Su Renzi

9 Dic

riproponiamo qui di seguito una scheda che abbiamo pubblicato sul NO del volume 133 della rivista, circa 3 anni fa. http://www.contraddizione.it/133-nov.dic.10.zip

A LE PORTE CO’ CENCI

 1. Quando non si sa che fare, spesso si dice che si sta “alla frutta”, con la disperazione e il vuoto di idee per vincere uno scontro. È adeguato per la circostanza parafrasare un vecchio detto toscano dove si dice invece che non resta che andare “a le porte co’ sassi”. Non riuscendo neppure ad avere i sassi e ritenendo soltanto di “rottamare” tutto ciò che non si è mai avuto, non rimane altro che far volare gli stracci, o i cenci come dicono lì.

E questo vernacolo dovrebbe capirlo anche Matteo Renzi, che da presidente della provincia è arrivato a sindaco di Firenze [un percorso quasi inverso rispetto a quello fatto dall’ignorante calabrese Scopelliti, passato da comune a regione – cfr. a es. anche il no 131]. Ma a Renzi non bastava. Quindi s’è messo di buzzo buono a sbraitare nel Pd, questo sì un “rottame”, ma per ragioni del tutto opposte – infatti ci si è infiltrato lui – a quelle personali e anagrafiche avanzate dal fiorentino contro il logoro gruppo dirigente di quel simulacro di partito. Che Bersani – e prima di lui D’Alema, Veltroni, ecc. o poi Prodi (che per ora ha già provveduto ad allontanarsi), Bindi, Franceschini e via democristianando – e tutti costoro con lui debbano andarsene fuori dalle palle, c’è chi come noi lo dice e lo scrive da anni: ma come comunisti! Anche perché nemmeno i primi, provenienti da Pci, Pds, Ds, Pd, attraverso l’intrico di querce e ulivi, sono autorizzati a rivendicare la storia dei maestri comunisti di un tempo da Gramsci a Bordiga. E oltre a questi due verrebbe paradossalmente la voglia, se non stonasse fuor di misura, di metterci pure personaggi ambigui e sfuggenti come Togliatti o Longo fino al “trevoltesanto” Enrico Berlinguer, per tacere degli altri di passaggio.

Epperò oggi siamo arrivati al colmo di dover riscontrare che un Bersani – che è fantasioso come un amministratore di condominio, quello del Pd, dove la sigla sta piuttosto per “patrimonio demolito” – sembra addirittura geniale e risoluto. Gli è che i succitati non hanno a che fare proprio niente con il comunismo e tanto meno con l’insegnamento marxista. Peraltro a Renzi, che non merita neppure l’attenzione di un articolo, tuttavia poche pagine di osservazioni critiche e notizie volanti gli sono dovute – almeno per rispetto dei compagni lettori. Come ha osservato finanche Daria Bignardi, su la7, il neo-sindaco di Firenze è “proprio di destra”; anche il prof. Franco Cardini, che di destra se ne intende e lo è sempre stato, ha notato come il tizio sia “il politico del Pd più a destra”, fatto per raccattare voti nell’area del Pdl. Senonché il vizio iniziale sta nella grottesca imitazione pseudo-democratica made in Usa delle cosiddette elezioni “primarie”, che hanno traslato nell’ectoplasma piddino anche il cadavere mediatico simil-berluscoide-asinistra di Vendola [sulle cui manovre pure ci siamo soffermati nel citato no 131, per “prendersi” il Prc ma costretto poi a lasciare la parola “comunista”, da lui ovviamente già svuotata, a Ferrero-Giannini-Grassi che ne hanno confermato la perdita di senso politico]. E che la messinscena delle “primarie” si riveli sempre più una trappola di finta democrazia – o di “vera democrazia” borghese stile usamericano, il che è la stessa cosa – qualcuno se ne comincia ad accorgere perfino nel Pd, come dimostra il recente “caso Pisapia” per le prossime elezioni del sindaco di Mìlano, con il tristo fantasma di Letizia Brichetto Moratti che incombe. E insieme a codesta primaria farsa sorgono i dubbi anche sul “bipartitismo”, fortemente voluto da D’Alema e Veltroni prima che da Berlusconi, il quale ormai si avvinghia disperatamente alla vigente legge elettorale “porcata”: che però nessuno, nemmeno del centro-a-sinistra, chiama mai col suo vero antico nome coniato dai tempi fascisti di Acerbo, passati poi per quelli di De Gasperi e Craxi: legge truffa.

2. Il Renzi ha una carriera alle spalle. Ora è riuscito a intrufolarsi nella fatiscenza piddina grazie all’insensata superficialità delle “primarie” e – imitando la “piacioneria” [sic] di Rutelli, piuttosto che Obama cui qualcuno ha voluto paragonarlo chissà perché – si è lasciato andare a quel chiacchiericcio da muretto di periferia privo di costrutto, e ovviamente di concetti, che tanto cattura il suo pubblico di “tifosi rottamandi” pronto a seguire il primo bischero che si presenti. Si usa sostenere, sempre in Toscana perché di lì si parte, che “tra bischeri si annusano!”: e di conseguenza si associano. “Avere i’ bischero pe’ i capo”, perciò, si dice quando la sensazione che si ha non dura per più d’un quarto d’ora: ossia il quarto d’ora del bischero indica quel tempo di sconsiderata stupidità. Dunque, prescindendo dall’origine storica del termine [che sia il cavicchio per fissare le corde di un violino, un giunco oscillante alle ventate senza motivi, o il cognome di un’antica famiglia di possidenti che si fece “bruciare” dal governo della città tutto il valore delle sue proprietà], fatto sta che esso si usa rivolgerlo a chi agisca senza saper bene cosa stia facendo: “a bischero sciolto”. Pertanto è detto comune che “pè i’ bischero ‘un c’è medicina”!

Ecco perché il Renzi ha buttato là, rivolto ai suoi fanatici, la frase ambiziosa con cui asseriva che “se vinco cambio Firenze – anzi la rivoluziono – se perdo cambio mestiere”. Per adesso ha preso la poltrona di sindaco per interpretare il “sogno” di Firenze e quindi, senza cambiare il mestiere che non si capisce quale fosse, può dar sfogo – per il canonico … quarto d’ora – al profluvio di parole che lo contraddistingue: mettendo sempre avanti la carica dei “giovani”; Beppe Severgnini l’aveva inserito in una trasmissione dedicata ai “trentenni d’assalto”. Più recentemente quest’assalto, degno di miglior causa, lo ha posto in posizione di rilievo tra i politici rampanti al di sotto dei quarant’anni; senonché la sua notorietà è risultata molto inferiore (circa la metà) di quella attribuita nientepopodimenoche a Renzo Bossi jr. Che i motivi “generazionali”, ai quali sembra che non ci avesse mai pensato nessuno prima, siano più che futili non hanno bisogno di altre prove: basta e avanza il “successo” del pesce d’acqua dolce rampollo bossiano: “e ho detto tutto!” [Totò].

Il sodale “rottamatore” del tosco Renzi, il lombardo Giuseppe Pippo Civati, di altra provenienza partitica, almeno ha affermato che “occorre una nuova generazione politica, non anagrafica”. È pochissimo, ma in confronto al baciapile fiorentino sembra un abisso.

Conviene liquidare presto, per il ridotto ma sintomatico rilevo, la sua pregressa grinta imprenditoriale. Prima di decollare alla provincia di Firenze, decollo che gli ha consentito di “mettersi in aspettativa” dalla sua impresa di marketing [Chil], aveva appunto “costituito” quell’azienda (rilevata dalla famiglia). La ditta si interessa di comunicazione e di distribuzione di giornali del calibro “rivoluzionario” quali La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Tempo, Il Messaggero di Caltagirone-Casini, Il Giornale, si sa, di Silvio Berlusconi ma intestato al fratello Paolo, che fa da puntaspilli sotto la supervisione di Feltri e ora la sottovisione di Sallusti, Il Roma ripreso nel dopoguerra da Achille Lauro, e poi passato a Domenico Menniti [del Msi pugliese, vice di Rauti e fondatore nel 1994 (!) di Ideazione per l’allora nascente Forza Italia – cfr. il no 127] e al “teorico” fascista di Alleanza nazionale Giuseppe Tatarella, la Casa editrice Universo che pubblica Grand Hotel, Bolero e Telesette, per finire, ma non è l’ultimo, con la Mondadori, che il gruppo Berlusconi ha sottratto con una truffa riconosciuta e sancita da un processo (naturalmente imbastito da “rossi magistrati comunisti”) a Carlo De Benedetti.

Non sarà allora un caso che perfino wikipedia metta in guardia i lettori avvertendoli che la voce che tratta del guitto toscano non è affatto neutrale, qualificandola invece con due frasi: “quasi celebrativa; solo eventi positivi”: o che Renzi se la sia scritta da sé?! Parole, parole, anche noiose e aggressive, quelle del bischero presuntuoso e arrivista, mai corredate da un’analisi seria della realtà, indubbiamente difficile ma che tale è.

Sergio Staino conosce bene Renzi, perché per un suo libro ha disegnato pure delle vignette, di lui ha visto che “ha una fregola di arrivare che me lo fa sembrare vecchio come Andreotti”. Già una successiva oscura intercettazione telefonica mostrava come stesse a suo agio nella “vecchia” politica democristiana, e non per nulla suoi “miti” sono De Gasperi e Andreotti: il quale ultimo, a suo dire, “ha fatto bene”! Dunque, qual è la carriera politica di questo figuro destro-centro-a-sinistro?

3. Sorvolando sulla retorica del curriculum degli studi, può rappresentare già un’indicazione la sua tesi di laurea compilata sulla “prima esperienza di Giorgio La Pira sindaco di Firenze”. La sua “scesa in campo” politico, per dirla con lo stesso linguaggio comunicativo demagogico populista del suo alter ego, il cav. Berlüsca, è del 1996 allorché si iscrisse al Partito popolare italiano, quello ricostituito nel 1994 da Mino Martinazzoli con intenti progressisti antiberlusconiani [Martinazzoli disse in un’intervista a Minoli che non solo non avrebbe mai “comprato” un automobile usata dal cavaliere, ma non gliela avrebbe nemmeno “venduta”, sicuro che costui non gliela avrebbe mai pagata]. Ma nel Ppi vegetavano anche le posizioni richiamantisi alla cosiddetta dottrina sociale della chiesa; ed è a questa che si avvinghia Renzi il quale allora si arrampicò fino ad arrivare nel 1999 a farsi nominare segretario provinciale.

Senza seguire le tappe cronologiche è opportuno a questo punto ricordare le “sante” parole recentemente pronunciate dalla mistica Paola Binetti (prima di sporcare la stupenda memoria di Monicelli): “trovo che Matteo Renzi sia una splendida espressione del Pd che io vorrei. È capace di fare davvero sintesi tra una cultura cattolica e una laica”. Soprattutto dal primo versante. Come vero esponente dei nuovi “beati ignorantelli” del centro-a-sinistra non ha esitato ad affermare che “le encicliche sono interessanti e le ultime di papa Benedetto sono davvero belle. Mi piace da matti il papa quando dice che serve una nuova generazione di cattolici impegnati in politica”. De gustibus! Ma, perché invece di rompere i coglioni perfino alle anime morte del Pd, non va direttamente in Vaticano, magari insieme a Binetti, e non si rottama lui, lì da se stesso, seduta stante? Non è perciò un caso che santocchio Renzi guardi con molta attenzione alle posizioni della destra repubblicana Usa, detta dei teocon (che significa “diocon”, “conservatóri di dio”, come se fosse, e forse lo è proprio, una bestemmia toscanaccia)

Nel suo percorso politicante ha creduto bene di passare nel 2001 per la Margherita, continuando a scalare le poltrone per diventare, anche lì, due anni dopo segretario provinciale del partito. Ma ha cominciato, conservandone l’imprinting senza mai perderne il segno (della croce), nell’associazionismo cattolico, in particolar modo nell’Agesci [l’associazione degli “scout cattolici”] quale educatore e formatore nazionale (sic). Infatti, fino all’anno 2004 della sua scalata pseudopolitica (la politica vera, seriamente scientifica, non sa neppure dove stia di casa) ha diretto la rivista degli “scout” Camminiamo insieme. Cammina, cammina è approdato al Pd, per inquinarlo più di quanto già lo sia. Non bastava il disastro combinato dagli ex ex ex ex comunisti: a partire dal piagnisteo di Occhetto, alla sicumera di D’Alema, “ma anche” all’ecumenismo di Veltroni, fino all’ineffabile riformismo di Bersani; non è bastato poi il suicidio politico di Bertinotti, accompagnato in quella china da Cossutta, Diliberto e compari autoannientatisi, fino ai tuffi carpiati con triplo avvitamento tentati dai vari Vendola, Ferrero, Turigliatto, Ferrando e via rimpicciolendo.

Ci mancavano perciò pure le pagliacciate dei girotondi di Moretti o le frenesie urlate di Grillo, altrimenti non si sarebbe saputo che cosa fare se Renzi non fosse sceso tra di noi.

A questo punto, per concludere, è sufficiente rammentare alcune perle del “giovane scout”. Il decadente ammorbamento populista affolla le sue parole prive di senso: “abitare il futuro”, “smettere di pensare agli ultimi trenta anni” [cioè: smettere di pensare!] per guardare “i passeggini dei nostri figli” e via cianciando; del resto i suoi riferimenti politici, a parte i vecchi democristi ricordati, sono niente meno che gli U2 e Bono Vox. Ma non si è fatto mancare la voglia di rivolgere ingiurie a chi ha voluto argomentatamente contrastare le sue mezze idee, come a un’oncologa – da lui chiamata “aspirante alchimista, apprendista Maga Magò”, e di lì invitata, com’è stile di tutti i destrorsi, a “vergognarsi” – perché lei aveva osato segnalare il pericolo di cancerogenesi comportato dagli inceneritori di rifiuti: ma Renzi aveva il preciso scopo di difendere l’installazione di un inceneritore vicino a Firenze.

Com’è stato rilevato da più parti l’atteggiamento conservatore del Renzi si vede non solo per la citata cantonata sull’inceneritore, che vanifica le parole buttate al vento sulla “sostenibiltà ambientale”, ma è una conferma della sua posizione contraria alle unioni omosessuali, alla liberalizzazione delle cosiddette droghe leggere (marijuana come precursore di eroina e cocaina!), ai patti civili di solidarietà [pacs] e ai diritti e doveri dei conviventi [dico], al testamento biologico e al rifiuto di idratazione artificiale e nutrizione forzata [ne sa qualcosa Beppino Englaro che, per l’occasione della cittadinanza onoraria concessagli dal comune di Firenze, il sindaco Renzi del centro-a-sinistra si dissociò e si assentò al momento del voto, subodorando l’avversione e la condanna ecclesiastica comminata dall’Arcidiocesi cittadina]. E si potrebbe proseguire con le bischerate, che però appaiono sùbito sporche manovre reazionarie. E se “allo splendido Renzi” (sic) non basta il masochistico cilicio di Paola Binetti o la carità compassionevole della beghina Benedetta Sedici, può essere istruttivo ripetere il detto comune, ripreso da Anatole France e usato in maniere variate anche dai latini, secondo cui l’imbecille è più pericoloso del delinquente, perché se quest’ultimo a volte riposa, il primo non riposa mai, ed è inguaribile per la sua brama di dire qualsiasi cosa ogni quarto d’ora, di venire in soccorso di chi non lo vuole affatto, e via aiutando chi non desideri simile “aiuto”. Ultimissima: il cerretano di Firenze ha messo la ciliegina di merda sulla torta di monnezza cenando con Berlusconi a Arcore! Forse nel nostro caso è proprio come recita il vernacolo: che “pè i’ bischero ‘un c’è medicina”!

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