IL“FAVOR REI” E LA PROGNOSI DI RIEDUCABILITÀ

22 Apr

la presunta “buona fede” del condannato

Ritenevamo che le norme prescrittive dettate dall’o.p. vigente fossero chiare e inequivocabili: e perciò pubblicammo su questo nostro blog [cfr. il precedente articolo del 14 apr. ignominia certificata] alcuni nostri sospetti – caratterizzati nello stile di molti comici sotto la premessa <di maniera>, implicita, con un salvifico <sarà, ma io non ci credo> – circa il pronunciamento dal sentore nauseabondo di opportunismo del tribunale di sorveglianza. Ma eravamo troppo benevoli: ci sembra che non sia proprio così, a vedere a che cosa preludano le dichiarazioni, a dir poco sconsiderate, dei giudici del tribunale di sorveglianza e a che lascino intendere le cose non dette o pure dette ma monotematicamente, senza troppa prudenza, in favore del reo. Pertanto ci si impone oggi di precisare qui – come continuazione del citato blog precedente – sia alcune norme occultate, sia i marchingegni truffaldini messi in atto da quei veri e propri filibustieri che sono i difensori del reo. E occorre partire dalla prima norma formulata da considerare ineludibile: la <durata della pena detentiva inflitta, che, ai sensi del 1º comma dell’art. 47, non deve superare i tre anni>”, al massimo e per chiunque (si chiami Rossi, Bianchi o Berlusconi) dal momento che si “prevede che la misura alternativa, anche attraverso le prescrizioni, contribuisca alla rieducazione del condannato e assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati, oltre che abbia tenuto un comportamento tale, dopo la condanna, da consentire lo stesso giudizio”. Le argomentazioni su tali tempi sono inoppugnabili e le motivazioni qualitative sensatissime, ai fini del recupero sociale del reo tramite un suo effettivo <ravvedimento> dettando rigorose prescrizioni predeterminate, per l’imposizione di obblighi anche positivi e non solo negativi sulla via del superamento degli errori passati e del pieno recupero [‼?‼ <mma de che?>] del soggetto; anche in base a informative raccolte tramite organi istituzionali (di polizia, prevalentemente) “oltre che dei consueti indicatori criminologici quali i precedenti e le pendenze penali”; le misure alternative alla detenzione riguardano anche “il principio di buona fede del condannato e della sua affidabilità e idoneità per la rieducabilità”. Già la deroga parziale dal regolare periodo di due anni avrebbe dovuto costituire una limitata eccezione, solo per dare ai rei più anziani un po’ più di tempo per riadattarsi alla vita comune. Dunque è proprio il Tribunale di sorveglianza [competente a decidere sulla concessione dell’affidamento in prova, ex art. 47 comma 4º] che può addivenire alla pronuncia favorevole solo se siano stati raccolti elementi concreti e specifici a sostegno della richiesta.

Invece, come vuole il proverbio <fatta la legge, trovato l’inganno>: tramite una ridda di interpretazioni giurisprudenziali, negli anni è stato tentato – e fatto – di tutto per <andare incontro> ai rei potenti, e salvarli in qualche maniera: il riferimento a fatti e persone (come si dice), Berlusconi e le sue truffe e frodi, non sono puramente casuali. Intanto i tre anni sono stati estesi per riferirli a tutti. E siccome non bastava – e comunque da quel punto di vista da ultrasettantenne, per la sola ammissibilità e non per la pena irrogata di quattro anni – volendolo sarebbe potuto bastare: ma c’era la questione della durata massima, indipendentemente dall’età del condannnato, ed è 4>3, non potendo derogare dalla durata della pena, 4 anni, urgeva fingere di abbassare il termine massimo di 3 per ammettere alla prova dei servizi sociali anche i delinquenti che non ne avevano titolo. Ecco allora che gli avvocati-azzecagarbugli, con grande lungimiranza berluscoide (tanto lì <si nun so’ dilinguenti, nun li volemo>, e quindi il materiale dis\umano non manca!) ti inventano un paio di giochetti che fanno impallidire quello delle tre carte: giacché sotto la carta dei tre anni hanno nascosto i dieci mesi e mezzo: et voila! les jeux sont faits, rien ne va plus! Per inciso-ma-non-tanto: in base alla legge che ha preso il suo nome, Anna Maria Cancellieri ha ricordato che “i reati finanziari non sono stati mai presi in considerazione nei provvedimenti di amnistia e indulto” e quindi che, in base alle precedenti esperienze, “un provvedimento di clemenza non potrebbe riguardareSilvio Berlusconi” ― ma chi ci ha creduto?!? Sono stati in molti a non abboccare [anche se già nel 1990 i reati commessi da politici, particolarmente quelli contro la pubblica amministrazione (corruzione, concussione e peculato) non furono ammessi ad amnistia [e nel 2006 furono esclusi dall’indulto anche altri reati [relativi a mafia, terrorismo, violenza sessuale, prostituzione, pornografia minorile, riciclaggio e traffico di droga].

Risultato è stato infatti che, pur se gli avvocati-del-Kapone non sono riusciti a ottenere l’amnistia (o la grazia) per il loro capo, queste altre grandi-palle-sonda sono però servite come diversivi per non attirare l’attenzione della pubblica opinione sull’indulto. Sembrava che dopo la condanna di Berlusconi, diventata definitiva il 2 agosto 2013, per la frode fiscale nel processo Fininvest\Mediaseta 4 anni [erano e sono stati confermati, quindi più di 3!] tutto fosse chiaro ― nondimeno … non è stato così <grazie> all’indulto negato\voluto da Cancellieri che taglia di netto la misura della pena originaria, cioè della pena <inflitta> da espiare. Pertanto! Ghedini & co. sono riusciti surrettiziamente – tomi-tomi, cacchi-cacchi, diceva Totò – a usare il grimaldello giurisprudenziale sopra ricordato per sostenere la peregrina tesi dell’opportunità di sottrarre i 3 anni dell’indulto concesso a tutti. Stavolta – per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana – sono stati fatti rientrare dalla finestra formale pseudo giuridica anche i reati finanziari e quelli particolarmente gravi commessi da funzionari pubblici (per caso qui era in questione il … <presidente del consiglio>) ai danni dello stato, con truffa ed evasione fiscale. Conseguentemente sul termine “inflitta”, anche in riferimento al limite di pena (rapportato rispetto a quello che dice l’art. 47 comma 1° o.p.) è sorta una pedante diatriba tra avvocati, avvocaticchi, principi-del-foro e supreme istituzioni. Tralasciando i noiosi dettagli basta delineare le due parti allo scontro: l’una è per l’interpretazione testuale e rispettosa della genesi pratica e storica – e anche sintattica – della legge sull’affidamento in prova: in concreto, “inflitta” è così da intendersi “nel senso di pena irrogata con la sentenza di condanna definitiva” senza poterci sottrarre alcun effetto attribuibile ai ridimensionamenti intervenuti dopo per altre cause [come avverrebbe – ed è avvenuto – per fare un esempio non casuale con un indulto] come pena in espiazione, “inflitta”, che letteralmente sta a significare imposta, irrogata; l’altra è quella detta dai giuristi del <principio del “favor rei”>: secondo cui una <rigorosa> [e se no, che altro??] interpretazione letterale di “inflitta” non consente un <eccessivo utilizzo> della misura, a cui viceversa quella genìa di azzeccagarbugli vuole estendere la possibilità di interpretare e applicare con <manica larga> l’istituto della sorveglianza: come dice la denominazione a totale favore del reo condannato.

Così con un capolavoro di ipocrita opportunismo i legulei berluscoidi sono riusciti nell’intento di far scendere il limite massimo dei quattro anni, in un appello aggiuntivo prima a due anni (ma era solo per la pena accessoria, senza intaccare quella principale); ma poi grazie <all’insaputa> di Anna Maria Cancellieri, l’indulto, che han fatto inserire tra le righe di quella legge, tutti costoro di fatto hanno accolto la seconda <interpretazione>, detraendo contra legem i tre anni dell’indulto. Ripetiamo, esteso anche ai reati molto gravi, finanziari e non, commessi da <delinquenti abitudinari> (come è stato definito Berlusconi dal dispositivo della sentenza definitiva) e in quanto – come ha scritto incoerentemente anche la stessa magistratura di sorveglianza, rispetto al suo generale agire per il favor rei – Lui “è ancora persona socialmente pericolosa; le condotte reiterate nel tempo del reato dimostrano l’insofferenza del colpevole alle regole dello stato poste a tutela dell’ordinata e civile convivenza”: e dopo ‘sta carrettata di Sue dichiarazioni piene di ingiurie e oltraggi e di proprie reiterate insulse affermazioni di “innocenza” [‼?‼], esse di per sé stesse dovevano imporre – per legge! – la negazione dell’<affidamento in prova per i servizi sociali>. Ciò in quanto “la misura alternativa, anche attraverso le prescrizioni, data la sua natura originaria, non poteva essere concessa a condannati per reati considerati di una certa gravità, e questa non si poteva che desumere dall’entità della pena irrogata nella sentenza di condanna”: ed è lo stesso <affidamento in prova> che è concesso affinché esso “contribuisca alla rieducazione del condannato”. Ma tutti i giudici di sorveglianza hanno un pallido ricordo che l’art. 47 o.p. recita che se “si è in ogni caso negata la sussistenza di una sorta di presunzione di affidabilità di ciascuno al servizio sociale; negandosi quindi che l’affidamento in prova sia in ogni caso lo strumento idoneo al conseguimento degli obiettivi della rieducazione e della non recidività del condannato”. E loro propendono per la concessione dell’affidamento come se la <rieducazione> fosse esso stesso in quanto tale uno <strumento idoneo al conseguimento degli obiettivi della rieducazione>, e non che codesto obiettivo sia un eventuale risultato della misura alternativa e non una sua premessa.

Viceversa, nonostante il Suo comportamento {a cominciare dal non riconoscimento della condanna inflittagli in tutti i tre gradi di giudizio previsti (quasi solo) in Italia, sì che insiste con l’ossessivo e borioso ritornello dei pm-che-lo-hanno-“perseguitato”, e non di essere i pm consapevoli di dover “perseguire” [nel senso proprio della lingua italiana, che Lui non conosce] il grave reato ― e quindi il reo-imputato che lo ha commesso}. Lo stesso vale per il pagamento da Lui disposto del risarcimento danni all’agenzia delle entrate [ma che Lui ha <accomodato> ben dopo la sentenza che lo ha colto in fallo, mentre la legge, per considerarlo un segno positivo, dice che esso pagamento debba avvenire prima che la sentenza colga il truffatore con le mani nel sacco: altrimenti è troppo comodo! e semmai perciò esso può costituire un’aggravante per la mancata sincerità del reo che assuma tal ruolo solo per freddo e calcolato interesse]} e anche delle usuali spese processuali per il caso Fininvest\Mediaset: ci mancava pure che, condannato, non volesse pagare le spese giudiziali; invece il tribunale di sorveglianza dice che tutti quelli “appaiono indici di volontà di recupero”. Volontà-di-recupero?‼? ma siamo matti? E per fare 31-da-30 quel tribunale ha ritenuto congruo aggiungere all’“ancora socialmente pericoloso” che pure “il fatto che abbia chiesto di scontare la pena ai servizi sociali, mostra “volontà di ravvedimento””. E la mera <possibilità> che soltanto una parte della giurisprudenza ammette per estendere l’interpretazione a favore del reo, per chi si schiera con quella parte viene elevata a effettuale ovvietà. Sicché la legge per l’affidamento in prova [specificamente l’art.47 o.p.] cambia natura e resta subordinata a questa forzatura interpretativa, vanificando ciò che la legge stessa prescrive ― mentre è solo essa legge che conserva immutate, ma disattese, e valide tutte e sole le norme imposte, al di là delle possibili [?] diverse interpretazioni che comunque non debbono violarle.

L’affidamento è revocato qualora il comportamento del soggetto, contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, appaia incompatibile con la prosecuzione della prova. All’affidato in prova al servizio sociale che abbia mostrato nel periodo di affidamento, di collaborare con la giustizia, rispettandone le decisioni e accettando i giudizi, e di un suo concreto recupero sociale, desumibile da comportamenti rivelatori del positivo evolversi della sua personalità, può essere concessa la detrazione di pena; se l’istanza non è accolta, pertanto, riprende o ha inizio l’esecuzione della pena. Tale istanza può comunque essere legittimamente respinta quando il tribunale di sorveglianza ritenga che il delitto che ha dato luogo all’applicazione della misura cautelare, non consenta di formulare il giudizio prognostico di cui all’art. 47 della legge 354/1975. Ma il tribunale di sorveglianza non solo non ritiene il delitto di Berlusconi tale da negare ogni norma che possa permettere di applicare la misura cautelare – e quindi non solo ha cominciato a far attuare il cosiddetto <servizio civile> [piuttosto <immorale e biasimevole>, una caricatura!] – ma c’è da aspettarsi che non lo revochi. Per una semplice informazione di massa – che i grandi mezzi stampati e radiotelevisivi non hanno voluto dare, così indirizzando malamente e in senso contrario la pubblica opinione – è opportuno delineare i termini storici della questione. In tale maniera i legulei berluscoidi sono giunti a fare estendere l’interpretazione del favor rei – in opposizione non solo all’altra interpretazione, quella letterale, ma altresì alle disposizioni di legge vigenti – ai fini della determinazione del computo della pena: anziché assegnare rilevanza alla legge, si è comunque pervenuti a detrarre <tutti quei fatti giuridici che importano un ridimensionamento della pena inflitta> (indulto, ecc.). L’istituto dell’affidamento in prova, vide quindi allargarsi notevolmente il suo campo di applicazione, perdendo perciò alcune delle sue principali connotazioni originarie. La pronuncia interpretativa di accoglimento, portò a considerare l’espressione “pena inflitta” al di là del suo significato letterale, come pena da espiare effettivamente, ma nella <praticaccia> come durata da cui andava detratta sia la parte di pena già condonata o altrimenti estinta, sia la parte eventualmente già espiata dal condannato: ecco il <sordido-capolavoro> della <banda Ghedini &co.>

Dovendosi verificare per decenza la cosiddetta prognosi di rieducabilità (di cui all’art. 47, 2º e 3º comma della legge 354/1975) l’alternativa offerta all’attenzione delle masse sarebbe dovuta essere tra gli arresti domiciliari e il carcere, privilegiando quest’ultimo come fu fatto per Calisto Tanzi (dato che allora quei giudici di sorveglianza dissero con sincerità che non potevano accettare neppure una parola tra le menzogne da lui raccontate). E si osservi che è ritenuta sufficiente, nella pronuncia del tribunale di sorveglianza, la motivazione puramente negativa, non occorrendo che venga anche fornita la dimostrazione, in positivo, dato che detta applicazione non consentirebbe in nessun modo il conseguimento degli obiettivi voluti dal legislatore. Se l’istanza non è accolta, riprende, o ha inizio, l’esecuzione della pena. Si è in ogni caso negata la sussistenza di una sorta di presunzione di affidabilità di ciascuno al servizio sociale, e quindi negandosi che l’affidamento in prova sia in ogni caso lo strumento idoneo al conseguimento degli obiettivi della rieducazione e della non recidività del condannato. In sintesi, il beneficio dell’affidamento non potrà essere concesso ove risulti che la condotta serbata dal condannato in libertà non sia stata osservante della legge penale o di prescrizioni imposte a fini di prevenzione.

Quel che conta, in definitiva, è solo la valutazione della condotta del condannato al fine di stabilire se lo stesso (prescindendo quindi dall’accertamento giudiziale della sua responsabilità) sia meritevole del beneficio penitenziario alternativo alla detenzione. L’applicazione dell’affidamento, considerato che lo scopo cui la misura deve essere idonea, è il contribuire alla “consapevolezza della necessità di rispettare le leggi penali e di conformare, in genere, il proprio agire ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, e nella valutazione delle modalità dell’insistente professione di non colpevolezza. <È indubitabile che il carattere “inverosimile e malizioso” del modo di porre la propria innocenza sia elemento da considerare nel giudizio di affidabilità del condannato>; anche l’indifferenza del reo a voler riparare l’offesa o il danno arrecato, per cercare di ristabilire un rapporto corretto con l’ordine giuridico violato, può essere ritenuto sintomatico del mancato ravvedimento del condannato. “L’utilità della misura al fine del reinserimento sociale, va inteso con particolare riguardo all’esigenza di una “autentica e profonda” revisione critica del comportamento, fondata sul distacco dalle precedenti scelte devianti e sulla coscienza del danno sociale causato: il beneficio nel caso specifico va negato al condannato che ometta una esplicita presa di distanza dal passato delittuoso, limitandosi ad affermare di avere maturato una non meglio chiara “autocritica””.

Per concludere l’aspetto legale, tenuto in spregio dai fanatici berluscoidi della <banda-ghedini> merita considerare alcune norme costituzionali relative alla gestione penitenziaria. Un intervento della Corte costituzionale nel 1993 [importante anno di svolta, cominciando dal quale venne dato fondo agli attacchi alla costituzione stessa] intende per pena inflitta “quella da espiare in concreto”, includente cioè anche quella residua rispetto a una maggiore pena inflitta; con ciò quindi veniva criticato il metodo con il quale è <stata ampliata la concessione dell’affidamento>. Viceversa la legge e l’ordinamento penitenziario prevedevano – e prevedono tuttora essendo questa la legge vigente – quali debbano essere i <limiti di pena entro i quali è perseguibile il fine rieducativo>; ossia solo per le pene medio-basse era previsto l’affidamento in prova al servizio sociale. La corte di cassazione, sulla base della nuova formulazione dell’art. 47 o.p., ha sentenziato che la concessione dell’affidamento in prova al servizio sociale è legalmente subordinata alla condizione che la pena detentiva “inflitta” non superasse i tre anni, dovendosi intendere letteralmente per “inflitta” la pena irrogata con la sentenza o le sentenze di condanna, secondo l’intenzione del legislatore, la struttura e lo scopo dell’istituto del quale la disposizione fa parte, ma evidentemente meno favorevole al condannato.

Viceversa, dunque, secondo la <banda-ghedini> il significato di <pena inflitta> va interpretato … nel senso che deve trattarsi della pena “da espiare in concreto” ― laddove costoro hanno voluto far assumere l’interpretazione secondo cui occorra tener conto anche dell’“applicazione di eventuali cause estintive”, che come tali vanno detratte. Si è pervenuti pertanto, per la giurisprudenza favor rei, all’affermazione che pena “inflitta” significa pena residua da espiare, ponendo in tale maniera l’istituto dell’<affidamento in prova al servizio sociale> di fronte alla possibilità di farlo assurgere a beneficio attribuibile anche a soggetti condannati per reati gravi.

Piuttosto occorre cioè che i servizi sociali, incaricati di gestire la “prova” dell’affidamento, siano messi nelle condizioni di <assicurarne l’esecuzione sotto tutti gli aspetti>: controllo, aiuto e appunto riparazione del danno. L’affidamento in prova al servizio sociale – in quanto legge vigente – al di là delle strumentalizzazioni effettuate dal mondo politico nel corso di questi anni, senza dubbio nella sostanza, in quanto istituto penale per una misura alternativa, potrebbe in sé restare un fatto positivo. Ma nella realtà della corruzione del sistema di potere della classe borghese decadente ogni vergognoso arbitrio è ammesso: quindi siamo tutti chiamati ad assistere alla prossima ignominia del tribunale di sorveglianza cui è stato incautamente e illegittimamente affidato il <mostro B> ― che non contento della interpretazione forzata della legge penale a suo favore, e non bastandogli l’avvertimento formale del presidente Pasquale {“poco”} Nobile De Santis che l’ha minacciato di revocargli l’affidamento (che peraltro già non gli spettava) se avesse ancora offeso, insultato e denigrato la magistratura, non ritenendo che fosse più che sufficiente il fiume rigonfio di ira, di rabbia e di senso di vendetta già vomitato dalla Sua boccaccia – si è ancora una volta scagliato contro la sentenza [terza e definitiva] della Corte di cassazione che Lui ha di nuovo definito – proprio Lui … <il mostro> – una “mostruosità” che lo ha “condannato ingiustamente” per una cosa di cui Lui si è per l’ennesima volta autodichiarato “innocente”. Ci vogliono altre “prove” affinché il sig. <Nobile> si accorga anche della prossima ignominia, per revocargli l’<affidamento in prova> e farsi restituire il mal datogli!

E se non è Silvio Berlusconi il soggetto reo riconosciuto colpevole e <condannato per reati gravi>, chi potrebbe essere mai? Ciononostante i giudici (¿chi? tutti?) del tribunale di sorveglianza nel comportamento del reo condannato hanno ravvisato [‼?‼] <elementi che indicano “il riconoscimento della condanna” ed ”evidenziando la scemata pericolosità sociale di Berlusconi, appaiono indici di volontà di recupero dei valori morali perseguito dall’ordinamento”>. Ma dove stanno? Nel mondo dei matti – magari si trattasse del cappellaio di Alice nel paese delle meraviglie!, oltre che logico sarebbe anche divertente – ma in questo globo di merda come si può parlare ancora oggi, rispetto a Lui, di <riconoscimento della condanna>, <scemata pericolosità sociale>, <volontà di recupero> perfino riferita ai <valori morali>! La Sua morale\immorale, la sua più volte ribadita pericolosità … non scema\ta, di quale recupero e dove sta il riconoscimento della condanna (e dei giudici che le hanno emesse, più di una, anche se di diverso grado di giudizio o di prescrizione) e con essa, non della propria nauseabonda“innocenza”, ma implicitamente dell’ammissione di colpevolezza e di accettazione del giusto giudizio ― come fanno a non vedere tutto ciò? Aprite gli occhi, se ancora li avete. Insieme ai grandi-comunicatori-di-massa (stampa e tv). C’è ancora tempo e possibilità, ma per ora la risposta è sempre ferma sul boh!, o pure sull’avverarsi di dubbi e sospetti da noi avanzati una settimana fa, ipoteticamente, circa il rischio di un atteggiamento cieco o accecato da parte del tribunale di sorveglianza: “tu come la vedi? ÷ la seconda che hai detto!”

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