È NOBILE L’ODIO PROLETARIO

23 Giu

È nobile l’odio proletario contro i “politici di classe” borghesi. Quest’odio di un rappresentante delle masse oppresse e sfruttate è in realtà il “principio di ogni saggezza”, il fondamento di ogni movimento socialista e comunista e delle sue vittorie. Ma, evidentemente, non si tiene conto del fatto che la politica è una scienza e un’arte che non cade dal cielo, che non si dà senza fatica, e che il proletariato, se vuole sconfiggere la borghesia, deve educare da sé i propri “politici di classe” proletari, che non siano peggiori dei politici borghesi; e al tempo stesso bisogna dire con franchezza e sincerità che di per sé lo stato d’animo delle masse non è ancora sufficiente e che certi errori possono danneggiare la causa della rivoluzione.

Che <molti membri del pd> siano irrimediabilmente reazionari è vero. È altrettanto vero che essi vogliono prendere il potere nelle loro mani (preferendo, del resto, una coalizione con la borghesia), che desiderano “governare” secondo le antiche norme borghesi. Tutto questo è vero, ma da esso non consegue affatto che appoggiare questi elementi significhi tradire la rivoluzione; ne deriva, invece, che i rivoluzionari della classe operaia devono, nell’interesse della rivoluzione, concedere un certo sostegno parlamentare a questi signori. Il primo ministro ha dimostrato che è necessaria una coalizione dei liberali con i conservatori, e anzi una stretta coalizione. Ha spiegato in termini popolari <Napolitano> ai suoi uditori: “la civiltà è in pericolo”, e quindi i liberali e i conservatori devono allearsi … <con larghe intese>.

La borghesia liberale rinuncia quindi al sistema dei “due partiti”, consacrato storicamente da un’esperien­za secolare ed eccezionalmente vantaggioso per gli sfruttatori, ritenendo necessaria l’unificazione delle forze per la lotta contro <l’asinistra parlamentare (transfughi del pd, sel e i probabili casal\grillisti sguinzagliatisi)>. I comunisti “di sinistra” traggono la curiosa conclusione che <i comunisti> “non devono stipulare compromessi, ma mantenere pura la dottrina e incontaminata la indipendenza dal riformismo; la propria missione è andare avanti, senza fermarsi e senza deviare dal cammino, direttamente fino alla rivoluzione comunista”.

Al contrario, dal fatto che la maggioranza dei lavoratori segue ancora costoro, risulta indubbiamente che i comunisti devono prendere parte all’attività parlamentare e aiutare le masse operaie a vedere nella pratica i risultati di un governo dell’<asinistra>; da questo fatto risulta che i comunisti devono aiutare <l’asinistra> a battere i <Letta-Renzi-neodc> e i <Berlusconi> coalizzati <nel gelliano governo “del fare” delle larghe intese>. Agire in modo diverso significa intralciare la causa della rivoluzione, perché senza un cambiamento delle opinioni della classe operaia la rivoluzione è impossibile, e questo cambiamento è un prodotto dell’esperienza politica delle masse. “Andare avanti, senza compromessi” è una parola d’ordine palesemente sbagliata, è una puerilità da intellettuali, non è una tattica seria. Per la rivoluzione è anzitutto necessario che la maggioranza dei lavoratori (o, quanto meno, la maggioranza dei lavoratori coscienti, pensanti, politicamente attivi) comprenda pienamente la necessità del rivolgimento e che le classi dirigenti attraversino una crisi di governo che trascini nella politica anche le masse più arretrate.

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Come i più attenti lettori avranno forse notato, il paragrafo appena proposto è una rivisitazione in termini attuali e locali {i cambiamenti rispetto al testo originale sono compresi tra i simboli <  >} di quanto Lenin affermava nel suo celeberrimo “Estremismo, malattia infantile del comunismo”. Al di là del più che noto, ed ingiustificato, disprezzo verso tale testo di taluni gruppuscoli della sinistra sedicente antagonista, ci sembra al contrario molto utile procedere ad un aggiornamento di tale discorso che possa così fornire da una parte una chiave di lettura per meglio inquadrare la genesi del M5s, e dall’altra per offrire, ancora una volta, una indicazione tattica per chi ancora si considera comunista.  

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Una Risposta to “È NOBILE L’ODIO PROLETARIO”

  1. stefano macioci 25 giugno 2013 a 11:50 #

    Mi sembra assai tempestiva questa riproposizione, nonché utilissima. A livello di amministrazione locale sperimento proprio questa malattia infantile, che Lenin denunciava, da parte di compagni, che, presi tutto il tempo dalle cose che “interessano alla gente” si dimenticano che il purismo non aiuta quando le masse non sono con noi. Noi cerchiamo le masse ma esse non sono (ancora) con noi.

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