull’altro braccio in cerca della vena da bucare]: Italiani, sai cossa ve posso dire: auguri!

Ecco la realtà che ci si prospetta [vedi sul prossimo la Contraddizione, no.149 la connessione storica tra il 1924 del colpo di stato fascista mussoliniano in preludio al suo <regime> e novanta anni dopo, adesso, il 2014 renziano]: per scongiurarla accettiamo perciò di buon grado gli auguri di <Papa Crozza>. ma soprattutto per vigilare onde evitare una simile disgrazia Ma intanto Renzi, in ossequio al suo dominus-finanziatore Davide Serra (175 mila € solo per pagare Leopolda – robba fina!), non può non obbedire; ma poi, dice Serra, “prenderò la tessera del Pd alla sezione di Londra” [vera tempra di internazionalista! ma non si può bloccarlo prima che regolarizzi l’iscrizione?]. E perché simultaneamente non cacciare Renzi con tutta la sua “allegra brigata di sognatori” [e che si portino via anche la denominazione del Pd, per quel che conta, tanto sono riusciti in ciò che sembrava impossibile: sputtanarla molto più di quanto già avessero fatto gli ex piccisti (i “miglioristi” con Napolitano annegati nel fiume di lacrime di Occhetto) – per non parlare dell’alterata storia che aveva messo in fila dopo “Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer”, sì che uno slogan di una ventina di anni prima. nel ‘68 chiedeva in rima baciata “che cazzo c’entra il primo con gli altri tre”; altri tre che sembrano giganti, in confronto agli ex piccisti appena citati i quali attraverso capovolte e abbandoni anche formali sono sfociati in Renzi]. Un nome come Pd – insanabile – ormai è meglio perderlo che tenerlo — meglio, diciamo, Pippo. Al partito renziano si possono iscrivere pure <<berlusconiverdinifittolarussaalessandramussolini con tutti i santi anchè dentro>>]. “Eravamo un’allegra brigata di sognatori, ora siamo qui e non molliamo” [quanto gli piace evocare lo slogan fascista <(boia) chi molla!>] e comunque anche altri <allegri briganti> hanno seguito l’illusionista. “Si protesta contro il governo, contro di me, ma non ci fermeranno. Piaccia o non piaccia ai gufi a noi è dato il compito di restituire all’Italia la possibilità di un futuro” [ma chi gliel’ha dato ‘sto cómpito?‼? – se l’è preso da sé, com’è nelle sue maniere]. Più o meno lautamente – non come Serra – hanno sovvenzionato il <partito-della-leopolda … {PDL, sigla peraltro ben conosciuta per altre vie} per essere sicuri di diventare deputati, ministri, ecc. persone del neo-apparato-non-rottamato per mettersi al posto dei vecchi “rottami” liquidati.
È perciò straordinario apprendere ora che tutti i renziani, dai vicesegretari, Lorenzo Guerini e quel <sepolcro-imbiancato> {per chi non conoscesse questo detto popolare, vecchio di duemila anni, indicava il fariseismo che per rispetto alle tradizioni imbiancava i sepolcri per dar loro un’apparenza gradevole che però nascondeva la decomposizione dei cadaveri} di Debora Serracchiani, definita “opportunista per natura”: un tempo consulente della Cgil con l’intelligentsjia-milanese-di-sinistra; poi, nel Pd, è sempre stata dalla parte del vincitore e del segretario di turno — Franceschini (che le “era simpatico”: finché non perse contro Bersani), quindi vai con Bersani; ma quando quest’ultimo ha naufragato [… <ciao bello!>] lei ha svoltato entusiasta su Renzi, pur se l’aveva odiato per anni come suo concorrente per la segreteria Pd: proprio lei che aveva snobbato Di Pietro [del quale diceva, giustamente suo malgrado, che “nulla c’entra con il centrosinistra”] quale capo “di un partito personale e personalistico”: perché il PDL di Rœnzi non è ultrapersonale e forse c’entra qualcosa con il centrosinistra? E così via sorvolando sui dettagli secondari rappresentati da Simona Bonafè, varesotta e cattolica, Alessandra Moretti, già bersaniana e figlia di un piccista, per la quale “non esistono due sinistre, è un’illusione ottica” [quanto meno Altàn ne ha viste due – di fatto nessuna (questa è la vera illusione ottica) perché entrambe le correnti sono in disfacimento, una di destra-destra e l’altra sinistra-mente di nulla – al punto che l’omino intristito nella contraddizione esclama “due partiti, e io sono uno solo”, sì che il <partito-liquido> inventato da “Water” Veltroni noi lo chiameremmo <partito-diarroico>], fino alla capriole di Giuseppina Picierno, che non sa quel che dice su Camusso [<potrei dire delle false tessere, ma non lo dico>, e intanto già l’ha detto], ipocrita che smentisce se stessa peggio di mastro Berlüska.
Ma Zeus ha lanciato Serra\serpe nello stagno e il nuovo re sta lì per ingoiarsi tutti gli italici ranocchi in un solo boccone. In effetti il Gran Baro di Toscana ha preso una bella toppa, costretto a fare marcia indietro, per ritardare lo scontro con la Cgil e con l’<asinistra> del partito-simulacro. “È stata una bella piazza, ci confronteremo ma non ci fermiamo” [“chi si ferma è perduto”, gli ha insegnato Mussolini nel 1938, sulla pace armata nella politica europea nell’<asse> con la Germania nazista, dopo la tragica impresa etiopica]. Dicendo però che non è la <protesta> Cgil di piazza San Giovanni ma è la <proposta> della Leopolda “a creare posti di lavoro”. “Non è proprio certo che in piazza ci fossero un milione di persone – il giochetto dei numeri lo conosco”; ammetendo tuttavia ha che “la contrapposizione tra la manifestazione della Cgil e la manifestazione leopoldiana era fisiologica”, motivo per cui colui che parla con tutti, la Cgil la esclude, perché <il governo non deve parlare con i sindacati, che devono confrontarsi con le imprese>: cioè con la Cgil parla con le botte con cui ha fatto massacrare i lavoratori a suon di manganello.
Non contento di simili bravure poliziesche, da illusionista qual è, ha tentato di fare un’ulteriore capriola per salvarsi, rovesciando la frittata ripiena delle sue responsabilità. “C’è un popolo che chiede di cambiare per sempre. Si è aperta un’opportunità pazzesca [è la parola!], non coglierla sarebbe un errore gravissimo. L’Italia dei prossimi anni sarà locomotiva in Europa [bis o tris]. È calcolato studiato e progettato un disegno che vuole dividere il mondo del lavoro, c’è l’idea di fare del lavoro il luogo dello scontro [ma se è proprio lui viceversa che ha provocato l’attacco a lavoratori e sindacati nel tentativo di dividere quello che i reazionari chiamano assurdamente <mondo-del-lavoro> (che semmai è im\mondo) per tenere uniti padroni e lavoratori, secondo i dettami corporativi fascisti da cui sono discesi anche gli scontri (si vedano i precisi filmati proiettati da Gazebo, domenica 2.11.14), con il mitico urlo “caricate, caricate” strillato dal funzionario di polizia che comandava gli agenti in piazza]; c’è l’idea di mettere gli uni contro gli altri gli operatori del mondo del lavoro; si è pensato che, attraverso manifestazioni e proteste, si potesse dividere in due il mondo del lavoro, dividendo magari l’Italia dei lavoratori e l’Italia dei padroni [dice tutto da sé; basta avvisare Renzi che questa tesi della necessaria contrapposizione tra lavoratori e padroni, per opposti interessi,è vecchia come il cucco, come già sapeva Menenio Agrippa]. Dico oggi qui a Confindustria [e se no a chi altri] che non esiste una doppia Italia: esiste una Italia unica e indivisibile, l’Italia di chi vuol bene ai propri figli, che faccia l’imprenditore o che faccia il lavoratore, e questa Italia non consentirà a nessuno di scendere nello scontro verbale e non soltanto verbale, legato al mondo del lavoro. Io devo cambiare il paese, non posso preoccuparmi di tutto [#matteostaisereno, come cinguetteresti tu: nessuno te lo ha chiesto‼‼]. Però contestino senza fare del mondo del lavoro, del dolore di un cassintegrato, della sofferenza di un precario, delle difficoltà di chi sta fuori dal mondo del lavoro, senza fare di tutti costoro il campo di gioco di uno scontro politico. Se si vuole parlare di diritto del lavoro, si affrontino le questioni del Jobsact per quello che è, senza sfruttare il dolore dei disoccupati, dei cassintegrati, dei precari, perché il mio cuore è con loro”.
Qui ci vogliono un paio di osservazioni, La prima è che Renzi ha detto “cuore”, mentre in italiano corretto [cfr. Vocabolario Treccani, al lemma <culo>, sinonimi e contrari] data la sinonimia per la sua <sfrontatezza> avrebbe dovuto dire culo, con l’espressione idiomatica faccia di culo che gli calza a pennello; se è vero che giustamente Camuso ha detto e Landini ha diversamente sbraitato che più che i toni andavano abbassati i manganelli, dato che il commovente Rœnzi ha esecrato napolitaniamente anche gli scontri verbali, a noi sembra invece che – essendo i suoi insulti capovolti – la parte dei lavoratori abbia il dovere di rispondere anche verbalmente a tali sconce ipocrisie. La seconda riguarda il dispotico ukaze renziano ad <affrontare le questioni del Jobsact per quello che è>, ossia prenderlo alla cieca senza discuterlo: di questo dl si parlerà più avanti; ma già da sùbito basta qui ricordare al mistificatore che (a parte l’improprietà della lingua inglese) aveva già pronta una formulazione a lui doppiamente consona sia per la lingua italiana sia per il contenuto fascista antioperaio e antisindacale: Carta del lavoro (nome dato Mussolini nel 1927 alla raccolta delle leggi sul <mondo-del,lavoro> volute dal regime). Senonché la zappa che si è data sui piedi – ossia si è “tafazizzato” – è il risultato della toppa presa e dell’ondata di merda liquida che da sotto il mento già è giunta a lambirgli il labbro inferiore, infondendogli il terrore del soffocamento per annegamento nella diarrea che ha sparso. Se si avverasse l’ennesima frase-a-vanvera-slogan della Leopolda che “il futuro è solo l’inizio” c’è da auspicarsi che codesto futuro arrivi al più presto. Il bischero si è visto costretto a chiedere scusa a lavoratori e sindacati. Mentre a Roma sindacalisti e lavoratori sfilavano a milioni contro il governo, sul palco di Firenze è salita una manciata di imprenditori italiani. E ovviamente non ci sono stati simboli del Pd – appunto <sotto i simboli niente> e gli iscritti sono dileguati.
Fino – dulcis in fundo – alla ministra madonna Maria Elena de’ Boschi, che manco a dirlo come fa il pupazzetto “ridimmi” non può che ripetere pedissequamente le frasi del suo capo: “alla Leopolda si propone, nella piazza si protesta” — ossia “alla Leopolda, come da tradizione, usciranno proposte e progetti per cambiare il paese”, senza neppure ricevere lo <zuccherino> come se lei e Madia fossero le due cavalle di razza satireggiate da Crozza. E al proposito de’ Boschi assicura però che “non c”e” nessuna conta, e non c’è uno scontro tra chi oggi è in piazza e chi oggi è alla Leopolda. Qui ci diciamo in faccia le cose che non funzionano, ma facciamo anche delle proposte” [… e due meno mezzo]. “Qui ci sono migliaia di persone, non vedo nessuno di imbarazzante né tantomeno in imbarazzo, sono persone che si stanno ascoltando e confrontando. Anche questa è parte del Pd”, ha risposto suadente a Rosy Bindi. Quanto alle riforme costituzionali ora all’esame della camera, Boschi ribadisce la linea del governo [ma va?!]: a meno di “un referendum confermativo dei cittadini”, bontà loro, “sono probabili alcune modifiche, ma mi auguro contenute, perché [perché!?] l’impianto votato dal senato è fedele a quello del governo” [sic – basta la parola; diceva una vecchia pubblicità di un dentifricio: “con quella bocca può dire ciò che vuole”]. L’ennesima fiducia su un dl (quello sulla competitività) era stata chiesta in aula dalla suddetta ministra per i rapporti con il parlamento.
E si diceva prima che tutti i sunnominati e tanti altri ancora, come con una sola voce, gareggiando per ipocrisia e piaggeria verso il loro capo, solo ora scoprono che il Pd appaia come un partito – in realtà un simulacro, <pròtesi di se stesso> – che “decide a maggioranza e poi tutti si devono adeguare in parlamento”. Senonché la merda sciolta ovvero diarrea non contempla il “centralismo democratico” (quello vero leniniano, e non la sua caricatura venuta dopo anche nell’imitazione fattane dai partiti della borghesia) —— è inutile che i farisei sepolcri imbiancati piddini dicano adesso che <tutti si devono adeguare in parlamento> [<adeguare>? ma voi e loro vi ricordate (o no?) come si siano <adeguati> i 101 ipocriti affossatori di Prodi+ Bersani, certo non due rivoluzionari di ferro, dopo un voto favorevole all’unanimità nell’assemblea del Pd, ma il Barone [alias Gran Baro] di Rignano osa dire che “quando sono stato minoranza non sono scappato, poi ho vinto il congresso e le parti si sono invertite” [ma quando?]. “Nel partito della nazione (… nuovo PNF – forse?) Stefano Fassina e Davide Serra possono e devono convivere”. È così, dice l’illusionista, che “il Pd ha preso il 40%” alle elezioni europee [non comparabili con quelle italiane]: “strategia per un Pd che vinca, [dove?] per continuare a guidarlo ancora a lungo. Al massimo due mandati, fino al 2023” [quant’è buono lei! – direbbe Fantozzi]. “Non più nello spirito del ricambio generazionale della Leopolda” [che era solo un bluff per prendere il partito e scalare l’<Italia spa>], ma, se tutto va come dice lui, anche non di meno”.

Sul jobs act il governo va avanti. “Non è pensabile che una piazza blocchi il paese, neanche con uno sciopero generale. Sono due anime diverse ma rispettabili, un grande partito ha il dovere di avere opinioni diverse. Libertà di posizioni diverse ma nel rispetto dei rapporti di forza” [il <grande rispetto> è ripetuto come un ritornello ipocrita, spendere parole vuote è mestiere di ogni illusionista; quindi costui può proseguire con un’alzata di spalle dicendo ai suoi che gli oppositori (interni, soprattutto, ma per fortuna anche esterni popolazione e lavoratori mandati al macero) continuano a protestare contro il suo “jobs act”. Ha pienamente ragione quella signora che ha preso in giro Renzi: “Oh Renzi, falla finita con questi nomi strambi!”, con gli anglicismi nemmeno sapendo l’inglese [prima di act, che qui vuol dire legge, non ci vuole il plurale, a es. come bank act e non <banks act> per legge bancaria (semmai, ma non si usa, la <s> potrebbe starci solo come genitivo sassone <’s>) o fiscal act o labour act]. Ma a proposito di quest’ultimo anteporci il termine job, e mai al plurale, vorrebbe dire più in generale un’azione, un cómpito, un incarico o altri significati più o meno gergali. Quindi Rœnzi non la fa finita con questo <nome strambo> per altri motivi. Infatti, dopo che <in un anno ha scalato il Pd ed è arrivato a Palazzo Chigi, non vuole perderne lo spirito>, ha trasformato la sua Leopolda in un garage proprio per emulare Steve Jobs e i <tanti giovani che, partendo da un’idea, sono riusciti a cambiare il mondo>. Ma ci sono riusciti? Tra poco vedremo come, ma lui <crede> ancora di poter cambiare l’Italia! “Alla fine di questa tre giorni dal garage finalmente la macchina si metterà in moto. Resettiamo, non salviamo il file delle edizioni passate della Leopolda, se siamo qua oggi non siamo qua per dire come siamo stati bravi, c’è un mondo che ha bisogno dell’Italia e l’Italia siamo noi” [ha parlato il re-sole!].
Ecco un paio di osservazioni da fare. Anzitutto i suoi <scrittori-fantasma>, sceneggiatori della farsa leopoldina, e gli scenografi organizzatori della buffonata hanno suggerito al bischero fiorentino di addobbare il proscenio come se fosse un “garage”, quello del loro falso mito Steve Jobs. Ma lui e i suoi suggeritori e i seguaci hanno <preferito dimenticarsi> di un altro “garage” tristemente noto, il Garage Olimpo [si veda il film di Marco Bechis, il regista cileno che per sua fortuna non ha nulla a che vedere con il cognonimo Franco vicedirettore dell’infame fogliaccio “Libero” di Belpietro\Berlusconi], che è stato un centro clandestino di detenzione e tortura durante la dittatura argentina, attraverso il quale sono passate centinaia di persone poi “sparite”]. Ma no! ai <leopoldi> basta Steve. Costui peraltro è nato come Jandali, in Usa, da padre siriano (e madre svizzera) e fu solo poi adottato dai Jobs. Ma è istruttivo capire chi fosse questo Steven Jobs: si vedrà, tra poco, che cosa combinò in Cina a Longhua (Shenzhen), non certo con grandi aperture sociali come molti, tra cui Renzi e i suoi, hanno “creduto”. Il fatto che Apple\Mac(intosh) si presentasse più “amichevole”, così si disse, rispetto a Windows fu il motivo per cui fosse amata dai progressisti\democratici di tutto il mondo. Ma questo aspetto sociale non è identico all’indubbia superiorità tecnica di Apple\Mac su quello che era diventato il dominio mondiale economico di Windows, che ha fatto di Bill Gates uno dei primi imperialisti internazionali. Infatti lo sfruttamento della classe operaia in Cina non ha pari, e Jobs lo ha appreso assai bene.
Pertanto [potremmo dire <all’insaputa di Renzi>] Jobs trasferì molti capitali e attrezzò impianti produttivi a Longhua (e altrove in Cina) dove ha usato il lavoro della fabbrica Foxconn – in un luogo spesso chiamato “Foxconn City” o “iPod City”, in rigoroso anglo-americano – dove centinaia di migliaia di lavoratori sopravvivono, se ce la fanno, in fabbriche (che includono dormitori, una caserma dei pompieri, un’unica rete televisiva (strano! la Foxconn tv), un centro commerciale con alimentari, banca, ristorante, libreria, e un ospedale (non si sa mai). Infatti l’azienda ha fatto installare delle reti antisuicidi, perché negli ultimi tempi troppi lavoratori si sono buttati dalla finestra per le cattive condizioni di lavoro, i turni massacranti e in una parola il superlavoro, mettendosi spesso tristemente al centro delle pagine di cronaca [un giovane si sarebbe gettato da una finestra del settimo piano di uno dei dormitori Foxconn; ma sul suo corpo c’erano diverse ferite e un’arma da taglio è stata ritrovata nella stanza da cui il giovane <si> è lanciato; perciò ancora non è stato ufficialmente accertato se si tratti effettivamente di un suicidio o di un omicidio (anche se Stefano Cucchi era lontano: <la legge non è uguale per tutti> … in tutto il mondo del capitale]. Quello della gigantesca fabbrica di Shenzen è stato il più alto numero di suicidi in un’azienda. La Foxconn produce impianti elettronici anche per altri clienti, molti stranieri [è la … “missione”, dicono, dell’imperialismo] realizzando prodotti hi-tech di alto livello – ma soprattutto per Apple, che le ha affidato anche la produzione dell’ultimo iPad, oltre che del prossimo iPhone 4G.
Sono almeno quattro i lavoratori morti (e una sessantina i colpiti, finiti in ospedale, alcuni in gravi condizioni) per l’inalazione di un agente chimico utilizzato per lucidare i display di ipad, iphone, telefoni, tablet, schermi di pc e televisori, e prodotti elettronici consimili – lo n-exhane – più efficace dell’alcool ma con il … piccolo effetto collaterale che può provocare gravi danni al sistema nervoso, fino alla paralisi e alla morte. E le proteste dei lavoratori per le loro condizioni in fabbrica sono pressanti. “Siamo addestrati per diventare macchine da produzione e veniamo trattati senza rispetto. I rimproveri sono la norma e la nostra autostima è a zero”. Ma Foxconn ha sostenuto di non aver alcun intento persecutorio nei confronti dei dipendenti: i suicidi di massa e in serie potrebbero incidere sull’immagine aziendale e forse anche allontanare preziosi committenti. “A livello di azienda, non possiamo averla a male con i nostri dipendenti sul piano personale. E al momento, non so proprio quale sarà la causa del prossimo suicidio”. Sono stati evocati come … causa dei suicidi e delle morti violente perfino i “diavoli”: ma la scusa non ha retto neanche tra i cinesi superstiziosi. Apple al pari di altre imprese transnazionali, disseminate in tutta l’Asia – con orari, diritti e condizioni di lavoro in genere ritenute insopportabili nei paesi imperialistici occidentali – fruiscono in questa maniera di una flessibilità enorme per cambiare modelli del prodotto all’ultimo minuto e diffonderli in tempo a esse utile sull’intero mercato mondiale. In tale quadro, tempestivamente perfino la stessa Apple ha finto l’indignazione muovendosi con sollecitudine esecrando lo sfruttamento del lavoro in Cina e in particolare nelle fabbriche utilizzate per la produzione dell’iPhone: assicurando l’opinione pubblica di voler proteggere i lavoratori a … rischio sfruttamento e impedire l’utilizzo dei minorenni in catena di montaggio.
Ma chi volete che creda al fantasma di Steve Jobs, oltre a Rœnzi e ai leopoldini? Anche qui vale il detto fiorentino: “fra bischeri ci si annusa”. E il Gran Baro continua a dire che il suo <Job(s) act>, la legge di stabilità, l’attacco ai sindacati, continuano imperterriti, Noi ci siamo chiamati fuori da anni. Ma anche Picasso amava molto i gufi: speriamo che si radunino e piombino tutti insieme come gli uccelli di Hitchcock a beccare i bischeri “Leopoldi” per farla finita una volta per tutte.

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Una Risposta to “IL “LEOPOLDO” – RE TRAVICELLO”

  1. Effe W. Zeta 13 novembre 2014 a 10:41 #

    Bellissimo, seppur disperante. Particolarmente apprezzato il richiamo alla storia del Granducato.

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