Sicofanti d’accademia: gli economisti

2 Giu

Fin dal 1824 il socialista critico post-ricardiano Percy Ravenstone scriveva che “il maggior risultato della guerra contro la rivoluzione francese è stato quel­lo di trasformare alcuni imbecilli in professori di economia politica”. Oggi l’esplosione violenta della crisi, più che quarantennale, tra le tante conseguenze drammatiche, ne ha rigenerata una estremamente paradossale: la resistibile ascesa dell’economista d’accademia (e non solo), personaggio di cui ormai ogni talk show, che tale voglia definirsi, è obbligato a dotarsi. Il paradosso più grande è che proprio questa estesa massa di prezzolati – che contiene tra i principali agenti della propaganda della classe dominante – avrebbe dovuto vedere ridotto al lumicino la sua credibilità; giacché, escludendo un gruppo estremamente esiguo, sino al giorno prima, ma anche nelle settimane successive al settembre 2008, non prendeva in considerazione, neanche per idea, l’evidenza di una crisi strutturale come quella che, invece dagli anni settanta, aveva infettato ogni propaggine del capitale mondiale [si veda anche Roberto Petrini, Processo agli economisti, chiarelettere, Milano 2011].

Modelli che prevedevano una crescita violenta dell’accumulazione… fino al 2050 e oltre… ricevevano il plauso di folle – miste di studenti, portaborse e docenti – assiepate in aule universitarie ornate a festa per l’occasione; ovviamente tutto ciò era basato su ipotesi metodologiche del tutto contrarie alla realtà, che avevano come priorità l’occultamento della dinamica di classe (capitale-lavoro) e di ciò che la caratterizza, ossia lo sfruttamento (scientifico) da parte della classe proprietaria dei mezzi di produzione, su quella subalterna, priva di ogni cosa al di là della propria forza fisica o intellettuale.

 

#1. In una fase potenzialmente esplosiva dal punto di vista sociale, il sostegno ideologico (abilmente mascherato come scientifico) degli economisti non poteva dunque mancare: deve essere sembrato pertanto molto utile (se non necessario), anche per convincere quei ricercatori che agiscono a favore del capitale “a loro insaputa”, trovare il modo di sostenere alcune delle politiche economiche che sembrano necessarie per una ristrutturazione almeno di una parte del capitale mondiale, ovviamente a tutto discapito della classe dei lavoratori.

In particolare, le impopolarissime misure adottate da governi di mezza  Europa – per ricondurre il debito pubblico al di sotto di un valore, rispetto al Pil, più “ragionevole” – necessitavano di una presunta base scientifica da contrapporre, nel caso ce ne fosse stato bisogno, alle proteste che sarebbero certamente provenute dalle masse gettate sul lastrico in nome dell’austerity.

Così, Reinhart e Rogoff, docenti delle università più prestigiose degli Usa, come Harvard, e del Fmi, sono riusciti a far pubblicare sulla rivista di economia più importante del mondo a livello accademico (the American economic review) un articolo in cui sostenevano che l’alto indebitamento, rispetto al Pil, fosse una variabile correlata negativamente con l’andamento della crescita. In altri termini, celandosi dietro una verifica empirica applicata ad una banca-dati molto precisa e dettagliata, la tesi principale dell’articolo consisteva nel dire che i paesi con un rapporto debito pubblico/Pil molto elevato (superiore alla soglia del 90%) avrebbero osservato tassi di crescita molto prossimi allo zero, o addirittura negativi [http://www.nber.org/ papers/w15639.pdf].

Purtroppo per gli autori, però, alcuni ricercatori dell’Università del Massachussetts hanno recentemente trovato la pazienza di analizzare in profondità i risultati proposti e la metodologia adottata e ne hanno concluso che, incontrovertibilmente, la tesi di Rehinart-Rogoff è viziata da alcune manipolazioni di dati ed errori triviali che obiettivamente non possono essere frutto di sviste o refusi materiali. Non stupisce quindi che, utilizzando correttamente i dati in mano ai due apologeti dell’austerity, i risultati della loro analisi sarebbero stati significativamente differenti.

Senza entrare nelle lungaggini accademiche che hanno seguito lo “scandaloso” rinvenimento, ciò di cui va tenuto conto è il fatto che, normalmente, più del 99% degli articoli che si richiede vengano presi in considerazione per la pubblicazione sulla rivista american economic review, sono rigettati poiché il processo di esame da parte del comitato scientifico è estremamente maniacale e selettivo [sic!]. Pertanto, è del tutto escludibile che gli errori materiali e grossolani riportati nell’articolo in questione possano essere stati superficialmente ignorati da coloro (di norma due o più esperti della materia, oltre al capo redattore) che hanno analizzato il manoscritto. Ciò conferma, quindi, come la sua pubblicazione sia stata pianificata politicamente, proprio per fornire una base apparentemente solida alle politiche di classe che fanno macerie tra i lavoratori del vecchio continente.

 

#2. Ma i recenti miracoli degli equilibristi dell’economia non si fermano qui. Frederic Mishkin, è uno di quegli economisti statunitensi che, accademico della “prestigiosissima” Columbia business school, partecipa, da anni alle attività di tutte le istituzioni sovranazionali, tanto care al capitale internazionale. Incarichi anche lui al Fmi, alla Bm, ecc., sono per lui quasi una formalità ormai da tempo, tanto che Bush jr. lo aveva nominato, già nel 2006, nel consiglio d’amministrazione (board of governors) della Federal Reserve. Il prof. Mishkin, proprio per le sue conclamate ed evidenti capacità di analista economico, fu contattato a fine 2005 dalla camera di commercio islandese per redigere, insieme ad altri sicofanti come lui, un rapporto sull’economia locale che, in quel periodo, cominciava a mostrare evidenti segnali di squilibrio che sarebbero culminati, solo pochi anni dopo, con il fallimento a catena di numerose banche e con il default controllato dello stato.

Per far ciò, il nostro caro professore intascò ben 124.000 $ (l’equivalente di 6 anni di lavoro di un operaio italiano addetto alla catena di montaggio, con contratto regolare) e, insieme alla combriccola di esperti da cui era affiancato, concluse l’approfondito studio producendo una pubblicazione denominata La stabilità finanziaria dell’Islanda in cui magnificava lo stato di salute delle grandezze fondamentali dell’economia locale.

Peccato che, solo dopo due anni e mezzo dall’uscita di questa fantastica opera romanzesca, avvenne il clamoroso crollo finanziario dell’isola, con le conseguenze che tutti sanno. Anche in questo caso, come in quello citato in precedenza, non può non essere presa in considerazione la possibilità “normale” di errare, specie quando si tratta di fare delle previsioni: tuttavia, se, anche qui, la grossolanità delle sviste sembra scongiurare la buona fede degli studiosi, essa viene del tutto esclusa se si analizza il curriculum vitae che proprio il prof. Mishkin pubblicava subito al ridosso del crack islandese. Con un tocco di magia, infatti, per celare l’evidente figuraccia, il rapporto incriminato mutava nome, divenendo d’incanto: La instabilità finanziaria dell’Islanda.

Non c’è che dire, un colpo da vero maestro della truffa.

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