Poltergeist – IN/GIUSTIZIA POLITICIZZATA

16 Lug

#1. Poltergeist Il “losco” Berlusconi e i suoi leccaculo integrali – uomini e donne – non fanno altro che ripetere che la giustizia è politicizzata e la magistratura-è-rossa-e-comunista. Quest’ultima asserzione – insieme al ritornello della ventennale “persecuzione” giudiziaria, dell’“accanimento” dei pm contro di Lui, del clima da “guerra civile” e quindi della “pacificazione” nazionale che si sarebbe resa necessaria proprio a dire di coloro stessi che per vent’anni hanno scatenato l’inferno (come quei bambini che dicono “facciamo pace” precisamente alle vittime della loro arrogante prepotenza) – è chiaramente una frottola che non ha alcun riscontro nella realtà oggettiva, ma solo nelle parcelle dei Ghedini o Longo o pure nei deliri di Garnero-Santanchè, Gelmini, Erinni infuriate varie, Brunetta, Verdini, Gasparri, Sallusti, Belpietro, pennivendoli vari e via Ferrarazzizzando. Ma proprio queste frottole rendono vera – nel suo contrario dialettico – la prima constatazione sulla giustizia politicizzata: infatti gli unici, da lungo tempo, a essere indagati, incriminati e condannati dai tribunali della repubblica italiana sono sempre stati i magistrati di “destra” o pure anche gli avvocati, perlopiù berlusconiani, che li hanno corrotti e comprati o “semplicemente” istigati e gestiti: ma di fatto, se non in punta di diritto, non è corruzione anche codesta? Leggere per averne conferma!

Non è male perciò cominciare dal lontano 1970-71 quando si verificò l’evento che si deve considerare la matrice e la prova generale di tutte le fraudolenze poi perpetrate dal kav. nero d’Arkore. Il soggetto prescelto per la parte di … “perseguitato” dalla giustizia – in nome e per conto di Berlusconi – fu di colui che proprio allora divenne suo amico: Cesare Previti. L’oggetto-della-persecuzione fu la villa san Martino di Arcore, che prima di divenire la villa delle scandalose-cene-eleganti era collegata alla casa romana del marchese degli orrori. Infatti fu a Roma che l’allora proprietario anche di villa S. Martino – il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino – sterminò in un bagno di sangue, pochi attimi prima [con gran sollazzo per la vittoria di Previti sul filo di lana dei minuti secondi] di suicidarsi, la sua seconda moglie, trascinata in torbidi giochi di sesso con giovani prestanti, preferibilmente fascisti, scelti e pagati proprio dallo stesso marchese (guardone e maniaco), il tutto, ovviamente, sotto i suoi occhi e con la possibilità di fotografare e filmare lei e l’amante di turno [lei era figlia di una ballerina beneventana, quindi gli eventi successivi della villa sono legati da un sottile filo nero di balletti rosa].

Ma lo scandalo non sta in quei tragici accadimenti – che soltanto chi possa credere all’eventuale demoniaca “presenza” dei fantasmi dei morti ammazzati in quei frangenti, fantasmi che non sono legati a un determinato luogo, posseduti da una paurosa entità paranormale, una sorta di parassita psichico che si nutra dell’energia spirituale delle presunte anime dei morti, o pure che fosse la villa stessa a essere stata costruita con incuranza sopra ai resti di un vecchio cimitero dimenticato, tali da provocare i fenomeni assurdi di un violento cosiddetto poltergeist, con la manifestazione “rumorosa” delle anime dei morti lì sepolti, che mettono sottosopra casa, mobili, suppellettili, quadri tra urla lancinanti – che sono favole per distrarre il pubblico. La realtà finanziaria e giuridica era ben diversa e mondana.

Infatti l’allor giovine arrivista avvocato calabrese Previti, inteso come Cesare, aveva come quasi tutti un padre, Umberto, che lavorava da anni in una banca facilitando le speculazioni immobiliaristiche del suo amico rampante parvenu Silvio Berlusconi. Detto fatto: il Previti Cesare, fascista del Msi e che amava cantarne gli inni, entrò nell’affare arcoriano come legale della famiglia della seconda moglie ammazzata dal marchese; ma l’avvocato si rese presto conto che i ricchi affari potevano provenire soltanto dai sotterfugi intorno all’eredità del marchese pluriassassino. Per pochi attimi di tempo – l’ultimo a spirare fu il marchese – venne accertato che l’unica erede era la figlia, marchesina Anna Maria (che usciva a pezzi dalla tragedia e non sapeva che cosa fare; giacché all’epoca era minorenne – che solo involontariamente per puro caso anticipava un vizio berlusconiano).

Con rapida scelta dei tempi Cesare Previti, che in precedenza – quando invece difendeva come sedicenti eredi i familiari della matrigna ammazzata – sapeva di avere come “avversaria” la marchesina Anna Maria Casati, passò repentinamente dalla sua parte, diventò pro-tutore della giovane; nel mentre il tribunale dei minori, legalmente competente, dietro premurose segnalazioni del clan Previti\Berlusconi si tranquillizzò nominando come tutore Giorgio Bergamasco (che si occupava attivamente di successioni e di amnistia per reati finanziari) che stava nel frattempo diventando ministro senza portafoglio per i rapporti con il parlamento del governo Andreotti; e infatti fu proprio lui, guarda caso, a stendere la denuncia di successione, dove “stimava” l’asse ereditario, al netto delle imposte, per 2 mrd ₤. In seguito a tali inganni – ma non era corruzione! – il tribunale fu sollevato da ogni responsabilità incamerando a occhi chiusi codeste “stime”! Più tardi, date le molte società prestanome coinvolte, in Italia e all’estero, si è anche alluso a una sorta di “scatole cinesi” sia per costituire fondi neri sia per eludere il fisco: giudici e avvocati erano formalmente salvi.

E siccome la marchesina smarrita non aveva denaro liquido con cui saldare le tasse (non pagate, più di 500 mln ₤ lasciatele pure dal padre, insieme ai ricchi beni mobili, arredamenti, quadri, libri, ecc. – la settecentesca villa di Arcore di 3.700 m2, per dire, con una pinacoteca che annovera quadri di Tintoretto e di Tiepolo, 14 stazioni della via Crucis di Bernardino Luini, nella cappella di famiglia, e una biblioteca di oltre diecimila volumi, e terreni annessi) – che stavano, e però stanno ancora contro ogni disposizione, a villa san Martino), Cesare Previti come suo pro-tutore e nuovo legale le propose e lei accettò, pur di andarsene sùbito dall’Italia, di svendere la villa a 500 mln ₤, senza le ricchezze contenutevi e gli annessi, ma comunque sette volte inferiore al prezzo di mercato o almeno quattro volte considerando la stima tutoriale; bell’affare! non c’è dubbio. [Attualmente il valore della tenuta sfiora i 52 mln €].

Per farla breve lei gli dette mandato di concludere l’affare e Previti jr … trovò l’acquirente: e chi era? è Lui o non è Lui? Ma certo che è Lui, il protoperseguitato già amico del padre e da allora in poi anche suo, Silvio Berlusconi, di cui divenne legale, senatore, ministro e … , nonostante le prescrizioni, poi condannato per successive truffe in via definitiva (e di conseguenza anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici) non più deputato. Risale già ad allora la prima scusa secondo cui, siccome la minorenne Anna Maria per onorare i debiti fiscali del padre “ebbe spesso necessità di liquidi, Berlusconi l’aiutò” …: Fantozzi avrebbe detto “ma quanto è buono lei!”. Il raddoppio del raggiro avvenne anche perché i 500 mln, perfino la miserevole svendita di villa san Martino, furono pagati con titoli di società satellite dell’impero berlusconiano non quotate in borsa; anche all’estero, in Brasile, dove arrivò Anna Maria Casati. Come denunciò poi anche sua cognata – la contessa demoliberale Beatrice Rangoni Machiavelli [Così Berlusconi ha truffato mia cognata (1974), in l’Unità, 2010] che dopo dieci anni riuscì infine, dietro richiesta di Anna Maria, a divenire tutrice della cognata – quei titoli erano carta straccia, invendibili.

Fu allora che l’infido duo Berlusconi\Previti “aiutò” la povera ragazza bisognosa per la seconda volta, ricomprando qui titoli a metà prezzo. Intanto una banca concesse un mutuo all’impresa edile di Berlusconi accettando come garanzia per 7 mrd ₤ villa san Martino, ancora piena di opere d’arte; per il kapo tutto era a posto, perché per concludere le truffe sarebbe bastato dire che si “perseguitava” Previti jr: come riuscì costui a tanta impresa mandandone indenne il Berlüska è presto detto. Il guitto vestito con la toga da avvocato, per giustificare il divario delle valutazioni, disse che “villa S. Martino era poco più di una cascina di caccia, una tenuta agricola abbandonata e quasi distrutta. Un’intera ala era a pezzi. Il parco era una sterpaglia”. Una stalla, insomma, tanto che a fare vigilanza fu chiamato anche lo “stalliere”\eroe Mangano; mentre per la biblioteca andò Dell’Utri a sistemare le cose: ma non erano tutti oggetti per i quali la marchesina Anna Maria aveva palesato a Previti l’“espressa esclusione dei terreni, degli arredi e della pinacoteca” dalla trattativa, cioè tutti beni sottratti alla vendita? Sì, ma Previti come se nulla fosse decise che non c’è due senza tre, ed ecco la terza impostura: “l’avvocato Previti e la Edilnord di Berlusconi concordano il prezzo di 500 mln ₤ (terreni, arredi e pinacoteca inclusi)”, ignorando un’altra offerta di 600 mln e senza l’acquisto degli annessi esclusi. Pertanto nella truffa della svendita, ulteriormente dimezzata, Previti vi incluse invece – pro Berlusconi – anche tutte le cose che non dovevano esserci (pure rispetto ai terreni agricoli abbandonati, alla sterpaglia e via mentendo, che trasformati in edificabili servirono in parte alla speculazione edilizia di Milano 2, abusando anche del nome di Anna Maria Casati). Sì che l’avvocato della vera madre di Anna Maria espresse un giudizio fortemente critico sulla posizione assunta dal magistrato: “il giudice milanese ha deciso senza esperire alcuna indagine”. Già: corruzione!

La sconcezza fu denunciata in un libro [cfr. Giovanni Ruggeri, Berlusconi: gli affari del presidente, Kaos, Milano 1994:la prima edizione era degli Editori riuniti 1987, sùbito ristampata per il successo, ma poi –dietro pressioni – ritirata dal commercio e tolta dal catalogo!]: Berlusconi fu condannato per falsa testimonianza, poi amnistiato, e la denuncia di diffamazione avanzata da Previti contro l’autore fu respinta dal giudice del caso che riconobbe “l’assoluta verità scritta nel libro”. Soltanto Previti poteva dar retta alle proprie menzogne di cui aveva convinto manipolando le informazioni i propri giudici [cfr. anche Nando Dalla Chiesa, La villa della marchesina sedotta e bidonata, in l’Unità, 3 maggio 2004]: ma era tardi perché ormai l’affare truffaldino era giunto a termine, e la verità scritta da tante parti poteva andare a farsi fottere!

E dopo l’abbandono della seconda moglie (Myriam Bartolini alias Veronica Lario), la sentenza dei pagamenti dovutile, l’assegnazione di tutti gli immobili, compresa l’inquietante villa san Martino di Arcore, a B-rex, ma con i processi cresciuti come funghi intorno a essa (Ruby, Fede, Mora, Minetti le olgettine e le “cene eleganti”, e via escortizzando), speriamo che si compia tutta la maledizione di san Martino!!

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