Il Dux sul Don

29 Mar

#. La sua passione per le esibizioni ginniche, fin dai tempi che lo videro a capo dell’ex Kgb della fu Urss, è nota, ma ciononostante stavolta Vladimir Putin ci ha rinunciato [… peccato che si chiami proprio Vladimir Vladimirovič – ma forse in onore dell’impalatore conte Vlad iii di Valacchia in Transilvania, dato che non sembra opportuno evocare Lenin] e non ha voluto volteggiare sulle dolci onde del Don con la tavola da surf. In realtà ha fatto ben altro, poiché il Don (collegato con un canale al Volga, che nasce molto più vicino alla sua città, oggi tornata a essere San Pietroburgo [!], dopo essere stata Leningrado per 67 anni fino al 1991 e prima Pietrogrado, e di qui si po’ arrivare pure a Mosca per vie d’acqua) sfocia nel piccolo mare di Azov, rientro del mar Nero a nord della Crimea, racchiuso con lo stretto di Kerč. La questione crimeana oggi risveglia i vecchi sogni zaristi [e sovietici] di “vedere” il Mediterraneo. Infatti con il ritorno alla Russia della Crimea, che stava nell’Urss fino al suo disfacimento nel 1991, in séguito a una manovra opportunistica di <realpolitk>, l’allora presidente Krusciov (Molotov fu allora contrario, come oggi lo è Putin) che era ucraìno e abbisognava di tutto l’appoggio politico dell’apparato ucraìno – e c’è chi dice che aveva anche bevuto un bicchiere di troppo … – gli era utile regalare l’amministrazione autonoma della Crimea all’Ucraìna, tanto sia la Repubblica socialista federata sovietica russa [rsfsr] (semplicemente spesso detta anche solo repubblica sovietica russa) quanto la Repubblica socialista sovietica ucraìna [rssu, e piccole varianti di denominazioni] facevano entrambe parte della grande federazione Urss. Ma in realtà il retroterra economico – anzitutto minerario nell’area del Donbass, con giacimenti di carbone e ferro, rame, ecc. che favorirono il sorgere dell’industria siderurgica, metalmeccanici e chimica, che il grande regista sovietico Dziga Vertov celebrò nel film documentario del 1930 Sinfonia del Donbass – e pure quelli sociale etnico e linguistico, covavano sotto la cenere.

In effetti, tuttavia, il passaggio alla Russia della Crimea rimescola oggi tutte le carte sul tavolo degli idrocarburi, soprattutto gas, e della strategia economica e militare russa. Dunque dal lato puramente esteriore e romantico è stata sottolineata la passione dei russofoni (molte vecchiette, ma non solo, che devono solo essere commiserate) con una fervida brama di … <tornare> sotto la vecchia madrepatria: solo che la Russia di adesso, nonostante il nome Vlàdimir, con Putin è all’opposto di quella di Lenin; nondimeno quella manica di esaltati sono andati in piazza a glorificare la vecchia Urss e a inneggiare a essa innalzando i pugni ed esibendo i simboli di falce e martello sulle bandiere rosse del comunismo: per chi? in nome di … Putin (verosimilmente con suo raccapriccio, ma da costui ignorato con scherno); ma tanto il boia ha trovato che qualcuno lo ha perfino candidato al premio Nobel per la pace‼ Senonché dal lato più sostanziale l’atto in quanto tale compiuto dalla Russia capital-imperialista – togliendo all’Ucraìna il controllo della Crimea e di Sebastopoli, quindi la sovranità sul tratto di mar Nero prospiciente la Crimea ex ucraìna e l’azione su quelle acque territoriali ora russe – è interamente russo; come è o sarebbe diventato di lì a poco lo stretto di Kerč [… strettissimo in realtà, perché da sempre dalla sua sponda orientale russa la penisola della Crimea a occidente sta letteralmente a un tiro di schioppo; e quindi ancora fino a poco fa l’obiettivo della Crimea stava già da secoli nel mirino russo], portandolo interamente sotto il dominio russo. Sicché anche il mare di Azov, la cui posizione strategica, militare e per le comunicazioni che, attraverso canali fiumi e laghi può arrivare fino a San Pietroburgo, e per i giacimenti e le condotte degli idrocarburi – di grandissimo interesse energetico – sono totalmente in balìa della banda-di-Putin-Gazprom-ecc.

 

#. Integrità territoriale è pertanto un’interpretazione soggettiva e ambigua, a seconda cioè da quale punto di vista la si osservi. La Russia – dall’impero zarista, con le guerre di Crimea di metà 1800, fino alla disintegrazione sovietica del 1991 – ha sempre considerato il territorio crimeano quale parte integrante del proprio assetto geografico (di qui anche la guerra prima contro la Turchia e poi l’impero ottomano, risalenti circa a un quarto di millennio fa). Dunque, con pretesti bellici vari, anche l’ex agente Kgb sta provando a cogliere la sua opportunità per annullare la pace: e se l’Ucraìna sembra che stia lì apposta, l’occasione per la sua cricca è ghiotta perché la faccenda chiama in causa indirettamente – ma senza mezzi termini – Usa e Ue; come si è detto il grande nodo che oggi – immediatamente – va sciolto è quello dell’energia. Per la Ue, nei termini finalizzati alla fornitura concreta di gas (e in parte di petrolio greggio) tramite condotte, e non per navi cisterna; per gli Usa, quest’ultimo problema con i vari giacimenti della costellazione russa, compresi quelli degli stati della Csi ex Urss non si pone, ma è molto rilevante quello degli ostacoli messi alla vendita degli idrocarburi da parte russa allargata, riducendone enormemente le entrate — e quindi in sostanza l’intera forza economica e anche il potere militare politico (in tutto il medio oriente e l’Asia centrale) che in gran parte conseguono alla moderna questione energetica. In generale in questa contesa, già oggi ma sempre più nel ravvicinato futuro, sono trascinati tutti i paesi. La già complicata questione dell’estrazione e del trasporto con la condotte, del gas (soprattutto, e petrolio) russo in tutta Europa, si è complicata, infatti, ancora di più con la crisi ucraìna [questo punto, in generale, l’abbiamo posto nel no 146; ma su tutte le questioni relative al gas e al problema politico militare, che qui sotto accenniamo, occorre che ci si torni presto con più calma nel prossimo futuro], e come essa sia rimbalzata sulla Crimea: la faccenda, infatti, assume aspetti contraddittori per tutte e tre – tre in effetti sono le grandi protagoniste politiche – Russia, Ue, Usa.

La contraddizione sta, da un lato, nell’enorme vantaggio economico a favore della Russia che le comporta una Crimea propria (con tutte le implicazioni sopra appena accennate: confini geografici e politici, stretto di Kerč, mare di Azov, acque territoriali) — ma anzitutto il risparmio di 10\15 mrd $ per la Russia che le deriverebbe da un South stream in cui non ci sarebbe nulla dover pagare all’Ucraìna, rompendo anche gli accordi vigenti sulle concessioni russe accordate all’Ucraìna in pagamento della cosiddetta <servitù di passaggio>. A ciò va aggiunto, dunque, che in questa maniera il South stream, tolta di mezzo l’Ucraìna (con buona pace della principessa-sul-gazdotto-ucraìno, Julija Tymošenko) diventerebbe conveniente anche per l’Ue: sia perché così esso avrebbe l’opportunità pratica di attraversare e servire anche Bulgaria, Grecia, Balcani e Serbia fino all’Austria ,per i recenti accordi bilaterali con tali stati; siccome l’Ue ormai sembra comunque propensa a scegliere la Tap (cioè la Trans adriatic pipeline, che convoglierebbe anche il gas proveniente dal Caucaso e dalla zona del Caspio, con arrivo a san Foca in Puglia, ferma restando però la necessità del controllo dell’incidenza sull’ambiente sottomarino adriatico) rispetto al progetto Nabucco voluto dagli Usa. Eliminato di fatto quest’ultimo, il South stream così modificato (ma con la diramazione greco-albanese-adriatica) si proporrebbe come valida alternativa al Tap, dalla Grecia in su nella penisola balcanica, come sopra detto. Peraltro il South stream, anche prima della variazione crimeana fu in Italia appoggiato già da Bersani nel governo Prodi, nel 2007, e oggi anche Eni, in stretta cooperazione con Gazprom, sarebbe favorevole. A parte l’erraticità di alcuni stati centro-asiatici, molti tornati nell’orbita russa dopo la fuoriuscita dalla Csi ex Urss, la Russia avrebbe un controllo, quasi totale, delle forniture energetiche per l’Ue, considerando anche il Nord stream, il gasdotto che, partendo dalla Russia, attraversa il Baltico e scende in Ue (anche la Polonia, al pari dell’Ucraìna per il South stream, ha protestato).

Si è detto [qui e nel citato no] che razza di aguzzino sia l’ex capo spione russo. Ma gli Usa sono riusciti a toppare anche contro Putin (che non a caso ha evocato sùbito il riconoscimento “unilaterale” Usa della separazione del Kosovo – Kosovo i Metohija – dalla Serbia).

Rimane aperta agli Usa solo la contraddizione, interpretata dall’altro lato, consistente nel bloccare l’espansionismo dell’imperialismo russo verso l’Europa e verso medioriente e Asia centrale. Ovverosia dar fondo alle sanzioni economiche e politiche contro la Russia per l’affare crimeano. Per far ciò al G.8(-1) Obama ha fatto il muso duro: invece di parlare, come ha detto la tv, ha <tuonato> di fronte all’<annessione russa della Crimea contro le leggi internazioniali>. Obama non era il responsabile della politica Usa, indipendentemente dal partito di appartenenza, negli anni 1990, con le prime avvisaglie contro la Jugoslavia alla fine dei 1980; nondimeno ora come presidente Usa è lui preposto a difendere le scelte dei suoi predecessori, a meno che avesse avuto il coraggio di criticare molte loro decisioni infami. Ma è chiedere troppo! Epperò con una faccia di bronzo – e non perché è <abbronzato>, come insulsamente disse Berlusconi – ha osato sostenere che con l’<annessione della Crimea> è stata violata l’integrità territoriale di uno stato straniero. Ma come? Chi ha disintegrato la ex Jugoslavia in tutti gli anni 1990, e poi fino alla guerra degli indipendentisti criminali di destra, i kosovari dell’Uçk, considerata dagli Usa stessi ancora un’organizzazione terroristica finanziata con il traffico di eroina, dove già lì e allora c’erano i nazisti di Hashim Thaçi: ma pochissimi mesi dopo costoro sono stati ripuliti e rinominati Kla [rigorosamente in americano, “esercito di liberazione del Kosovo”] e poi partito democratico del Kosovo per far vincere a Thaçi le elezioni nel 2008 e nominarlo … legale presidente kosovaro! [per inciso: il dissolvimento della Jugoslavia, con il suo smembramento è stata l’occasione in Italia per prosciogliere i fascisti dalle stragi delle popolazioni slave e ricordare soltanto le successive e conseguenti foibe, con l’afflato dell’asinistra!].

Ma restando per un momento ancora alle menzognere interpretazioni yankee dell’<integrità territoriale> occorre ricordare che sùbito dopo la disintegrazione della Jugoslavia nel 1991 hanno dato una spinta per il collasso all’allora Urss – dopo che due anni prima, nell’89, gli Usa avevano buttato giù il muro di Berlino, e l’anno dopo avevano “riconsegnato” la Rdt all’<amorevole attenzione> della Rft (senza parlare del ‘56 ungherese, del ‘68 praghese e pure dell’89 polacco con il generosissimo aiuto finanziario del papa polacco, Woytiła, con lo Ior, Marcikus {rispedito nella sua patria Usa appena finito lo sporco lavoro} e Calvi {impiccato a Londra sotto il ponte dei frati neri}) – per dissolverla, sciogliendola nell’acido che essa stessa aveva prodotto. Seguirono le due ondate per frantumare l’Iraq, l’intervento militare, che ancora dura, per destabilizzare l’Afghanistan (dopo aver <inventato> Osama bin Laden e al Qāĭda – e mal gliene incolse …) 

e via liquefacendo i nemici come con la <strega-cattiva-di-oz>. Ma Obama ha anche ereditato senza batter ciglio, ma facendo promesse elettorali, la base di Guántanamo che ancora sta lì da anni sul territorio sovrano dello stato di Cuba, nonostante che le cose siano cambiate e Raúl Castro ci abbia messo del suo … Insomma, come si può parlare di “integrità territoriale”, offrendo tuttavia su un piatto d’argento facili repliche perfino a uno sbirro come Putin.

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