IN\AFFIDABILITÀ … CONCLAMATA

5 Apr

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Con la sconcezza dell’accesso del reo condannato al Quirinale al cospetto del presidente della repubblica si è giunti al colmo: non per quello che si siano detti o non detti quei due, anche se le agenzie di informazione riferiscono che il presidente sarebbe stato inflessibile verso i deliranti piagnistei del delinquente; ma a prescindere da ciò un delinquente condannato definitivamente (e ancora in attesa di esecuzione della pena, principale e accessoria, per compiacenti responsabilità istituzionali) non solo secondo la legge, per sentenza a effetto immediato non dovrebbe essere fatto nemmeno avvicinare a sedi istituzionali, ma non deve neppure essere fatto entrare in una trattoria che non sia di quelle della “mala”. E se non con le buone, attraverso gli agenti della sicurezza che debbono inibirgli l’entrata (mentre Renzi l’aveva già invitato in pompa magna nella sede del Pd!), se servisse con le cattive a pedate … Nel frattempo – quanto a ricatti la cui arroganza forzitaliota è garantita dal governo – l’accordo con il fossile ha garantito la <depenalizzazione del reato del voto di scambio politico/mafia>. Renzi ha fatto eliminare la sanzione per il politico (… e chi altri, di fronte alla mafia, c’è se non il <politico>?); chi è < che si mette a disposizione delle cosche>? Questa è solo la forma vuota della vecchia <norma del tutto inutile al contrasto degli accordi politica/mafia> [cfr., per un’analisi breve ma esauriente, in <17 punti>, sulle <riforme di Renzi false e disastrose>, Andrea Scanzi, in Il fatto quotidiano, 3.4.2014: “Se gli italiani le conoscessero nel dettaglio, non sarebbero certo così entusiasti come sembrano. Non fatevi fregare da questa Brigata Supercazzola, composta da serial bugiardi e dilettanti allo sbaraglio, tanto arroganti quanto vuoti. Non spegnete il cervello: è quello che vogliono”].

A fronte di tutto ciò, invece, è stata scodellata l’immangiabile sbroscia della (per ora) <ultima accoglienza> al palazzo del Quirinale del delinquente condannato: sicché, dopo aver subito rinvii immotivati, per le acrobazie dei suoi avvocati, fino ad adesso, siamo – passati otto mesi a vuoto – finalmente arrivati a meno di una settimana dalla sentenza di emissione della pena accessoria [ricalcolata in due anni dalla corte di Appello di Milano, ma alla fine, chissà perché ridotta a nove\dieci mesi soltanto!], che tra l’altro, come sentenza definitiva per il terzo grado di giudizio formulato dalla corte di Cassazione avverso all’imputato Silvio Berlusconi, avrebbe dovuto avere esecuzione immediata. Senonché ci consta che la maggior parte della popolazione non è a conoscenza delle norme condizionali rigorosamente previste dalle leggi penali vigenti in Italia — per cui reputiamo essenziale che <gli italiani le conoscessero nel dettaglio, in maniera che

siano almeno informati compiutamente – senza formulare giudizi e opinioni in merito. Non occorre, poiché le norme previste parlano da sé: ciò consente che le decisioni prese al proposito da chi di dovere possano essere ponderate da chiunque, e non per partito preso, ma con la capacità di additare tutti gli ir\responsabili.

 

Per l’affidamento in prova ai “centri di servizio sociale per adulti” [cssa], in relazione all’art.47 dell’“ordinamento penitenziario” [o.p.], è infatti stabilito che occorre prendere in considerazione le valutazioni del magistrato di sorveglianza. Nella formulazione del suo giudizio il magistrato di sorveglianza, secondo quanto stabilito dalla legge, può prendere in esame i precedenti o pure le pendenze penali del soggetto, i motivi a delinquere, e infine la tipologia del reato per il quale è stata inflitta la condanna cui si riferisce la richiesta di affidamento. La legge penale ordinaria aggiunge che in ogni caso occorra dare particolare rilievo alle caratteristiche della personalità del reo; interessa nello specifico l’eventuale manifestarsi di un’evoluzione in senso positivo della personalità del reo; le informazioni fornite dagli organi di polizia, se di per sé indicative di una personalità instabile e ancora incline a delinquere, insieme al consapevole distacco del condannato dal proprio <passato criminale>, possono assumere un senso. Come pure una <mancanza di autocritica> rispetto alle condanne subite, qualora sia espressione della persistenza di un atteggiamento mentale del condannato giustificativo del proprio comportamento antidoveroso, e quindi sintomatico di una mancata risposta positiva al processo di rieducazione.

Epperò è preliminare sapere se il condannato continui a sostenere la propria innocenza — giacché in codesto caso non serve neppure avviare un processo di “revisione critica del suo passato criminale”, poiché il reo richiedente si pone in una “condizione nettamente ostile alla concessione delle misure a suo vantaggio”, comprese quelle “alternative alla detenzione”. Tant’è vero che viene affidata allo stesso giudice di sorveglianza la discrezionalità sul luogo più idoneo a espiare la pena, indipendentemente dall’età del pregiudicato: infatti, checché se ne dica, anche la “detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni” non è affatto tassativa e pertanto può essere indicato anche il carcere, rimanendo “sottoposta alle modalità, alle prescrizioni e agli interventi del servizio sociale, ai controlli e alla revoca per il caso di evasione o di incompatibilità del comportamento del soggetto, contrario alla legge o alle prescrizioni dettate”.

Le prescrizioni stabilite dall’o.p. con l’interdizione dai pubblici uffici sono tantissime e stringenti e dovrebbero impedire al condannato di “fare attività politica per un lungo tempo; comunque ciò dipende dalle decisioni del magistrato di sorveglianza sull’affidamento in prova ai servizi sociali che controlla, nei limiti consentiti dalle prescrizioni dell’autorità giudiziaria, non solo la generica buona condotta del condannato bensì una sua reale disponibilità collaborativa che non deve assolutamente consistere in un comportamento del condannato – contrario alla legge o alle prescrizioni dettate – ritenuto “incompatibile con la prosecuzione della prova”, anche qualora essa sia già cominciata. Peraltro la sentenza Fininvest\ Mediaset emessa della Cassazione <stabilisce senza ombra di dubbio che la carica da senatore è annullata (indipendentemente dalla “decadenza”), e pertanto nessuna attività politica ufficiale è consentita>, ancorché essa sia svolta all’estero, com’è per l’Italia — a es. partecipare alla riunione dei parlamentari e dirigere il neo-gruppo di forza Italia 2.0): è lo stantìo rientro dalla finestra della esclusa maleodorante cosiddetta <agibilità politica> per la quale Berlusconi chiede ossessivamente una … “tutela” affinché gli sia <garantita la possibilità di fare campagna elettorale per le europee>: ma chi, ma come, ma quando? Altrimenti passa alle minacce di rompere tutto e far cadere il governo …

Ma se si tratta di decidere (e non di revocare) se consentire l’affidamento ai servizi sociali occorre che il giudice consideri:

– se il condannato trasgredisca agli obblighi inerenti: alla libertà vigilata, e alle cose da fare, lavorare, andare a colloqui periodici con l’assistente sociale, ecc.

– se rispetti le prescrizioni: come a es. uscire di casa solo da una certa ora a un’altra; non frequentare pregiudicati [ogni riferimento a fatti o persone note, processate o pure condannate, qui non può essere affatto casuale]; non uscire da un certo territorio, non frequentare locali pubblici, ecc. (Dunque la rieducazione del reo rappresenta l’obiettivo dell’affidamento in prova al servizio sociale, e non un presupposto; il condannato deve meritare di possedere l’idoneità per la misura dell’affidamento onde facilitare il suo reinserimento nella società: in tale materia non è previsto alcun <automatismo> proprio perché la ragione di tutte le misure detentive – carcerarie o alternative – dovrebbe essere quella di favorire il recupero del condannato e prevenire che siano commessi nuovi reati).

– dettate le prescrizioni – e solo se il condannato abbia tenuto un buon comportamento e faccia ritenere sicuro il suo ravvedimento – secondo l’o.p. il giudice di sorveglianza può proporre l’ammissione del condannato all’affidamento in prova al servizio sociale. Il programma concordato è inviato al tribunale di sorveglianza dove viene valutato, assieme a relazione delle forze dell’ordine, situazione giudiziaria e caratteristica del reato commesso {cfr. un vocabolario italiano per sottolineare la differenza, che molti ignorano, e si ostinano a confondere – volutamente – tra i verbi: perseguire, che vuol dire <agire penalmente contro un reo che ha commesso un reato e nei confronti del reato stesso, che viene perseguito>; e perseguitare, che invece vuol dire <fare qualcuno oggetto di costante vessazione, di oppressione; tormentare i nemici>}.

Tra tali reati, in generale, spiccano: la concussione, se si abusa della propria qualità o dei propri poteri, si costringe qualcuno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità; l’istigazione alla corruzione se si offre o promette denaro o altra utilità non dovuti a un pubblico ufficiale o a un incaricato di un pubblico servizio, per l’esercizio delle proprie funzioni o del proprio potere; è colpa se l’offerta o la promessa è fatta per indurre un pubblico ufficiale a omettere o a ritardare un atto del suo ufficio, ovvero a fare un atto contrario ai suoi doveri; è reato anche il millantato credito presso un pubblico ufficiale [come fu falsità indiscutibile commessa dal <pubblico ufficiale> presidente del consiglio!, la battutaccia su Mubarakh e la sua supposta “nipote”].

Dunque: l’affidamento in prova di Berlusconi ai servizi sociali – se si leggono e capiscono bene le norme da rispettare e gli obblighi sulle prescrizioni – è del tutto <fuori discussione> — non si può proprio neppure prendere in considerazione, non esiste!

È il codice penale che stabilisce direttamente, come detto che l’interdizione temporanea [o perpetua] obbliga il reo a stabilire la propria dimora, ne regola la libertà di movimento, impone il lavoro; di contro, oltre al divieto di frequentare determinati locali e il divieto di svolgere attività estranee a quelle consentite dall’affidamento o di avere rapporti personali che possano portare al compimento di altri reati; conseguentemente priva il condannato della capacità di acquistare o di esercitare o di fruire, durante l’interdizione, del diritto di elettorato attivo o di eleggibilità, e di ogni altro diritto politico; di ogni pubblico ufficio, di ogni incarico di pubblico servizio, e della qualità a essi inerente di pubblico ufficiale o d’incaricato di pubblico servizio (e, per farla breve, svolgere l’ufficio di tutore o di curatore), dei gradi e delle dignità accademiche dei titoli, delle decorazioni o di altre pubbliche insegne onorifiche [si vedrà anche quali sono – o dovrebbero essere – le conseguenze sul “cavalierato del lavoro”] o di assumerne di nuove, di iscrizione a ruolo a carico dello stato o di un altro ente pubblico, aver abusato di un pubblico ufficio e dei poteri, o con la violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione, o ad un pubblico servizio; aver commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servizio, e se il reato è continuativo o è parte di un medesimo disegno criminoso costituiscono aggravanti.

Chi offenda l’onore o il prestigio di un corpo politico, amministrativo o giudiziario, o di una rappresentanza di esso, o di una pubblica autorità costituita in collegio, commette reato di oltraggio. Peraltro, l’art.415 c.p. indica genericamente per tutti che chiunque pubblicamente istighi alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico [per le quali in prevalenza si intendono le norme giuridiche rispetto alle quali non è riconosciuta alla volontà dei singoli alcuna potestà dispositiva o derogatoria] è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Reato e rei che regolarmente lo commettono a centinaia di migliaia – milioni dicono loro … – per sostenere giustificare osannare incitare istigare il loro capo a iterare i reati commessi contra legem, rei che quindi dovrebbero – ma quando mai?!, se ci capite – essere processati e condannati!

 

La revoca del titolo di <cavaliere-del-lavoro> e delle connesse onorificenze rappresenta un corollario della pena accessoria che Berlusconi dovrà scontare dopo la sentenza del giudice di sorveglianza del 10 aprile 2014; ma in un certo senso è strettamente collegata quest’ultima per un paio di ragioni. Anzitutto dato che anch’essa ha subito rinvii indecorosi, ma poi pure perché ha rappresentato l’occasione di ripetere un eterno ritornello berlusconiano — Lui non è stato mai battuto! Come quando, nel novembre 2011, il suo ultimo governo (nonostante il mercimonio di parlamentari in un andirivieni di <voltagabbana e responsabili >) non dispose dei 316 voti necessari che gli avrebbero garantito la maggioranza: ma siccome non aveva più la fiducia. finse di averla ma si dimise da sé; esattamente come ha fatto per il cavalierato-del-lavoro: capito che ormai non poteva più dilazionare la decisone anche di quella federazione nazionale di espellerlo, Lui si è dimesso, anzi “sospeso” da solo: ché non si dica che Lui sia mai stato sfiduciato e cacciato da qualcuno {per inciso si ricordi una doppia circostanza: l’ultimo a essere espulso, proprio a opera dell’allora ministro Berlusconi, fu Calisto Tanzi, il quale peraltro, sùbito dopo la sentenza definitiva della corte di Cassazione il 4 maggio 2011, finì dritto dritto in carcere, nonostante i suoi 73 anni, perché alla fin fine i <giudici non hanno mai creduto in un suo pentimento>}.

Ora, la revoca del cavalierato a Silvio Berlusconi “avrebbe” dovuto essere avviata automaticamente, controfirmata dal presidente della repubblica su proposta del ministro per lo sviluppo economico, adesso l’“amica di famiglia” Federica Guidi, se si fossero guardati con attenzione i requisiti richiesti per ottenere – o, nel caso, conservare onde evitare la revoca – titolo, onori e decorazioni (inclusa croce d’oro con collare) che lo seguono. Tali requisiti [art.3 del regolamento della federazione] sono i seguenti: <aver tenuto una spiccata condotta civile e sociale; aver operato nel settore per il quale la decorazione è proposta in via continuativa e per almeno vent’anni (sic!) con autonoma responsabilità; aver adempiuto agli obblighi tributari e aver soddisfatto ogni obbligo previdenziale e assistenziale a favore dei lavoratori; non aver svolto né in Italia, né all’estero attività economiche e commerciali lesive della economia nazionale>: sembrerebbero condizioni scritte apposta [compresa la clausola dei “vent’anni” … ] per “perseguitare” il B-rex, non solo per i reati commessi e sanzionati da diversi e successivi tribunali (<comunisti e femministi>), ma anche per non ammetterlo alla concessione del titolo prima di doverglielo revocare per la violazione dei medesimi requisiti. Senonché giunti in vista della revoca inevitabile Berlüska si è autosospeso come sua finta norma: ma ciò può costituire un vantaggio, dal momento che codesta autosospensione non cancella, ma può ritardare, la sua cacciata vera e propria con la sanzione ufficiale dell’espulsione. anche qui si sono tutti i requisiti senza che occorra discuterne.

Infatti incorre nella perdita delle onorificenze l’insignito che se ne renda indegno: e se venissero accertate inadempienze o infrazioni alle leggi con danni per lo stato, anche il sequestro dei beni (i suoi, compresi quelli che ha all’estero, e quelli che, eventualmente, ha intestato a familiari o pure prestanome), che “lo stato dovrebbe incamerare e usare per abbattere le tasse” [ecco al di là delle belle parole, le paure materiali dei figli; e dei Suoi giornali]: ma questo fatto è un sogno che potrebbe risolvere quasi ogni problema salariale e occupazionale in Italia; un <sogno> dato che non è una realtà nelle attuali condizioni dei rapporti di proprietà e sociali ma solo teoricamente possibile: oggi l’esproprio trova sempre un muro, di gomma o pure elettrificato, praticamente invalicabile e invalicato. Ma Silvio Berlusconi era ed è uomo “degno e giusto”‼

Chi “avrebbe” avuto il potere di avviare le pratiche obbligatorie formalmente automatiche perché l’onorificenza gli venisse tolta, prima della sua <furbata> se ne è guardato bene dal farlo. Non ci hanno pensato i ministri competenti temendo la sola idea che ciò avrebbe potuto far-cadere-il-governo. Anche il prefetto di Milano; a cui pure la legge conferisce, data la sede in questione, la possibilità di iniziativa, non ne avuta alcuna intenzione. Anche costui, seguendo l’esempio di cariche maior, si ritiene un minor che cessat [ma chi me lo fa fare? si sarà chiesto] e ha preferito prendere tempo, in sintonia con un governo comunque sempre berlusco-dipendente (berluscoidi-doc, o diversamente.berlsconiani, o suoi figli-bastardi-…e-bischeri) e pure con molti altri Pd\dc che chiudono un occhio [o due, o tre, o …].

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