Disdicevoli, spregevoli, repellenti!?!

23 Ott

disd1

1#. Quando si pensa alla Corte d’Appello di Milano che ha mandato assolto il “delinquente abituale” nel processo Ruby, c’è da chiedersi quale epiteto affibbiare – per conto del notorio delinquente – a colui che presiedeva la seconda sezione penale della corte giudicante che ha mandato assolto Berlusconi: presidente Enrico Tranfa — disdicevole spregevole repellente?!? Dunque nell’inammissibile incongruente pazzesca capovolta guisa berlusconiana – per moto contrario – così andrebbe detto del presidente del collegio giudicante, tanto per restare nello stravolgimento verbale (e mentale) del delinquente, che ha fatto ribaltare logicamente ogni buon senso, e anche il buon gusto. Per imbeccarlo, il suo “nuovo avvocato” (con duplice rispetto parlando) Franco Coppi aveva proferito le seguenti parole in uno sfrontato commento: “È una sentenza che va oltre le più rosee previsioni”. Sì che il Kapone <commosso> poté infatti perfino osar dichiarare – con peloso ritardo – che i pm sono per la maggior parte “ammirevoli” [cfr. blog 20 lug] per “il rigore e l’equilibrio” dimostrato.

[Per mera incidenza non è male rammentare – tuttavia, dato che molti tendono a con\fondere i due processi (Fininvest e Ruby1), stimolati anche da Lui che, in attesa pure che la corte europea di Strasburgo si riunisca tra mesi per emettere una sentenza su una semplice richiesta di Berlusconi, la quale è stata solo registrata in entrata da quella corte e la cui sentenza invece Lui dà già per emanata e acquisita, sì che sbraita ai quattro venti che vuole essere reintegrato sùbito in ogni sua funzione e agibilità politica – che si tratta di tre o più processi diversi, mentre la, speriamo provvisoria, assoluzione concerne solo il secondo grado di giudizio d’appello sul cosiddetto <Ruby1>. Pertanto Lui è e ancora resta <delinquente condannato> per la sentenza Mediaset\Fininvest passata in giudicato dalla cassazione, dopo l’eroica lotta durata sei anni condotta fin dal primo grado di giudizio da Fabio De Pasquale e Arturo Robledo, nonostante le successive manipolazioni messe in atto da Cancellieri (indulto), Severino (concussione), e poi dal magistrato della sorveglianza (servizi sociali) ig\Nobile De Santis — e c’è pure voluto un altro anno dopo la sentenza della cassazione in seguito alla condanna a 4 anni per frode fiscale per far decidere la Banca d’Italia a obbligarlo a vendere il 20% della Fininvest in Mediolanum per un controvalore di circa 750 mln €, poiché il delinquente “ha perso i requisiti di onorabilità” (altro che <voler essere reintegrato sùbito> …) richiesti dalla legge bancaria; l’amministratore delegato del gruppo finanziario è Ennio Doris – quello che fa <il cerchio tutto intorno a te>, cioè a Lui amico di famiglia con il quale ha fondato Forza Italia 1.0. Una metà della vendita coatta la coprirebbe la famiglia Doris e l’altra i cinque figli del Kapone “disonorato”: ma per diventare solo azionisti di minoranza, e i sodi da versare sarebbero tanti, forse troppi].

Ma torniamo ai nostri montoni, come dicono i francesi. Siccome il delinquente ha definito <ammirevoli> i giudici che lo hanno inopinatamente assolto, dato che il presidente Enrico Tranfa [da Ceppaloni, peraltro della corrente centrista Uni-Cost, in magistratura dal 1975, con vari incarichi, quattro anni dopo a Milano, e nel 2012 in Corte d’Appello, sempre schivo e riservato, dove presiede\va la seconda sezione penale], messo in minoranza dagli altri due componenti del collegio, si è dimesso sùbito dopo aver firmato le motivazioni della sentenza: giacché voleva la condanna del Kapone, essendo dichiaratamente e reiteratamente contrario alla decisione presa a maggioranza dagli altri due giudici, e obiettando loro che stavano commettendo un <errore imperdonabile> con il rischio di dover risarcire i danni provocati da un clamoroso errore giudiziario, a noi non rimane che usare un’antìfrasi —— “ammirevole” dovrebbe essere solo il presidente Tranfa e invece al contrario per noi sono gli altri due a essere disdicevoli spregevoli repellenti, e “non ammirevoli”.

E, come si dice, per non far nomi diventa viceversa essenziale ricordare e fissare bene in mente proprio i “nomi” di quei due [certo, avevano la maggioranza in quel ristretto àmbito: 2 su 3!!, ma su 6 giudici di merito che hanno esaminato il caso Ruby, 4 lo hanno ritenuto colpevole e solo quei 2 innocente]. La relatrice è stata Concetta “Ketty” Lo Curto (così soprannominata tanto per occultare un po’ l’origine sudista del nome di battesimo, altre si rinominano a es. Cicì, ecc.; è figlia di un militare ed è iscritta a <magistratura democratica> con il capo Edmondo Bruti Liberati, il quale per la sentenza assolutiva redatta da Lo Curto si è ritrovato con una grana inattesa, perché costei proprio dall’”asinistra”, con qualche colpo di penna aveva vanificato in un attimo anni di lavoro di Ilda Boccassini, altra sostenuta da Bruti: proprio nel momento in cui lui sta giostrando con Robledo che aveva ottenuto la condanna di Berlusconi per gli imbrogli sui diritti tv). Il nome da ricordare, dell’altro spregevole giudice a latere è Alberto Puccinelli: la sua sintonia innocentista con Lo Curto si è manifestata fin dall’inizio del processo; nonostante che sia considerato vicino al centro-destra ma abbia partecipato alla condanna di Silvio e Paolo Berlusconi per risarcire i danni a Piero Fassino.

Riprendendo le considerazioni sui due disdicevoli innocentisti, anzitutto costoro si sono premuniti con l’escludere rilevanza penale per concussione – legge Severino – alla sequela di telefonate che Berlusconi ha fatto la notte del 27 maggio 2010 al capo di gabinetto della questura milanese, Piero Ostuni: dice la relazione Lo Curto che non ci fu alcuna “minaccia in grado di incutere timore” a Ostuni, che ha obbedito al presidente del consiglio ben volentieri, per “timore reverenziale” e “desiderio di non sfigurare” [sic!]; quella di Berlusconi fu solo una segnalazione, una semplice “richiesta”: perciò secondo Lo Curto definirla “ordine” non basta per parlare di una prevaricazione costrittiva. La richiesta del delinquente era di far rilasciare la minorenne marocchina Karima el Mahroug, detta Ruby presentandola falsamente come la nipote di Mubarakh: al telefono Lui chiamò Ostuni, come testimoniato da lui stesso agli atti dell’inchiesta della magistratura, anzitutto per “confermare che conosciamo [!] questa ragazza, ma soprattutto spiegarle [!] che ci è stata segnalata come parente [!] del presidente egiziano Mubarakh e dunque sarebbe opportuno evitare [!] che sia trasferita in una struttura di accoglienza. Credo sarebbe meglio affidarla [!] a una persona di fiducia e per questo volevo informarla che entro breve arriverà da voi [!] il consigliere regionale Nicole Minetti che se ne occuperà volentieri”.

Ma a Ostuni che gliene poteva fregare delle <conoscenze> del kapone (erano e sono letteralmente <cazzi di Lui>), della fantasiosa male messa supposta <parentela> della ragazza, di <evitarle> il rispetto della legge sui minori, e invece meglio <affidarla> a una fiduciaria del Kapone che Lui, senza che alcuno glielo avesse chiesto, gli fa precipitare in questura tra capo e collo (il tutto dopo aver ricevuto un’allarmata telefonata da un’altra prostituta – comune collega e amica di entrambe, el Marough e Minetti – “per trovare qualcuno che potesse rendersi disponibile all’affidamento per una persona che ci aveva fatto a tutti molta pena”: ah! la pietà, la compassione!! Dunque niente di provato??? Pur se il presidente Tranfa aveva immediatamente replicato ai due giudici ingombranti che la Cassazione aveva già considerato più che sufficiente una “minaccia implicita”. Non-pertanto Lo Curto (complice Puccinelli) ha scritto che Berlusconi non ha esercitato “nessuna pressione sulla questura. C’è solo stata una telefonata”: all’anima della telefonata! Aggiungendo tuttavia che Lui intervenne sulla questura perché “con la fuoriuscita della giovane dall’area di controllo [sic] delle autorità minorili vedeva diminuire il rischio che la stessa rivelasse i retroscena compromettenti [aah] della loro frequentazione”: ma, un attimo, questo intervento indebito non avvenne attraverso alcuna forma di minaccia o <costrizione>, e ci occorre precisare nemmeno quindi per <induzione>, come recita ancora Severino, ma soltanto per cristiana compassione. Ergo —— il reato non sussiste: e fuori uno!

2#. Salta fuori anche il secondo punto, che se non fosse drammaticamente disdicevole e spregevole – la prostituzione minorile e quindi l’età di el Marough al momento della sua attività riconosciuta di mercimonio sessuale col Kapone – sembrerebbe una pochade da avanspettacolo. Ma per i due giudici innocentisti del­l’appello “la conoscenza della minore età della persona offesa da parte di Silvio Berlusconi all’epoca dei fatti è circostanza non assistita da adeguato supporto probatorio [sic]; nessun altro indizio è emerso della effettiva conoscenza di Berlusconi della minore età di Kharima el Mahroug”. E la convinzione dei primi giudici che fosse stato Emilio Fede a rivelare a Berlusconi che la ragazza era minorenne viene definita dalla Corte d’appello “una congettura non riscontrata”. Congettura? Ma se Emilio Fede è sempre, fin dalla fondazione della signorìa berlusconiana un Suo uomo-di-fede, e fu proprio lui che presentò Karima al Kapone, introducendola per la prima volta alla tragica villa san Martino di Arcore – senza che lei sapesse dove stavano andando, pur intuendo che cosa dovesse fare, mentre lui conosceva benissimo tutto di lei, nome vero, provenienza, attività, e soprattutto età —— come risulta dai verbali giudiziari – cose confermate al processo Ruby2: parallelo al primo, dove però gli imputati sono Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, accusati di avere procacciato le ragazze da portare alle <cene-eleganti-diceva-daniela-garnero-santanscè> di Arcore: in realtà un lupanare mascherato da villa. Come descritto anche dagli innocentisti dell’appello che non hanno avuto difficoltà a constatare che è stata “acquisita prova certa dell’esercizio di attività prostitutiva ad Arcore in occasione delle serate cui partecipò Karima el Mahroug; pienamente confermato è il meccanismo retributivo delle ragazze partecipanti”. Disposti a scoprire il verminaio del meretricio pur di sostenere – mentendo – che “non è provato che Silvio Berlusconi conoscesse la vera età di Ruby”: ma a quei due serviva forse vedere l’arma del delitto in flagrante, ossia fare i “guardoni”, come si addice a quel genere di osservatori ovviamente di nascosto e con carta d’identità della minorenne in mano, durante le copule tra Silvio e Karima?

Berlusconi scrivevano, invece, i giudici nelle motivazioni della prima sentenza “temeva – giustamente – che la minorenne potesse svelare alle forze del­l’ordine, come in effetti accaduto, il contenuto prostitutivo delle serate di Arcore. Ciò avrebbe potuto astrattamente costituire un eventuale danno per la sua immagine di uomo pubblico”. Ma non era, questo, l’unico motivo che spinse Berlusconi a intervenire pesantemente sulla questura. “Ciò che poteva danneggiare Berlusconi, in quanto fatto illecito con rilevanza penale era la possibilità che le cene con connotazioni sessuali fossero associate a un soggetto minorenne, già sospettato per di più di svolgere attività di prostituzione”. Viceversa i due giudici innocentisti dell’appello, pur accettando la qualifica di prostituta abituale a Karima e alle sue colleghe o “mezzane”, hanno insistito sulla circostanza – invero risibile – che sarebbe “pienamente provato che Silvio Berlusconi fosse a conoscenza della minore età di Ruby” soltanto “la sera del 27 maggio 2010, allorché telefonò al dottor Ostuni”: telefonata, dicono, che non ebbe l’effetto di <costringere i poliziotti> a consegnare la minorenne marocchina all’allora consigliera regionale: ciò “è semplicemente rivelatore del personale, concreto interesse di Berlusconi all’affidamento di Ruby a Nicole Minetti”.

Ma se Berlusconi davvero non fosse stato al corrente della minore età della ragazza all’epoca della loro frequentazione, come dallo stesso affermato, non avrebbe avuto alcun motivo di intervenire, telefonando a Ostuni “per evitare il foto segnalamento e il collocamento della giovane in comunità protetta”. In effetti è la legge sui minori che prevede l’affidamento del soggetto a una persona affidabile, che non deve essere evidentemente un’altra prostituta come il soggetto minore né tanto meno una mezzana organizzatrice degli incontri prostitutivi (in generale). E siccome il Kapone mise preventivamente in moto una sua amante come Nicole Minetti e una sua “favorita” brasiliana – a prescindere da chi fossero le due donne indicate – avrebbe potuto farlo soltanto se la persona da dare in affidamento fosse notoriamente una minorenne: altrimenti l’in­tera manovra non avrebbe potuto nemmeno essere ipotizzata. Si ha conoscenza dell’affidamento deliberato a favore di un imputato maggiorenne? Tutt’al più, in alcuni stati, come abbondantemente in Usa, un accusato maggiorenne può essere consegnato a chi paghi una cauzione: ma non era questo il caso.

Si è detto anche che in quella notte di maggio 2010 si era scoperta … l’acqua calda: cioè che non si trattava affatto della nipote di Mubarakh! Senonché della scoperta leonardesca dell’acqua calda la magistratura fu informata con diverse settimane di ritardo, nonostante la sollecita segnalazione di due agenti di polizia. Anche il presidente Tranfa li aveva elogiati per il coraggio di applicare il principio costituzionale – che poi la sentenza ha violato – e cioè che la legge è uguale per tutti. Ha scritto Giovanni Pellegrino che si tratta di “fatti che potevano essere perseguiti come violazione dei doveri di ufficio da parte della questura e come istigazione a violarli da parte dell’allora premier. Se la procura si fosse mossa in questa direzione, sarebbe stato tutto più semplice. E non sarebbe servita l’enorme mole di tabulati”. Tranfa aveva provato ad avvertire i suoi due impresentabili coadiutori che l’assoluzione avrebbe scomposto e frammentato la concatenazione degli indizi contrari: e fuori due!

E qui si inserisce anche la “comica finale” che però è stata costruita come una drammatica im\morale della favola. La pm della procura dei minori, Annamaria Fiorillo, di servizio quella sera di maggio, oppose un drastico rifiuto alla “richiesta” di affidare Ruby a Nicole Minetti (e a un’amica prostituta brasiliana che aveva avvertito il delinquente) e – conformemente alle disposizioni di legge e non al volere arrogante del Kapone o neppure inchinandosi come Ostuni per <timore reverenziale e desiderio di non sfigurare> di fronte al presidente del consiglio – ordinò di affidare la minorenne a una comunità o di trattenerla in questura. Ordine disatteso: perché quella sera stessa Berlusconi richiamò con assillo in questura finché Ruby fu affidata all’ex consigliere Minetti. Immeditamente, a giro di telefonata, l’allora ministro dell’Interno del governo berlusconiano di destra-centro-destra (il leghista Roberto Maroni) se ne uscì con una delle sue cialtronate, asserendo che “i funzionari della questura, nell’affidare Ruby a Nicole Minetti avevano agito sulla scorta delle indicazioni del magistrato”. Falso.

Perciò Fiorillo, gettata nel vortice delle vessazioni (sia per la data della conoscenza dell’età della minore sia per quella della sua provenienza parentale (nel mondo intero ancora ridono quando sentono che un parlamento, quello italiano, ha bevuto, avallandola, la pappola sulla <nipote-di-mubarakh>) ha ritenuto giustamente che, contro lo strapotere dei berluscoidi, per sostenere la verità, non poteva far altro che rivolgersi alla stampa dicendo di “non aver autorizzato l’affidamento di Karima el Mahroug alla consigliera Nicole Minetti”. Il Csm, nella contrapposizione fra Fiorillo e Maroni ha assolto la prima giacché aveva agito “per ristabilire la verità storica e tutelare tempestivamente ed efficacemente il suo onore professionale” – in barba alle farneticazioni servili di Maroni. Di fonte a tanta umiliante e meschina demenza, Fiorillo – con un tocco di umorismo sarcastico – ricordò che già aveva ribadito di non aver “mai autorizzato l’affido, anche perché se Ruby è la nipote di Mubarak io sono Nefertiti regina del Nilo”. Se l’assoluzione da parte del Csm sottolineava “l’indubitabile portata lesiva dell’onore professionale del magistrato”, il suo aver parlato alla stampa per giudici è stata una scelta di “sicura proporzionalità”.

Si sa che il Kapone non sa l’inglese, e nella sua ignoranza ultra-mussoliniana non mastica bene neanche l’italiano [se no non avrebbe copiato il duce-che-fu chiamando “Remolo” il fratello\lo di Romolo come se fosse un nano\lo della favola, e pensando esattamente come fece l’altro di poter capire e prefare Machiavelli], quindi è certo che non conosca l’arabo-egiziano ed è perciò pensabile che abbia confuso il termine <nipote> con <zia>: il nipote sarebbe così Mubarakh stesso e la donna in questione una sua zia, in età matura e perciò verosimilmente maggiorenne. Regge? Ci sa proprio di no. Ma fuor di battute idiote, quello che resta è che, mentre Fiorillo è dovuta restare nell’emarginazione, Berlusconi riciccia in continuazione come le <brocche di biancospino>: e fa scuola. Perciò se Lui può sfangarla frequentando prostitute minorenni, i suoi imitatori e seguaci devono essersi chiesti perché non fare altrettanto, cominciando poi con l’accampare la scusa di <non sapere e nemmeno sospettare che le prostitute erano minorenni>.

Così si è potuto assistere all’edificante messinscena di puttanieri – non potenti o titolati come nel caso del Kapone, né sufficientemente <ammanicati> – ma pezzenti <sciupafemmine> accattoni del sesso, par suo, che scegliendo come prostitute ragazze minorenni si sono poi rifugiati nella suddetta strausata pseudo giustificazione di non supporre minimamente la loro minore età: tipacci come Mauro-“capitano-Mussolini”-Floriani (ex capitano della Guardia di Finanza) o Nicola Bruno, avvocato, figlio di Donato (candidato da Forza Italia alla corte costituzionale – sic!, in quali mani di educatore saremmo finiti), e almeno un’altra sessantina di laidi pedofili. Per un tale reato di prostituzione minorile il codice penale prevederebbe (il condizionale è d’obbligo) un massimo di pena con reclusione fino a dodici anni e una multa fino a 150.000 €, ma gli imputati considerati “stimati”, patteggiando la condanna, se la sono cavata con la pena di un anno con la <condizionale> e 1.000 (un “prezzo di favor” cantava De Andrè per Carlo Matello). Rimasto allibito – colui che sarebbe preposto come inerme garante per l’infanzia e l’adolescenza – non si è capacitato che il tribunale avesse in un caso così grave ritenuta “opportuna la possibilità del patteggiamento, che si traduce anche in una riduzione della pena”: ma tant’è. Del resto gli imputati hanno esultato perché si sono retoricamente chiesti che se un delinquente riconosciuto, capo di un governo-ladro, evasore fiscale, truffatore di uno stato che la ha messo ripetutamente al governo, ecc. è stato anche assolto nel secondo grado di un altro processo sia dall’accusa di concussione che di prostituzione minorile, senza farsi nemmeno un giorno o un minuto di galera, perché loro miserabili tapini per il … solo ultimo reato succitato dovrebbero andare <al gabbio> e subire pene pesantissime? Non pretendono capovolte ovazioni sarcastiche buñueliane, grottescamente rivolte all’as­sassino mandato libero, ma almeno qui “la legge è uguale per tutti”: o no? No‼

Pur in questa temperie di corruttela generale, contro la sentenza d’appello del processo Berlusconi\Rubi1 è formalmente possibile il ricorso della procura generale – probabilmente nella persona del pm dell’appello stesso Piero De Petris, nel tempo previsto in 45 giorni dal deposito della sentenza (ossia entro la fine di novembre) – per sottoporla al vaglio finale dei cinque giudici di turno della Cassazione. C’è ancora da sperare?

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