Il surfista sull’Arno (parte seconda)

2 Apr

#3. I 101 giorni. I <cento giorni> – che ogni nuovo governo invoca come sua prova del fuoco, sperando che portino bene – hanno in realtà un’altra storia, talmente sciagurata che i superstiziosi considerano provocata da iella, mentre dipende soltanto dall’arrogante insipienza, e presuntuosa, del protagonista, e che perciò tra breve conviene ricordare. Per cominciare, e tanto per entrare in un netto clima di sfacelo, è bene suggerire a Rœnzi di contare 101 giorni, e non cento, perché sono più adatti a evocare le malefatte della sua infida nascita governativa da rinnegato-“lupetto”-alla-conquista-del-pd-asinistra, quando ha raccattato i voti di quei transfughi bugiardi e ipocriti del suo doppio, per così dire, partito: la destra clerical-reazionaria del partito democratico e l’oltranzismo catto-fascista della ex democrazia cristiana fusi … <fasul-democraticamente>, manco a dirlo, nel Pd\c — per attirare l’esca Prodi nel tranello teso a far venire un colpo a Bersani: due piccioni con una fava!

Senonché si rammenti l’insegnamento della storia: per primo la formula dei <cento giorni> la tirò fuori il prefetto di Parigi, conte di Chabrol, fedele realista dei Borboni di Francia, quando l’8 luglio 1815 nel suo discorso per la restaurazione monarchica e del crollo definitivo di Napoleone, 20 giorni dopo la disfatta dell’imperator d’Ajaccio a Waterloo [18 giugno 1815], dichiarò con quel riferimento la fine dei cento giorni di Napoleone — quindi a lui per concludere il suo <trionfo> con la disfatta di Waterloo sono bastati 80 giorni (cominciati appunto il 20 marzo, con il di lui ritorno, momentaneamente trionfale, dall’Elba a Parigi). All’inizio della sua costrizione all’Elba, in Francia sembrava che nessun Napoleone fosse mai esistito e lui si chiuse in sé {mera curiosità: per uso privato Napoleone scelse una dimora nell’isola che per caso si chiamava anch’essa … villa san Martino! Allora è un vizio inconscio!?!}. Ma deciso alla fuga dall’Elba, quando si imbarcò, in patria non lo filava ancora nessuno: la popolazione era propensa alla restaurazione del regno dei Borboni di Francia – della serie dei <re Luigi>, quelli che Jacques Prévert nella poesia Le belle famiglie elenca uno per uno, escluso Luigi xvii (il padre Luigi xvi, si sa, perse la testa durante la rivoluzione francese e suo figlio non è mai esistito come re e come bambino morì poco dopo a 10 anni) fino a “Luigi xviii e più nessuno più niente… Ma che gente è mai questa che non ce l’ha fatta a contare fino a venti?”. Per farla brevissima l’impresa fu indicata sùbito come fallimentare e velleitaria, Napoleone era descritto dalla stampa, ovviamente “lealista”, come sterminatore, malefico, tiranno, guerrafondaio, nemico della pace — soltanto per la sua smisurata ambizione, egocentrico e amante solo di se stesso, giuro e spergiuro; diceva ciò che voleva facendo discorsi incoerenti, vaghi, pieni di frasi comuni e a volte di minacciosi avvertimenti. Dopo due secoli esatti [1814-2014] ricorda qualcuno e qualcosa?

Ma come la stampa di regime lo attaccava, poco prima con l’avvicinarsi dell’ex imperatore a Parigi via via la stessa opinione pubblica ritornò, rapidamente e ancora una volta provvisoriamente, sul carro del presunto vincitore: pian piano si riaffermava il ricordo di “lui”, dell’uomo delle favolose vittorie, del grande eroe. Popolo, esercito. lavoratori portuali, lo accolsero allo sbarco gridando <viva l’imperatore!>. E lui fece un gran colpo di teatro; siccome i soldati borbonici dovevano sparare a Napoleone, fu allora che Bonaparte guardò direttamente i soldati e chiese loro se lo riconoscessero. Alla loro prevedibilissima risposta affermativa il furbo Napoleone disse: “Allora sparate contro il vostro imperatore — Sparate!”. E tutte le truppe passarono dalla parte dell’imperatore, accompagnato anche da una folla di contadini sopraggiunti, con la promessa di dare al popolo la libertà e la pace: e finiamola qui con la retorica. La notizia del ritorno trionfante di Napoleone si impose di nuovo, e fece il giro della Francia per quegli 80 giorni.

Ma anche in questo voltar gabbana di stampa, opinione pubblica e popolazione, non si celebra ancora dopo due secoli il bicentenario di un déjà vu? L’ubriacatura napoleonica durò però poco e sùbito dopo la battaglia di Waterloo “lui” perse nuovamente e in via definitiva il controllo del potere: il che mise fine ai <cento giorni> del secondo interregno napoleonico. Rœnzi che sta facendo di nuovo? Assolutamente nulla; deve aspettare solo che qualcuno decida di <vedere il suo bluff>: e aspettare la sua disfatta. A meno che – tra bischeri ci si annusa, dicono a Firenze – non sappia di Waterloo panzane come quelle che disse Luca Luciani, da dirigente Telecom [cfr. no + abc 135]. Il quale citò il … “capolavoro di Napoletone, quando tutti lo davano per fatto, cotto, alla battaglia di Waterloo”. Dicendo anche – con proterva e rozza sicumera – “trionfò” per “strategia, chiarezza delle idee, determinazione, forza … Allora, le facce scettiche non servono a un cazzo. Piangersi addosso non serve assolutamente a niente. Date una prova di carattere: come fece Napoletone a Uoterlù” [naturalmente pronunciato come se fosse una parola inglese].

Non vorremmo che il bischero fiorentino seguisse l’esempio dell’ignorantissimo ex dirigente Telecom, per <riuscire a sfangarla> come quest’ultimo che, dopo tale esibizione di napoletonica bravura e … destrezza, fu promosso direttore Tim-Brasile e dette anche una prova di onestà spacciando mezzo milione di schede telefoniche false: con il risultato che, dopo qualche anno, il giudice … lo assolse perché “il fatto non sussiste”, Così Luciani dopo le sue dimissioni intascò una liquidazione di 5 mln € [Cottarelli farebbe bene a indicare che sono quelli di codesto tipo i soldi – stipendi, prebende, liquidazioni e pensioni d’oro – da tassare, non i guadagni veri di 2500 € lordi al mese!]. E lo apprenda anche Renzi, smettendola immediatamente di fare elettoralmente il populista quando dice che “34 mrd € sono troppi” nel triennio, per gli italiani che non ce la fanno più, congelando così la linea Cottarelli.

Già, ma non sono troppi: sono troppo sbagliati; poiché invece di colpire stipendi e pensioni sotto i 26 mila € lordi l’anno, di lavoratori che hanno già pagato con tutti i versamenti fiscali e contributivi; non pensano, entrambi, all’enorme evasione fiscale; all’esportazione clandestina-ma-favorita-dallo-stato-colluso di grandi capitali; agli incassi (non propriamente <guadagni> come statisticamente figurano) di chi non riceve soldi per contratti collettivi ma solo per gratifiche, prebende personali e liquidazioni mostruose — immensamente al di sopra della media, sia di <boiardi> di stato [e non si dica <casta>], circa 50 mila che complessivamente si beccano quasi 4 mrd €, che incassano il triplo dei loro colleghi Ocse, hanno un rapporto di 3÷2 rispetto agli Usa e salgono fino a quella differenza anche nell’Ue; sia di grandi dirigenti privati o di società quotate in borsa anche se nell’infelice simbiotica partecipazione pubblico&privato (ossia non l’accattone Luca Luciani o l’operaio-precario-metalmeccanico-Marchionne con una … <busta-paga>!, tra un frizzo e un lazzo, di quasi 50 mln € l’anno, ma “rispettabili banditi”, per portar loro il rispetto dovuto come faceva Marx, del tipo – … per non far nomi – di Geronzi, Cordero di Montezemolo, Tronchetti Provera, John Elkann , Passera, Moretti, Sarmi, Tempini, Conti, Scaroni, Profumo e via Guarguagliando. Qualora se ne andassero via, come hanno minacciato, ma se da soli si togliessero dai coglioni, farebbero un enorme piacere agli italiani. I soldi lì ci sono, eccome: <piove sul bagnato>, dice il proverbio, o come esplicitava Eduardo De Filippo – dopo le vicissitudini di Napoli milionaria, dove i soldi venivano da sfruttamento e tanti altri crimini – l’invito attraente è <ehi! milione>, perché milione-chiama-milione: basterebbe [ah! L hi, hi, hi!!] volerli prendere, quei soldi, come voler applicare il conflitto di interessi e via gorgogliar sghignazzando sulle promesse del bischero buffone, il ciarlatan-giocolier-illusionista Matteo Renzi

Piuttosto se il ruolo di presidente del con(s)iglio Matteo Renzi lo ha usurpato il 22 febbraio 2014 i suoi tragici 100 giorni per la sua detronizzazione cadrebbero il 1° giugno – ovvero meglio il 2 giugno per far 101! – è bene ricordarsi però sempre che Matteo non è Napoleone, che la sua tragedia una seconda volta è stata tradotta in farsa dal suo discendente Napoleone iii, che una terza volta a Benito è servita per l’ennesima messinscena, la quarta Silvio l’ha usata per la moda burlesca [idonea, invertendo due vocali, a coprire il <berlusca>] e, per ora buon ultimo, Matteo per la quinta volta l’ha trasformata in supercazzola: c’è da chiedersi se si può scendere di più nel ridicolo da ciarlatani. E se 80 giorni sono bastati a <Napoletone-per-il-suo-capolavoro> per il “trionfo” di Waterloo [secondo Luciani], la Uoterlù di Rœnzi Ω dovrebbe cadere intorno al 22 maggio 2014, come detto sopra. Infine, mentre “ei” Napoleone il 5 maggio 1821 “fu siccome immobile; dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, così percossa, attonita la terra al nunzio sta, muta pensando all’ultima ora dell’uom fatale; né sa quando una simile orma di pie’ mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà”. Il bischero fatale, conteggi cabalistici e bisestili permettendo, potrebbe calpestar la cruenta polvere dell’ultima ora più o meno intorno al 9 marzo 2020: sperando che sparisca anche molto prima dallo sguardo di tutti, comunque gli suggeriremmo di darsi una grattatina: magari anche cominciando dal 22 maggio del 2014, nel caso che dopo gli 80 giorni (un giorno per ogni euro promesso) ci fosse un “trionfo” renziano stile Uoterlù: non si sa mai!

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#4. Mamma mia, che impressione! [Alberto Sordi]. A parole Angela Merkel è rimasta molto “impressionata” da Renzi: beh! per questo anche noi, ma in senso molto diverso: … nauseabondo. Del resto per Merkel l’<impressione> è un ritornello: ha detto a tutti (quasi, forse meno Berlusconi, il più ossessivo) presidenti del consiglio italiani che si sono succeduti da quando lei è al comando della Germania (2005). Senonché a proposito di impressione ai più anziani non può sfuggire il ricordo di un film del 1951, Mamma mia che impressione! con Alberto Sordi che riprendeva un suo noto e azzeccato personaggio radiofonico – l’infantile; sciocco, invadente, insopportabile e comico <compagnuccio della parrocchietta>, Mario Pio, “…sì Mario Pio, pronto chi parla? con chi parlo io?”, che frequentava l’oratorio della chiesa e il gruppo di boy scout – quanto mai altri appropriato al provinciale parvenu Rœnzi: che poteva restare a far goliardate, quindi non scendere-in-politica con Berlusconi, ma sempre tramite il medesimo fossile, a Mediaset con la via apertagli da Mike Bongiorno e Giorgio Gori per continuare a impersonare il Fonzi italico, e magari come adesso a fare il piazzista che vende macchine (blu‼) usate e, perché no. pesci rossi costretti in una boccia di vetro. Il boy scout, ex vero compagnuccio-della-parrocchietta, era mirabilmente rappresentato da Alberto Sordi che in quel film riportò in auge nell’immediato dopoguerra le canzoni demenziali con Nonnetta [nel 1945 aveva già scritto Il carcerato; si tratta di testi surreali ironici cinici dissacranti parodistici, sulla scia lasciata negli anni 1930 da Rodolfo De Angelis ed Ettore Petrolini, precorrendo gli Skiantos, Fred Buscaglione o Elio e le storie tese].

Tornando all’oggi, quel suo cinismo in Nonnetta di Mamma mia, che impressione! sembra fatto apposta per il clima creatosi a Bruxelles per l’incontro Merkel-Renzi. Le farneticazioni surreal-ciniche del lupetto Rœnzi-Sordi dicono tra l’altro sinteticamente questo: “Sono tanti anni che non ritornavo al mio paesello, lo rivedo tale e qual come un dì, e la piazzetta e la chiesetta col suo campanil, e lassù la mia casetta tale e qual come allor, mi venne da piangere … una finestra illuminata, guardo che vedo una testina bianca che fa la calza! Nonnetta, nonnetta, ritmo ritmo, oh nonnettina nonnettina mia, tu sei tanto stanca non puoi camminar, ma ritmar ritmar come vorrai, oh nonnettina nonnettina mia, tu sei paralitica, ma ritmar ritmar come vorrai, oh nonnettina nonnettina nonnettina mia ! Nonnetta, nonnetta ritmo ritmo, oh nonnettina nonnettina mia! Yes!”. Non che Angela possa essere una <nonnetta> di Matteo, semmai sua madre (ha solo 21 anni più del giovin-ex-lupetto), e neppure è paralitica, ma lui con il suo infantilismo [ossia comportarsi come chi non sa leggere né scrivere, e non dovrebbe ancora saper parlare] invadente e arrogante, stile compagnuccio-della-parrocchietta che colpisce altezzosamente con i suoi strali lanciati contro i <matusa> — lo fece con sfrontata insolenza, quando dalla provincia voleva passare al comune di Firenze, per difendere la non nocività cancerogena degli inceneritori nei confronti di una seria oncologa, da lui prima messa a tacere e poi tacciata da aspirante alchimista e dileggiata come maga Magò. Perciò anche senza poter avere l’età di sua nonna – è coetanea di Veltroni e ha solo tre anni meno di Bersani e Bindi – lui, il bischero rampante, evidentemente la “rottamerebbe” volentieri: ma corre il rischio di farsi mettere un pannolino come un pisciasotto e un ciucciotto in bocca: <è la cosa più orrenda che abbi mai visto> [blob].

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A parole: si è detto, per i buoni propositi manifestati nelle dichiarazioni, in particolare gli ultimi tre presidenti del consiglio italiani che la hanno sollevata dell’ingombrante assillo berlusconiano [i non eletti in quel ruolo Monti Letta jr e Renzi]; ma mentre dei primi due sapeva dell’allineamento all’ordine internazionale ed europeo – con lei tutti gli <uomini> [sic! dizione ufficiale … e tra questi “uomini” figurano anche Hillary Rodham Clinton ed Emma Bonino] di Bilderberg – la questione di Renzi è ben diversa. Quindi per lui le <parole> che la hanno impressionata vanno prese per quello che sono: pure e semplici parole convenzionali, che in quanto tali rispondono alle chiacchiere del bischero boy scout., che si è andato vantando come un “coatto” del perfetto incontro con Merkel. La realtà è ben diversa, perché da fonti diverse che hanno visto da vicino la situazione risulta invece che mentre Renzi ha insistito con la sue ciarle a vanvera sul <cambiar verso> anche all’Europa, rifare tutte le regole per i prossimi venti anni, senza dire come e perché, rivedere i vincoli comunitari e monetari, ecc. ma di fatto confermando le linee dei governi italiani precedenti, Merkel non gli ha concesso niente, a partire dal rigido rispetto dei bilanci e delle regole. Insomma freddezza anziché entusiasmo per un-programma-che-non-c’è e la cui stessa attuazione è pertanto impossibile. Il <fare> di Renzi è tutto da vedere se si farà, e per ora il bischero deve rassegnarsi alla fiducia altrui nelle sue parole e nei suo conti. Non si sono stappate bottiglie per brindare, giacché anche Merkel, come sempre più spesso in Italia, ha denunciato l’assenza di contenuti, dato anche che di cose già fatte non se ne sono ancora viste. Pure Merkel ha ripetuto che a Renzi, per arrivare a farle, le cose, occorrerà molta fortuna [Glück, si dovrebbe dire in tedesco]; ma se si vuol seguire quanto ha detto al proposito un sociologo lombardo se in italiano codesta Fortuna richiede una … C maiuscola, in tedesco dovrebbe volere non una G ma una S maiuscola [per Schwein]. 

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